sabato 26 dicembre 2009

Every year, every Christmas


I don't know how love could do this to me
I've waited and waited for someone I never see
But I'm so sentimental and I'm so hopeful you'll be here
So here I am every year, every Christmas

I've wished for you in my heart and in my head
And I got my answer that first moment that we met
And, oh yes, I believed you as you told me, as you said
You'd be here every year, every Christmas

There must be a lesson for me to learn
If you don't trust in love, you'll get nothing in return
Why should I be lonely? Don't tell me it's fine
I have my pride, but I'd rather be with you tonight

So much emotion, it's driving me mad
But I'll take my chances with these feelings that I have
And I'll come back to this same corner where we met
And I'll be here every year, every Christmas

Mere words can't explain the pain and the fear'
Cause I wonder, yes I wonder are you gonna leave me standing here?
Today's almost over but I don't wanna leave
Has my heart made a fool out of me?
My friends gather 'round me with holiday cheer
They say to forget you, to let you go 'cause you're not here
Well, I can't keep explaining what they'll never understand
And why I'm here every year, every Christmas
I return every year, every Christmas
I come here every year, every Christmas

(Richard Marx / Luther Vandross)



martedì 22 dicembre 2009

Sentire questo silenzio


CONFESSO


Io confesso
che non ho fatto la guerra
ed ho parlato alla gente
come fossi un eroe.

Confesso:
ho parlato per anni
perché qualcuno capisse

quello che sento.

Stasera ti confesso
che sono entrato in un porto

ed ho cercato una nave
che mi portasse lontano.

Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.

E sappi che per me
passerai la vita così ad aspettare.

Stasera ti confesso:
non ci capisco più niente,
io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.

E' tardi per pensare all'amore
e per andare sui monti

a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino

con la pace nel cuore.

(Piero Ciampi)

lunedì 7 dicembre 2009

Il momento in cui non sei


Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l’unico chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero.

Mi trovavo lontano da casa, ossessionato e stanco del viaggio, in una misera camera d’albergo che non avevo mai vista, a sentire i sibili di vapore là fuori, e lo scricchiolare di vecchio legno della locanda, e dei passi al piano di sopra, e tutti quei suoni tristi, e guardavo l’alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma.

Mi trovavo a metà strada attraverso l’America, alla linea divisoria fra l’Est della mia giovinezza e l’Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accadde proprio là e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso.

Jack Kerouac

martedì 1 dicembre 2009

A lezione da Niyongabo


Una sera a presentare e intervistare Venuste Niyongabo al Collegio Universitario Torleone, in via Sant'Isaia. Il bello, con un grande della vita come Venus, è che sa sempre sorprenderti. Quante volte ci siamo trovati, insieme, a raccontare la fantastica avventura della sua esistenza. Le sue gesta di campione, la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Atlanta, il rapporto con il suo paese natale, il Burundi, la scelta di venire in Europa, in Italia, prima a Siena e infine a Bologna, per crescere, confrontarsi, capire. Lo abbiamo fatto davanti a scolaresche assorte, a giovani atleti, presentando un mio libro nel quale ho voluto raccontare, tra altre, anche la sua storia, o semplicemente tra comuni amici. Questa volta doveva passare il messaggio positivo: volontà, sacrificio, passione per quello che si fa sono ingredienti che aiutano a raggiungere l'obiettivo. Senza scorciatoie. Venuste ha lasciato il segno, come sempre, usando parole semplici, dirette. Colpendo il cuore e il cervello.


Durante le domande finali, per dire. Uno studente straniero chiede: "La tua è una bellissima storia, ma come posso io, che vengo da El Salvador, che non sono un campione, fare qualcosa che mi renda utile al mio paese?"

"Finché sei qui apprendi, fai tesoro, sii curioso di tutto. Un giorno tornerai a casa tua, ti troverai con gli amici e avrai un'esperienza in più da raccontare loro. Avrai portato indietro ricchezza. Quando sono tornato a Vugizo, il paese dove sono nato in Burundi, dopo qualche tempo che ero in Italia, ho insegnato a mia madre a fare gli gnocchi. Il mio è un villaggio di campagna, le patate abbondano ma per noi cucinarle significa farle bollire nell'acqua, niente di più. A mamma ho insegnato una piccola cosa, però nuova. Non importa che ora sappia cucinarli egregiamente. Però sa fare una cosa in più rispetto a prima. E' un esempio banale, ma può darti l'idea di quanto sia importante aprirsi al mondo, viaggiare, conoscere le culture degli altri. Questo è il regalo che puoi portare a casa tua. Tornarci essendo un uomo un po' più ricco dentro".


Parole che mi fanno capire molte cose. Soprattutto, perché un ragazzo nato in un posto sperduto dell'Africa, a 1400 metri d'altezza, sia arrivato in cima a quel podio olimpico, nel '96. E perché anche oggi che lo sport per lui non è più agonismo, non si sia ancora fermato. E abbia trovato sempre nuovi traguardi da raggiungere, nella vita.


(la foto di Venuste è del mio amico Paolo Genovesi, fotografo straordinario)

mercoledì 25 novembre 2009

Bonatti, un grande italiano


"…nella polemica con Bonatti e Compagnoni ha sempre guardato dall’alto, con un sorriso. I due mordevano, lui sorrideva. Compagnoni si spartiva la gloria... Gli altri erano giganti della montagna e però bonsai della vita. Lacedelli invece si scrollava di dosso le polemiche come il cane si scrolla l’acqua dal pelo".
Mauro Corona ama le frasi a effetto, ama, come dice spesso , "togliere anziché aggiungere, come si fa nella scultura e come si dovrebbe fare nella poesia".
Ricordando Lino Lacedelli, ha detto dell’uomo e dell’alpinista cose molto belle, e giuste. Ma non ha fatto altrettanto su Walter Bonatti. Che non mi pare un "bonsai della vita", ma un uomo di grande rigore morale, di scelte coraggiose che spesso lo hanno isolato, perché il "sentire comune" non sempre sposa gli uomini scomodi.
La storia è vecchia, di cinquantacinque anni. Ma è questa, ora lo hanno riconosciuto anche le autirtà della montagna, anche se dopo più di mezzo secolo.
Sul K2 Bonatti fece quello che sappiamo. Lavorò per la riuscita della spedizione con la sua energia inarrestabile, oltre l’immaginabile. Arrivò oltre quota ottomila, con l'hunza Mahdi, per consegnare le bombole a ossigeno per il tentativo finale di Lacedelli e Compagnoni. Era il più in forma del gruppo, avrebbe potuto arrivare lui sulla vetta. Ma non arrivò fin lì per questo, ma per dare l’ultimo importante aiuto ai compagni. Rispettoso delle gerarchie. Forse furono loro, in qualche modo, a temere l’ammutinamento. Sia come sia, Bonatti non li trovò perché non erano dove avrebbero dovuto essere, secondo i piani concordati.
Per Corona, immagino, su questi fatti i "bonsai della vita" hanno innescato polemiche.
Ma la faccenda è più complessa. Bonatti e Mahdi, alla vigilia del "grande trionfo italiano", rischiarono la vita. Passarono la notte all’addiaccio, oltre gli ottomila metri, senza ossigeno, senza riparo. Nel 1954. E nonostante tutto questo, una volta uscita la relazione ufficiale di Desio, Bonatti non alzò la voce. Restò in silenzio, seppure provato, ferito come deve sentirsi un amico tradito. La sua diffidenza per un ambiente, per i suoi protagonisti, nacque quella notte. E’ comprensibile.
Bonatti non si pronunciò. Per dieci lunghi anni. Si limitò a scegliere imprese in solitaria, al massimo con pochi fidatissimi amici, trovando nella solitudine maggior conforto alla compagnia.
Finché un articolo, su un quotidiano (la Nuova Gazzetta del Popolo) ribaltò tutta la storia. Nel 1964, dieci anni dopo. Diceva che Bonatti aveva consumato buona parte dell’ossigeno riservato ai due lassù, e quell’affermazione diede la stura a una serie di inesattezze, ingiustizie, colpi bassi che riaprivano vecchie ferite. Solo allora Bonatti reagì: fece causa all’autore dell’articolo, e la vinse. E iniziò una battaglia perché la verità venisse a galla, tutta intera. Non cercava gloria per sé, o considerazione per il lavoro che aveva fatto, fondamentale per la riuscita dell’impresa. Solo che fosse pubblicata tutta la verità su quella notte.
Lacedelli è stato il primo, già a metà degli anni Novanta, ad ammettere che "la decisione di fermarsi più su rispetto a quanto concordato con Bonatti non fu saggia". Oggi chi vuole può conoscere la storia di quel successo, di come è maturato. Può farsi un’idea. La mia è che Walter Bonatti, per quello che ha fatto in quei giorni, per le imprese successive, per il suo spirito curioso e avventuriero, per la coerenza della sua vita, sia stato e sia un grande italiano.


"Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me... "
Walter Bonatti


sabato 21 novembre 2009

Lacedelli, antieroe nella leggenda


"Noi dovevamo essere preparati all’ignoto. Nessuno ci aveva preceduti"
Lino Lacedelli

In questo 2009 infausto per la gente di montagna (il Broad Peak si è preso Cristina Castagna, il Langtang Lirung lo sloveno Tomaz Humar, per non dire dei tanti nomi sconosciuti ai più), se ne vanno anche le antiche leggende. Riccardo Cassin si è spento in una serena vecchiaia, a cent’anni compiuti, Achille Compagnoni ne aveva 94 quando se ne è andato per sempre, nel maggio scorso.
Ora lassù lo ha raggiunto Lino Lacedelli, che con lui fu il primo a raggiungere la cima del K2, nel 1954. Un "eroe italiano", non per scelta, col suo carattere schivo e mai incline al protagonismo. Per necessità, semmai, di un’Italia che aveva bisogno di eroi. Che, uscita malconcia da una brutta guerra, ancora cercava grandi gesta e grandi uomini a cui aggrapparsi per uscire dal dolore, dai ricordi. Per lasciarsi tutto alle spalle.
La televisione era arrivata il 3 gennaio di quell’anno, Lacedelli e Compagnoni arrivarono sul secondo Ottomila del mondo il 31 luglio. E fu uno degli ultimi grandi eventi che alimentarono la fantasia popolare con le parole e l’enfasi, più ancora che con le immagini.
Troppa, probabilmente. Come del resto richiedeva una spedizione organizzata con direttive e gerarchie "militari", che non svelò immediatamente i nomi dei due conquistatori, perché quella doveva essere una vittoria italiana. Di tutta l’Italia. Anche per questo si decise di tirare una riga sopra una presenza fondamentale, sul lavoro sotto la cima di Walter Bonatti e dello sherpa Mahdi, su quel loro bivacco ad altissima quota, senza riparo né materiale adatto (nel ’54!), senza tenda né ossigeno, su quanto videro da vicino la fine. E ci sono voluti la tenacia, la magnifica testardaggine, l’onestà e il rigore intellettuale di Bonatti, un grande italiano, per rimettere a posto la storia. Il suo lavoro, alla fine, è stato riconosciuto ufficialmente dalla revisione dei saggi del Cai, arrivata con oltre mezzo secolo di ritardo a spazzare via tutto, omissioni, versioni errate, imbarazzati silenzi.
Intanto, però, Lino Lacedelli si era tolto di dosso il suo peso. Nel 2004, proprio nell’anno del cinquantenario, aveva pubblicato un libro-intervista, "K2, il prezzo della conquista". E questo diceva, in quella lunga e bella confessione: di quanto costa una conquista che serve a un’intera nazione, di quello che si può e non si può dire, anche se si vorrebbe farlo. Soprattutto, Lacedelli diceva in quelle pagine che Bonatti aveva e ha ragione, nella sua spasmodica ricerca della verità durata una vita intera. Sotto questo aspetto, quel successo è costato a tutti: amicizie distrutte, venti impetuosi di polemica, uomini contro. Lacedelli ha detto la sua verità, con quel libro: c’è voluto tempo, ma il peso sulle spalle e nell’anima era immenso. E quando si parla per riaggiustare le cose, non è mai troppo tardi.
Il K2 si è preso questo cortinese solido come la roccia, l’ha inglobato nella sua leggenda. Lacedelli l’antieroe, che già tante imprese aveva fatto sulle sue montagne, fin dal ’47, in quella spedizione himalaiana aveva lavorato con entusiasmo, senza risparmiarsi, proprio come Bonatti. Desio aveva probabilmente un altro progetto in mente: il designato, per lui, era Compagnoni. L’evolversi della situazione, negli ultimi giorni prima dell’assalto, sembrava favorire Erich Abram. Lino saliva, scendeva, si prodigava. In forma splendida. Il destino decise che sarebbe toccato a lui. Facendo dell’antieroe una leggenda. E lui, con quell’ultima testimonianza dopo mezzo secolo di silenzio, vissuto lontano dai riflettori e nell’amarezza della polemica, ha fatto una scelta di coraggio. Da uomo onesto.

lunedì 26 ottobre 2009

Urla nel silenzio

Appunti sparsi. Sui giornali dilaga la politica dell'apparire, nell'ultimissima (?) versione. Politica degli scandali, dei ricatti, della vita privata rivoltata, delle vite stravolte. Prima, e dopo, quella ormai tradizionale: degli insulti, delle minacce, dell'odio, del tutti contro tutti. Ha ragione il vecchio e "lucido" (lo diverte, sentirsi chiamare così) Carlo Fruttero, quando dice che non esiste più un'etica. Nel gestire la cosa pubblica, come nel gestire le nostre piccole esistenze quotidiane.
Ci sarebbero idee condivisibili, ma sono urlate anche quelle. Chi è nel giusto, dilaga: ha ragione, su molte cose, ma va oltre per affermare la sua ragione assoluta.
Sono indietro, su questo percorso. Su tante cose ho avuto (ho) il sospetto di avere ragione, ma non ho mai pensato o cercato di imporre le mie certezze. Le discuto, cercando di capire se sono poi così infrangibili. Mi manca molto, la discussione. Mi preoccupa questo manicheismo: bianco o nero, con noi o contro, non c'è possibilità di approfondire.

Intanto, parte il Grande Fratello. Edizone numero 10. Edizione no-limits, promettono (minacciano). Quella dei grandi numeri. Cinque mesi, una quarantina di concorrenti. Anche qui, è successo quello che pensavo: uno gira "Truman Show" per mettere a nudo i difetti di una società, e quella ci mette un attimo a fagocitare. "Però, è un'idea. Facciamolo davvero".

Grande Fratello 10, dunque. Siamo quello che guardiamo, e questo spiega molte cose.

mercoledì 21 ottobre 2009

Jack, quarant'anni dopo


Jack Kerouac
Lowell, 12 marzo 1922 - St. Petersburg, 21 ottobre 1969

"Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si svolge in un'unica incredibile enorme massa fino alla Costa Occidentale, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna nell'immensità di essa, e so che nello Iowa a quell'ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte usciranno le stelle, e non sapete che Dio è l'Orsa Maggiore?, e la stella della sera deve star tramontando e spargendo il suo fioco scintillio sulla prateria, il che avviene proprio prima dell'arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessu­no, nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi, allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, il padre che mai trovammo, penso a Dean Moriarty"
Jack Kerouac, "On the Road"

Il 20 ottobre, un lunedì, St. Petersburg era immobile e tetra mentre l'uragano Laurie entrava nel golfo. La notte precedende Jack era rimasto alzato fino a tardi, a leggere a Stella le vecchie lettere del padre. Poi aveva dormito poco e male, si era alzato alle quattro e aveva parlato con la madre fino all'alba, quando era andato a sedersi davanti alla televisione con una scatola aperta di tonno, il suo rimedio medico di due once di whisky e il taccuino. Un dolore interno lo colpì all'improvviso. Il fegato aveva ceduto, aveva un'emorragia nelle arterie della gola e del torace. Stella si precipitò a chiamare un'ambulanza che lo portò all'ospedale, il St. Anthony, dove -diciotto ore più tardi e dopo un intervento chirurgico dopo il quale non riprese più conoscenza - morì solo. "Era una persona molto sola", fu la prima cosa che una sconvolta Stella Kerouac disse ai giornalisti accorsi in ospedale... "Era dolcissimo", raccontò Ginsberg a un giornalista, "era solo infelice". Poi Allen cominciò a citare un verso di Blake - "I giorni della mia giovinezza si levano freschi nella mia mente..." -, ma era troppo commosso per concludere la frase"
"Jack Kerouac, a biography", Tom Clark

giovedì 15 ottobre 2009

Gigi, il numero sette


Era il numero sette. Lo portavo sulla schiena, nel campo di via Cellini, tra la tangenziale ancora nuova e il “grattacielo”, perché l'avevo visto addosso a lui. Perché ne avevo sette, di anni, quando la notizia della sua fine mi piombò addosso dalla tv, e mi scosse perché i bambini credono sempre che gli eroi siano immortali. Era il numero sette, e su quel campetto non l'ho onorato perché il fiato era lungo ma i piedi così così.
Lui sì, li aveva i piedi buoni. E l'animo di un poeta. Uno diverso dal gruppo, diverso nel raccontarsi e nell'esprimersi, diverso nel talento e nella creatività.
Era il numero sette. Gigi Meroni.
Il Best italiano, lo definirono. Ma lui non ebbe mai bisogno di fiumi di alcol per esprimere la sua non convenzionalità. Anzi, da questo punto di vista la sua fu una vita normale. Solo troppo breve.
Una vita da bravo ragazzo. Però geniale. Dentro e fuori dal campo. Capelli lunghi, stile beat (e Nicolò Carosio che commentava “tagliali, Gigi, o non vedi il pallone...”), disegnatore in proprio degli abiti stravaganti che indossava, calzettoni arrotolati alla caviglia, baffo spavaldo e barba spesso incolta, pittore autodidatta e coinvolgente, un amore profondo in grado di sfidare il perbenismo e le convenzioni. Per Cristiana, la ragazza trovata per magìa dietro il bancone di un tiro a segno, al luna-park. E poi, piccoli gesti di sfida per mascherare la timidezza di fondo.
In campo, un dio. Che faceva innamorare il pallone e i tifosi. Ma non rinunciava a sé stesso, ai suoi principi. Mondino Fabbri lo chiamò in Nazionale B e gli chiese di darsi una sistemata ai capelli. Rifiutò. “E' un attentato alla vita privata. Non è questione di capelli o gusti musicali. E' questione di libertà”.
Lo capì bene Gianni Brera, che pure lo aveva sistemato nella categoria degli abatini, belli e non sempre utili, insieme a Rivera. Scrisse di lui, quando se ne andò: “Tu eri giovane e puro abbastanza per non dimenticarti di essere vero pure nelle stranezze”.
Il numero sette della mia memoria. Gigi Meroni.

Gigi Meroni, Como 24 febbraio 1943-Torino 15 ottobre 1967

sabato 3 ottobre 2009

Tutti in piedi, questo Bologna è nella storia


Marco Tarozzi

“Il Bologna è una fede”. Suonano perfette, in questo caso, le parole del cuore. Sì, il Bologna è una fede e anche molto altro. È cento anni di vita di un’intera città, della sua gente, un piccolo grande mondo che ha saputo aprirsi al mondo. È una lunga strada fatta di gioie infinite, momenti di gloria, anni bui, drammi che hanno lasciato il segno. È un elenco di sette scudetti, tre fiammate sull'Europa, più di settant'anni vissuti tra le grandi d'Italia, senza mai cadere in basso. E poi una storia faticosa di retrocessioni, rinascite, fallimenti, attimi sempre più rari di felicità. È una lista di nomi da brivido, campioni che, per cento lunghi anni, hanno acceso quel rosso e quel blu, e la fantasia della gente. È un pezzo di questa città, è una parte di noi che ha attraversato i cent’anni più veloci e più vorticosi della storia dell’umanità, restando sempre fedele a sé stessa. È un’icona, un simbolo, un punto fermo della nostra vita.
Quei nomi, e un volto dietro ognuno. I primi erano in gran parte stranieri. Studenti del Collegio di Spagna, o giovani appassionati provenienti dalle zone in cui già spopolava il calcio danubiano. Arnstein, Rauch, Bernabeu, Koch. E un manipolo di “indigeni” che si trovavano ai Prati di Caprara per dar sfogo a quella passione nuova di zecca, dividendo quei campi con un gregge di pecore al pascolo. Fuori gli animali, dentro i giocatori. Quelli che in città chiamavano “i màt chi van drì a la bala”. Poi vennero i campi finalmente attrezzati, la Cesoia prima e lo Sterlino poi. E i bolognesi duri e puri, le le bandiere. Badini, Genovesi, Muzzioli, Della Valle, finalmente Schiavio.
Nomi e volti. Gli ultimi, in ordine di tempo, hanno sfilato nel giorno della festa più grande, avvolti dall’emozione, sull'erba verde del Dall'Ara. Erano in tanti, con la faccia e il groppo in gola di chi su quell'erba sembrerebbe mettere piede per la prima volta. E invece si chiamano RobyBaggio, Beppe Signori, Kennet Anderson, Lajos Detari, Beppe Savoldi, Marco De Marchi, Renato Villa, Igor Kolyvanov. E invece sono stati eroi, come quelli dell'ultimo scudetto. Capitan Mirko, Marino, Ezio, Romanino, Paride, Dondolo, Carburo. Tutti indimenticabili. Uniti, vicini, indivisibili. Ed è come se ci fosse anche lui, l'onorevole Giacomino, in mezzo a loro. Ed è come se lui, una vita in rossoblù, una fedeltà inimmaginabile ai nostri tempi, fosse ancora tra di loro. Tra di noi.
Sono i volti di una squadra che ha raggiunto un traguardo unico. Che ne ha viste tante. Quando nasceva questo infinito Bologna, Marconi faceva i primi esperimenti alla radio. Oggi internet corre bruciando notizie alla velocità della luce. Quando nasceva questo splendido Bologna, l'uomo non aveva ancora imparato a volare. Oggi è andato sulla luna, anche se qualcuno ancora non ci crede.
Una squadra che ha attraversato due guerre mondiali, lasciando sul campo spiriti giovani e pieni di idee sul futuro. Mezzo Bologna sparì inghiottito tra il '15 e il '18. Arpad Weisz, genio della panchina, passò da un camino di Auschwitz negli anni in cui l'uomo aveva perso ogni traccia di umanità. Dino Fiorini pagò con la vita la fedeltà, più esuberante che militante, a una causa sbagliata.
C’è spazio, in questa serata così speciale, per l’allegria, per i ricordi, per la nostalgia. L’allegria di Kolyvanov, che ancora affronta la vita a capriole e infiamma la curva. La tenacia di Geovani, che nemmeno la polineuropatia, malattia rara e debilitante, ha tenuto lontano dal Dall’Ara. Il messaggio di Ingesson, affidato all’amico Andersson che gli riporterà indietro l’applauso e il calore di questo stadio. Quello di Helmut Haller, che non ha dimenticato i compagni dello scudetto, in campo ancora una volta anche per lui.
Il Bologna ha visto cambiare Bologna, ed è cambiato. Ma è sempre lì, vivo, ad accendere le schiere dei suoi tifosi nel bene e nel male, sempre fedele a sé stesso e mai uguale al giorno prima.
Sull'erba del Dall'Ara, in questo pomeriggio irripetibile, ha sfilato una storia sociale, prima ancora che sportiva. Gli eroi a colori del nostro presente con quelli virato seppia della nostra infanzia. E accanto a loro, idealmente, volti usciti da foto ingiallite, perdute nei cassetti della memoria. “Ascoltate, sentite il loro monito?” avrebbe chiesto il professor Keating de “L’attimo fuggente”. “Carpe, carpe diem. Cogliete l'attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita”. I ragazzi del Bologna lo hanno fatto. Hanno ascoltato le voci dei pionieri, ieri sera. Ci hanno regalato una promessa di futuro, e un orgoglio che tutti dovremo tenere caro. Dirigenti, giocatori, semplici tifosi. Oggi e per sempre.
Buon compleanno, Bologna. Vecchio, splendido centenario.

(L'Informazione di Bologna, 3 ottobre 2009)

giovedì 1 ottobre 2009

Podestà, una strada per ripartire


Marco Tarozzi

Vittorio Podestà non ha mai preteso di cambiare il destino, nemmeno quando il destino gli ha cambiato la vita da un giorno all'altro. Ha deciso, molto semplicemente, di affrontarlo dal verso giusto. Reagendo con forza, costruendo nuovi traguardi da raggiungere, nello sport come nella vita. Genovese, laureato in Ingegneria Civile, Vittorio ha appena compiuto trentasei anni. Ne aveva ventinove quando un incidente stradale gli provocò la rottura delle vertebre dorsali, e una lesione al midollo che lo costringe tuttora a vivere sulla sedia a rotelle.

“Nessuno è preparato a svolte così drastiche nella propria vita. Non lo ero nemmeno io, ma decisi di non lasciarmi prendere dallo sconforto, di ripartire immediatamente. Prima dell'incidente ero uno sportivo praticante, convinto che l'attività motoria fosse fonte di benessere per corpo e mente. Da quel giorno di marzo del 2002 mi sono dedicato allo sport con sempre maggior determinazione”.

Aveva i cromosomi del campione, Vittorio. Lo ha scoperto dopo il dramma, rimettendosi in gioco. Prima col basket in carrozzina, poi con l'handbike. “Sei mesi dopo l'incidente ero già a far rimbalzare un pallone sul parquet. E nel 2003 un amico mi fece provare la sua handbike. Amore immediato. Anche perché bici e ciclismo erano mie passioni anche prima, e le similitudini sono notevoli. Con l'allenamento sono arrivati i primi risultati importanti, e quando nel 2005 ho vinto il primo titolo italiano nella cronometro ho deciso: basta pallacanestro. Oggi percorro più o meno tredicimila chilometri all'anno, tra allenamenti e gare”.
Quel tricolore è stato solo l'inizio. Nel 2006 sono arrivati il successo nella Milano City Marathon e il secondo posto alla maratona di New York, nel 2007 due titoli mondiali (a squadre e individuale a cronometro), un anno fa l'argento olimpico a Pechino. “L'esperienza più bella, fin qui. Sono arrivato alle Paralimpiadi da campione del mondo in carica. Ho trovato un'organizzazione e un ambiente unici. Non dimenticherò facilmente la vita nel villaggio olimpico, il rapporto che si è creato con altri atleti. E la cerimonia di chiusura, a cui ho partecipato, è stato uno dei momenti più toccanti e spettacolari della mia vita. Mi resta un po' di amaro in bocca per il risultato sportivo. Arrivare ad appena sei secondi dall'oro, dopo aver disputato la peggior gara della vita, e non per proprio demerito, non è il massimo per chi sente di valere qualcosa di più. Non lo nascondo, c'è stato qualche problema con la mia federazione: ai Mondiali di Bordeaux ho partecipato da solo, con l'aiuto di mia moglie. E ho vinto. A Pechino sono riuscito a portare Barbara con me dopo mille peripezie, e dopo aver avuto assicurazioni dallo staff azzurro sulla sua presenza fino a un mese prima della partenza. Intendiamoci: non la volevo accanto da turista, lei è fondamentale per i miei risultati, è la mia “squadra”. Per qualunque atleta è difficile doversi occupare di questioni logistiche prima di una gara così importante. Nel mio caso, poi, è ancora più complicato. Tant'è: poteva andare meglio, ho dovuto fare i conti con una certa incompetenza, ma alla fine l'argento e le emozioni non me le porta via nessuno”.
Niente bilanci, comunque. Per Vittorio “la gara più bella resta quella che verrà”. E prima di tutto, anche dei record e dei trofei, viene l'ideale che lo guida. “Pormi obiettivi e lavorare duro per ottenerli, senza farli diventare ossessione, mi ha aiutato ad affrontare la vita con entusiasmo, senza lasciarmi scoraggiare dagli imprevisti, grandi o piccoli che siano. Se c'è una lezione, è questa: c'è sempre una strada da cui ripartire”.


(rivista Ambiente, n. 2, luglio 2009)


VITTORIO PODESTA' è nato a Genova il 3 giugno 1973. Laureato in Ingegneria Civile, è sposato con Barbara, conosciuta durante la riabilitazione dopo l'incidente che nel 2002 l'ha costretto sulla sedia a rotelle. Campione italiano a cronometro nel 2005 e 2007, iridato a cronometro nel 2006 (a squadre) e 2007 (individuale), argento alle Paralimpiadi di Pechino 2008. Tra le maratone vinte, la Milano City Marathon 2006, due volte la Placentia Marathon (2006 e 2007), la Maratona di Roma 2009. Secondo alla New York City Marathon nel 2006.

venerdì 18 settembre 2009

Mario Lodi. L'insegnamento del Maestro


"Il paese sbagliato". Ultima edizione, 2007. Libro da leggere e rileggere. Non solo per chi ha in mente di crescere un figlio. Lo lessi per la prima volta quando avevo vent’anni, e a tutt’altro pensavo. C’erano parole libere e forti, capaci di indirizzare. L’ho letto chissà quante altre volte. Quell’edizione (primi anni Ottanta) l’ho consumata, perduta, ritrovata, prestata, definitivamente smarrita. Oggi ho tra le mani un libro nuovo di zecca, e quelle identiche parole e frasi, gli stessi insegnamenti. Pubblicati ormai trentanove anni fa, eppure così attuali.
Per descriverlo, uso le parole di chi l’ha scritto, questo splendido libro. Di Mario Lodi. Il maestro da cui tutti vorremmo essere accompagnati nella vita. A cui devo un grazie per quello che penso e credo, e per quello che cerco di essere.
 
 
IL PAESE SBAGLIATO

Il libro racconta il diario di una esperienza didattica innovatrice, realizzata con i miei alunni nella scuola di Vho di Piadena (Cremona) dal 1964 al 1969. Un’ esperienza incentrata sulla libera creatività del bambino, documentata giorno per giorno dalle conversazioni dei ragazzi, dai loro testi, dalla loro vita reale.

Quando uscì ""Il Paese sbagliato", rappresentava per me la conclusione di un percorso iniziato negli primi anni del dopoguerra quando, dopo la caduta del fascismo e la fine del conflitto, il problema di fondo era la ricostruzione materiale e morale dell’Italia sui nuovi valori espressi dalla Liberazione. E proprio nel 1948, l’anno in cui veniva promulgata la Costituzione, io giovane maestro ancora fresco di studi ma inesperto sul piano didattico venni mandato alla sbaraglio in una scuola ancora verticistica e autoritaria, con nel cuore e nella mente i valori della libertà, della democrazia e della partecipazione che dovevano essere alla base della nuova società da costruire.

Era un momento storico stimolante soprattutto per noi giovani docenti diplomati in una scuola dove esperienze dirette non si facevano. Nella mia stessa situazione psicologica erano tanti altri docenti convinti che i nuovi valori dovevano entrare nella scuola per rinnovarla.

La libertà di pensiero e di parola, la democrazia, la partecipazione alla cosa pubblica, non erano cose da imparare leggendole sui libri, ma momenti da vivere dentro la scuola. Ma come si potevano cambiare le cose?

Con questo obiettivo, verso gli anni 50, sorse spontaneamente un movimento di base formato da docenti di ogni ordine e grado (il primo e finora unico movimento pedagogico nella storia della scuola italiana), che ispirandosi alle tecniche elaborate dal pedagogista francese Celestine Freinet, introdusse nella scuola italiana l’idea del bambino protagonista che sviluppa le sue capacità, le mette a disposizione della classe-comunità, stampa un giornale su cui racconta la vita sua e dei compagni, continua il gioco prescolare della esplorazione occasionale nella ricerca organizzata, rappresenta il mondo che sta scoprendo: col disegno, il teatro, la musica, eccetera.

La prima edizione del libro fu pubblicata nel 1970 ed ebbe notevole risonanza anche al di fuori dell’ambito educativo. Vinse il Premio Viareggio. Ricevetti circa diecimila lettere e risposi a tutte. La prima fu quella di un prete, don Sandro Lagomarsini che, come don Milani, ha trasformato la sua parrocchia in scuola, a Cassego di Scurtalò (SP). Mi scrissero genitori, maestri, studenti, soldati, poeti, scrittori, casalinghe, e tante altre persone che volevano sapere perchè nella loro scuola non avevano fatto quelle esperienze, che avevano trovato nel libro una speranza, una concreta proposta di cambiamento della scuola autoritaria. Persone alle quali la lettura di questo libro aveva portato riflessioni profonde e stimoli nuovi.

Fu considerato un libro rivoluzionario perché il messaggio che conteneva era quello di non parlare di libertà, ma di viverla nella normalità della scuola giorno per giorno, in un rapporto nuovo tra maestri e scolari.

La riproposta di questo libro mi offre lo spunto per una riflessione sulla scuola di ieri e quella di oggi.

Questo momento storico ha bisogno di maestri nuovi, professionalmente e civilmente preparati, che assumano un ruolo propulsivo nel corpo della nostra società. Dal tempo del "Paese sbagliato ad oggi molto è cambiato.

C’è stata la diffusione capillare della Tv, proliferata in modo selvaggio senza un codice etico.E c’è stata la crisi di un sistema politico degenerato. A livello internazionale sono caduti muri e miti, con le relative ripercussioni politiche. Eppure io noto analogie fra il momento del dopoguerra e quello di oggi.

Come allora, anche oggi c’è bisogno di ricostruire moralmente una società, recuperando i valori abbandonati.
La scuola non può estraniarsi da questo processo: se l’interpretazione modulare di programmi ha reintrodotto la trasmissione dei contenuti e inaridito la scuola, i docenti più sensibili possono introdurre nella scuola il senso della partecipazione e della socialità. A scuola i bambini possono imparare a vivere ogni giorno da cittadini liberi e responsabili.

Alla filosofia del consumismo e dell’arrivismo noi possiamo contrapporre la collaborazione,la cooperazione, la solidarietà, la non- violenza.

Se riusciamo a collaborare con i colleghi docenti, riusciremo a creare anche per i bambini il clima ottimale nel quale sentiranno se stessi protagonisti, gli altri come amici, e la diversità come arricchimento.

Io mi auguro che "Il Paese sbagliato possa contribuire a questa riflessione sull’educazione.


Mario Lodi

(2007)

mercoledì 19 agosto 2009

Una bevuta con pa

Oggi mio padre, Giuliano, avrebbe 78 anni. Sono andato a dargli un saluto nel nostro luogo di ritrovo. Una volta a settimana, pranzo veloce prima di andare al lavoro all’Arci Resistenza, a San Lazzaro. Ci piaceva, quel rito. Ritrovarci in mezzo al popolo dei circoli di periferia, tra partite a carte ristorante bocciofila e sala danze, al piano di sopra. Solo che da un anno a questa parte arrivo sempre per primo. Non capitava mai, quando lui c’era. Riuscivo a sentirmi in colpa anche se arrivavo puntuale, perché sapevo che era già lì da almeno dieci minuti. Seduto su quel gradino, vicino al parco dei giochi per bimbi che adesso conosco così bene, perché Matteo mi ha insegnato a frequentarlo.
A mio padre e a mia madre penso spesso in questo periodo, in cui ho a che fare con persone che hanno del mio lavoro (che dovrebbe anche essere il loro) un concetto molto provvisorio. Progetti? Non se ne parla. Idee? Ma per favore. Qualità? Risate. Approfondimenti? E a chi interessano?
Penso a quel che mi hanno insegnato i miei, prima di dire che ho buttato nel cesso venticinque anni di passione e professione. Senza mai tenermi legato, mi hanno legato a loro, a regole che non mi hanno mai imposto, ma esistono e vanno rispettate. Vivere con onestà, guardarsi allo specchio e non sentire l’irrefrenabile desiderio di sputarsi addosso, attraversare la vita con un rigore morale che ti fa sentire una mosca bianca, in questi tempi e su queste terre. Nessun moralismo, per carità. Solo una linea precisa e semplice da seguire, per sentirsi sempre a posto con sé stessi.
Dovrei ringraziarli, Anna e Giuliano? Dovrei essere un po’ risentito, perché non mi hanno mostrato le scorciatoie intorno, che oggi vedo frequentate da tanti? Io dico grazie, qualunque sia il futuro. E a quelli che sputano sul mio lavoro, rispondo col vecchio Jack. "Il vento resituirà lo sputo". Prima o poi.

martedì 11 agosto 2009

Quello che impariamo da Alì


Alì soffre, Alì fatica a muoversi, ad esprimersi, a sorridere. Un contrappasso crudele, a pensarci. Era il più grande, il più sfacciatamente spavaldo, il più "leggero" dei massimi. Farfalla e ape, certo. Un gigante di muscoli con gambe da ballerino, veloce e imprevedibile. Sicuro di sé, capace di scelte impopolari per tenere accesa la scintilla di un ideale. I vietcong, disse, non lo avevano mai chiamato "negro", e per questo non poteva odiarli. Lo disse in anni difficili, e si trovò contro tutta l’America. La stessa America che oggi ne ha fatto un’icona, una bandiera, che lo ha santificato in vita. Alì ha vinto, alla fine. Le sue idee sono passate, il suo coraggio è stato più forte di tutto, degli errori altrui e dell’opportunismo di chi stava sul suo carro perché lui era il più forte, il più bello, il più grande.
Alì non ha paura di questa sua nuova dimensione. Anche se chi lo ha amato, nella notte di Kinshasha, e prima e dopo, fa una fatica dannata a vederlo così, assalito dal Parkinson che non gli dà tregua, gli toglie lucidità, gli rallenta irrimediabilmente quelle parole che uscivano a raffica dalla sua "bocca di Louisville", e da una mente sempre accesa.
Alì si fa vedere in pubblico, in questa sua nuova e imprigionante realtà. Senza nascondersi. Lo ha fatto lo scorso 7 agosto, allo Yankee Stadium rimesso a nuovo, davanti a cinquantamila persone. Come quando uscì sorprendendo il mondo per accendere la fiaccola alle Olimpiadi di Atlanta, nel 1996. Adesso è anche peggio, perché quella malattia è bastarda, toglie poco a poco, e non si arresta mai.
Alì mette malinconia, a chi lo ripensa danzante in mezzo a un ring. Ma non tristezza. Quel po’ che riesce a dire, a rare parole o a minimi gesti, è la punta dell’iceberg di valori e serenità che si porta dentro. Sono un uomo fortunato, dice. Noi non possiamo pensare che sia una persona infelice, anche se assistiamo impotenti al suo declino fisico. Perché lui non si compiange, non guarda indietro, cerca il meglio della vita oggi come ieri, oggi più di ieri.
"Ho odiato ogni minuto di allenamento. Ma mi dicevo: non rinunciare. Soffri adesso, e vivrai il resto della vita da campione".
Così è stato, così è ancora. Muhammad Alì è il campione. Che ha acceso gli entusiasmi della nostra gioventù. Che ancora ci insegna la vita.

martedì 4 agosto 2009

La strada che ha fatto l'America - 1

ROUTE 66, ISTANTANEE DA UN PAESE IN MOVIMENTO
di Marco Tarozzi

ANGEL, IL GUARDIANO DELLA STRADA
Seligman, Arizona, 2001


Angel il barbiere non si è mai spostato da questa piccola città nel cuore dell’America. Seligman, Arizona. Non ha avuto bisogno di partire per andare a conoscere il suo paese. Perché il suo paese è passato di qui, davanti a casa sua, mille e mille volte. Divorando la strada, sognando California prima per necessità e poi per senso di avventura.
La Route 66, strada madre d’America, fu inaugurata nel 1926. Angel, il barbiere di Seligman, ci nacque sopra un anno dopo, nel 1927. Aveva un anno quando gli passarono davanti quei pazzi che avevano accettato la sfida inaugurale, quella di correre a piedi da Los Angeles a Chicago e poi, finita la strada, allungare il viaggio fino al Madison di New York. Si chiamava "C.C. Pyle International Foot Race", ma la ribattezzarono "Bunion Derby". Un’immensa carovana di podisti e presunti tecnici al seguito, insieme a giornalisti, curiosi, imbonitori e venditori di unguenti per massaggi che insieme scoprivano una strada nuova di zecca e la possibilità di conquistare, chilometro dopo chilometro, guidando oltre, la loro terra.
Angel il barbiere, dicevamo. Di cognome fa Delgadillo, la sua famiglia è originaria del Messico. Ha vissuto affacciato sulla Strada. Ne ha vissuto i fasti e il declino. Ed è stato il primo a pensare di salvarla. Qualche anno dopo l’apertura della Interstate 40, che ha tagliato fuori dalla rotta degli americani le piccole città dell’altopiano, azzerandone gli affari e contribuendo alla nascita di centinaia di "ghost towns", Angel Delgadillo ha trovato l’idea vincente per tirare fuori dalle sabbie mobili dell’oblìo quella striscia d’asfalto lunga quasi quattromila chilometri a cui erano legati i ricordi di una vita, la sua e quella di milioni di americani. Ha fondato l’Historic Route 66 Foundation dell’Arizona, e il suo esempio è servito a comunità degli altri stati attraversati dalla Route (Illinois, Missouri, Kansas, Oklahoma, Texas, New Mexico e California), che hanno fatto altrettanto ridando vita e interesse turistico a luoghi altrimenti destinati a perdersi nella memoria. Oggi Delgadillo è per tuti semplicemente "The Guardian Angel", l’Angelo Guardiano della memoria di questo pezzo d’America. Ricorda perfettamente le tappe della caduta e della resurrezione.
"Ho due date in mente. Una tristissima, il 22 settembre 1978, quando Seligman fu ufficialmente bypassata dalla nuova Interstate. Alla gente piaceva l’idea di viaggiare più in fretta, anche Kingsman e Williams, qui vicino, furono dimenticate dalla nuova superstrada e la nostra comunità cominciò a morire. Fu un giorno tristissimo per tutti noi che eravamo cresciuti a contatto con l’America e col mondo grazie alla Route. L’altra data è il 18 febbraio del 1987. Quando noi di Seligman e delle città intorno ci siamo riuniti per ridare vita e voce alla vecchia strada dimenticata. E’ stato il giorno della rinascita. Lungo tutto il suo percorso la vecchia Route è diventata un museo vivo, colorato, ancora attivo, che racconta l’America di ieri e propone ritmi di vita più lenti, a misura d’uomo. I momenti più belli della mia vita sono stati, e sono, quelli in cui posso incontrare gente. Del mio paese e di tutto il mondo".
Angel Delgadillo ha smesso di tagliare barbe e capelli nel ’96. Il suo negozio, oggi, è un reliquiario che racconta ottant’anni di storia americana. Stipato di cartoline, gadgets, memorabilia, un modernariato che ancora ha la forza di un messaggio. Accanto ha costruito uno "store" che non è semplicemente un ritrovo per nostalgici. Chi passa da qui, sente di trovarsi nel cuore dell’America più vera e profonda. Lontano dagli stereotipi, dai rumori, dai dissapori della civiltà. Un mondo ancora rurale che è stato a lungo "il" mondo, l’America di passaggio e di frontiera.
"Mio padre era un macchinista della ferrovia di Santa Fe. Girò l’America e nel ’22 decise di fermarsi qui, a Seligman, reinventandosi un mestiere di barbiere. Quando sono nato, terzo di nove fratelli, la Route c’era già, ma ancora la terra battuta non aveva lasciato il posto all’asfalto"
Su quella striscia passò l’America della Grande Depressione, passarono gli Okies, i farmers disperati dell’Oklahoma che andavano a cercare lavoro e speranza sulla West Coast dopo le grandi tempeste di sabbia del ’34 (le Dust Bowles) che avevano distrutto i raccolti, passò l’America derelitta e dolente raccontata da Steinbeck in "Graps of Wrath". Angel e i suoi fratelli erano lì, sul bordo della strada maestra, testimoni del tempo e del dramma.
"Vedevamo quella gente arrivare, macchine piene di famiglie stanche e impolverate, con grappoli di bambini al seguito, taniche d’acqua e ruote di scorta sul tetto. Li segnavamo a dito, si sa quanto possono essere crudeli i ragazzini a volte. Eppure anche noi avevamo rischiato di levare le tende, in quegli anni. Eravamo poverissimi, e se i miei fratelli non avessero iniziato a fare qualche soldo suonando nei locali con la loro orchestrina familiare saremmo finiti anche noi sulla strada, portati chissà dove dalla Route".
Poi arrivò la guerra. E sulla rotta opposta a quella della disperazione, da Ovest verso Est, iniziarono a passare i convogli dell’America che dopo Pearl Harbour era finita dentro il grande conflitto.
"Ricordo tutti quei convogli che ci passavano davanti, cannoni e jeep e un’infinità di camions. E i soldati che si fermavano, scendevano dai treni per una sosta e camminavano per le strade di Seligman. Passeggiate quasi forzate. Il turismo, quello vero, arrivò dopo, e fu un boom. Tutta l’America si rimise in moto per scoprire sé stessa. I motel erano stipati, i negozi scintillavano e facevano affari d’oro. E io tagliavo i capelli dell’America. La gente si fermava per una, due notti, i nostri bambini giocavano accanto alla strada con quelli dei turisti di passaggio, c’era un infinito senso di amicizia, e la voglia di scambiarsi storie, esperienze, di raccontare e raccontarsi. Tutto finì con l’avvento della superstrada. Di colpo, sparimmo dalle cartine geografiche della fretta e dalla vita quotidiana dell’America. Ma io sapevo che la vecchia strada non poteva morire in quel modo. Oggi è tornata viva, in qualche modo più forte di prima. La gente ha riscoperto il suo passato, e ha voglia di capirlo. Chi viene qui mi racconta la stanchezza di vivere di corsa, e la voglia di trovare angoli della memoria come questo. I giovani tornano sulle orme dei padri e dei nonni che hanno scoperto "on the road" la loro terra. La Route 66 vive di nuovo, e noi con lei".

lunedì 27 luglio 2009

Ricordando il professor Pausch

Un anno (e due giorni) che se ne è andato Randy Pausch. Era nato nel 1960, come me. Ottobre 1960. Magari qualcuno se l’è dimenticato: è quel professore di informatica (insegnava all’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania) che più o meno un anno prima di morire, sapendo bene che il momento si stava avvicinando, organizzò una lezione alla Carnegie Mellon University e per circa un’ora parlò ai suoi studenti di futuro, di sogni, di prospettive. Di vita e non di morte. Meglio: del senso della vita.
Mi segnai qualcuna delle sue frasi. Le presi dai giornali che parlarono molto di lui in quei giorni. Cose come: “Quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirtelo, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore”. Di questi tempi, la sento molto mia.
E ancora: “Non perdete mai la capacità di stupirsi tipica dei bambini. È troppo importante. È quella a spingerci ad andare avanti, ad aiutare gli altri”. E la più secca, tagliente, perfetta: “Non lamentatevi. Lavorate più duramente. Non cedete. L’oro migliore è quello che giace in fondo ai barili di merda”.
Non le ho buttate, quelle frasi. So che poi nella vita c’è altro (lo vivo sulla mia pelle, ultimamente). Non sempre la fortuna aiuta gli audaci, non so se funziona sempre come disse quel giorno Pausch: “La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l’opportunità”. Ho visto troppe persone preparate lottare per ritagliarsi opportunità mai arrivate. Ma quel giorno (era il 18 settembre 2007), Pausch fu ironico, divertente, allegro, convincente. Tutto quello che non ti aspetti da uno che sta per andarsene. E non dimentico il titolo della sua “ultima lezione”: “Realizzate i vostri sogni d’infanzia”.
Oggi ho un figlio di un anno, che mi aiuta a riaccendere quei sogni, e la memoria di un’infanzia in bianco e nero. Oggi penso che comunque bisognerebbe affrontare la vita come Randy Pausch. E respirarla fino in fondo, qualunque cosa ci sia dietro l’angolo.

sabato 4 luglio 2009

I pugni dell'Indipendenza


“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei massimi. Sono nero e non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso, sono nero! E non permetterò mai che lo dimentichino”


4 luglio 1910. Giorno dell'Indipendenza. Di un'altra indipendenza. Il campione nero aveva già battuto il detentore dei massimi, un piccoletto di nome Tommy Burns. Ma perché l'America lo riconoscesse per quello che era, il Migliore, doveva battere il grande Jim Jeffries. Jim si era ritirato da tempo, e quando era in attività lo aveva sempre evitato. Ma stavolta lo avevano convinto. Borsa stratosferica, promesse di nuova gloria.
Ma Jim Jeffries, il gigantesco cowboy, era il passato. Il campione nero era il domani. Si chiamava Jack Johnson. Figlio di schiavi. Nato a Galveston, Texas, nel 1878. Cinque fratelli, vita misera. Ma un talento buono per farlo uscire da quella feccia. Texano, e di colore. Sapevano tutti che era il numero uno. Ma doveva dimostrarlo contro il cowboy. Lo fece, il 4 luglio 1910.
In America probirono la diffusione dei filmati di quell'incontro di Las Vegas. Gli spezzoni in cui si affermava il primo campione del mondo nero della storia della boxe. Tra i pesi massimi. Servì a poco, tutti sapevano.
Restò campione fino al 1915, cedette a Jess Willard, su un ring in esilio a Cuba, forse spinto anche da un sistema che lo faceva vivere da ricco, ma decisamente male. Visse da esule e quando rientrò in patria, nel 1920, finì anche in galera, per qualche tempo. La colpa: gli piacevano le donne bianche, ne aveva sposate tre di fila. Un affronto, per quell'America.
Uscì, visse di esibizioni, morì in un incidente stradale nel 1946. Roba rara, per l'epoca.
Intanto, aveva cambiato la storia. Nel giorno dell'Indipendenza.

domenica 28 giugno 2009

Ciao pà

Ciao papo.
Ormai è un anno e una decina di giorni. Mi manchi e volevo dirtelo. E fai sapere a ma che vale anche per lei, anche se è andata via da due. Una cosa che non vi ho detto: più passa il tempo e più amo quel vostro essere (essere stati) persone per bene, al di là e al di fuori di tutti gli schemi. Buoni, anche troppo. Che a volte penso che un po' di cattiveria in più, se me l'aveste insegnata, non mi avrebbe fatto male. A volte, però. Ma più spesso (quasi sempre) mi dico che così è stato meglio.
Non so dove sei, non so dove siete. Se mi vedete, restate nei paraggi. Ogni tanto, lo saprai, vado lassù al parco, e guardo il muretto accanto al parcheggio motorini. Di solito eri lì, seduto ad aspettarmi. Per l'appuntamento col nostro pranzo settimanale, poche parole e molta voglia di riscoprirci, da adulti forse mai cresciuti.
Non ti trovo mai.
Ci sei?

martedì 23 giugno 2009

Boris Vian, mezzo secolo dopo


MI PIACEREBBE

Mi piacerebbe
diventare un grande poeta
e la gente
mi metterebbe
serti di lauro sulla testa
ma ecco
non ho
abbastanza passione per i libri
e penso troppo a vivere
e penso troppo alla gente
per essere sempre contento
di non scrivere che vento

IL DISERTORE
Signor Presidente, le scrivo una lettera
che leggerà, forse, se avrà tempo.
Ho appena ricevuto la cartolina militare
per andare alla guerra entro mercoledì sera.
Signor Presidente, non voglio farlo
non sono sulla terra per uccidere povera gente.
Non per farvi arrabbiare, ma devo dirlo
ho preso la mia decisone: diserterò.
Dacchè sono nato ho visto partire i miei fratelli
ho visto morire mio padre e piangere i miei figli
mia madre ha tanto sofferto che è nella sua tomba
e se ne fotte delle bombe come se ne fotte dei vermi.
Quand’ero in prigionia hanno rubato la mia anima
hanno rubato la mia donna con tutto il mio passato.
Domani uscirò sbattendo la porta in faccia
agli anni morti: vivrò sulla via.
Mendicherò la vita sulle strade di Francia
dalla Bretagna alla Provenza
e dirò alla gente "Rifiutate d’obbedire,
non fatelo non andate in guerra,
rifiutate di morire".
Se si deve versare sangue vada a versare il Suo
caro "buon apostolo", signor Presidente.
Se mi fa perseguire avverta i suoi gendarmi
che non ho armi, e che possono sparare.

Boris Vian, Ville d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959

lunedì 15 giugno 2009

Peter Norman, il terzo uomo

Nella foto, quella foto storica che ha fatto il giro del mondo e in qualche modo ha cambiato il mondo, è il primo da sinistra. Guarda dritto davanti a sé, come se non si rendesse conto di quello che sta accadendo alle sue spalle. Invece lo sa benissimo. Quell’azione, quella protesta simbolica e di devastante impatto, lui l’ha capita, accettata, condivisa.
Il primo a sinistra, l’"altro" sul podio, il terzo uomo di quel momento indimenticabile si chiamava Peter Norman. Australiano, di Melbourne. Velocista di talento. Un campione. Quel giorno del 1968, a Città del Messico, nella finale dei 200 metri era uno dei più forti, ma nessuno pensava fosse più forte di Tommie Smith e John Carlos. Invece, riuscì a infilarsi tra i due. Vinse l’argento olimpico e si preparò a salire sul podio. Ben consapevole di quanto stava per accadere. Di più: partecipe. Smith e Carlos gli avevano spiegato quello che intendevano fare per tenere alta l’attenzione sull’ "Olympic Project for Human Rights". Lui, per rispetto, non fece gesti altrettanto eclatanti. Semplicemente, indossò la spilla dell’associazione per dire, senza parole, che condivideva quell’idea.
Smith e Carlos pagarono pesantemente, negli anni a seguire, quella protesta. Ma anche Norman non fu immune da critiche, boicottaggi, avversioni. Nondimeno, continò a impegnarsi per i diritti civili, uomo di sport ben consapevole che lo sport non è un’isola felice, ma è una voce che può sollevarsi contro i soprusi.
In quella foto c’è anche la storia di un’amicizia che il tempo non avrebbe più potuto cancellare. Quando, nel 2006, Peter Norman se ne è andato all’improvviso, quei suoi "compagni di podio" di trentotto anni prima hanno attraversato l’oceano per accompagnarlo nell’ultimo viaggio terreno. Perché anche quel giorno, in qulche modo, lui potesse sentirsi "uno dei tre".

Peter George Norman (Melbourne, 15 giugno 1942/Williamstown, 3 ottobre 2006)

lunedì 8 giugno 2009

Un bolognese a Stamford Bridge

Non sappiamo ancora e non possiamo dire dove arriverà Fabio Borini, nè che traccia lascerà sul mondo del calcio. Ma da alcune certezze possiamo partire. Le radici, prima di tutto. Una famiglia che respira sport da una vita, papà Roberto che frequentava i campi dell’atletica nei primi anni ‘80 e non ha ancora abbandonato quelli di calcetto, mamma Cinzia che ancora oggi è una delle più note maratonete bolognesi. Loro hanno acceso in Fabio e nella sorella Gloria, talento emergente dell’atletica, la luce della passione sportiva, ma hanno saputo gestirla con armonia e senza esaltazione. Con loro Marco De Marchi, che ha visto nel ragazzo le qualità del potenziale campione e da tempo lo rappresenta. Con onestà, chiarezza, competenza. Qualità che il Dema ha sempre mostrato, fin dai tempi in cui in campo scendeva lui.


Marco Tarozzi


Da Sala Bolognese allo Stamford Bridge. Viaggio lungo, se lo affronti a sedici anni, con la prospettiva di fare della passione un mestiere. È una storia di coraggio, quella di Fabio Borini, che ha ascoltato le sirene del Chelsea e ci ha messo un niente a decidere quale sarebbe stato il suo futuro.
«Il fatto è che il calcio inglese l’ho sempre amato, fin da bambino. Ho iniziato a tirare calci a un pallone che avevo quattro anni. A San Giovanni in Persiceto e poi a Longara, a Calderara e di nuovo a San Giovanni, nel Persiceto ‘85. In quegli anni ho provato anche con l’atletica, facevo mezzofondo. Ma il calcio era molto di più, per me. Poi è arrivata la chiamata del Bologna. Avevo dodici anni».
Ci sarebbe rimasto, in rossoblù?
«Sinceramente sì. Lì ho trovato tanti maestri, a cominciare da Stefano Roncassaglia, che sento spesso ancora oggi. Ma è andata così. Gli emissari del Chelsea sono arrivati fino a casa mia. Ho pensato a quegli stadi che vedevo in tv, a quel calcio che ho sempre amato. Quanto ci ho messo a decidere? Tre secondi, direi...»
Non dev’essere stata una passeggiata, all’inizio.
«Ho firmato nel luglio 2007. Sono arrivato là e non conoscevo una parola di inglese. Ma ero pieno d’entusiasmo, per me era tutto nuovo e bellissimo. E ho trovato Jacopo Sala, che era lì già da un mese. Ci siamo aiutati a vicenda. E comunque non siamo mai stati soli. Al Chelsea l’organizzazione è incredibile, c’è sempre qualcuno pronto a darti una mano. Non vogliono vederti in difficoltà, nè in campo nè fuori».
È per questo che le hanno anche insegnato a cucinare?
«Già. Funziona così: visto che molti di noi prima o poi vanno a vivere da soli, tra le attività collaterali la società ha proposto un corso di cucina, tenuto da grandi chef. Io mi sono iscritto. Adesso so cavarmela anche tra i fornelli».
Anche se a vivere da solo non ci è ancora andato.
«No, sono sempre a Cobham, presso la famiglia Carnes. Marito, moglie e tre figli. Non è come stare con papà e mamma, ma quella è diventata la mia seconda famiglia».
Cos’è Londra, per un ragazzo di appena diciotto anni?
«Un altro mondo a tre quarti d’ora di treno. Un crocevia di razze, di lingue, di mentalità. E cambia in continuazione. Se ci torni dopo una settimana, è già diversa da come l’avevi lasciata».
Nostalgia di casa, mai?

«Qualche volta, all’inizio. Ma i miei genitori non li ho mai sentiti distanti, e poi ero e sono concentrato sul mio lavoro».
Lavoro o passione?
«Entrambi. Però io ho un’idea precisa del professionismo, e da prima di arrivare al Chelsea: se vuoi fare strada devi essere un professionista anche fuori dal campo. Il mio fisico è il mio attrezzo di lavoro. Va curato, coltivato».
Ha trovato buoni maestri, lassù?
«Terry è un padre per tutti i giovani della squadra. È lì da una vita, una bandiera. E ha sempre una parola per i ragazzi, sa coinvolgerli. Ma non è mica l’unico. Ricordo i primi tempi in cui mi fermavo in campo per un supplemento di allenamento, e trovavo Drogba al mio fianco, a sudare con me e pronto a darmi consigli. C’è un rapporto amichevole tra quelli che giocano in prima squadra e gli altri».
Forse c’è anche un’altra mentalità.
«Un esempio: cammino per strada con un amico e incontro Joe Cole, tranquillo tra i tifosi. “Hi Fabio”, mi fa. “Hi Joe”, gli rispondo. Ma quello è Cole, dice il mio amico, meravigliato. Per me era normale. Ho la fortuna di avere come colleghi di lavoro dei campioni».
Sono tanti anche nelle giovanili.
«Gente che frequenta le Nazionali di mezzo mondo. Si impara, in un ambiente così».
Qualche idolo l’avrà avuto anche in Italia...
«Alex Del Piero. Un esempio anche nella vita. Quando il Dema mi ha portato a conoscerlo, prima di un Bologna-Juve in Serie B, ero così emozionato che ho scordato a casa la macchina fotografica con cui volevo immortalare il momento».
Si ricorda la prima partita con la maglia del Chelsea?
«Contro il Birmingham. Segnai subito un gol».
La più bella finora, aspettando altri momenti da incorniciare?
«Quella del novembre 2008 in Youth Cup: 2-3 in casa del Manchester. Ho segnato il terzo gol, e papà e Dema in tribuna si sono messi a urlare in mezzo ai tifosi locali. Hanno dovuto spiegare chi erano...»
Questo è stato un anno di svolta: nel campionato Riserve ha segnato 17 reti in 20 partite.
«Una buona stagione, ma devo ancora crescere. Per me anche gli allenamenti con la prima squadra sono un’occasione, come le grandi partite. Cerco di far vedere che ci sono. Bisogna cogliere l’attimo».
Adesso ci troverà Ancelotti, a dirigerli.
«Parleremo italiano, tra di noi. Ma in campo dovrò dimostrare quel che valgo anche a lui».La emozionano ancora, quegli stadi che sognava da bambino?«Ho superato il problema. Ma quando vedo quello di Wembley, le gambe tremano ancora...»

FABIO BORINI è nato a Bentivoglio il 29 marzo 1991. Ha giocato nelle giovanili del Bologna per cinque anni, prima di firmare nel luglio 2007 per il Chelsea, dove nell’ultima stagione ha giocato in Reserve League, segnando 17 reti in 20 partite

(l'Informazione, 6 giugno 2009)

sabato 30 maggio 2009

Brutta gente

Mettere tante divise
servire tanti padroni
scappare quasi sempre in posti sbagliati
recitare troppe preghiere
e vedere che intorno c'è sempre
c'è sempre troppa
una strana allegria
superbia piena di malinconia
degli uomini ubriachi in miniera.

E poi mercanti vestiti di lino
che non potranno mai capire
che non sapranno ascoltare
il canto delle osterie.

È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.
È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.

E dappertutto vedere
gente che guarda stupita
come mosche intontite
che non vedon neanche la torta
e conoscon solo la fretta
ma neanche un giorno di festa
E se c'è il vino bevon il vino
e se non c'è il vino, pazienza.

È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.
È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.

E un giorno, un giorno come un altro
credono di addormentarsi
senza capire che c'è sopra
c'è sopra un metro di terra

(Enzo Jannacci-Beppe Viola)

mercoledì 27 maggio 2009

Il talento di Lansdale

Il mio amico Francesco Caremani ha incontrato una di quelle persone che vorrei incontrare da tempo. Il texano Joe Lansdale, il papà corrosivo di Hap e Leonard, i detective più improvvisati, geniali, sfigati, avventurosi e inverosimili che mi sia mai capitato di incontrare nelle pagine di un romanzo. L'autore di "Mucho Mojo", "Il mambo degli Orsi", "Rumble Tumble", soprattutto (per me) di "La sottile linea scura" (qui Hap e Leo non c'entrano, ma lo leggo e rileggo, lo assaggio ormai anche a piccole sorsate). Joe il texano, tra gli americani che amo accanto a John Fante, a Thom Jones, a Cormac McCarthy (non solo "Non è un paese per vecchi", ma anche "Cavali selvaggi", "Città della Pianura"), a Richard Brautigan e ai vecchi maestri che non dimentico.
Bel colpo Francesco. E grazie per avermi dato il permesso di riportare l'intervista (da "Non è un paese per giovani", http://francescocaremani.blogspot.com/)



JOE LANSDALE

di Francesco Caremani

Tra Arezzo e Nacogdoches non c’è solo il west ma un oceano, distanza che Joe Lansdale, considerato il più grande scrittore contemporaneo, riempie con le sue parole e la sua presenza, una distanza che si perde nel suo sorriso selvaggio quando afferma: «Sono pagato per essere un bugiardo».Una frottola per chi si richiama continuamente alla realtà circostante, alla quotidianità e alle sue esperienze di vita per cavalcare le pagine dei propri romanzi, l’ultimo, “Sotto un cielo cremisi”, presentato in questi giorni in Italia.Libro che vale la pena solo per l’incipit: “Da un bel pezzo non mi sparava più nessuno, e negli ultimi due o tre mesi ero riuscito a conservarmi la testa tutta intera. Si trattava di una specie di record, e cominciavo già a sentirmi speciale”. Perché come dice Lansdale: «Non riesco proprio a lasciare stare questi due ragazzi. Ci ho provato ma loro tornano sempre indietro tirandomi le lenzuola e sussurrandomi: scrivimi, scrivimi...», considerando la saga di Hap e Leo la storia più divertente che abbia mai scritto.In Toscana, però, ce l’ha portato la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini, per concludere con un seminario di due giorni il modulo professionalizzante relativo al racconto e al romanzo, attraverso laboratori di scrittura creativa, che prima di Lansdale ha avuto come docenti i toscani Giampaolo Simi, Enzo Fileno Carabba e Marco Vichi. «Ho dei sentimenti contrastanti verso le scuole di scrittura – dice Lansdale, che tra le altre cose è docente di scrittura creativa alla Stephen F. Austin University – perché più che insegnare a scrivere possono aiutare chi ha già il talento dello scrittore. Attraverso questi corsi si può guidare chi ce l’ha, ma non si può creare dove non c’è. Senza dimenticare che il talento non basta per scrivere, serve anche volontà e il desiderio profondo di realizzare qualcosa oltre se stessi».
Joe Lansdale vive di scrittura, dentro e fuori di se, definendola la cosa che gli piace di più nella vita dopo la famiglia, ciò che ha reso la sua esistenza migliore, che gli ha dato un modo di esprimersi e anche delle risposte alle domande di un bambino che a nove anni scriveva già i suoi primi articoli per un giornale locale e che a undici ha imparato le arti marziali per difendersi.Un bambino che crescendo ha fatto tesoro delle proprie esperienze, per reinventarle e metterle in fila come pochi altri hanno saputo fare, per creare quello spartiacque che alcuni critici definiscono il prima e il dopo Lansdale. Il punto di non ritorno di una letteratura liquida che naviga tra generi diversi fino a creare ciò che oggi tutti riconoscono come uno stile unico: «La forma narrativa che utilizzo è un modo di rappresentare me stesso, un prolungamento di quello che io sono nella vita di tutti i giorni».
Questo è quello che racconta ai ragazzi che lo seguono, venerando e annotando ogni sua parola, a Villa Godiola, sopra le colline aretine accarezzate dall’acquedotto romano, una volta sede dell’università, che dal 13 al 18 giugno sarà il domicilio di Arezzo Festival, dove fra teatro e cinema, poesia, bambini e lettura ad alta voce la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini continuerà nel suo imperterrito intento di promuovere la narrazione, la scrittura e la letteratura. E Joe spiega, quanto e come lavora, come corregge, senza dimenticare la disciplina che ha imparato dalle arti marziali: «A undici anni mi servivano per difendermi, poi sono diventate un modo di vivere, insegnano concentrazione e osservanza, aiutano nella scrittura, senza chiedersi troppo il perché delle cose e del loro succedersi, senza anticiparle, senza togliergli quell’imprevedibilità che è il sale della vita e della scrittura».
Il suo volto e quello sguardo a trecentosessanta gradi sul mondo sono lo stemma del Texas, di quello stato mentale, di un luogo dove le persone pensavano di essere libere di reinventare se stesse, lasciarsi alle spalle il proprio passato e tutt’oggi credono sia possibile, dove la provincia non è quella piccola città, bastardo posto, da dove scappare, bensì il luogo che lo scrittore conosce meglio, ambientazione metaforica e mitologica dei romanzi di Lansdale perché vita vissuta in libertà, la stessa che lui utilizza nella scrittura, tra generi che sembrano diversi.Provincia come Arezzo, che Lansdale aveva già conosciuto e che terrà a mente per ambientare una delle sue prossime storie. Provincia come Firenze, spesso criticata come non luogo ad uso e consumo dei turisti, definizione che Joe rifiuta: «La cultura è un elemento che cambia nel tempo, è sempre in movimento, quindi non si possono trovare le stesse cose di quattrocento anni fa nello stesso luogo, troveremo per forza un’altra cultura, un’altra Firenze».Provincia che spesso i media considerano sinonimo di violenza, quella che Lansdale giudica un male necessario, qualcosa che dovrebbe essere evitato, finché possibile, ma che può rappresentare l’unica via d’uscita: «Non esistono posti senza violenza, quella quotidiana la troviamo in Italia come in Texas, ad Arezzo come a Nacogdoches».
Non c’è etica né morale nei suo racconti: «I miei personaggi sono duri perché sanno prendersi cura di se stessi, non solo fisicamente, ma nel senso che sanno come reagire, come affrontare i colpi bassi della vita per andare avanti».Con Lansdale, ha detto Valerio Evangelisti, si ha la sensazione di vivere un’esperienza anche nostra, repulsiva e affascinante, guidati dalla penna dura e potente di uno scrittore di razza: «Sì, in effetti sono una persona dura, probabilmente dipende dalle mie origini, e anche mia moglie lo è, così come i miei figli, ma duro non vuol dire essere meschino e crudele». Un libro e una sceneggiatura sono già pronti, ma Joe non dimentica la formazione pulp, il colore, l’azione, l’imprevisto e il paradosso di quel tipo di letteratura, così come i B-movie che ne hanno influenzato la scrittura, senza regole prestabilite, per raccontare l’oggi, liquido e violento.

venerdì 15 maggio 2009

Miro Ferrari, il "Fitzcarraldo" del Cerro Torre

Si chiamava Casimiro Ferrari. E’ stato il re del Cerro Torre, oscurato dalla ritrosia, dalla modestia innata e dalla figura imponente di Cesare Maestri, coi suoi ricordi di quella salita del 1959 in cui morì il grande Toni Egger, una conquista che ancora alimenta dubbi. Perché il Torre non si lascia conquistare facilmente oggi, e mezzo secolo fa, con le attrezzature di allora, era praticamente impossibile. Anche per un talento come Egger, anche per il numero uno delle Dolomiti, Maestri.
Così lascia intendere Reinhold Messner, nel libro "Grido di Pietra", pur partendo da una giovanile infatuazione per Maestri che tuttora, pur confutando la sua verità "assoluta", resta profondo rispetto. Messner rivaluta Ferrari, che nel ’74 fu, assicura, il primo vero conquistatore del Cerro Torre, con la spedizione dei Ragni di Lecco.
Di Cesarino avevo sentito parlare, ne avevo letto. Ma scavando nella sua storia unica, spigolosa, affascinante di uomo innamorato della Patagonia, ho recuperato quella che forse è l’ultima, o una delle ultime, interviste. Del 2000. Cesarino Ferrari se ne è andato nel 2006, consumato da un male che, dicevano i medici, avrebbe dovuto annientarlo molti anni prima. Ma lui seppe sorprendere anche loro, andando oltre i limiti della stessa vita.


Un italiano il guardiano delle Ande
Ferrari, l' alpinista lecchese
ha mollato tutto per vivere
da "eremita" in Patagonia

di Costantino Muscau

PROVINCIA DI SANTA CRUZ, PATAGONIA (Argentina) – "Il lavoro mi dava da vivere; l' alpinismo e la Patagonia mi facevano vivere. Per questo, quando mi è stato possibile, ho venduto la mia fabbrichetta di fil di ferro a Lecco, ho lasciato a Ballabio i vecchi genitori, i tre fratelli, i due figli, ormai grandi, e me ne sono venuto qui in Patagonia, per il resto dei miei giorni. Anni fa mia moglie mi domandò: Ma tu vuoi più bene alla tua famiglia o alle montagne? A tutte e due allo stesso modo, risposi. Mi sbagliavo: alla fine hanno vinto le vette. Tanto che mia moglie è a Lecco, dove ha chiesto il divorzio, e io sono qui, da cinque anni. Con qualche rimorso, ma senza rimpianti".
Dalle Prealpi orobiche alle Ande australi per realizzare un sogno dell' infanzia: trovare se stesso in spazi senza limiti e terre senza padroni. Ha trovato spazi e terre, forse anche la pace che cercava: vive solitario in un' estancia (fattoria) di 26 mila ettari, fra 600 pecore, decine di mucche, cavalli, guanachi e galline immersa in una provincia grande due terzi l' Italia, con una densità di popolazione tra le più basse della terra (0,7 abitanti per km quadrato).E’ una storia d' amore avventurosa, tenera e lacerante quella di Casimiro Ferrari. Di un amore folle, da Fitzcarraldo della verticalità, nutrito per le cime più tempestose del mondo e realizzato dopo 35 anni di un "adulterio" vissuto palesemente. Casimiro Ferrari, 60 anni il 18 giugno, cavaliere della Repubblica dal 1977 per meriti alpinistici, "Miro" per gli amici, "El patagonico", o "El condor italiano" per gli argentini, è lo scalatore leader dell' alpinismo lecchese degli anni ' 70-' 80 e quello che più di ogni altro ha segnato la storia dell' "andinismo patagonico". A buon diritto.
"Su quelle pareti ho bivaccato per 182 giorni e 182 notti. Come dimenticare i 17 giorni che ho impiegato per vincere la direttissima di 1450 metri del Fitz Roy?", mormora Casimiro. Gli occhi dello scalatore fissano l' arco andino la cui maestosità ammira ogni mattina dalla sua estancia "Punta del lago", così chiamata perché sorge nelle vicinanze del bacino glaciale Viedma. Il suo indice punta una per una quelle poderose strutture granitiche al confine tra Argentina e Cile, che battute da venti sui 200 km orari, Casimiro ha conquistato con scalate entrate nella leggenda: dal Cerro Torre (1974) al Mermot (' 94).
E' stato ed è un mito vivente, Miro, ma mai si è inebriato di gloria a causa del carattere schivo e chiuso. Solo oggi, da poco in pensione per problemi di salute, a 15 mila chilometri dall' Italia, a 3000 da Buenos Aires, apre la cassaforte di sentimenti e spiega le ragioni del cuore: "Sì, lo so, la massa non mi conosce, ma l' importante è che l' alpinismo mondiale conosca le mie imprese, non me. Venni da queste parti la prima volta con Carlo Mauri nel 1965. Fu il classico colpo di fulmine. Sono eternamente grato al povero Mauri (morto nel 1982, ndr). Per riconoscenza, sulle rive del lago Viedma, nel punto in cui si fermò la prima volta prima di "assaltare le Ande", ho aperto un rifugio a suo nome".
Quel rifugio, in questi giorni, mentre l' estate australe volge al termine, è meta di scalatori, amanti del trekking, saccopelisti, pescatori che hanno saputo di Casimiro grazie a un incredibile passaparola diffusosi con il vento che spazza la Patagonia. Casimiro, infatti, fa dell' agriturismo, più per amore che per denaro (spesso si vergogna di chiedere i soldi dell' ospitalità concessa, fra le proteste della sua collaboratrice argentina, la signora Ana Rojo): "E' un modo per far amare questi posti ad amici, vengono in tanti da Lecco a darmi una mano, e a non amici. La Patagonia e le sue montagne rappresentano tutto per me. Qui ho scoperto il mio valore. Una volta, anni fa, andai a Cervia, sulla spiaggia affollata. Provai orrore e sgomento, mi sentii solo "dentro". Invece, nelle pareti di granito e di ghiaccio raggiungevo la libertà fisica e interiore. Dino Buzzati mi rimproverò di pensare solo a me stesso. Ho conosciuto Buzzati perché era amico di Carlo Mauri a cui una volta dette una mano, in incognito, a scrivere sulla Domenica del Corriere il racconto di una scalata fallita. Con il ricavato di quell' articolo Mauri mi regalò la Fiat 500. "Devi imparare - mi riprese Buzzati, che spesso veniva con noi sulla Grigna - a trasmettere qualcosa agli altri e non a fare solo ciò che ti piace. Vedi: le mie passioni vere sono le escursioni in montagna e la pittura. E invece mi tocca di fare il giornalista...". "Ma io non avevo gli strumenti per farlo - conclude Miro - ho solo la V elementare e non ho letto i libri di Bruce Chatwin o di Sepulveda che vedo in mano ai turisti. Io la Patagonia la leggo direttamente, a modo mio, come fanno gli scrittori. Da quelle vette dove sono rimasto appeso come un pipistrello per 182 giorni e 182 notti, i miei occhi hanno visto cose che il mio cuore non può dimenticare".

IL PERSONAGGIO Da operaio a scalatore nei "Ragni di Lecco" Casimiro Ferrari è nato a Ballabio, in provincia di Como, il 18 giugno 1940. Ha cominciato a lavorare come operaio, ma ben presto si è dedicato anima e corpo all' alpinismo. A 18 anni è entrato a far parte della gloriosa squadra di alpinisti "Ragni di Lecco", a 21 nel gruppo accademico del Cai. Dal ' 74 Casimiro ha operato quasi sempre in Patagonia. Nel ' 72 Cesare Maestri, dopo diversi e drammatici tentativi, era riuscito a sfiorare la vetta del Cerro Torre, ma la sua impresa è contestata ancora oggi. Nel ' 74 l' ascensione è stata compiuta da Ferrari, con i Ragni di Lecco, e Ferrari è considerato il vero conquistatore della montagna andina.

venerdì 1 maggio 2009

Maggio (Primo di)


Il lavoro? Ancora non lo so.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? Ti ho detto, non so niente.
E allora? Allora non lo so,
non lo so, non lo so, non lo so,
non lo so, non lo so.

Ti ho portato qualche cosa che ti piacerà,
ecco il giornale e un pacchetto di sigarette
e dietro a me c'è una sorpresa,
un ospite, un nuovo inquilino:
c'è la mia ombra che chiede asilo
perchè purtroppo anche stavolta
devo dirti che è andata male.

Ma non è successo niente, non è successo niente,
fai finta di niente, non è successo niente,
accendi una sigaretta, chiudi la finestra
e spogliati...
Io ti porto a nuotare,
ti faccio vedere la schiuma bianca del mare,
niente suoni, io e te soli
io e te soli, io e te soli.
Ricordi quel mattino? Quando sono venuto a prenderti
per andare a sposarci e quando siamo entrati in
quell'ufficio... tu mi hai detto "ma dove mi hai portato?",
Ho detto "eh... ti ho portato qui per sposarti" e tu
ridevi, poi a poco a poco sei diventata seria e poi
piangevi e io ridevo... ti ricordi quel mattino?

È come questo, ti amo come allora.
Facciamo l'amore, facciamo l'amore,
facciamo l'amore...
non parlare, non chiedere spiegazioni,
non mi creare complicazioni,
non è cambiato niente, provvederò,
ma domani è domenica e ti porto a nuotare
fino a mezzanotte.

Il lavoro? Ancora non so niente.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? E allora non lo so.
E allora? Ti ripeto, non so niente,
non so niente, non lo so, non lo so,
non
lo
so.

Piero Ciampi

lunedì 20 aprile 2009

Terra promessa, terre promesse

Corriamo, accorriamo, soccorriamo. E poi dimentichiamo in fretta. Forse è normale, è la vita: rimuovere, a volte anche per esorcizzare. Lasciando chi ha perso tutto in balia di sé stesso, del destino. E delle promesse non mantenute. Succederà anche questa volta, anche con l'Abruzzo? Magari no, ma di sicuro lì è già successo. Dopo il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò come mai prima, ne dopo, in Italia: XI grado della scala Mercalli, 29mila vittime su una popolazione, nelle zone colpite, di circa 120mila. Avezzano letteralmente rasa al suolo, con 10.700 scomparsi. Paesi come Sora, Castelliri, Isola Liri, danneggiati irreparabilmente. Il sospetto, anche allora, che l'uomo avesse avuto una bella parte di colpa, svuotando il lago Fucino per sviluppare l'economia locale. L'inadeguatezza dei soccorsi, in un'Italia che già annusava un clima di guerra (ci sarebbe entrata ufficialmente quattro mesi più tardi). Don Orione che si occupava degli orfani. E le promesse. Tante, quasi tutte non mantenute.
Lorenzo Salvia, sul Corriere della Sera, ha viaggiato tra le baracche del 1915. Esistono ancora, tra cinque anni avranno un secolo. Dovevano essere provvisorie, ci abitano ancora oggi quattromila persone. I figli, i nipoti di quella gente colpita dalla natura e dimenticata dagli uomini.


Lorenzo Salvia


BALSORANO (L’Aquila) – Niente riscaldamento, niente gabinetto, niente pavimento, la luce quella sì, ma una sola lampadina per un totale di metri quadri 32. Ai genitori di Rosa Margani dissero di portare pazienza, perché quella sarebbe stata una sistemazione provvisoria. Giusto il tempo di ricostruire la loro casa, buttata giù dal terremoto che nel 1915, qui nella Marsica, fece trentamila morti. È passato quasi un secolo ma la signora Rosa, 82 anni, è ancora qui, dentro queste due stanze buie ed umide vicino al castello di Balsorano. Non è la sola. Sono quattromila le persone che in Abruzzo vivono ancora nelle cosiddette casette asismiche, i rifugi costruiti per gli sfollati del terremoto di un secolo fa. Asismiche cioè sicure (per l’epoca) perché ad un solo piano e con il tetto in travi di legno. E provvisorie, anzi «baracche realizzate a titolo precario» come assicurava il decreto firmato l’11 febbraio 1915 dal Re Vittorio Emanuele III.
COME UN ACCAMPAMENTO - Certo, nel corso degli anni molte baracche sono state demolite, quasi sempre sostituite da case popolari. Ma dei circa diecimila esemplari costruiti tra il 1916 e il 1920 ne restano in piedi ancora 1.066 sparsi in 38 comuni, da Avezzano a Balsorano passando per tutta la Conca del Fucino. Tetto spiovente, muri sottili di mattoncini, struttura a castrum romano con le due strade principali che si incrociano al centro, l’immagine è proprio quella di un accampamento. Qualcuno, capendo che la provvisorietà era solo teorica, negli anni ha sistemato le cose ricavando almeno un bagno. Come la signora Angela De Meis che un anno fa ha trasformato la sua baracca di Capistrello in un appartamentino vero e proprio. «Ho messo i termosifoni e adesso vorrei comprare pure la parabola» dice, mentre aspetta di scolare la pasta. La sua vicina di casa, la signora Letizia, si accontenta di una stufa a legna che non ha l’aria di essere proprio a norma. Ma spesso le condizioni sono quelle di un secolo fa e quasi sempre a viverci sono persone anziane.
«NON PENSAVO DI FINIRE A VIVERE COSÌ» - Come il signor Andrea Venditti, 71 anni, tornato nella sua baracca di Balsorano, dopo 30 anni passati a fare il cuoco in Inghilterra: «Davvero non pensavo di finire a vivere così, ma con 500 euro al mese di pensione cosa devo fare?». Ecco, le baracche di un secolo fa almeno sono economiche. Tre euro al mese per ogni stanza, il tutto da pagare al comune. Una somma che non basta a coprire nemmeno per gli interventi urgenti di manutenzione. «Noi le vorremo abbattere – dice Gino Capoccitti, vice sindaco di Balsorano – ma la gente che ci vive dentro dove la mandiamo?». Sono almeno 40 anni che se ne parla. Inutilmente. Nel 1971 per iniziativa del senatore Giuseppe Fracassi, che proprio in una delle casette asismiche era nato, venne approvata la "legge per lo sbaraccamento". Abbattimento di tutte le casette, sostituzione con edilizia popolare e spazi verdi. Cosa buona e giusta ma rimasta sulla carta perché la legge non è mai stata finanziata davvero. Servirebbero 50 milioni di euro per riqualificare tutte le 1.066 baracche ancora in piedi.
L'ULTIMO STANZIAMENTO E L'ARRESTO DI DEL TURCO - L’ultimo stanziamento, 800 mila euro, era allo studio della giunta regionale quando l’arresto del presidente Ottaviano Del Turco, meno di un anno fa, ha travolto tutto. «Questa gente è costretta a campare in condizioni da terzo mondo», allarga le braccia Marco Riccardi, segretario della federazione marsicana di Rifondazione comunista. Come la signora Rosa, che non dimentica quella promessa fatta ai suoi genitori: questione di mesi, poi avrete la vostra casa. Era un secolo fa.
(Corriere della Sera)

domenica 12 aprile 2009

Easter

A n'e so
Invìci mè
l'è un po' ch'a pràigh, ad nòta,
quant a m svégg, ch'a so lè, ch'a n'arcàp sònn,
l'è la vciaia? a n'é so, l'è la paéura?
A pràigh, e u m pèr 'd sintéi, a n'é so,
cmè ch'a n fóss da par mè, a n'é so, cmè che,
l'è robi ch'l'è fadéiga, a déggh acsè,
mo a n'é so gnénch s'a i cràid o s'a n'i cràid.
Raffaello Baldini

Non lo so
Invece io è un po' che prego, di notte / quando mi sveglio, che sono lì, che non riprendo sonno / è la vecchiaia? non lo so, è la paura? / prego, e mi pare di sentire dentro, non lo so, / come se non fossi solo, non so, come se, / sono cose che è difficile, dico così, / ma non so nemmeno se ci credo o non ci credo

venerdì 10 aprile 2009

Dopo


SCIACALLI E CANI

Massimo Gramellini, "La Stampa", 9 aprile


Una Mitsubishi bianca si aggirava ieri per le strade di Sora, lindo comune ciociaro che plebiscitò Andreotti per mezzo secolo, invitando col megafono la popolazione a lasciare le case in previsione di una scossa imminente. Fra i tanti episodi di sciacallaggio che ogni tragedia trascina con sé, questo mi ha colpito per la sua gratuità. In fondo, il tizio che su Facebook ha suggerito di versare gli aiuti sul proprio conto corrente, spacciandolo per quello della Protezione Civile, era animato da una deprecabile ma diffusa volontà di speculare sui sentimenti del prossimo. Anche gli zingari che si sono mescolati agli sfollati negli alberghi del litorale agivano sulla spinta di un interesse pratico. E il Telegiornale che ha sciorinato i dati di ascolto - come se aumentare o strappare alla concorrenza gli spettatori sulla scia di una tragedia fosse un merito professionale da sbandierare - sacrificava il buon gusto sull’altare di quel Dio Auditel con il quale è costretto a misurarsi chiunque faccia televisione. Ma quale necessità può avere spinto un gruppo di persone a salire su una jeep per seminare il panico fra i concittadini? Definirli nichilisti sarebbe fuorviante. Cattivi, un complimento. Sono vili. Così spaventati dalla morte vista in tv da doverla subito esorcizzare con un gesto assolutamente stupido e crudele. Nessuno pretende che imitino gli umani di cui in queste ore vediamo brillare la solidarietà. Basterebbe che prendessero esempio dai cani che si aggirano fra le macerie in cerca dei padroni: senza paura di morire, ma con negli occhi il terrore di non poter amare più.

venerdì 3 aprile 2009

Le parole di Alberto Masala





E finalmente Alberto Masala, poeta di canto e di parole sparse nel vento, ha affidato alla carta trent'anni di lavoro, di passione, di sofferta e gioiosa ricerca, di sentimenti dimenticati (dai più) e dissepolti, resuscitati, ravvivati, riaccesi.
E se la poesia, la vita, l'urlo potente di Alberto è affidato soprattutto alla voce, alla tradizione orale così cara ai suoi luoghi, alla sua terra, è bello vedere fissate sulle pagine del suo “Alfabeto di strade” tutto quello che in questi anni ci ha cantato, ammonendoci con le sue pacate eppure solide, profonde verità.
La poesia non ha cambiato il mondo, purtroppo. Ma è un angolo da cui il mondo si può guardare con lucida saggezza, separandone le infinite brutture dalle rare bellezze. Con la consapevolezza che sempre convivranno, e con la certezza di non essere mai, comunque, soli.
La poesia non ha cambiato il mondo. Ma lo sa raccontare con autorevolezza, con dignità, con coerenza. Nelle parole cantate di Alberto Masala, poeta nel profondo dell'anima, c'è lo scudo lieve con cui difendersi dal grigiore, dal degrado delle idee e delle azioni, dal livellamento delle persone e dei pensieri. C'è il carattere forte di chi non vuol soccombere alla banalità. Portando avanti la sua parola, a qualunque costo.
ALFABETO DI STRADE (e altre vite)
Alberto Masala – Ed. Il Maestrale




Rassegna stampa

Ma come cazzo sciopera un poeta?
rompe le penne? le chiude nel cassetto?
straccia la carta? smette di pensare?
smette di suggerirti le poesie
oppure sogna senza dar notizie?

non s'innamora più... stramangia... dorme
tranquillamente... chiude il labirinto
dove i suoi ospiti lascia giocare...
scende dai gran puntidivista e più
non guarda per non vedere in alto...

diventa ricco... invecchia... accetta
di fare l'assessore alla cultura...
respinge il bere... non scopa... non si droga...
e, soprattutto, rifiuta di morire?
(Alberto Masala, 1991)