lunedì 20 aprile 2009

Terra promessa, terre promesse

Corriamo, accorriamo, soccorriamo. E poi dimentichiamo in fretta. Forse è normale, è la vita: rimuovere, a volte anche per esorcizzare. Lasciando chi ha perso tutto in balia di sé stesso, del destino. E delle promesse non mantenute. Succederà anche questa volta, anche con l'Abruzzo? Magari no, ma di sicuro lì è già successo. Dopo il 13 gennaio 1915, quando la terra tremò come mai prima, ne dopo, in Italia: XI grado della scala Mercalli, 29mila vittime su una popolazione, nelle zone colpite, di circa 120mila. Avezzano letteralmente rasa al suolo, con 10.700 scomparsi. Paesi come Sora, Castelliri, Isola Liri, danneggiati irreparabilmente. Il sospetto, anche allora, che l'uomo avesse avuto una bella parte di colpa, svuotando il lago Fucino per sviluppare l'economia locale. L'inadeguatezza dei soccorsi, in un'Italia che già annusava un clima di guerra (ci sarebbe entrata ufficialmente quattro mesi più tardi). Don Orione che si occupava degli orfani. E le promesse. Tante, quasi tutte non mantenute.
Lorenzo Salvia, sul Corriere della Sera, ha viaggiato tra le baracche del 1915. Esistono ancora, tra cinque anni avranno un secolo. Dovevano essere provvisorie, ci abitano ancora oggi quattromila persone. I figli, i nipoti di quella gente colpita dalla natura e dimenticata dagli uomini.


Lorenzo Salvia


BALSORANO (L’Aquila) – Niente riscaldamento, niente gabinetto, niente pavimento, la luce quella sì, ma una sola lampadina per un totale di metri quadri 32. Ai genitori di Rosa Margani dissero di portare pazienza, perché quella sarebbe stata una sistemazione provvisoria. Giusto il tempo di ricostruire la loro casa, buttata giù dal terremoto che nel 1915, qui nella Marsica, fece trentamila morti. È passato quasi un secolo ma la signora Rosa, 82 anni, è ancora qui, dentro queste due stanze buie ed umide vicino al castello di Balsorano. Non è la sola. Sono quattromila le persone che in Abruzzo vivono ancora nelle cosiddette casette asismiche, i rifugi costruiti per gli sfollati del terremoto di un secolo fa. Asismiche cioè sicure (per l’epoca) perché ad un solo piano e con il tetto in travi di legno. E provvisorie, anzi «baracche realizzate a titolo precario» come assicurava il decreto firmato l’11 febbraio 1915 dal Re Vittorio Emanuele III.
COME UN ACCAMPAMENTO - Certo, nel corso degli anni molte baracche sono state demolite, quasi sempre sostituite da case popolari. Ma dei circa diecimila esemplari costruiti tra il 1916 e il 1920 ne restano in piedi ancora 1.066 sparsi in 38 comuni, da Avezzano a Balsorano passando per tutta la Conca del Fucino. Tetto spiovente, muri sottili di mattoncini, struttura a castrum romano con le due strade principali che si incrociano al centro, l’immagine è proprio quella di un accampamento. Qualcuno, capendo che la provvisorietà era solo teorica, negli anni ha sistemato le cose ricavando almeno un bagno. Come la signora Angela De Meis che un anno fa ha trasformato la sua baracca di Capistrello in un appartamentino vero e proprio. «Ho messo i termosifoni e adesso vorrei comprare pure la parabola» dice, mentre aspetta di scolare la pasta. La sua vicina di casa, la signora Letizia, si accontenta di una stufa a legna che non ha l’aria di essere proprio a norma. Ma spesso le condizioni sono quelle di un secolo fa e quasi sempre a viverci sono persone anziane.
«NON PENSAVO DI FINIRE A VIVERE COSÌ» - Come il signor Andrea Venditti, 71 anni, tornato nella sua baracca di Balsorano, dopo 30 anni passati a fare il cuoco in Inghilterra: «Davvero non pensavo di finire a vivere così, ma con 500 euro al mese di pensione cosa devo fare?». Ecco, le baracche di un secolo fa almeno sono economiche. Tre euro al mese per ogni stanza, il tutto da pagare al comune. Una somma che non basta a coprire nemmeno per gli interventi urgenti di manutenzione. «Noi le vorremo abbattere – dice Gino Capoccitti, vice sindaco di Balsorano – ma la gente che ci vive dentro dove la mandiamo?». Sono almeno 40 anni che se ne parla. Inutilmente. Nel 1971 per iniziativa del senatore Giuseppe Fracassi, che proprio in una delle casette asismiche era nato, venne approvata la "legge per lo sbaraccamento". Abbattimento di tutte le casette, sostituzione con edilizia popolare e spazi verdi. Cosa buona e giusta ma rimasta sulla carta perché la legge non è mai stata finanziata davvero. Servirebbero 50 milioni di euro per riqualificare tutte le 1.066 baracche ancora in piedi.
L'ULTIMO STANZIAMENTO E L'ARRESTO DI DEL TURCO - L’ultimo stanziamento, 800 mila euro, era allo studio della giunta regionale quando l’arresto del presidente Ottaviano Del Turco, meno di un anno fa, ha travolto tutto. «Questa gente è costretta a campare in condizioni da terzo mondo», allarga le braccia Marco Riccardi, segretario della federazione marsicana di Rifondazione comunista. Come la signora Rosa, che non dimentica quella promessa fatta ai suoi genitori: questione di mesi, poi avrete la vostra casa. Era un secolo fa.
(Corriere della Sera)

domenica 12 aprile 2009

Easter

A n'e so
Invìci mè
l'è un po' ch'a pràigh, ad nòta,
quant a m svégg, ch'a so lè, ch'a n'arcàp sònn,
l'è la vciaia? a n'é so, l'è la paéura?
A pràigh, e u m pèr 'd sintéi, a n'é so,
cmè ch'a n fóss da par mè, a n'é so, cmè che,
l'è robi ch'l'è fadéiga, a déggh acsè,
mo a n'é so gnénch s'a i cràid o s'a n'i cràid.
Raffaello Baldini

Non lo so
Invece io è un po' che prego, di notte / quando mi sveglio, che sono lì, che non riprendo sonno / è la vecchiaia? non lo so, è la paura? / prego, e mi pare di sentire dentro, non lo so, / come se non fossi solo, non so, come se, / sono cose che è difficile, dico così, / ma non so nemmeno se ci credo o non ci credo

venerdì 10 aprile 2009

Dopo


SCIACALLI E CANI

Massimo Gramellini, "La Stampa", 9 aprile


Una Mitsubishi bianca si aggirava ieri per le strade di Sora, lindo comune ciociaro che plebiscitò Andreotti per mezzo secolo, invitando col megafono la popolazione a lasciare le case in previsione di una scossa imminente. Fra i tanti episodi di sciacallaggio che ogni tragedia trascina con sé, questo mi ha colpito per la sua gratuità. In fondo, il tizio che su Facebook ha suggerito di versare gli aiuti sul proprio conto corrente, spacciandolo per quello della Protezione Civile, era animato da una deprecabile ma diffusa volontà di speculare sui sentimenti del prossimo. Anche gli zingari che si sono mescolati agli sfollati negli alberghi del litorale agivano sulla spinta di un interesse pratico. E il Telegiornale che ha sciorinato i dati di ascolto - come se aumentare o strappare alla concorrenza gli spettatori sulla scia di una tragedia fosse un merito professionale da sbandierare - sacrificava il buon gusto sull’altare di quel Dio Auditel con il quale è costretto a misurarsi chiunque faccia televisione. Ma quale necessità può avere spinto un gruppo di persone a salire su una jeep per seminare il panico fra i concittadini? Definirli nichilisti sarebbe fuorviante. Cattivi, un complimento. Sono vili. Così spaventati dalla morte vista in tv da doverla subito esorcizzare con un gesto assolutamente stupido e crudele. Nessuno pretende che imitino gli umani di cui in queste ore vediamo brillare la solidarietà. Basterebbe che prendessero esempio dai cani che si aggirano fra le macerie in cerca dei padroni: senza paura di morire, ma con negli occhi il terrore di non poter amare più.

venerdì 3 aprile 2009

Le parole di Alberto Masala





E finalmente Alberto Masala, poeta di canto e di parole sparse nel vento, ha affidato alla carta trent'anni di lavoro, di passione, di sofferta e gioiosa ricerca, di sentimenti dimenticati (dai più) e dissepolti, resuscitati, ravvivati, riaccesi.
E se la poesia, la vita, l'urlo potente di Alberto è affidato soprattutto alla voce, alla tradizione orale così cara ai suoi luoghi, alla sua terra, è bello vedere fissate sulle pagine del suo “Alfabeto di strade” tutto quello che in questi anni ci ha cantato, ammonendoci con le sue pacate eppure solide, profonde verità.
La poesia non ha cambiato il mondo, purtroppo. Ma è un angolo da cui il mondo si può guardare con lucida saggezza, separandone le infinite brutture dalle rare bellezze. Con la consapevolezza che sempre convivranno, e con la certezza di non essere mai, comunque, soli.
La poesia non ha cambiato il mondo. Ma lo sa raccontare con autorevolezza, con dignità, con coerenza. Nelle parole cantate di Alberto Masala, poeta nel profondo dell'anima, c'è lo scudo lieve con cui difendersi dal grigiore, dal degrado delle idee e delle azioni, dal livellamento delle persone e dei pensieri. C'è il carattere forte di chi non vuol soccombere alla banalità. Portando avanti la sua parola, a qualunque costo.
ALFABETO DI STRADE (e altre vite)
Alberto Masala – Ed. Il Maestrale




Rassegna stampa

Ma come cazzo sciopera un poeta?
rompe le penne? le chiude nel cassetto?
straccia la carta? smette di pensare?
smette di suggerirti le poesie
oppure sogna senza dar notizie?

non s'innamora più... stramangia... dorme
tranquillamente... chiude il labirinto
dove i suoi ospiti lascia giocare...
scende dai gran puntidivista e più
non guarda per non vedere in alto...

diventa ricco... invecchia... accetta
di fare l'assessore alla cultura...
respinge il bere... non scopa... non si droga...
e, soprattutto, rifiuta di morire?
(Alberto Masala, 1991)