mercoledì 22 novembre 2017

Camera 3, letto 3




Un mondo nuovo. Un altro mondo. Quello che succede fuori scivola via, della vita che scorre arrivano soltanto frammenti, e non c’è il tempo per rifletterci. Qui c’è un mondo piccolo, una finestra che guarda sul solito angolo di cortile, e più in là appena pochi metri di portico. Via Albertoni: almeno ti sembra di capire dove ti trovi, ma non è precisa nemmeno quella sensazione.

Camera 3, letto 3. Anche la notte passata in Recovery Room eri lì a pochi passi, stesso piano e qualche decina di metri da percorrere, ma ti sembrava di essere chissà dove. Soffitto, finestra, infermiera del turno di notte. I richiami della pompa da infusione, uno strano senso di quiete. Poi quella che chiamano degenza, un viaggio minimo fatto di minime conquiste, che altri interessi non ci sono, adesso.

“Sei andato di corpo?” è la domanda delle sei del mattino. Il mantra della cacca. Lo chiedono a te e poi a Nicola, che sotto i ferri c’è stato il doppio, e ancora a Luigi. E poi ancora a te, nel giro seguente, e nell’altro ancora, come se tutti fossero interessati a quei tuoi brevi viaggi verso il cesso. Viaggi pieni di impedimenti: se ti alzi dal letto, ricordati di staccare la pompa, portati dietro tutti i fili, fai in modo che non si intreccino tra di loro. Fatti un elenco dei movimenti da mettere in fila, uno dopo l’altro, e cerca di non pisciarti addosso lungo il tragitto.

Camera 3, letto 3. Dove si lotta con gli sbalzi di umore, dove la distanza tra il crollo psicologico e la rinascita sta dentro una manciata di ore. Giovedì sera: non sai quando ti leveranno questa dannata CVC, non sai quando riprenderanno ad alimentarti, dopo tre giorni di digiuno, non sai se davvero queste ore in sala operatoria hanno risolto il problema. Nessuno fa vedere le sue carte, nessuna spiegazione. Si naviga a vista, marinaio… Venerdì mattina sei sempre in quel loop, e il cielo sopra Bologna è grigio da sembrare sporco. E invece, improvviso arriva un giro-visita che sembra una vincita alla lotteria. Via tutti quei cavi, una brodaglia al vago profumo di carne che non c’è cazzo di menu di Masterchef che abbia quel sapore. E la mousse di mela, anche, che fuori da qui non mangeresti nemmeno con una pistola puntata alla tempia. Sapore di rinascita, di ritorno. Eri all’ennesima curva, spingevi sui pedali col cuore scoppiato, stavi per mettere il piede a terra, quando dietro l’angolo hai visto la strada farsi pianeggiante, e poi infilarsi giù. In discesa. Eri al limite, hai scollinato. E non lodarti troppo, che non sai neppure il perché…

Camera 3, letto 3. Ascoltare le storie di Nick e Luigi con la voglia di ascoltarle, sorprendersi piacevolmente di questa sintonia, di questo cameratismo nato per caso e per bisogno, più profondo di legami convenzionali che durano da anni. Un rapporto che forse svanirà, un giorno, ma ora ti sembra in grado di reggere il peso degli anni, perché hai condiviso con persone che nemmeno conoscevi gli attimi più duri e delicati della tua esistenza. E allora adesso non possono più essere persone sconosciute. Hanno dentro un pezzo di te, e tu un pezzo di loro.

Fuori è sempre grigio da fare rabbia. La finestra ti regala come ogni mattina il solito angolo, dove ogni tanto passa qualcuno a gran ritmo, quasi di corsa. Forse in ritardo. Non riesci a capire, adesso, tutti questi ritardi e questa fretta che non dà il tempo di pensare. Gli stessi che ti affogavano, fino a poco tempo fa. Sarà perché tu sei arrivato puntuale a questo appuntamento. Né troppo presto, né troppo tardi. Al momento giusto, ed è stata la tua fortuna. Ancora, non darti troppi meriti: hai avuto culo, e stop.

Così adesso tutti quelli che corrono, là fuori, ti sembrano dannatamente fuori tempo. Marionette sgraziate, sfigurate dal peso dei giorni. Le guardi da lontano, da una finestra a cui non avresti mai pensato di doverti affacciare. Forse un giorno tornerai dentro quel frullatore, dove anime e sentimenti perdono colore e senso. Adesso non riesci a capirle, e non hai nessuna voglia di capirle. Sei in una stanza d’ospedale, ed è come se fossi sdraiato sull’erba di primavera a guardare il cielo. Bello pigro, senza niente altro da fare. Non ci sono domande, non ci sono risposte. Solo la tua inadeguatezza, che finalmente non chiede di essere capita, o compatita, o messa in discussione. Solo la voglia di accarezzare ancora un po’ questa vita. Che ha un sapore impareggiabile, anche adesso che è novembre.

giovedì 28 settembre 2017

Il futuro che indietreggia di fronte a noi





E mentre sedevo là a riflettere sul vecchio mondo sconosciuto, pensai alla meraviglia di Gatsby la prima volta che individuò la luce verde sul molo di Daisy. Aveva fatto molta strada per arrivare a questo prato azzurro, e il suo sogno gli doveva essere sembrato così vicino da non potergli più sfuggire. Non sapeva che l'aveva già alle spalle, da qualche parte nella vasta oscurità oltre la città, dove i campi bui della repubblica si stendevano nella notte. Gatsby credeva nella luce verde, al futuro sfrenato che anno dopo anno indietreggia di fronte a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa - domani correremo più forte, allungheremo ancora di più le braccia... e una mattina, all'improvviso...
Così remiamo, barche controcorrente, sospinti ancora senza sosta nel passato.



(Francis Scott Fitzgerald - "Il grande Gatsby")

 

mercoledì 6 settembre 2017

Un gran bel film


“Se ti dico che sono nato negli anni Sessanta, precisamente nel millenovecentosessanta?”.

Si ascoltò, mentre pronunciava quelle parole. Il solito timbro profondo, quello che dovrebbe trasmettere un senso di distratta saggezza. Di solito, funzionava. Lo faceva sembrare piuttosto orgoglioso di quell’età, del suo passato e di tutto quello che aveva visto, conquistato, inseguito e rubato lungo il cammino. Sogni svaniti, amori usati e ribaltati, certezze andate a puttane e tutto quanto. Gran bel viaggio, accidenti.
Lui lo sapeva che non era andata esattamente così. E quell’orgoglio era un bluff, gli serviva per giustificare tutte quelle strade sbagliate. La voce, poi. Da un po’ di tempo gli suonava più incerta. Il roccioso ragazzo dei favolosi Sixties. Balle. Il tempo gli correva via sempre più veloce, ecco come stavano le cose. E quanto avrebbe dato, accidenti, per essere alla pari, vent’anni di meno sulla schiena e chissenefrega di tutta quella esperienza, buona per collezionare fallimenti.
“Ecco perché le foto di quando correvo sono tutte in bianco e nero…”
Questa la buttava fuori quasi sempre, gli sembrava avesse l’effetto giusto. Doveva solo stare attento a non ripetersi con gente che l’aveva già sentita. Come quei vecchi attori d’avanspettacolo che hanno conosciuto tempi migliori, e calcano palchi squinternati di periferia ripetendo le solite battute svaporate negli anni, fingendo sempre di stupirsi come la prima volta. E’ una tattica, aveva sempre pensato. Aiuta a sentirsi vivi.

“Adesso forse sarebbe il caso di andare a ripararsi, non credi?”
Aveva ragione lei. Ma non le interessava di averne. Si assomigliavano, in questo. Avevano acceso il canale dei ricordi e non avevano fatto troppo caso alla pioggia, che si era fatta insistente.
“A me piace stare qui. Sai, il profumo dell’erba bagnata. L’odore di elettricità prima di un temporale. Te l’ho mai detto che in fondo sono irlandese? Della costa atlantica, a occhio e croce. Uscivo con il mio peschereccio verso il mare del Nord, andavo a contendermi quel po’ di acque pescose con gli islandesi, e poi a sputtanarmi tutto ad Annascaul, nel pub di Tom Crean, leggenda pura, grande esploratore e perfetto mescitore di birra scura”.
“Mi sa che ci hai dato dentro, allora. Anche coi sogni…”
“Giuro che è tutto vero, per la barba del rosmarino come direbbe Boris Vian. Per questo non giro mai con l’ombrello. Li odio, gli ombrelli. Nascondono il cielo alla vista”.
Lei sorrise. Si notava appena, sotto quel cappuccio. Si intuiva, però. A lui bastava anche intuirlo, un sorriso. Purché fosse sincero, e quello certamente lo era. Gli bastava immaginarlo. Ed era in quella fase in cui c’è bisogno di sorrisi. Capita sempre, prima o poi.
“A cosa stai pensando?”, gli chiese.
“Prima di tutto, che un acquazzone passa sempre, in un modo o nell’altro… Poi, non so. Mi chiedo perché mi sia venuto in mente il Bologna e la Serie B. Ne avevo altri, di ricordi legati al 1982. Per esempio, che quello è stato l’anno in cui si è spenta la luce. “The thrill is gone”, hai presente? Ecco, se avevo un qualche talento, nella corsa, lì l’ho davvero buttato. Ma adesso sto parlando un po’ troppo di me, non credi?”
“Te l’ho detto io di raccontare, no? O ti riesce meglio scriverle, queste cose?”
Gli sembrò che lo sfidasse. Si sentì meno forte. E non gli importava, in qualche modo voleva essere meno forte. Lo voleva da tempo, e mai come ora.
“Ci sono cose che non riesco neppure a scrivere. Storie personali, rapporti con le persone che ho amato, rabbie. I fantasmi dell’infanzia, di una famiglia divisa come poteva esserlo in quegli anni. Senza separazioni ufficiali, solo ognuno per la sua strada ma senza che venisse detto, e un figlio che giocava da solo in terrazza, contando le macchine che passavano in strada, catalogandole per marche, inventandosi tornei a eliminazione e scrivendo tutto su una montagna di quaderni a quadretti. E pensare che oggi sono tutto meno che uno statistico… E’ tutto lì, bloccato nella testa, pensavo che un giorno avrei elaborato tutto quanto e ci avrei scaricato un bel po’ di parole. E invece niente, inchiodato, e chissà… Il mio calvinismo del cazzo, il senso del dovere, delle regole da rispettare. Bella roba, se oggi non si fosse rovesciato il mondo”.
“Ti fa sentire fuori posto, essere così?”
“Sì. Sono sempre stato fuori posto. Anche quando tutto filava liscio. Ma poteva andare peggio, alla fine”.

La pioggia stava calando d’intensità. Dai cespugli, vicino agli orti, si alzava un vapore che sembrava fumo.
“Lo senti adesso? E’ l’odore del temporale in fuga. Dura un attimo, mentre il sole comincia a riaffacciarsi. E’ magico. Il più dolce dei profumi”.
Lei respirò forte quell’aria. Sembrava davvero una buona cosa. Camminava più svelta, adesso. “Devo tornare a casa, mi stanno aspettando. Vorrei che continuassi a raccontarli, quegli anni là. Mi incuriosiscono, dovevano essere pieni di speranza. Tu hai fatto il liceo nel ’77, no?”
“Ehi… sei niente male in matematica. Ho fatto il liceo nel ’77. E beh, anche dopo. Ho preso le botte in Cirenaica, ma solo perché loro erano quattro. Mangiavo nella stessa trattoria di Guccini, perché allora costava poco, non come adesso che ti pelano. Ma mi interessava più ascoltare Jimmy Villotti, pensa te. Ero innamorato della professoressa di inglese e l’ho fatta innamorare, o almeno credevo. Forse l’ho fatta solo divertire, lì mi sembra che non abbia finto. Ero un ragazzo che parlava poco, correva come un indemoniato e leggeva come un uomo. E i miei amici erano una banda di pazzi”.
“Deve essere stato un momento speciale, dovrai raccontarmi anche questo”.
“E’ stato un viaggio colorato. Ma il mondo non l’abbiamo cambiato, se vuoi saperlo. Te ne sarai accorta. Che anzi, è diventato anche peggio di quello che ci faceva schifo. Però mi sono divertito. Vivevo da solo, mi facevo le canne nella pipa perché accidenti se ho mai imparato a rollare… La casa era sempre piena di amici e quando andavano via loro arrivavano le ragazze. Portavo i capelli lunghi, correvo forte e ho amato una donna che correva forte. E il bello è che non parlavamo mai di corsa, nemmeno per un attimo. Mi sentivo pieno di idee. La fase creativa, hai presente? Lì è partito tutto. Ma non è stato poi così semplice, facevamo degli errori e quelli che hanno sbandato di più li ho persi per strada. Amici che non sono più tornati, cose così. Ti racconterò, sì. Ma devi andare ora. Approfitta del sole”.
Lei aveva ripreso a torturare quella ciocca. Il cappuccio non serviva più. Chissà perché, le venne spontaneo battergli un cinque. Lui scoppiò a ridere.
“Brava. Le faccio ancora queste cose, a dispetto degli anni”.
“Sei giovane dentro, insomma…”
La guardò, fingendo un malumore che non provava.
“E’ la seconda volta che mi fai sentire all’angolo. Ti riesce bene”.
“Mi dispiace. Non volevo ferirti…”
“A me non dispiace affatto”.
Sentiva ancora quel profumo di erba bagnata. Mentre lei pedalava via nel tramonto, si sentì in qualche modo più ricco. Non sapeva perché, di sicuro non gli importava saperlo. Aveva solo una gran voglia di chiudere gli occhi e riavvolgere la pellicola.
“Gran bel film”. Non gli uscì altro, in quell’attimo. Si sentì quasi inadeguato. Non pensava né al passato né al presente. Erano passato e presente che si mescolavano, come al solito gli ribaltavano il quieto vivere. “Davvero un gran bel film”.

lunedì 24 luglio 2017

Vent'anni dopo (ma Dumas non c'entra)



Facevo il collaboratore a Stadio. Con un contratto di quei tempi là, oggi inimmaginabile: fisso mensile, il basket quotidiano e giravo anche l’Emilia scrivendo articoli da inviato. Una collaborazione speciale, di quelle che non esistono più; ma del resto avevo lasciato lì un posto da segretario di redazione, quando si era trattato di spostarsi a Roma. E qui, sfaterei una leggenda metropolitana che ancora mi tiro dietro. Dice: “Eh, ma tu non volevi andarci a Roma…” Sbagliato. Io feci l’azzardo, mi proposi per la redazione. Ci sarei andato eccome. Negoziammo, mi offrirono questa soluzione e gli lasciai in cambio un lavoro sicuro da impiegato, seppur a stretto contatto con la redazione, per fare quello che avrei sempre voluto fare e che già in parte facevo. Ma questa è un’altra storia.
Insomma, un giorno di quattro anni dopo, è il 1998, mi telefona Marco Montanari, che io conoscevo da “graduato” del Guerino. Mi racconta di questa iniziativa editoriale chiamata "Calcio 2000" che ha alle spalle il numero 1 e in produzione il 2, e mi propone di provare con loro. In via Donnini, nel famoso negozio, tre vetrine e due ambienti. E mi ricordo un particolare. Marco mi fa: “Sinceramente, credevo che tu a Stadio fossi assunto. E ti dico: a Bologna c’è un’aria strana, pare che la gente non ami essere assunta. Mi ero ripromesso di non cercare più nessuno, su piazza. Ma da Giuliano Musi ho saputo che là sei un collaboratore, seppure fisso e storico. Insomma, se vuoi provare, questo è l’indirizzo e noi siamo qui”.
Provai. Mettendo in chiaro che avrei avuto piacere di continuare a collaborare con Stadio. Restai in ufficio due giorni, poi Marco mi fece un discorso chiaro, dei suoi. “Per quanto riguarda me e Carlo Chiesa, se vuoi spostare la tua roba nei cassetti di Europress, sei dei nostri”. Per dirla con Buscaglione: ho pensato, beh, son piaciuto…
Quattro anni incredibili, e quel gioiello di Calcio 2000. Con Marino Bartoletti, il direttore, che ho messo nella lista degli amici. Con la infinita conoscenza di Carlo Chiesa e spalla a spalla, ma mai in competizione, con quell’aretino di cui racconta Marco, Francesco Caremani, passione enorme e spessore morale di altri tempi. E il piccolo, allora, Luca Aquino, che crebbe in fretta. E Raffaele Rosa, el venexian. I mitici Chicco Bolognini e Jaures Villani, con cui ancora collaboro da direttore di un bimestrale che è un gioiellino. Il grande Marco Bugamelli, che ascoltava Marino e metteva subito su carta le sue idee, aggiungendo creatività alla creatività. Gente che mi ha dato fiducia. Penso alle 20-pagine-20 di intervista a RobyBaggio arrivato a Bologna, con lui e la Torre Eiffel in copertina, viatico a quella convocazione mondiale su cui nessuno avrebbe scommesso un anno prima. Al “Lui è meglio di me” coi fratelli Inzaghi, allo speciale sui sessant’anni di Dino Zoff, di cui temevo i silenzi considerando l’intervista telefonica e invece scoprii grande affabulatore, per oltre un’ora. E Nakata che dava risposte di tre minuti che per il traduttore diventavano tre secondi, misteri del giapponese. E Marcio Amoroso, ragazzo d'oro e talento incredibile. E Zenga a raccontarmi in Versilia la sua avventura nel "soccer" d'oltreoceano. Hubner, Veron, Djorkaeff... Oh, e Giovannino Stroppa che per me quanto a talento resta uno dei più grandi.
Poi, poi... le nottate a chiudere le pagine dell’album delle figurine. E i lavori “altri” di Europress, come l’Enciclopedia Panini nella quale mi occupai dei fatti del mondo, raccontati anno per anno, infilandoci naturalmente cose mie come “On the Road” di Kerouac, “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, il discorso di Martin Luther King, la nascita del mito di Alì e le sfide tra Agostini e Bergamonti.
E naturalmente c’era lui. Marco Montanari. Quello che mi ha insegnato non è nemmeno misurabile. Non solo giornalismo, sarebbe riduttivo. Perché ha anche provato a farmi diventare più scafato in un ambiente che già allora stava diventando più cinico, più stretto, spesso più cialtrone. Senza la scuola di Calcio 2000 non avrei potuto accettare senza alcun timore la sfida di curare le pagine sportive di un quotidiano, fino a diventarne caposervizio e poi vederlo morire ingiustamente, senza poter fare nulla per impedirlo. Senza Calcio 2000 non avrei affrontato gli anni del “Domani di Bologna” a testa alta, creando qualcosa che speravo non si perdesse così.
Tant’è. Comunque sia andata, comunque vada, devo essere felice di quegli anni. Di Calcio 2000 e di tutta quella gente. Bella gente davvero. Pensare che sono passati vent’anni mi stupisce sempre un po’.

giovedì 1 giugno 2017

Lì, dove sono nato





E un giorno mi mandarono al piano di sopra. A Stadio. Dove c’era Patrizio Zenobi, a coordinare tutto. Dove c’era Giorgio Comaschi, che una sera mi disse “Faccio “Chi ha visto Biancaneve” al Dehon, mi serve uno che coordini le luci dello spettacolo. Vieni tu?”, ma io pensavo soprattutto a  correre a quei tempi. Eppure è lì che iniziai a trovare una strada. Con le serate in tipografia, col proto e le pagine da comporre sui banconi, e i tagli da fare col cutter. Con i primi pezzetti siglati sul podismo, che scrivevo per Raffaele Zanni, che un giorno mi definì “una bella promessa dell’atletica bolognese ed emiliana” in un articolo sulla Casaglia-San Luca, e così era, peccato non aver insistito anche solo per dargli ragione. Con l’offerta di Vittorio Piccioli, qualche anno dopo, che mi aprì le porte della segreteria di redazione. Che fu la prima, nel ’94, ad essere smantellata. Avevo un posto già riservato a Roma, ma mi sentivo maturo per fare quello strano salto e restai, per continuare a scriverne e a parlarne da Bologna, di tutto quello sport che mi scivolava intorno. Insieme a tutti quei ragazzi, perché eravamo ragazzi allora: Giuliano Riva, Roberto Zanni, Alessandra Giardini, Andrea Malaguti, tutti partiti da lì.


Ci passava tutto da Bologna, allora. Ci ho visto passare tutto quello che volevo. Golden Asta in piazza, Notte delle Stelle dell’atletica, Jonah Lomu, Gelindo Bordin sulle rampe di Casaglia. E poi le piccole grandi trasferte che mi confermavano la fiducia di chi mi ci mandava. I rumori “rubati” a Maranello, un giorno a capire più a fondo Minardi e la sua filosofia di vita, i tricolori d’atletica in Riviera, un po’ di Serie B, la Coppa Placci e il Giro di Romagna, la maratona nella terra di Dorando, le giornate che non finivano mai al Motor Show. E quel grande basket sotto casa, a raccontare campioni che in gran parte sono rimasti amici, ed è la cosa più bella.
Tutto quello che è successo dopo, a Calcio 2000 e al Domani, dentro i libri e forse anche oggi alla Virtus, è nato al secondo piano di via Tosarelli. Il poco che ho fatto crescere dopo, l’ho piantato lì.

Tutto finisce. E’ finito anche questo mio mestiere, per come l’ho imparato, con tutta la sua etica e i suoi maestri, e per come ho provato a metterlo in pratica. E’ finito, ieri, il mio Stadio. Ci ho vissuto quindici anni, imparando qualcosa che se anche non vale più, mi resta dentro.
L’ho già vissuta, la chiusura di qualcosa in cui credevo fino a metterci tutto me stesso. Non so nemmeno se l’ho somatizzata come speravo. Ogni tanto ritorna come un incubo. Non ho soluzioni o risposte, se non la certezza che restare curiosi e continuare a prenderla seriamente, questa professione ormai in mano a tutti, può servire a vedere ancora qualcosa all’orizzonte. Fosse anche un miraggio.



mercoledì 24 maggio 2017

La quarta dimensione





Quando sei bambino impari che ci sono tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità. Come in una scatola da scarpe. Più tardi capisci che c’è una quarta dimensione. Il tempo.


(Paterson, Jim Jarmush)



mercoledì 10 maggio 2017

Il mare dentro la stanza



Che di questo hai bisogno. Uno sguardo da perdere all’orizzonte, fin dove può arrivare, cercando altre terre anche se non le vedi. Perché ogni mondo ha le sue pareti, ma è bello pensarle lontane e infinite. In mezzo, spazio per mille storie da vivere.

«…il mare a Trieste è un lato della stanza, ti alzi al mattino e sai dov'è, stai dove stai e sai che c'è. (…) A Trieste si fa il bagno in centro città (…) e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada (…) fare dieci passi e toccare l'acqua".(Mauro Covacich)


domenica 12 febbraio 2017

Un tempo nuovo




Ma tu tienila vicino al cuore
questa faccia che si ruga
Sembra non aver pudore
questo tempo che la fruga

Adesso sono stanco
e non mi va di camminare;
bello sul tuo grembo
fermarsi a riposare…


-----
C’è un tempo nuovo che avanza,
raccogli la tua vita
che sto venendo a prenderti,
fa conto sia una gita,
che ce ne andiamo lontano
in braccio al futuro,
come spauriti profughi
che saltano il muro.


(Piero Marras)

giovedì 19 gennaio 2017

Riprendersi la vita


L’essere umano vive in città ma mangia senza fame e beve senza sete, si stanca senza che il corpo fatichi, rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai. È un essere imprigionato in una prigione senza confini. Alcuni esseri umani però, a volte, hanno bisogno di riprendersi le proprie vite, di ritrovare una strada maestra. Non tutti ci provano e pochi ci riescono
Walter Bonatti, Ayers Rock, Australia, 1969