sabato 21 giugno 2008

Ciao pà

Ciao pà.
E' stato un viaggio bellissimo e avrei voluto non finisse mai.
Avevo ancora tante cose da dirti, fatti trovare perché non smetterò di parlarti.
Grazie di tutto.
Tuo figlio

mercoledì 18 giugno 2008

Fotografie riemerse

La memoria richiama
immagini improvvise – inattese
ora tenui ora nitide
Una discesa in slittino
appena fuori Rastignano
dove non c’erano case
ancora
né strade
e sembrava – nella neve –
ai miei occhi di bimbo
un mondo lontano
inarrivabile

O il rumore della macchina
che arrivava nella sera
in certe estati al mare
in quella riviera per bambini
e mamme solitarie
E io sentivo
che era proprio quella macchina
- la più attesa -
che arrivava
nella sera

O cose più vicine
L’appuntamento fisso
del mercoledì
tra i compagni antichi
dell’Arci - il nostro
ristorante esclusivo
per parlare di niente
per dirci tutto quello
che già sapevamo
che sappiamo da sempre

Che siamo stessa pianta
stessa vita
stessi sguardi curiosi
stesse scelte stessi
infiniti errori
Che anche nei silenzi
tutto è detto
e non può proprio uscirci
la parola
meglio di così

A Giuliano, perché continui a lottare

sabato 14 giugno 2008

C'è un uomo in cielo


Incredibile come un omino così piccolo (“piccino picciò”, mi avrebbe cantilenato la nonna...) sappia riempire una casa (intesa come “home”, non come “house”). Grazie a Matteo, che ancora non capisce il senso delle canzoncine di papà (che peraltro le inventa sul momento), ma già elargisce i primi sorrisi tra uno sbadiglio e un “grugno”, ho riaperto una vecchia edizione originale (la mia, di bambino) delle leggendarie “Filastrocche in Cielo e in Terra” di Gianni Rodari. Riscoprendo la genialità di un maestro. Di scuola e non solo: di vita, di civiltà, di lettere.
Le “favole a rovescio”, per dire:


Alla Formica
Chiedo scusa alla favola antica/se non mi piace l'avara formica./Io sto dalla parte della cicala/che il suo bel canto non vende, regala.
Il giornale dei gatti
I gatti hanno un giornale/con tutte le novità/e sull'ultima pagina/la “Piccola Pubblicità” // “Cercasi casa comoda/con poltrone fuori moda/non si accettano bambini/perché tirano la coda....”


O lo spettacolare salvataggio spaziale dell'idraulico di Paderno...

Un uomo in cielo
In rotta per Aldebaran/la vedetta gridò/ - Capitano, un uomo in cielo!/L'astronave si fermò/Fu ripescato il naufrago:/era un giovane idraulico/di Paderno Dugnano/caduto all'insù/dal balcone del terzo piano/in una notte di luna/per il peso della testa/troppo gonfia di sogni/Gli facemmo gran festa/rispose a ogni domanda/Dopo cena il nostromo/gli cedette la sua branda


Una volta esisteva (lo so, l'ho vissuto da bimbo) un mondo dove si cadeva all'insù per il peso dei sogni nella testa. E c'erano astronavi dello spazio col nostromo...
Quando lo racconterò a mio figlio, mi guarderà con un'occhiata di pacifica comprensione e mi chiederà i Gormiti.

lunedì 9 giugno 2008

Matteo che colora la vita


Matteo ha scelto di arrivare molto presto di mattina.

Cambierà la mia esistenza, la nostra esistenza, giorno dopo giorno.

Cercherò di spiegargli tutto quello che da una vita credo di comprendere.

Farò esperimenti da padre, passi fuori tempo, gesti d'amore.

Un giorno lui prenderà tutto questo, lo appallottolerà e inizierà a volare con le sue ali.

E io spero di essere lì a guardarlo, spero di essere lì a capirlo fino in fondo.

Spero che qualcosa, di questa nostra strada che già stiamo affrontando insieme, gli resti nel cuore.

domenica 8 giugno 2008

Sulla strada (di nuovo)


Irrequietezza? Forse. E il fatto che il tempo del viaggio è lontano, e mi manca il cammino. La strada. Quella che ho cercato nei libri, non solo "nel libro". Quella che ho attraversato negli anni, in cento posti, sempre diversa e sempre preziosa. Parole e immagini e musica e battito del cuore. Due galloni nel serbatoio e quel cartello che dice "niente benzina per le prossime 80 miglia". In folle. Rollin' & Tumblin'.


All’alba il mio autobus stava filando attraverso il deserto: Indio, Blythe, Salomè (dove lei danzò); le grandi aride distese che portano alle montagne del Messico verso sud. Poi girammo a nord fino alle montagne dell’Arizona. Flagstaff, paesi su precipizi… Nella notte d’inchiostro attraversammo il New Mexico. Nell’alba grigia fummo a Dalhart, nel Texas. Nel desolato pomeriggio domenicale percorremmo le cittadine della pianura dell’Oklahoma l’una dopo l’altra. Al cader della notte arrivammo nel Kansas. Stavo tornando a casa in ottobre. Tutti tornano a casa in ottobre.
Jack Kerouac – Sulla strada

Il giorno dell’equinozio spuntò grigio e quieto, un mattino stranamente immobile, né primavera né inverno, quasi una pausa nel ciclo delle stagioni. Siccome le cose vanno a modo loro, la mia partenza all’alba divenne man mano una partenza in tarda mattinata e poi una partenza di pomeriggio. Finalmente mi arrampicai al posto di guida e abbassai il finestrino per dare un ultimo sguardo all’appartamento che avevo in affitto. Da un olmo ormai morto, usato ogni anno dai falchi per la cova, mi giunse l’acuto pigolìo dell’ultima nidiata in cerca di cibo. Accesi il motore. Fra una stagione, pensai, al mio ritorno – sempre che ci fosse un ritorno – quei piccoli avranno già preso il volo dal nido.
William Least Heat-Moon – Strade blu

Che cos’è quella sensazione quando ci si allontana dalle persone e loro restano indietro sulla pianura finché le si vede appena come macchioline che si disperdono? E’ il mondo troppo vasto che ci sovrasta, ed è l’addio. Ma noi puntiamo avanti verso la prossima pazzesca avventura sotto i cieli.
Jack Kerouac – Sulla strada

Mi alzai e mi rimisi in cammino. Ero intorpidito dal freddo, ma continuavo a sudare. A oriente il grigio del cielo si illuminò, assumendo una sfumatura rosata e poi più rossa, finché la palla di fuoco sorse da dietro le colline nerastre. Una suprema indifferenza ricopriva il deserto e l’eterno rinnovarsi dell’alba.
John Fante – Chiedi alla polvere

I bambini, raggomitolati come batuffoli, dormivano sulla paglia sparsa nei carri. Avevano i capelli pieni di polvere e le dita sporche e appiccicose. La polvere si diperdeva verso i campi e la luce del tramonto la inondava di mille colori. La strada principale di Winesburg era affollata di gente, nei negozi e sui marciapiedi. Scendeva la notte, i cavalli nitrivano, i commessi avevano un maledetto daffare, i bambini si perdevano e piangevano disperatamente, e tutto un paese americano si agitava terribilmente allo scopo di divertirsi.
Sherwood Anderson – Racconti dell’Ohio

Quella notte dormì dentro un tubo di cemento sul bordo dell’Interstate, dove stavano facendo dei lavori. Un grosso camion Euclid giallo era fermo in mezzo al fango, e i nudi bianchi pilastri di cemento di un cavalcavia che yagliava l’autostrada in direzione est-ovest svettavano al di là del camion e descrivevano una breve curva, stretti gli uni agli altri senza frontone o capitello, come le rovine di un antico tempio stagliate nel crepuscolo.
Cormac McCarthy – Città di confine
E Gene del Mississippi cominciò a cantare una canzone. La cantò con voce melodiosa, tranquilla, con l’accento della sua terra, ed era semplice, solo così: “La mia ragazza ha solo sedici anni – è dolce e piccolina – per quanto tu t’affanni – non puoi trovarne una più carina”, ripetendolo insieme ad altre strofe messe a caso, tutte che dicevano quanto fosse andato lontano e come desiderasse tornare da colei che aveva perduta.
Io dissi: “Gene, non ho mai sentito una canzone più bella”.
“E’ la più dolce che conosca”, rispose con un sorriso.
“Spero che lei arrivi dove sta andando, e che sia felice quando arriverà”.
“Io me la cavo sempre e tiro avanti in un modo o nell’altro”.
Jack Kerouac – Sulla strada

Mi fermo davanti alla stazione dei pullman, dentro guardo le persone che aspettano e penso a tutti i posti in cui stanno per andare. Ma so che non riusciranno a scappare o che non sarà una sbornia che li tirerà fuori di lì, o che non sarà la morte a liberarli di tutto. E’ sempre lì, basta che guardi qualcuno e ti danno un’occhiata come fossi l’ira di Dio. Mi giro verso il molo, cammino per vedere se magari il Del mar è arrivato in anticipo.
Breece D’J Pancake - Trilobiti

mercoledì 4 giugno 2008

Caro Maestro


L'appuntamento sarebbe per oggi. 4 giugno 2008. Però Matteo non sembra aver intenzione di uscire, almeno per il momento. Lì dove sta, cullato dentro un mondo ancora sconosciuto (solo sensazioni di luci e ombre, musiche e suoni ovattati) evidentemente si trova benissimo. Aspettiamo.

Intanto, preso da mille domande simili (immagino) a quelle di qualunque potenziale genitore, ho un flash sulla mia prima educazione. Mamma e televisione. Proprio così, televisione, ma così diversa e distante da quella di oggi, non solo per evidenti motivi anagrafici.
Era una scatola a volte magica da cui uscivano anche programmi non frettolosi, superficiali, sciatti, volgarmente vuoti come quelli di oggi. A mettere insieme le parole io ho imparato con "Non è mai troppo tardi", la trasmissione del maestro Alberto Manzi. Fu un esperimento didattico meraviglioso, e naturalmente era rivolto agli adulti. Televisione scolastica nuova di zecca, innovativa nell'organizzazione e nel linguaggio. L'Unesco e l'Onu la premiarono come uno dei migliori programmi televisivi al mondo per la lotta all'analfabetismo. A me servì per incominciare: "Non è mai troppo presto"...

Ho mantenuto vivo il ricordo di Alberto Manzi, dai tempi di quelle immagini in bianco e nero. Negli anni ho scoperto che quel "maestro buono" è stato molto di più. Educatore nelle carceri minorili nell'immediato dopoguerra. Laureato in biologia, nel 1955 approdò in Sudamerica per studiare un tipo di formica della foresta amazzonica, e lì scoprì invece la condizione dei contadini analfabeti, sfruttati, privati dei diritti. Tornò anno dopo anno in Perù e Bolivia, per insegnare a leggere e scrivere agli indios, fino a diventare un "sovversivo", e quindi un "indesiderato", per i potenti locali. Innovatore nella scuola, dove curava la formazione dei concetti attraverso la pratica e l'esperienza: nel '75 decise di non "classificare" i suoi alunni, perché "classificare significa impedire un armonioso sviluppo intelettivo". "Le ho provate tutte per cercare di trasformare questa benedetta scuola, nel rispetto del bambino, perché questo è il punto fondamentale".
Prima di andarsene a soli 73 anni, nel '97, fu per tre anni sindaco di Pitigliano, nel cuore antico della Maremma interna, quella che guarda il mare da lontano, dalla collina. Educatore anche su quella poltrona: "Occupare una posizione di comando è un'opportunità per essere utili, non uno squillo di tromba sulla propria presunzione".

"Non è mai troppo tardi": quarant'anni dopo, sarebbe bello che mio figlio accendesse la tv e ci trovasse dentro uno così.

lunedì 2 giugno 2008

Bentornati in Paradiso (dedicata a Ezio)


Festa allo stadio, festa per le vie del centro, festa in piazza. Bologna ha ritrovato la passione per un calcio da Serie A, e pubblico da grandi occasioni. E, come scrive oggi Bruno Bartolozzi nel suo corsivo su Stadio-Corsport, anche una tifoseria nuova ed eterogenea: "La serie A dei nuovi tifosi rossoblù. Rumeni, moldavi, russi, magrebini. Non avranno la tessera di tribuna platino, ma in strada c’erano. Sciarpa in collo, o semplicemente sorriso sul volto. E insospettata emozione". Uniti nella festa. Se è un sogno, lasciatelo frullare nelle nostre menti ancora un po’. Sorrisi per un giorno, applausi per un giorno. La gioia di ritrovarsi insieme, di essere comunità in festa, che il calcio (quello bello, quello pulito, quello che non deraglia) sa ancora regalare, forse. In un giorno di emozioni, le impressioni che ho raccolto ripassando mentalmente le fotografie di una stagione di rinascita. Le dedico a un grande mai abbastanza amato, mai abbastanza risarcito. Ieri, nel giorno della A ritrovata, festeggiava i 71 anni Ezio Pascutti. Friulano generoso, scontroso, spigoloso in campo. Ha regalato alla causa rossoblù 130 reti, le sue ginocchia, la sua grinta. Bologna gli ha dato in cambio molto meno di quello che lui ha dato a tre generazioni di tifosi: sogni, passione, felicità. Siamo sempre in debito, Ezio.

Il Bologna risorge per la terza volta. La prima, vent'anni fa giusti giusti. La seconda: 2 giugno del '96: cross di Doni e Giorgino Bresciani a fare quello che sembrava ormai impossibile, gol al Chievo al minuto 94, per giunta di testa.
Ieri, il ritorno, davanti a un Dall’Ara finalmente stipato come non succedeva da una vita, davanti a un Pisa più o meno coscientemente vittima sacrificale. Ma non è questo il punto: per due volte le cadute erano state l’epilogo di campionati scellerati e fallimentari. L’ultima no: del 18 giugno 2005 si può dire che quello spareggio col Parma il Bologna avrebbe dovuto cercare di evitarlo, ma nessuno può negare, alla luce di quello che si è capito scoperchiando il pentolone olezzante di Calciopoli, che tre anni fa questa società fosse stata gettata colpevolmente al piano di sotto.
Il Bologna torna nel Paradiso del calcio con Alfredo Cazzola, al suo terzo tentativo dopo due annate difficili, in cui tante cose non hanno girato come avrebbero dovuto, o come il presidente immaginava dovessero girare: anche lui ha capito in fretta cosa significhi sgomitare nel fango della cadetteria. Che fosse uno di carattere si sapeva: pensava di metterci meno tempo, questo è sicuro, ma anche dagli errori passati ha imparato in fretta. Quest'anno è partito da nuove certezze e alcune scommesse.
Tra queste ultime, certamente Marazzina. Ricordate le parole di Cazzola, a fine estate 2007? "L’anno scorso Massimo ha fatto undici reti giocando meno di tre mesi, ha fatto tanta panchina senza un motivo preciso. Ripartiremo da lui". Non solo. Il nuovo Bologna è ripartito da Daniele Arrigoni, tecnico il cui lavoro non è solo nelle frasi ad effetto di "Ogni maledetta domenica". Quelle più importanti lui le aveva pronunciate all'inizio. Parlando chiaro, dicendo che era qui per la Serie A e avrebbe considerato qualunque altro risultato un fallimento. Dando l'esempio per ricavarne condotte esemplari. La sua truppa ha sofferto, ha fatto soffrire, a volte ha anche giocato male, come succede in Serie B. Ha vinto sfide in altri tempi già perse, e anche questo conta. Ha raggiunto il traguardo sporcandosi le mani, alzando la testa nel fango. Appena tre settimane prima dell’epilogo felice, dopo la caduta di Grosseto, qualcuno chiedeva la testa del timoniere soltanto perché c’era il rischio concreto di giocarsela ai playoff. Oggi gli farebbero una statua equestre. La sua forza è stata quella di aver sempre tenuto il gruppo in equilibrio, lontano dagli entusiasmi estremi e dalle improvvise depressioni.
Il gruppo, appunto. Quello giusto per risalire, questa volta, e dopo un paio di annate in cui i meccanismi non erano scattati. I reduci dalle ultime stagioni sbagliate erano quelli che avevano ancora qualcosa da dire, da dimostrare. Che avevano una rivincita da prendersi. Aggiungere a questo nucleo storico uomini altrettanto determinati non è stato semplice. Ha funzionato, e da questo mix di esperienza e voglia di arrivare è nata la splendida annata che ora andremo a rileggerci una, dieci, cento volte, come si fa con tutto quello che è nella storia.
Il Bologna torna in A appena prima di entrare nell’esclusivo club delle centenarie del nostro calcio, e anche questo ci appare come un fantastico disegno del destino. Ci torna con trentacinquemila tifosi al Dall’Ara, anche se a sentirsi orgogliosi prima di tutti devono essere i dodicimila che l’hanno seguito dall’inizio della cavalcata. Tant’è, onore ai primi e agli ultimi, che ora diventano un patrimonio necessario per frequentare le ribalte più nobili. Erano all’ultimo appuntamento, la sfida finale col Pisa. Quello con la gloria, perché davvero si potesse dire che questa è una città da Serie A. Certo, ci sono rapporti da ricostruire. Cazzola non ha mai nascosto quello che pensa di chi amministra la città, meno che mai in questa occasione. Si è tolto macigni dalle scarpe. Non ha commentato ("ma al’italiana, non all’inglese") l’assenza del sindaco. Un silenzio gridato, il suo. Per il bene di tutti, bisognerà parlarsi. In qualche modo venirsi incontro. Lo vuole una città che oggi ha di nuovo il calcio che merita.
Intanto, già si comincia a discutere del dopo. Cazzola e Menarini ci diranno dove li porta il cuore, americani e anglosvizzeri probabilmente si scambieranno fendenti. Domani. Adesso è il tempo della festa, e che duri tanto, come merita una società che ha aspettato molto più a lungo, dopo essere caduta dalla A non per demeriti ma per colpe altrui. L'anno prossimo sarà di nuovo grande calcio, e certe sfide ad alta quota saranno il più bel regalo per questa splendida centenaria.