sabato 30 giugno 2018

Definitivo




"Tu sei un uomo profondissimo. Che si lascia scavare da tutto , con delle domande pesanti come macigni, con un bisogno di pace talmente grande che la cerchi anche sotto i sassi.

E non la trovi. O quando pensi di trovarla non ti basta mai, non ti basta più perché tutto ti porta più in là. La tua storia ti porta a metterti sempre in discussione e a sentirti in colpa quando fai qualcosa che riguarda te

Hai bisogno di essere tenuto. Gestito. Davvero educato. Ma lasciato libero allo stesso tempo

E hai bisogno di qualcuno che parli come te. Perché solo così forse rallenti questa incessante ricerca di tutto".

giovedì 28 giugno 2018

Il paese dentro la città

Cirenaica, ancora. Qualcosa di diverso. Un villaggio piantato lì, in mezzo alla città. Con i suoi confini, che per me restano indelebili. Da una parte e dall’altra di via Libia. Il passaggio a livello della Veneta da una parte, il ponte sulla ferrovia grande dall’altra, che di là sfiora il vecchio campo Savena e ti butta dritto in piazza Mickiewicz, spalancandoti davanti la zona della Fiera. Poi, certo, ci sono le vie di fuga. Bentivogli, per saltare il passaggio a livello col cavalcavia; Paolo Fabbri come un’uscita secondaria; Barontini, con le sue storie di solitudine e sonni provvisori.

Cirenaica, ogni volta. Un mondo altro, con i suoi ritmi lenti, la sua gente invecchiata, quella venuta da fuori a creare un melting pot di razze, umori, espressioni della parola e del viso. Uomini e donne che non si conoscono e neppure si sfiorano, altrove. Che qui fanno comunità, che lo vogliano o no. Perché ogni volta che valicano quei confini, perdono identità e si smarriscono nel mondo fuori. Nella città, che è uguale a sé stessa in ogni angolo, fuori da qui. E allora, hanno bisogno di tornare indietro. Sempre.




Cirenaica. Tutta una vita. La prima volta, arrivando da quel passaggio a livello. Era la linea 22, che non c’è più. L’autobus giallorosso mi scaricava in Massarenti, quasi davanti a Wolf, e infilavo via Libia fino alle Giordani. I tempi delle scuole medie, i primi viaggi da solo fatti per entrare qui, in questo paese. Incontrando quasi ogni giorno Settecappotti, che andava con la sua bicicletta verso chissà quale Nessundove. I primi sentieri da imboccare, storie americane ispirate da una insegnante così unica e così avanti, e con quel nome che suonava cantilena, Marcella Caudarella, per cui non basterebbe un oceano di ringraziamenti. Dopo, il Copernico. Via Regnoli, la presa di coscienza, la casa del Maestrone in via Paolo Fabbri 43, i tavoli di Vito e il cameriere che invecchia con la faccia da bambino, la fornaia nell’angolo, le botte nell’angolo perché, lo diceva proprio il guru lì a due passi, “gli anarchici li han sempre bastonati”. Le prime passioni, gli amori in piedi dietro il giardino, la musica, Andy J che generosamente spiegava l’armonica, le paure, Enrico e i suoi Confusional Quartet, la politica, Aldo Moro nella R4 così vicino e così lontano, i carri armati a meno di un chilometro, i sampietrini e i baci insipidi senza gioia.

Cirenaica, allora e adesso. Un amore mancato, uno perduto. Il primo amore al limite, deviato, sporco, subìto. Che poi, nemmeno era amore. L’altro che viveva lì molto prima che entrasse nella mia vita, e allora il gioco è ritrovare – dopo – i suoi luoghi del cuore. Le bevute nascoste al Jolly, che di posti così non ne esistono quasi più. Ramòn e le sue mille e mille fotografie di corsa. Vite negli angoli, ai margini, di taglio. I giardini della scuola, anche ora. La piscina del Villaggio, per imparare il nuoto e il mio corpo, prima che me lo insegnasse qualcuno. L’ospedale a due passi, dove ho visto l’ultima volta mio nonno, in ritardo, dove si è consumato mio padre, dove ho deragliato e ripreso la strada, ma quando sono uscito ero un altro. Ed è finita che mi sono rituffato lì. Per farmi rivedere. Per dire “ci sono ancora” in un posto che conosco più di quanto non immaginassi, che mi conosce da sempre.







martedì 26 giugno 2018

La canzone dei vecchi amanti


Certo ci fu qualche tempesta,
Vent'anni è amare alla follia;

Mille volte dicesti basta,
Mille volte me ne andai via.
Ma ogni cosa si ricorda
In questa stanza senza culla:
I lampi dei vecchi contrasti…
Non c'era più una cosa giusta,
Avevi perso il tuo calore,
E io la febbre di conquista.

Oh, mio amore,
Mio dolce, mio meraviglioso amore,
Dall'alba chiara finché il giorno muore,
Io t'amo ancora sai, ti amo.

So tutto delle tue magie
E tu della mia intimità.
Sapevo delle tue bugie
E tu delle mie tristi viltà.
So che hai avuto degli amanti,
Bisogna pur tirare avanti,
Bisogna pur che il corpo esulti.
Ma c'è voluto tanto cuore
Per riuscirci ad invecchiare
Senza mai diventare adulti.

Oh, mio amore,
Mio dolce, mio meraviglioso amore,
Dall'alba chiara finché il giorno muore
Io t'amo ancora, sai, ti amo.

E più ci fanno guardia d'onore,
Più gli anni angosciano la via.
Ma c'è forse un male peggiore
Che amarsi con monotonia?
Ora piangi con meno zelo,
Io mi scateno molto dopo,
Non abbiamo quasi più misteri.
Lasciamo un po' il settimo cielo,
Scendiamo a patti con la terra,
Però è la stessa dolce guerra.

Jacques Brel

(trad. Duilio Del Prete)

lunedì 11 giugno 2018

Salutissimi!

…e poi spengo, mi ha stufato, la televisione, non trovo mai, sono sempre quelle cose, facciamo un bell’applauso, e tutti che battono le mani, da fare che? e allora esco, prendo su, in macchina, e faccio un giro, no lontano, vado così, purchessia, poi mi fermo e mi mando una cartolina, non mi scrive mai nessuno a me, che invece a me piace la mattina trovare un po’ di posta, e allora mi scrivo, io, da Verrucchio, da Pietracuta, da Montebello, da dove sono, prendo una cartolina, saluti, e sotto uno scarabocchio, però cambio tutte le volte, perché dopo, se no, sempre le stesse parole, dev’essere sempre una cosa nuova, tanti saluti, saluti e baci, salutissimi, saluti cari, un pensiero, un ricordo, arrivederci presto, ma ce n’è tante, di frasi, per cambiare, che i miei dicono: ma chi è questo qui? niente, sono amici, e così mi arrivano queste cartoline, che le tengo anche a conto, le più belle, o se no delle volte faccio qualche telefonata, chiamo i numeri che ci sono nelle prime pagine dell’elenco, le ultime notizie, il tempo, le strade, le condizioni delle strade, qui ci sono dei lavori, bisogna deviare, lassù c’è la neve, ci vogliono le catene, l’autostrada del Sole, la via Emilia, la via Flaminia, tenere la distanza di sicurezza, che in un certo senso ti pare sempre come se dovessi partire, perché le strade che ci sono, ma ce n’è, puoi andare dappertutto, a Montescudo, a Bologna, a Badia Tedalda, a San Bendetto del Tronto, a Zurigo, a Madrid, dove vuoi andare c’è la strada, basta partire, solo che io non parto mai…

Raffaello Baldini, “Zitti tutti!”

venerdì 8 giugno 2018

So easy




Tu adesso
mi vedi così
una specie di gigante
quasi sempre fuori tempo
ma comunque
tanto più grande
di tutti i tuoi sogni
messi insieme

Invece è tutto
molto più semplice
-roba che se vuoi
te la spiego in un amen -

Sono soltanto
un uomo come tanti
che cerca la rotta
senza più ritrovarsi
che ha bisogno di una stella
per continuare il cammino
o per addormentarsi
sereno
(mt)

sabato 2 giugno 2018

Molte cose sull'amore





Della stanchezza.
Della difficoltà di essere semplici.
Delle infrastrutture dell'anima.
Delle maschere da indossare.
Dei ritratti di famiglia tranquillizzanti.
Della quiete rassicurante.
Delle lacrime da spendere.
Dell'immensità di un sentimento.
Delle parole spese.
Delle parole trattenute.
Della fatica.
Di come a volte sia complicato
prendere la strada più naturale.
Di tutte le stelle che ci guidano
Di come non sappiamo più
farci guidare.


Massimo, come sapeva dirlo lui.

martedì 29 maggio 2018

Promemoria



Con un gemito che veniva dalla gola, che pulsava, la baciai e volevo divorarla ogni singolo centimetro della sua misteriosa carne ogni parte di quel suo cuore increspato e cavo che le mie dita non avevano ancora nemmeno conosciuto, la sua avida preziosità, l'unico e inimitabile altare delle sue gambe, della pancia, del cuore, i capelli scuri, lei inconsapevole di tutto questo, maledetta, scellerata, gli occhi indifferenti, bellissima.
Jack Kerouac, "Maggie Cassidy"

(nell'immagine, "Amanti" di Gabriele Scartozzi)