lunedì 24 luglio 2017

Vent'anni dopo (ma Dumas non c'entra)



Facevo il collaboratore a Stadio. Con un contratto di quei tempi là, oggi inimmaginabile: fisso mensile, il basket quotidiano e giravo anche l’Emilia scrivendo articoli da inviato. Una collaborazione speciale, di quelle che non esistono più; ma del resto avevo lasciato lì un posto da segretario di redazione, quando si era trattato di spostarsi a Roma. E qui, sfaterei una leggenda metropolitana che ancora mi tiro dietro. Dice: “Eh, ma tu non volevi andarci a Roma…” Sbagliato. Io feci l’azzardo, mi proposi per la redazione. Ci sarei andato eccome. Negoziammo, mi offrirono questa soluzione e gli lasciai in cambio un lavoro sicuro da impiegato, seppur a stretto contatto con la redazione, per fare quello che avrei sempre voluto fare e che già in parte facevo. Ma questa è un’altra storia.
Insomma, un giorno di quattro anni dopo, è il 1998, mi telefona Marco Montanari, che io conoscevo da “graduato” del Guerino. Mi racconta di questa iniziativa editoriale chiamata "Calcio 2000" che ha alle spalle il numero 1 e in produzione il 2, e mi propone di provare con loro. In via Donnini, nel famoso negozio, tre vetrine e due ambienti. E mi ricordo un particolare. Marco mi fa: “Sinceramente, credevo che tu a Stadio fossi assunto. E ti dico: a Bologna c’è un’aria strana, pare che la gente non ami essere assunta. Mi ero ripromesso di non cercare più nessuno, su piazza. Ma da Giuliano Musi ho saputo che là sei un collaboratore, seppure fisso e storico. Insomma, se vuoi provare, questo è l’indirizzo e noi siamo qui”.
Provai. Mettendo in chiaro che avrei avuto piacere di continuare a collaborare con Stadio. Restai in ufficio due giorni, poi Marco mi fece un discorso chiaro, dei suoi. “Per quanto riguarda me e Carlo Chiesa, se vuoi spostare la tua roba nei cassetti di Europress, sei dei nostri”. Per dirla con Buscaglione: ho pensato, beh, son piaciuto…
Quattro anni incredibili, e quel gioiello di Calcio 2000. Con Marino Bartoletti, il direttore, che ho messo nella lista degli amici. Con la infinita conoscenza di Carlo Chiesa e spalla a spalla, ma mai in competizione, con quell’aretino di cui racconta Marco, Francesco Caremani, passione enorme e spessore morale di altri tempi. E il piccolo, allora, Luca Aquino, che crebbe in fretta. E Raffaele Rosa, el venexian. I mitici Chicco Bolognini e Jaures Villani, con cui ancora collaboro da direttore di un bimestrale che è un gioiellino. Il grande Marco Bugamelli, che ascoltava Marino e metteva subito su carta le sue idee, aggiungendo creatività alla creatività. Gente che mi ha dato fiducia. Penso alle 20-pagine-20 di intervista a RobyBaggio arrivato a Bologna, con lui e la Torre Eiffel in copertina, viatico a quella convocazione mondiale su cui nessuno avrebbe scommesso un anno prima. Al “Lui è meglio di me” coi fratelli Inzaghi, allo speciale sui sessant’anni di Dino Zoff, di cui temevo i silenzi considerando l’intervista telefonica e invece scoprii grande affabulatore, per oltre un’ora. E Nakata che dava risposte di tre minuti che per il traduttore diventavano tre secondi, misteri del giapponese. E Marcio Amoroso, ragazzo d'oro e talento incredibile. E Zenga a raccontarmi in Versilia la sua avventura nel "soccer" d'oltreoceano. Hubner, Veron, Djorkaeff... Oh, e Giovannino Stroppa che per me quanto a talento resta uno dei più grandi.
Poi, poi... le nottate a chiudere le pagine dell’album delle figurine. E i lavori “altri” di Europress, come l’Enciclopedia Panini nella quale mi occupai dei fatti del mondo, raccontati anno per anno, infilandoci naturalmente cose mie come “On the Road” di Kerouac, “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee, il discorso di Martin Luther King, la nascita del mito di Alì e le sfide tra Agostini e Bergamonti.
E naturalmente c’era lui. Marco Montanari. Quello che mi ha insegnato non è nemmeno misurabile. Non solo giornalismo, sarebbe riduttivo. Perché ha anche provato a farmi diventare più scafato in un ambiente che già allora stava diventando più cinico, più stretto, spesso più cialtrone. Senza la scuola di Calcio 2000 non avrei potuto accettare senza alcun timore la sfida di curare le pagine sportive di un quotidiano, fino a diventarne caposervizio e poi vederlo morire ingiustamente, senza poter fare nulla per impedirlo. Senza Calcio 2000 non avrei affrontato gli anni del “Domani di Bologna” a testa alta, creando qualcosa che speravo non si perdesse così.
Tant’è. Comunque sia andata, comunque vada, devo essere felice di quegli anni. Di Calcio 2000 e di tutta quella gente. Bella gente davvero. Pensare che sono passati vent’anni mi stupisce sempre un po’.

giovedì 1 giugno 2017

Lì, dove sono nato





E un giorno mi mandarono al piano di sopra. A Stadio. Dove c’era Patrizio Zenobi, a coordinare tutto. Dove c’era Giorgio Comaschi, che una sera mi disse “Faccio “Chi ha visto Biancaneve” al Dehon, mi serve uno che coordini le luci dello spettacolo. Vieni tu?”, ma io pensavo soprattutto a  correre a quei tempi. Eppure è lì che iniziai a trovare una strada. Con le serate in tipografia, col proto e le pagine da comporre sui banconi, e i tagli da fare col cutter. Con i primi pezzetti siglati sul podismo, che scrivevo per Raffaele Zanni, che un giorno mi definì “una bella promessa dell’atletica bolognese ed emiliana” in un articolo sulla Casaglia-San Luca, e così era, peccato non aver insistito anche solo per dargli ragione. Con l’offerta di Vittorio Piccioli, qualche anno dopo, che mi aprì le porte della segreteria di redazione. Che fu la prima, nel ’94, ad essere smantellata. Avevo un posto già riservato a Roma, ma mi sentivo maturo per fare quello strano salto e restai, per continuare a scriverne e a parlarne da Bologna, di tutto quello sport che mi scivolava intorno. Insieme a tutti quei ragazzi, perché eravamo ragazzi allora: Giuliano Riva, Roberto Zanni, Alessandra Giardini, Andrea Malaguti, tutti partiti da lì.


Ci passava tutto da Bologna, allora. Ci ho visto passare tutto quello che volevo. Golden Asta in piazza, Notte delle Stelle dell’atletica, Jonah Lomu, Gelindo Bordin sulle rampe di Casaglia. E poi le piccole grandi trasferte che mi confermavano la fiducia di chi mi ci mandava. I rumori “rubati” a Maranello, un giorno a capire più a fondo Minardi e la sua filosofia di vita, i tricolori d’atletica in Riviera, un po’ di Serie B, la Coppa Placci e il Giro di Romagna, la maratona nella terra di Dorando, le giornate che non finivano mai al Motor Show. E quel grande basket sotto casa, a raccontare campioni che in gran parte sono rimasti amici, ed è la cosa più bella.
Tutto quello che è successo dopo, a Calcio 2000 e al Domani, dentro i libri e forse anche oggi alla Virtus, è nato al secondo piano di via Tosarelli. Il poco che ho fatto crescere dopo, l’ho piantato lì.

Tutto finisce. E’ finito anche questo mio mestiere, per come l’ho imparato, con tutta la sua etica e i suoi maestri, e per come ho provato a metterlo in pratica. E’ finito, ieri, il mio Stadio. Ci ho vissuto quindici anni, imparando qualcosa che se anche non vale più, mi resta dentro.
L’ho già vissuta, la chiusura di qualcosa in cui credevo fino a metterci tutto me stesso. Non so nemmeno se l’ho somatizzata come speravo. Ogni tanto ritorna come un incubo. Non ho soluzioni o risposte, se non la certezza che restare curiosi e continuare a prenderla seriamente, questa professione ormai in mano a tutti, può servire a vedere ancora qualcosa all’orizzonte. Fosse anche un miraggio.



mercoledì 24 maggio 2017

La quarta dimensione





Quando sei bambino impari che ci sono tre dimensioni: altezza, larghezza e profondità. Come in una scatola da scarpe. Più tardi capisci che c’è una quarta dimensione. Il tempo.


(Paterson, Jim Jarmush)



mercoledì 10 maggio 2017

Il mare dentro la stanza



Che di questo hai bisogno. Uno sguardo da perdere all’orizzonte, fin dove può arrivare, cercando altre terre anche se non le vedi. Perché ogni mondo ha le sue pareti, ma è bello pensarle lontane e infinite. In mezzo, spazio per mille storie da vivere.

«…il mare a Trieste è un lato della stanza, ti alzi al mattino e sai dov'è, stai dove stai e sai che c'è. (…) A Trieste si fa il bagno in centro città (…) e, comunque, in qualsiasi punto del lungomare ti trovi, puoi accostare, scendere, spogliarti in strada (…) fare dieci passi e toccare l'acqua".(Mauro Covacich)


domenica 12 febbraio 2017

Un tempo nuovo




Ma tu tienila vicino al cuore
questa faccia che si ruga
Sembra non aver pudore
questo tempo che la fruga

Adesso sono stanco
e non mi va di camminare;
bello sul tuo grembo
fermarsi a riposare…


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C’è un tempo nuovo che avanza,
raccogli la tua vita
che sto venendo a prenderti,
fa conto sia una gita,
che ce ne andiamo lontano
in braccio al futuro,
come spauriti profughi
che saltano il muro.


(Piero Marras)

giovedì 19 gennaio 2017

Riprendersi la vita


L’essere umano vive in città ma mangia senza fame e beve senza sete, si stanca senza che il corpo fatichi, rincorre il proprio tempo senza raggiungerlo mai. È un essere imprigionato in una prigione senza confini. Alcuni esseri umani però, a volte, hanno bisogno di riprendersi le proprie vite, di ritrovare una strada maestra. Non tutti ci provano e pochi ci riescono
Walter Bonatti, Ayers Rock, Australia, 1969

mercoledì 23 novembre 2016

I nomi delle strade





Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.



(Nino Pedretti, Al vòusi)