sabato 4 luglio 2009

I pugni dell'Indipendenza


“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei massimi. Sono nero e non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso, sono nero! E non permetterò mai che lo dimentichino”


4 luglio 1910. Giorno dell'Indipendenza. Di un'altra indipendenza. Il campione nero aveva già battuto il detentore dei massimi, un piccoletto di nome Tommy Burns. Ma perché l'America lo riconoscesse per quello che era, il Migliore, doveva battere il grande Jim Jeffries. Jim si era ritirato da tempo, e quando era in attività lo aveva sempre evitato. Ma stavolta lo avevano convinto. Borsa stratosferica, promesse di nuova gloria.
Ma Jim Jeffries, il gigantesco cowboy, era il passato. Il campione nero era il domani. Si chiamava Jack Johnson. Figlio di schiavi. Nato a Galveston, Texas, nel 1878. Cinque fratelli, vita misera. Ma un talento buono per farlo uscire da quella feccia. Texano, e di colore. Sapevano tutti che era il numero uno. Ma doveva dimostrarlo contro il cowboy. Lo fece, il 4 luglio 1910.
In America probirono la diffusione dei filmati di quell'incontro di Las Vegas. Gli spezzoni in cui si affermava il primo campione del mondo nero della storia della boxe. Tra i pesi massimi. Servì a poco, tutti sapevano.
Restò campione fino al 1915, cedette a Jess Willard, su un ring in esilio a Cuba, forse spinto anche da un sistema che lo faceva vivere da ricco, ma decisamente male. Visse da esule e quando rientrò in patria, nel 1920, finì anche in galera, per qualche tempo. La colpa: gli piacevano le donne bianche, ne aveva sposate tre di fila. Un affronto, per quell'America.
Uscì, visse di esibizioni, morì in un incidente stradale nel 1946. Roba rara, per l'epoca.
Intanto, aveva cambiato la storia. Nel giorno dell'Indipendenza.

domenica 28 giugno 2009

Ciao pà

Ciao papo.
Ormai è un anno e una decina di giorni. Mi manchi e volevo dirtelo. E fai sapere a ma che vale anche per lei, anche se è andata via da due. Una cosa che non vi ho detto: più passa il tempo e più amo quel vostro essere (essere stati) persone per bene, al di là e al di fuori di tutti gli schemi. Buoni, anche troppo. Che a volte penso che un po' di cattiveria in più, se me l'aveste insegnata, non mi avrebbe fatto male. A volte, però. Ma più spesso (quasi sempre) mi dico che così è stato meglio.
Non so dove sei, non so dove siete. Se mi vedete, restate nei paraggi. Ogni tanto, lo saprai, vado lassù al parco, e guardo il muretto accanto al parcheggio motorini. Di solito eri lì, seduto ad aspettarmi. Per l'appuntamento col nostro pranzo settimanale, poche parole e molta voglia di riscoprirci, da adulti forse mai cresciuti.
Non ti trovo mai.
Ci sei?

martedì 23 giugno 2009

Boris Vian, mezzo secolo dopo


MI PIACEREBBE

Mi piacerebbe
diventare un grande poeta
e la gente
mi metterebbe
serti di lauro sulla testa
ma ecco
non ho
abbastanza passione per i libri
e penso troppo a vivere
e penso troppo alla gente
per essere sempre contento
di non scrivere che vento

IL DISERTORE
Signor Presidente, le scrivo una lettera
che leggerà, forse, se avrà tempo.
Ho appena ricevuto la cartolina militare
per andare alla guerra entro mercoledì sera.
Signor Presidente, non voglio farlo
non sono sulla terra per uccidere povera gente.
Non per farvi arrabbiare, ma devo dirlo
ho preso la mia decisone: diserterò.
Dacchè sono nato ho visto partire i miei fratelli
ho visto morire mio padre e piangere i miei figli
mia madre ha tanto sofferto che è nella sua tomba
e se ne fotte delle bombe come se ne fotte dei vermi.
Quand’ero in prigionia hanno rubato la mia anima
hanno rubato la mia donna con tutto il mio passato.
Domani uscirò sbattendo la porta in faccia
agli anni morti: vivrò sulla via.
Mendicherò la vita sulle strade di Francia
dalla Bretagna alla Provenza
e dirò alla gente "Rifiutate d’obbedire,
non fatelo non andate in guerra,
rifiutate di morire".
Se si deve versare sangue vada a versare il Suo
caro "buon apostolo", signor Presidente.
Se mi fa perseguire avverta i suoi gendarmi
che non ho armi, e che possono sparare.

Boris Vian, Ville d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959

lunedì 15 giugno 2009

Peter Norman, il terzo uomo

Nella foto, quella foto storica che ha fatto il giro del mondo e in qualche modo ha cambiato il mondo, è il primo da sinistra. Guarda dritto davanti a sé, come se non si rendesse conto di quello che sta accadendo alle sue spalle. Invece lo sa benissimo. Quell’azione, quella protesta simbolica e di devastante impatto, lui l’ha capita, accettata, condivisa.
Il primo a sinistra, l’"altro" sul podio, il terzo uomo di quel momento indimenticabile si chiamava Peter Norman. Australiano, di Melbourne. Velocista di talento. Un campione. Quel giorno del 1968, a Città del Messico, nella finale dei 200 metri era uno dei più forti, ma nessuno pensava fosse più forte di Tommie Smith e John Carlos. Invece, riuscì a infilarsi tra i due. Vinse l’argento olimpico e si preparò a salire sul podio. Ben consapevole di quanto stava per accadere. Di più: partecipe. Smith e Carlos gli avevano spiegato quello che intendevano fare per tenere alta l’attenzione sull’ "Olympic Project for Human Rights". Lui, per rispetto, non fece gesti altrettanto eclatanti. Semplicemente, indossò la spilla dell’associazione per dire, senza parole, che condivideva quell’idea.
Smith e Carlos pagarono pesantemente, negli anni a seguire, quella protesta. Ma anche Norman non fu immune da critiche, boicottaggi, avversioni. Nondimeno, continò a impegnarsi per i diritti civili, uomo di sport ben consapevole che lo sport non è un’isola felice, ma è una voce che può sollevarsi contro i soprusi.
In quella foto c’è anche la storia di un’amicizia che il tempo non avrebbe più potuto cancellare. Quando, nel 2006, Peter Norman se ne è andato all’improvviso, quei suoi "compagni di podio" di trentotto anni prima hanno attraversato l’oceano per accompagnarlo nell’ultimo viaggio terreno. Perché anche quel giorno, in qulche modo, lui potesse sentirsi "uno dei tre".

Peter George Norman (Melbourne, 15 giugno 1942/Williamstown, 3 ottobre 2006)

lunedì 8 giugno 2009

Un bolognese a Stamford Bridge

Non sappiamo ancora e non possiamo dire dove arriverà Fabio Borini, nè che traccia lascerà sul mondo del calcio. Ma da alcune certezze possiamo partire. Le radici, prima di tutto. Una famiglia che respira sport da una vita, papà Roberto che frequentava i campi dell’atletica nei primi anni ‘80 e non ha ancora abbandonato quelli di calcetto, mamma Cinzia che ancora oggi è una delle più note maratonete bolognesi. Loro hanno acceso in Fabio e nella sorella Gloria, talento emergente dell’atletica, la luce della passione sportiva, ma hanno saputo gestirla con armonia e senza esaltazione. Con loro Marco De Marchi, che ha visto nel ragazzo le qualità del potenziale campione e da tempo lo rappresenta. Con onestà, chiarezza, competenza. Qualità che il Dema ha sempre mostrato, fin dai tempi in cui in campo scendeva lui.


Marco Tarozzi


Da Sala Bolognese allo Stamford Bridge. Viaggio lungo, se lo affronti a sedici anni, con la prospettiva di fare della passione un mestiere. È una storia di coraggio, quella di Fabio Borini, che ha ascoltato le sirene del Chelsea e ci ha messo un niente a decidere quale sarebbe stato il suo futuro.
«Il fatto è che il calcio inglese l’ho sempre amato, fin da bambino. Ho iniziato a tirare calci a un pallone che avevo quattro anni. A San Giovanni in Persiceto e poi a Longara, a Calderara e di nuovo a San Giovanni, nel Persiceto ‘85. In quegli anni ho provato anche con l’atletica, facevo mezzofondo. Ma il calcio era molto di più, per me. Poi è arrivata la chiamata del Bologna. Avevo dodici anni».
Ci sarebbe rimasto, in rossoblù?
«Sinceramente sì. Lì ho trovato tanti maestri, a cominciare da Stefano Roncassaglia, che sento spesso ancora oggi. Ma è andata così. Gli emissari del Chelsea sono arrivati fino a casa mia. Ho pensato a quegli stadi che vedevo in tv, a quel calcio che ho sempre amato. Quanto ci ho messo a decidere? Tre secondi, direi...»
Non dev’essere stata una passeggiata, all’inizio.
«Ho firmato nel luglio 2007. Sono arrivato là e non conoscevo una parola di inglese. Ma ero pieno d’entusiasmo, per me era tutto nuovo e bellissimo. E ho trovato Jacopo Sala, che era lì già da un mese. Ci siamo aiutati a vicenda. E comunque non siamo mai stati soli. Al Chelsea l’organizzazione è incredibile, c’è sempre qualcuno pronto a darti una mano. Non vogliono vederti in difficoltà, nè in campo nè fuori».
È per questo che le hanno anche insegnato a cucinare?
«Già. Funziona così: visto che molti di noi prima o poi vanno a vivere da soli, tra le attività collaterali la società ha proposto un corso di cucina, tenuto da grandi chef. Io mi sono iscritto. Adesso so cavarmela anche tra i fornelli».
Anche se a vivere da solo non ci è ancora andato.
«No, sono sempre a Cobham, presso la famiglia Carnes. Marito, moglie e tre figli. Non è come stare con papà e mamma, ma quella è diventata la mia seconda famiglia».
Cos’è Londra, per un ragazzo di appena diciotto anni?
«Un altro mondo a tre quarti d’ora di treno. Un crocevia di razze, di lingue, di mentalità. E cambia in continuazione. Se ci torni dopo una settimana, è già diversa da come l’avevi lasciata».
Nostalgia di casa, mai?

«Qualche volta, all’inizio. Ma i miei genitori non li ho mai sentiti distanti, e poi ero e sono concentrato sul mio lavoro».
Lavoro o passione?
«Entrambi. Però io ho un’idea precisa del professionismo, e da prima di arrivare al Chelsea: se vuoi fare strada devi essere un professionista anche fuori dal campo. Il mio fisico è il mio attrezzo di lavoro. Va curato, coltivato».
Ha trovato buoni maestri, lassù?
«Terry è un padre per tutti i giovani della squadra. È lì da una vita, una bandiera. E ha sempre una parola per i ragazzi, sa coinvolgerli. Ma non è mica l’unico. Ricordo i primi tempi in cui mi fermavo in campo per un supplemento di allenamento, e trovavo Drogba al mio fianco, a sudare con me e pronto a darmi consigli. C’è un rapporto amichevole tra quelli che giocano in prima squadra e gli altri».
Forse c’è anche un’altra mentalità.
«Un esempio: cammino per strada con un amico e incontro Joe Cole, tranquillo tra i tifosi. “Hi Fabio”, mi fa. “Hi Joe”, gli rispondo. Ma quello è Cole, dice il mio amico, meravigliato. Per me era normale. Ho la fortuna di avere come colleghi di lavoro dei campioni».
Sono tanti anche nelle giovanili.
«Gente che frequenta le Nazionali di mezzo mondo. Si impara, in un ambiente così».
Qualche idolo l’avrà avuto anche in Italia...
«Alex Del Piero. Un esempio anche nella vita. Quando il Dema mi ha portato a conoscerlo, prima di un Bologna-Juve in Serie B, ero così emozionato che ho scordato a casa la macchina fotografica con cui volevo immortalare il momento».
Si ricorda la prima partita con la maglia del Chelsea?
«Contro il Birmingham. Segnai subito un gol».
La più bella finora, aspettando altri momenti da incorniciare?
«Quella del novembre 2008 in Youth Cup: 2-3 in casa del Manchester. Ho segnato il terzo gol, e papà e Dema in tribuna si sono messi a urlare in mezzo ai tifosi locali. Hanno dovuto spiegare chi erano...»
Questo è stato un anno di svolta: nel campionato Riserve ha segnato 17 reti in 20 partite.
«Una buona stagione, ma devo ancora crescere. Per me anche gli allenamenti con la prima squadra sono un’occasione, come le grandi partite. Cerco di far vedere che ci sono. Bisogna cogliere l’attimo».
Adesso ci troverà Ancelotti, a dirigerli.
«Parleremo italiano, tra di noi. Ma in campo dovrò dimostrare quel che valgo anche a lui».La emozionano ancora, quegli stadi che sognava da bambino?«Ho superato il problema. Ma quando vedo quello di Wembley, le gambe tremano ancora...»

FABIO BORINI è nato a Bentivoglio il 29 marzo 1991. Ha giocato nelle giovanili del Bologna per cinque anni, prima di firmare nel luglio 2007 per il Chelsea, dove nell’ultima stagione ha giocato in Reserve League, segnando 17 reti in 20 partite

(l'Informazione, 6 giugno 2009)

sabato 30 maggio 2009

Brutta gente

Mettere tante divise
servire tanti padroni
scappare quasi sempre in posti sbagliati
recitare troppe preghiere
e vedere che intorno c'è sempre
c'è sempre troppa
una strana allegria
superbia piena di malinconia
degli uomini ubriachi in miniera.

E poi mercanti vestiti di lino
che non potranno mai capire
che non sapranno ascoltare
il canto delle osterie.

È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.
È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.

E dappertutto vedere
gente che guarda stupita
come mosche intontite
che non vedon neanche la torta
e conoscon solo la fretta
ma neanche un giorno di festa
E se c'è il vino bevon il vino
e se non c'è il vino, pazienza.

È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.
È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.

E un giorno, un giorno come un altro
credono di addormentarsi
senza capire che c'è sopra
c'è sopra un metro di terra

(Enzo Jannacci-Beppe Viola)

mercoledì 27 maggio 2009

Il talento di Lansdale

Il mio amico Francesco Caremani ha incontrato una di quelle persone che vorrei incontrare da tempo. Il texano Joe Lansdale, il papà corrosivo di Hap e Leonard, i detective più improvvisati, geniali, sfigati, avventurosi e inverosimili che mi sia mai capitato di incontrare nelle pagine di un romanzo. L'autore di "Mucho Mojo", "Il mambo degli Orsi", "Rumble Tumble", soprattutto (per me) di "La sottile linea scura" (qui Hap e Leo non c'entrano, ma lo leggo e rileggo, lo assaggio ormai anche a piccole sorsate). Joe il texano, tra gli americani che amo accanto a John Fante, a Thom Jones, a Cormac McCarthy (non solo "Non è un paese per vecchi", ma anche "Cavali selvaggi", "Città della Pianura"), a Richard Brautigan e ai vecchi maestri che non dimentico.
Bel colpo Francesco. E grazie per avermi dato il permesso di riportare l'intervista (da "Non è un paese per giovani", http://francescocaremani.blogspot.com/)



JOE LANSDALE

di Francesco Caremani

Tra Arezzo e Nacogdoches non c’è solo il west ma un oceano, distanza che Joe Lansdale, considerato il più grande scrittore contemporaneo, riempie con le sue parole e la sua presenza, una distanza che si perde nel suo sorriso selvaggio quando afferma: «Sono pagato per essere un bugiardo».Una frottola per chi si richiama continuamente alla realtà circostante, alla quotidianità e alle sue esperienze di vita per cavalcare le pagine dei propri romanzi, l’ultimo, “Sotto un cielo cremisi”, presentato in questi giorni in Italia.Libro che vale la pena solo per l’incipit: “Da un bel pezzo non mi sparava più nessuno, e negli ultimi due o tre mesi ero riuscito a conservarmi la testa tutta intera. Si trattava di una specie di record, e cominciavo già a sentirmi speciale”. Perché come dice Lansdale: «Non riesco proprio a lasciare stare questi due ragazzi. Ci ho provato ma loro tornano sempre indietro tirandomi le lenzuola e sussurrandomi: scrivimi, scrivimi...», considerando la saga di Hap e Leo la storia più divertente che abbia mai scritto.In Toscana, però, ce l’ha portato la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini, per concludere con un seminario di due giorni il modulo professionalizzante relativo al racconto e al romanzo, attraverso laboratori di scrittura creativa, che prima di Lansdale ha avuto come docenti i toscani Giampaolo Simi, Enzo Fileno Carabba e Marco Vichi. «Ho dei sentimenti contrastanti verso le scuole di scrittura – dice Lansdale, che tra le altre cose è docente di scrittura creativa alla Stephen F. Austin University – perché più che insegnare a scrivere possono aiutare chi ha già il talento dello scrittore. Attraverso questi corsi si può guidare chi ce l’ha, ma non si può creare dove non c’è. Senza dimenticare che il talento non basta per scrivere, serve anche volontà e il desiderio profondo di realizzare qualcosa oltre se stessi».
Joe Lansdale vive di scrittura, dentro e fuori di se, definendola la cosa che gli piace di più nella vita dopo la famiglia, ciò che ha reso la sua esistenza migliore, che gli ha dato un modo di esprimersi e anche delle risposte alle domande di un bambino che a nove anni scriveva già i suoi primi articoli per un giornale locale e che a undici ha imparato le arti marziali per difendersi.Un bambino che crescendo ha fatto tesoro delle proprie esperienze, per reinventarle e metterle in fila come pochi altri hanno saputo fare, per creare quello spartiacque che alcuni critici definiscono il prima e il dopo Lansdale. Il punto di non ritorno di una letteratura liquida che naviga tra generi diversi fino a creare ciò che oggi tutti riconoscono come uno stile unico: «La forma narrativa che utilizzo è un modo di rappresentare me stesso, un prolungamento di quello che io sono nella vita di tutti i giorni».
Questo è quello che racconta ai ragazzi che lo seguono, venerando e annotando ogni sua parola, a Villa Godiola, sopra le colline aretine accarezzate dall’acquedotto romano, una volta sede dell’università, che dal 13 al 18 giugno sarà il domicilio di Arezzo Festival, dove fra teatro e cinema, poesia, bambini e lettura ad alta voce la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini continuerà nel suo imperterrito intento di promuovere la narrazione, la scrittura e la letteratura. E Joe spiega, quanto e come lavora, come corregge, senza dimenticare la disciplina che ha imparato dalle arti marziali: «A undici anni mi servivano per difendermi, poi sono diventate un modo di vivere, insegnano concentrazione e osservanza, aiutano nella scrittura, senza chiedersi troppo il perché delle cose e del loro succedersi, senza anticiparle, senza togliergli quell’imprevedibilità che è il sale della vita e della scrittura».
Il suo volto e quello sguardo a trecentosessanta gradi sul mondo sono lo stemma del Texas, di quello stato mentale, di un luogo dove le persone pensavano di essere libere di reinventare se stesse, lasciarsi alle spalle il proprio passato e tutt’oggi credono sia possibile, dove la provincia non è quella piccola città, bastardo posto, da dove scappare, bensì il luogo che lo scrittore conosce meglio, ambientazione metaforica e mitologica dei romanzi di Lansdale perché vita vissuta in libertà, la stessa che lui utilizza nella scrittura, tra generi che sembrano diversi.Provincia come Arezzo, che Lansdale aveva già conosciuto e che terrà a mente per ambientare una delle sue prossime storie. Provincia come Firenze, spesso criticata come non luogo ad uso e consumo dei turisti, definizione che Joe rifiuta: «La cultura è un elemento che cambia nel tempo, è sempre in movimento, quindi non si possono trovare le stesse cose di quattrocento anni fa nello stesso luogo, troveremo per forza un’altra cultura, un’altra Firenze».Provincia che spesso i media considerano sinonimo di violenza, quella che Lansdale giudica un male necessario, qualcosa che dovrebbe essere evitato, finché possibile, ma che può rappresentare l’unica via d’uscita: «Non esistono posti senza violenza, quella quotidiana la troviamo in Italia come in Texas, ad Arezzo come a Nacogdoches».
Non c’è etica né morale nei suo racconti: «I miei personaggi sono duri perché sanno prendersi cura di se stessi, non solo fisicamente, ma nel senso che sanno come reagire, come affrontare i colpi bassi della vita per andare avanti».Con Lansdale, ha detto Valerio Evangelisti, si ha la sensazione di vivere un’esperienza anche nostra, repulsiva e affascinante, guidati dalla penna dura e potente di uno scrittore di razza: «Sì, in effetti sono una persona dura, probabilmente dipende dalle mie origini, e anche mia moglie lo è, così come i miei figli, ma duro non vuol dire essere meschino e crudele». Un libro e una sceneggiatura sono già pronti, ma Joe non dimentica la formazione pulp, il colore, l’azione, l’imprevisto e il paradosso di quel tipo di letteratura, così come i B-movie che ne hanno influenzato la scrittura, senza regole prestabilite, per raccontare l’oggi, liquido e violento.