lunedì 29 dicembre 2008

Chicco Ravaglia per sempre


Ogni tanto, nel mio mestiere, può capitare di fare qualcosa di bello. O quanto meno, qualcosa che dà davvero soddisfazione. E non parlo di cosiddetti "buchi", di notizie azzeccate o mancate, di quotidiano inventare e costruire. Parlo di cose che ti fanno sentire meglio. Come se quello che fai avesse un senso, come se una pagina di giornale valesse più di quello che effettivamente vale.
Ogni tanto, la cronaca quotidiana segna il passo. Come adesso, durante le ferie. Meno campionati, meno partite la domenica, idee da farsi venire per riempire comunque le pagine.
Forse questa volta me ne è venuta una meno banale di altre. Oggi ho dedicato una pagina al ricordo di un amico, di un talento, di un ragazzo che sembrava baciato dalla buona sorte e invece una notte di nove anni fa si è trovato di fronte il destino, venuto a riprendersi tutto in un attimo.

Ho pensato a Chicco Ravaglia, al vuoto che ha lasciato dentro e fuori i parquet, al suo sorriso che nessuno di quelli che l’hanno incrociato può dimenticare. Partendo da un fatto di cronaca (dal 2 al 4 gennaio a Imola è in cartellone la seconda edizione del torneo di basket Under 14 dedicato a lui), ho cercato di riscaldare in qualche modo la fiamma della memoria. Chiedendo aiuto a Filippo Nanni, che oggi di mestiere fa il procuratore di giocatori con la passione e l’onestà con cui allora scriveva e raccontava il basket. Filippo era amico fraterno di Chicco. Con lui ha condiviso momenti indimenticabili.

Enrico Ravaglia era mio secondo cugino. Meglio: sua nonna era cugina di Giuliano, mio padre, che se ne è andato sei mesi fa. Avevamo età diverse, non siamo cresciuti insieme, ma ricordo quelle incredibili serate di "raduno" della famiglia con tre generazioni di Tarozzi a confronto, e il senso di unità che ci arricchiva. Ricordo l’incontro tra Chicco e Andrea, che allora giocava nel Bologna, e il legame che ne è nato. Andrea ha dedicato a Chicco il suo primo gol, quando già indossava la maglia della Fiorentina, e ha chiamato Enrico il suo primogenito.

Non è che fosse necessaria questa pagina, perché Chicco vivesse ancora nel cuore e nell’anima di chi gli ha voluto bene. Però sono contento di averla pensata e realizzata. Perché uno come lui è stato unico, e ancora lo è nel nostro ricordo. Vorrei che fosse ancora qui.

giovedì 25 dicembre 2008

Have yourself a Merry Little Christmas


Have yourself a merry little Christmas
Let your heart be light
From now on
our troubles will be out of sight

Have yourself a merry little Christmas
Make the Yule-tide gay
From now on, our troubles will be miles away

Here we are as in olden days
Happy golden days of yore
Faithful friends who are dear to us
Gather near to us once more.
Through the years We all will be together
If the Fates allow
Hang a shining star upon the highest bough.

And have yourself A merry little Christmas now

sabato 20 dicembre 2008

I "dimenticati" di Steinbeck


Un ricordo di John Steinbeck, che se ne andò esattamente quarant'anni fa, il 20 dicembre 1968. Intenso, dal punto di vista personale, perché è stato il classico autore “di formazione”, come si dice, e senz'altro il primo di cui io conservi memoria piena. La lettura, breve e intensa, de “La Perla”, affrontata in seconda media grazie a un'insegnante di lettere che sapeva davvero alimentare la voglia di leggere, di approfondire, di capire (Marcella Caudarella, una delle guide insostituibili della mia vita), fu la scoperta di un mondo, di una letteratura, di una strada da seguire. Nella storia tragica di Kino, del suo tesoro sfavillante e inutile, c'era molto più di una storia. C'era un sentiero che mi indicava su quale via proseguire, da che parte stare.
John Steinbeck. Dimenticato, e per molti superato. Profondo, etico, intenso. Cantore degli spiantati, dei derelitti di “Vicolo Cannery” e dei picari senzafuturo di “Pian della Tortilla”. Il dolore dei poveri, le ferite della piccola borghesia. La forza dell'impegno sociale, che Steinbeck aveva vissuto e non semplicemente raccontato, fin da quando nel 1926 abbandonò la Stanford University per unirsi ai lavoratori che gridavano “go West”, sognando California a un passo dalla Grande Depressione. Che poi raccontò con voce profonda in “Furore”, con tutta la polvere e la speranza che sollevavano le carovane dei nuovi poveri lungo la Route 66.
Oggi, rileggendo quei romanzi che parlano di un mondo spaccato tra grandi povertà e immense ricchezze, di uomini vagabondi e selvaggi e vittime di altri uomini o del destino (“Uomini e Topi”), mi domando come si possa considerare sorpassato uno scrittore che ha saputo analizzare anche psicologicamente (“L'inverno del nostro scontento”) una realtà così simile a quella che viviamo oggi.
John Steinbeck, premio Nobel meritatissimo nel 1962. Tre anni fa, passeggiando per Cannery Row a Monterey, tra negozi per turisti, Bubba Gump e profumo di mare, ho pensato intensamente a lui. Tutto cambia, nel mondo. Tutto resta uguale. E pochi sono in grado di raccontarcelo così perfettamente.

martedì 16 dicembre 2008

Un mondo pieno di nuvole



Vanno
vengono
ogni tanto si fermano
e quando si fermano
sono nere come il corvo
sembra che ti guardano con malocchio

Certe volte sono bianche
e corrono
e prendono la forma dell’airone
o della pecora
o di qualche altra bestia
ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro
per tanti metri

Certe volte ti avvisano con rumore
prima di arrivare
e la terra si trema
e gli animali si stanno zitti
certe volte ti avvisano con rumore

Vanno
vengono
ritornano
e magari si fermano tanti giorni
che non vedi più il sole e le stelle
e ti sembra di non conoscere più
il posto dove stai

Vanno
vengono
per una vera
mille sono finte
e si mettono li tra noi e il cielo
per lasciarci soltanto
una voglia di pioggia
Fabrizio De Andrè

venerdì 12 dicembre 2008

L'Italia del 12 dicembre

"Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre
L'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre"

Francesco De Gregori

Trentanove anni fa. Ne avevo nove, e quel 12 dicembre, con le immagini in bianconero che uscivano dal televisore sempre acceso a un ritmo insolito per gli occhi e la mente di un bimbo, per me fu la perdita dell'innocenza. Capii che accanto al bene, agli affetti, ai sentimenti, c'erano anche il male, il dolore, il buio. Quella sera, e per molte sere dopo, faticai ad addormentarmi.
L'Italia smarrì la rotta a Piazza Fontana. Che ci fosse il male i grandi lo sapevano, ma il male venne nascosto anche a loro. Per anni. Oggi molto si sa (mandanti, ideologie, esecutori), ma restano le zone d'ombra. In questa e in tutte le tragedie collettive della nostra storia. E in questa come nelle altre, prima (Vajont) e dopo, la sensazione che il male sia riuscito in un modo o nell'altro a farla franca. Che i buoni non abbiano vinto, e siano anzi stati derisi e irrisi.
Quel giorno, nel salone della Banca Nazionale dell'Agricoltura, caddero diciassette innocenti: Giovanni Arnoldi, Giulio China, Eugenio Corsini, Pietro Dendena, Carlo Gaiani, Calogero Galatioto, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Vittorio Mocchi, Luigi Meloni, Mario Pasi, Carlo Perego, Oreste Sangalli, Angelo Scaglia, Carlo Silvia, Attilio Valè, Gerolamo Papetti.

La diciottesima vittima cadde da una finestra tre giorni dopo. Giuseppe “Pino” Pinelli. Un uomo che credeva nella pace.

domenica 7 dicembre 2008

Una serata coi campioni

Fare un libro può essere anche un'occasione per rivedere tanti amici. Mi è successo ieri sera alla Libreria Irnerio, alla presentazione de “la Voce del Campione”, la mia strenna natalizia. Una settantina di persone, a occhio. Tanti che hanno risposto al mio invito, e mi hanno scaldato il cuore. Bello, davvero.

E c'erano anche loro. I campioni. Hanno raccontato scampoli di quelle vite da atleti che ho voluto nel libro, perché quando incrocio qualcosa di bello mi viene sempre voglia di fissarlo nella memoria e nelle parole, sperando che non vada perduto.

Ringraziamenti, allora.


A tutti quelli che c'erano, amici di corsa, di vita, di lavoro, di famiglia.
A Gianfranco Civolani e Alberto Bortolotti, che mi hanno aperto la strada rendendola lieve.
A Marino Bartoletti,che da direttore mi ha insegnato molto e ieri ha parlato da amico vero.
A Giorgio “Matitaccia” Serra per quella allegrissima copertina.
A Renato Rizzoli, per la presentazione, la presenza, l'amicizia.
A Sergio, Fabrizio, Fabrizio, Laurenzo, Luigi, Daniela, Daniele, Federica, Saverio (scrittore splendido che ha ascoltato queste storie, arrivando apposta in treno da Molinella), Carlo, Giuliano, Federico, Roberto, Fabio, Stefano (Alberto), Paolo e tutti quelli che c'erano e ci sono e ci saranno.
a Sandro (assente giustificato: lavorava) per il titolo.
A Minerva Edizioni, e Roberto, Paolo, Valentina, Francesco e al loro entusiasmo.
Ai miei campioni. Qui, di venticinque, ce n'erano otto: don Arturo Bergamaschi, Achille Canna, Mauro Checcoli, Giorgio Longhi, Ennio Mattarelli, Gigi Serafini, Giordano Turrini, Federico Girasole. Si sono raccontati con la semplicità dei grandi, ed è stato un onore averli vicino.


Alla mia famiglia, che era lì ad ascoltare.
A Sandra e Guerrino.
A pà e mà, lassù.
A Matteo, che a sei mesi si è sciroppato un'ora e un quarto di parole sempre sorridendo.
Alla sua mamma Elisa che si sciroppa me, tutti i giorni.
Ora ho voglia di prepararne subito altri venticinque. Campioni, non libri...

sabato 6 dicembre 2008

I miei campioni alla libreria Irnerio


Questa sera presento i "miei" campioni alla libreria Irnerio, in via Irnerio 27. Si inizia alle 18, senza troppo ritardo accademico. Ci saranno il mitico Civ, al secolo Gianfranco Civolani che mi ha regalato una bella prefazione ("Venticinque storie di sogni accarezzati e realizzati. Venticinque storie che ci fanno sentire tutti più giovani, storie di vecchi fusti che hanno allietato le mie, le nostre e le vostre giovinezze"... bello, no?) e Alberto Bortolotti. E alcuni di quei venticinque: certamente Mauro Checcoli, Giordano Turrini, Giorgio Longhi, Achille Canna, don Arturo Bergamaschi, Federico Girasole, se potranno Renato Villalta, Gigi Serafini, Ennio Mattarelli, Venuste Niyongabo e staremo a vedere chi altri.

Aspetto gli amici, quelli che non sono partiti per il ponte dell'Immacolata. E chi avrà voglia di ascoltare belle storie dalla voce dei loro protagonisti.

giovedì 4 dicembre 2008

Basta chiudere gli occhi


Stanotte ho sentito un grande boato
sembrava una bomba chissà...
mi ha fatto paura, la casa ha tremato
e ha tremato l’intera città
La gente per strada, la gente scappava…
Non era una bomba quel grande boato
ma un tuono lontano laggiù
tu questo hai sentito
di certo hai sbagliato
sono grande, ne so un po’ di più
La gente per strada, la gente ballava…

Certe volte Miguel
certe volte Miguel
questo mondo può farti paura
per fortuna, Miguel
non è il solo che c’è
basta chiudere gli occhi

Stanotte li ho visti gli aerei nel cielo
sfrecciare più in alto e più su
non so se era un gioco, oppure era vero
ma vorrei non tornassero più
La gente per strada, la gente scappava…
Stanotte non c’erano aerei nel cielo
ma sciami di stelle lassù
è questo che hai visto, che hai visto davvero
tante stelle giocare nel blu
La gente per strada, la gente danzava…
Certe volte Miguel
certe volte Miguel
questo mondo può farti paura
per fortuna, Miguel
non è il solo che c’è
basta chiudere gli occhi

Piero Marras

martedì 2 dicembre 2008

Confessioni di un poeta


CONFESSO


Io confesso
che non ho fatto la guerra
ed ho parlato alla gente
come se fossi un eroe.

Confesso:
ho parlato per anni
perché qualcuno capisse
quello che sento.
Stasera ti confesso
che sono entrato in un porto
ed ho cercato una nave
che mi portasse lontano.

Non voglio più vedere le cose
che mi hanno fatto sentire questo silenzio.
E sappi che per me
passerai la vita così ad aspettare.
Stasera ti confesso:
non ci capisco più niente,
io voglio solo dormire
per non vedere nessuno.

È tardi per pensare all'amore
e per andare sui monti
a parlare col sole di noi due
e per svegliarsi al mattino
con la pace nel cuore.

Piero Ciampi

venerdì 28 novembre 2008

Vi racconto i miei campioni



Quest'anno ho esagerato. Tre uscite. A maggio “Semplicemente Magnifico”, biografia di Walter Magnifico. Era nel cassetto da anni, un tributo a un amico vero che andava solo rispolverato un po'. Poi, l'instant book sulla promozione del Bologna, assemblato in due giorni e uscito in sette. Un record, e per di più direi un bel libro: merito degli scatti dei fotografi bolognesi (Rebeschini, Sgamelotti, Schicchi, Giuliani, Puggioli) e del lavoro dei colleghi che mi hanno messo a disposizione i loro testi.
Ora, finalmente, i miei campioni. Lunghe interviste nate sulle pagine del quotidiano per cui lavoro, a cui ho aggiunto quelle raccolte in questi mesi, con un'idea che il mio editore ha subito raccolto e condiviso.

Ringraziamenti: a Giorgio "Matitaccia" Serra per lo splendido disegno di copertina, a Civ per la prefazione alla sua maniera, a Renato Rizzoli per le parole d'amicizia, alla passione che guida la comunità di Minerva.
Così, diventa il quinto libro. Il primo che ho potuto dedicare a mio figlio. Con storie vere, appassionate, piene di umanità.
Ecco i criteri di scelta, spiegati nelle poche righe di presentazione, e l'elenco dei venticinque che hanno scritto pagine di storia dello sport a Bologna.

LA VOCE DEL CAMPIONE – 25 storie di sport e passione all'ombra delle due torri
Marco Tarozzi - Minerva Edizioni, 2008
Ne ho incrociati venticinque. Partendo dalle pagine di un giornale con un solo progetto preciso: ascoltare storie, provare a raccontarle. Per cercare di dimostrare che i racconti di sport, quelli veri e intensi, non hanno una precisa collocazione temporale. Resistono a tutto: alle mode, al tempo che passa, alla polvere dell'oblìo. Ne ho pescate venticinque, viaggiando tra una disciplina e l'altra e tra un decennio e l'altro. Al giornale mi sono fermato intorno alla quindicesima, le altre le ho inseguite per diletto, certamente per curiosità, perché volevo vedere dove mi avrebbero portato. O magari perché alcuni nomi mi riaccendevano ricordi d'infanzia, di primissime passioni, di chiacchierate familiari che non torneranno e che rimpiango, e volevo vedere cosa avrei trovato dietro una foto, un risultato, un ritaglio di giornale. Un po' alla volta, mi sono accorto che avevo infilato una strada piena di vicoli e anfratti da esplorare, ma con uno scenario immutabile sullo sfondo. Bologna.
Dentro questi racconti, o interviste, o favole di sport, chiamatele come preferite, c'è una città che forse si è fatta un po' più disattenta e cinica, negli ultimi anni, ma ha ancora guizzi di un entusiasmo antico. Quello che portava sessantamila persone allo stadio per vedere boxare Checco Cavicchi. Altri tempi, direte: oggi sessantamila li richiama soltanto Vasco Rossi. Dentro queste pagine ci sono campioni e talenti nati a Bologna, o appena fuori città, e altri che hanno scelto di venire qui per realizzare i propri sogni, ma il bello è che una volta appesa al chiodo la loro vita sportiva non se ne sono più andati e hanno messo radici. Ci sono atti di coraggio, come i viaggi di “Toro” Rinaldi e Paolo Cimpiel verso un'America che un tempo, più di trent'anni fa, era difficile anche da immaginare. C'è don Arturo Bergamaschi, prete solare e felice che sale ad alta quota per sentirsi più vicino a Dio. Ci sono perle sfavillanti: gli ori di Ennio Mattarelli, Mauro Checcoli, le medaglie di Manu Pierantozzi e Giordano Turrini alle Olimpiadi. C'è la fedeltà alla bandiera (che davvero sembra un'idea lontana anni luce) di Picchio Orlandi, anima Fortitudo, e la forza di Dado Lombardi nel fare, anche per amore di Bologna, il primo salto di sponda in un posto che si nutre di rivalità stracittadina. C'è la volontà di un ragazzo d'Africa, partito da un villaggio sperduto del Burundi per conquistare un oro olimpico che è storia per la sua nazione: Venuste Niyongabo ha vinto la sua medaglia prima di conoscere Bologna. Ma quando è arrivato qui, anche lui si è sentito a casa. Ci sono venticinque personaggi che mi hanno regalato umanità, allegria, passione, commozione. Il massimo, per chi vuol scriverci storie. Spero di raccontarveli come si deve.
LE STORIE - don Arturo Bergamaschi, Achille Canna, Francesco Cavicchi, Mauro Checcoli, Pierfrancesco Chili, Paolo Cimpiel, Kurt Diemberger, Franco Farnè, Helmut Haller, Federico Girasole, Donata Govoni, Gianfranco Lombardi, Giorgio Longhi, Orlando Maini, Ennio Mattarelli, Venuste Niyongabo, Giampaolo Orlandi, Ezio Pascutti, Emanuela Pierantozzi, Gino Pivatelli, Alberto Rinaldi, Gigi Serafini, Giordano Turrini, Renato Villalta, Vittorio Visini.

lunedì 24 novembre 2008

Cristo, secondo Piero Ciampi



CRISTO TRA I CHITARRISTI


È un uomo che vive di foreste
d'aria piena di voli d'aquile,
conquista vette e tocca il sole,
lui beve neve, parla alle stelle
e spazia il tempo.
Corre, anela, sta.

Devia i ruscelli,
veglia e sonno è tutto un sogno
è un uomo solo e senza armi.

Un pomeriggio su una salita perse la vita.

Più niente in quel lungo silenzio
turbava la mia anima esperta.
Un coro di chitarre infelici
cantava per disperdere l'odio.
Sopra una collina era il più alto,
il più bello, irraggiungibile.
Ai suoi piedi c'era il deserto,
ormai la folla si era saziata
con le preghiere.

Là c'è sempre un Uomo in verticale
che non tocca mai la terra,
talvolta scende da una croce
ma dopo poco su una salita sconosciuta
perde la vita.
Un concerto di chitarre arriva e suona
molto amaro.

Anche stasera da qualche parte
c'è qualche Cristo
che sale stanco
e senza scampo
una salita.
Piero Ciampi

domenica 23 novembre 2008

Canto per Zatopek

Un corridore deve correre con i sogni nel cuore, non con i soldi nel portafogli
Emil Zatopek


Zatopek.
Quella corsa senza grazia, di fatica. Perché la corsa è fatica, è struggimento, è il dolore della soglia da superare. E chi dice che si diverte e basta, mente.
Zatopek.
Lavorava in fabbrica, da ragazzo. Mai stato interessato alla corsa. Lo iscrissero a una gara sociale. Si interessò. A modo suo. Con la cultura del lavoro, che è l'unica che paga nell'atletica. Perché nell'atletica non si incanta: lo dicono i numeri, i tempi, se hai le gambe buone. A meno che, certo, uno non scelga scorciatoie. Lui no. Sceglieva i chilometri. Tanti, tutti i giorni.
Zatopek.
Uscì alla ribalta internazionale nel 1948, ai Giochi Olimpici di Londra. Primo nei 10.000, secondo nei 5.000 dietro a Gaston Reiff. Quattro anni dopo, a Helsinki, il capolavoro. Oro nei 5.000, oro nei 10.000. E oro, qualche giorno dopo, nella maratona. La sua prima maratona. Aveva deciso di correrla all'ultimo momento, in mezzo a tutti quegli specialisti gli sembrò un gioco. Con tutti i chilometri che aveva nelle gambe, probabilmente lo era.
Zatopek.
Quattro ani dopo, a Melbourne (terza Olimpiade) fu sesto in maratona due settimane dopo un'operazione di ernia inguinale. Finì lì, e alla collezione aveva aggiunto record mondiali nei 5000, nei 10000 (cinque volte), nella 20km. (due volte), nell'ora di corsa (due volte), nei 25 e nei 30 km.
Zatopek.
In Cecoslovacchia era un eroe. Credeva nella sua terra, credeva nel partito. Attivista, figura influente. Ma nell'ala liberista. Dopo la Primavera di Praga lo “epurarono”. Gli tolsero gli incarichi, lo misero a lavorare in una miniera di uranio. Tenne la schiena dritta. Poteva soccombere, con la sua abitudine alla fatica?
Zatopek.
Se ne è andato il 22 novembre di otto anni fa, appena scollinato il muro del terzo millennio. Restano le sue immagini in bianco e nero. Quella corsa sgraziata. L'amore infinito per Dana, la moglie conosciuta tra pista e pedane (oro a Helsinki '52 e argento a Roma '60 nel giavellotto). Resta la sua cultura del lavoro, che dovrebbe essere d'esempio. Dovrebbe.

martedì 18 novembre 2008

Angelo, che ci ha insegnato a volare

Bisognerebbe evitare che la polvere del tempo coprisse la memoria di uomini come Angelo D’Arrigo. Uno della mia generazione, che era riuscito a trasformare in realtà il grande sogno della mia generazione. Volare. Non per sentirsi libero: per esserlo.
Proprio così, se devo pensare a un uomo veramente libero, penso ad Angelo. Alle sue avventure, ai suoi record che non erano mai vittorie contro gli altri, ma per gli altri. Sfide personali che diventavano patrimonio di tutti. E penso a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo davvero, al grande vuoto e insieme alla grande ricchezza che ha lasciato.

Volatore, sognatore. Atleta, scienziato, viaggiatore, navigatore dei cieli, poeta. Laureato all’Università dello Sport di Parigi, istruttore di volo libero, deltaplano e parapendio, maestro di sci e guida alpina, scelse di vivere delle sue passioni. Una vita in movimento, a cielo aperto, a contatto con la natura. Intorno ai trent’anni era già stato campione del mondo di volo libero, ma i trionfi agonistici per lui erano diventati presto una specie di colratissima gabbia.

Andando oltre, si è fatto leggenda. A cavallo del nuovo millennio, ha realizzato imprese incredibili. Innamorato delle teorie di Leonardo da Vinci, le ha messe in pratica dimostrando la perfezione dei progetti del grande scienziato di cui ha condiviso la volontà di spostare ogni giorno un po’ più in là i limiti del possibile.
Prima le grandi imprese al confine tra Francia e Italia: le "prime" di sci estremo e volo libero su Monte Bianco, Cervino, Aiguillle du Midi. Poi, gli orizzonti allargati: Himalaya, Ande. Il volo in deltaplano sopra l'Etna in eruzione. Gli studi profondi sul volo dei grandi rapaci che hanno caratterizzato le sue avventure dal 2000 in avanti. Il Sahara e il Mediterraneo sorvolati seguendo la rotta dei falchi migratori. La traversata in deltaplano sulla Siberia (progetto nato con la collaborazione del Russian Research Institute for Nature and Protection) indicando la via per oltre 5300 chilometri ad uno stormo di gru siberiane nate in cattività, restituendole al loro habitat naturale. Il primo sorvolo dell’Everest in deltaplano, nel 2004, realizzato con la compagnia di un’aquila nepalese. L’Aconcagua visto dall’alto, sulla rotta migratoria dei condor, nel 2005.

Angelo D’Arrigo sapeva volare. Seguendo le correnti ascensionali, è salito fino a 7400 metri con il suo deltaplano, dimostrando che i sogni sono sempre a portata di mano, per chi ci crede fino in fondo. Non tutti potrebbero fare la vita che ha fatto lui. Tutti dovrebbero prenderla ad esempio.

sabato 15 novembre 2008

Se un poeta chiama


Ancora Paolo Bertolani, poeta. Mai come ora lo sento vicino all'anima.

Comincio a cadere dentro gli anni
che sono tanti e pieni di falle
di troppi fatti sulle spalle.

Cominciano ad arrivare delle paure,
delle cose sbieche, mi tremano
negli occhi, non ci dormo.

Ma almeno voi, amici,
me la darete una mano
A scendere le scale
A attraversare?

(Paolo Bertolani)

mercoledì 12 novembre 2008

Gli ottant'anni del "prete-alpinista"

Don Arturo Bergamaschi è un personaggio unico. Occhi di un azzurro intenso, da ragazzino curioso della vita. E lo è, un ragazzino, perché le ottanta primavere che si carica ogni giorno sulle spalle sembrano leggerissime, portate da lui. Attraversa Bologna in bicicletta pianificando il prossimo viaggio, la prossima avventura che lo porterà una volta di più verso Oriente, verso mondi e popoli che restano lontani, anche in tempi di comunità cosiddetta globale, verso le sue montagne. L'8 novembre don Arturo ha festeggiato il traguardo degli "ottanta" tra gli amici con una storia in più da raccontare. Il viaggio dello scorso ottobre, 32 giorni tra Cina, Tibet e Nepal. Il mio regalo di compleanno è stato questo articolo sul "Domani". Poca cosa, buona appena per ringraziarlo dell'esempio che dà a chi gli sta intorno.




OTTANT'ANNI AD ALTA QUOTA

di Marco Tarozzi


Guarda sempre verso l’alto, verso le sue montagne infinite, don Arturo Bergamaschi. Anche adesso che ha agguantato il traguardo dei suoi primi, fantastici ottant’anni. Li ha festeggiati sabato, per il calendario, e ieri con una grande festa con gli amici di vita e di avventura. Prima, lo aveva già fatto a modo suo. Regalandosi un mese di viaggi ad Oriente tra Cina, Tibet e Nepal, a caccia di impressioni, appunti sparsi, emozioni da incamerare con quella sua infinita, contagiosa curiosità. Storie da rivivere a colori "Sulle ali dei ricordi": così ha chiamato questa sua spedizione, che racconterà agli appassionati nel consueto appuntamento all’Antoniano, la prossima primavera. Perché questo "prete d’alta quota", classe 1928 e un fisico da eterno ragazzo, adesso ama tornare nei luoghi che ha già conosciuto. Per vedere il mondo che cambia, e in che modo
lo fa.
"La Cina, per dire. È vero, è un altro paese rispetto a quando la vidi l’ultima volta, nel 1985. Pechino, da allora, è irriconoscibile. E non è solo questione di Olimpiadi, direi piuttosto un processo inarrestabile e sempre più rapido. Da Pechino abbiamo viaggiato con il leggendario Treno Celeste fino a Lhasa, la capitale del Tibet. Su quella linea ferroviaria che viaggia ad altitudini impensabili, fino a oltre 5000 metri d’altezza, con le prese per l’ossigeno nelle cabine dei turisti ma non in quelle dei viaggiatori locali".
Proprio lì, in Tibet, don Arturo ha visto il vero cambiamento. Non nelle strutture, ma nelle anime, nella gente.
"Lhasa l’ho vista tante volte. Anche lì la logistica è stata rivoluzionata dagli anni. Ma c’è molto di più. Difficile sentirsi in pace a Jokhang, il tempio buddhista più antico del Tibet, con le squadre antisommossa che ti girano intorno continuamente. Quel paese sta cambiando radicalmente: i villaggi cinesi, grazie alle sovvenzioni governative, sono tirati a lucido, e accanto quelli tibetani danno una sensazione di grande povertà. È in atto una "cinesizzazione" del Tibet, e ha ragione il Dalai Lama quando dice che un popolo sta perdendo la sua storia, e parla di genocidio culturale. E il problema è che lui è una guida che predica nel deserto, purtroppo".
Sulle tracce di sè stesso, don Bergamaschi ha rivisto, da sotto, quegli Ottomila che ha amato con tutto sè stesso, sentendosi "più vicino a Dio" ogni volta che guadagnava metri verso le sue vette. Stavolta, l’ultima parte del viaggio è stato un trekking d’alta quota.
"Katmandu era la base di partenza. In Nepal è cambiato il governo, ma Katmandu è sempre la stessa: inquinata, disordinata, rumorosa. Unica, nel suo genere. Da lì, in una ventina, siamo risaliti verso Lukla e Tengpoche, sulla strada che porta verso l’Everest. Il tempo ci ha aiutati, abbiamo trovato giornate splendide e la vista di quelle montagne, l’Everest, il Lhotse, ci ha riconciliati con la natura e con noi stessi. Qualcosa di impareggiabile".
Qualcosa di unico, come questo prete nato nella Bassa, tra Modena e Bologna, cresciuto a pane e montagna per sessant’anni, che ad alta quota ha organizzato spedizioni importantissime dal punto di vista alpinistico e da quello scientifico. E che ancora non si stanca di camminare verso
l’alto, guardando oltre i suoi primi ottant’anni.

HA GUIDATO 35 SPEDIZIONI: TRE "PRIME" OLTRE I 7500
Don Arturo Bergamaschi è nato a Savignano sul Panaro l’8 novembre 1928. Laureato all'Università di Bologna in Matematica e Fisica, ha insegnato al Seminario Regionale di Bologna, al Liceo Classico dell'Istituto San Luigi e dal 1975 al 1995 al Liceo Scientifico e Linguistico Malpighi. Dal 1970, ha organizzato e guidato 35 spedizioni alpinistiche e scientifiche in ogni parte del mondo: le più significative nell’83, in Pakistan, con tre "prime" oltre 7500 metri, e nel ‘94 sul K2, in occasione del 40° anniversario della
conquista.

giovedì 6 novembre 2008

Forse possiamo davvero



Buonasera Chicago!

Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta che hanno dato le file davanti le scuole e le chiese, mai così lunghe nella storia di questo paese, fatte da gente che ha atteso tre ore, quattro ore, molti per la prima volta nella loro vita, perché credevano che questa volta poteva essere diverso, e che la loro voce poteva essere quella differenza. E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili. Americani, che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati solo un insieme di individui o un insieme di stati rossi e stati blu.
Noi siamo, e sempre saremo, gli Stati Uniti d’America.

E’ la risposta che ha guidato tutti coloro ai quali per lungo tempo e da molti è stato detto: siate scettici, abbiate dubbio e paura, riguardo a quello che potrà succedere! ...e li ha guidati a mettere le proprie mani sul cammino della storia per dirigerlo ancora una volta verso la speranza di un giorno migliore.
C’è voluto molto tempo, ma stasera, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in questa elezione, in questo specifico momento, oggi il cambiamento è in America.

Ma al di sopra di tutto, non dimenticherò mai coloro ai quali realmente appartiene questa vittoria. Appartiene a voi! Appartiene a voi!
Non sono mai stato un candidato favorito per questa carica. Non abbiamo mai avuto né molto denaro né molto consenso. La nostra campagna non è stata ordita nelle stanze di Washington. È cominciata nei cortili di Des Moines, nei soggiorni di Concord, sotto i portici di Charleston. E’ stata fatta da uomini e donne che hanno dato quel poco che avevano da dare: 5 o 10 o 20 dollari per la causa.
Ha tratto la propria forza da quei giovani che hanno respinto il mito di una generazione apatica e hanno lasciato le proprie case e le proprie famiglie per lavori che offrivano pochi soldi e ancor meno riposo. Ha preso la propria energia da quei meno giovani che hanno sfidato il freddo gelido e il caldo bruciante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti, e dai milioni di americani che hanno prestato la propria opera volontaria e lavorato e provato che, più di due secoli dopo, il governo delle persone, dalle persone e per le persone non è stato inghiottito dalla Terra.
Questa è la vostra vittoria!
E io so che non avete fatto tutto ciò che avete fatto per vincere un’elezione. E so che non l’avete fatto per me.
Lo avete fatto perché capite l’enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte stiamo festeggiando, sappiamo bene che le sfide che ci attendono domani saranno le più importanti della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo.
Anche se stanotte siamo qui, sappiamo che ci sono dei coraggiosi americani che si stanno svegliando nei deserti dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan per rischiare le proprie vite per noi.
Che ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro bambini si saranno addormentati e si chiederanno come faranno con l’ipoteca o a pagare il conto del medico o a risparmiare abbastanza per l’università dei loro figli.
Ci sono nuove energie da imbrigliare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire, minacce da fronteggiare, alleanze da ricostruire.


La strada che abbiamo davanti è lunga. La salita è ripida. Potremmo non arrivarci in un anno e nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai auto tanta speranza quanta ne ho stasera sul fatto che ci arriveremo! Io vi prometto che noi ci arriveremo!
Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutto ciò che deciderò o con le mie politiche da Presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema.
Ma sarò sempre onesto con voi riguardo alle sfide che dovremo affrontare. Vi ascolterò, soprattutto quando non sarete d’accordo. E, sopra ogni cosa, vi chiederò di partecipare alla ricostruzione di questa nazione, nell’unico modo in cui l’America è stata fatta per 221 anni - - edificio per edificio, mattone per mattone, mano callosa per mano callosa.

(.....)


Ciò che è cominciato 21 mesi fa nel cuore dell’inverno non può terminare in questa notte d’autunno.
Questa vittoria da sola non è il cambiamento che vogliamo. E’ solo l’opportunità di realizzare quel cambiamento. E ciò non può accadere se ritorniamo indietro al modo in cui le cose erano.
Non può accadere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.
Dunque facciamo appello ad un nuovo spirito di patriottismo e di responsabilità, per cui ognuno di noi si rimbocchi le maniche e lavori duramente e si prenda cura non solo di sé stesso ma anche degli altri.
Ricordiamoci che se la crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è che non possiamo avere un Wall Street ricco e un "Main Street" in sofferenza.
In questo paese, nasciamo e moriamo come Una Nazione, Un Popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell’immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo.

(.....)


E per quegli americani il cui sostegno non ho ancora guadagnato: posso non aver vinto il vostro voto stanotte, ma sento le vostre voci, ho bisogno del vostro aiuto. E sarò anche il vostro Presidente.
E per tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, da palazzi e parlamenti, per coloro radunati attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono differenti, ma il nostro destino è comune, ed una nuova alba per una leadership americana è a portata di mano.


Barack Obama, Chicago, 4 novembre 2008

lunedì 3 novembre 2008

Candidato Sindaco, sono un "Over 40"


A Bologna ci saranno le primarie del Pd per decidere chi dovrà correre alla carica di Sindaco della città. Democratico, appunto. Proprio ieri, uno dei quattro candidati ha fatto sapere che se toccherà a lui, per prima cosa farà piazza pulita dei vecchi assessori. Legittimo. E ha aggiunto che la sua giunta sarà composta da “Under 40”. Giovanilistico.
Un po' di conti. Allora: rischio il posto di lavoro per scelte altrui, non sto ora a discutere sul perché e per chi. Certo, non a causa mia, questo me lo concedo. Ho quarantotto (48) anni, una certa esperienza del lavoro che faccio, la curiosità che occorre per guardare ancora avanti e non fare bilanci. Ma evidentemente sono nato nel momento sbagliato. Faccio parte della generazione sbagliata. Non abbastanza vecchio per essere riconosciuto “senatore” della società, non abbastanza giovane per fare l'assessore, e chissà cos'altro, nella vita.

Mi turbano queste “barriere” ideologiche. Ho nostalgia di una società che riconosceva nei nostri padri, e magari nonni, valori ormai evidentemente inutili, in tempi in cui chi non viaggia su internet è fuori (a proposito: ho un blog e me lo seguo da solo, senza staff al seguito, e su Facebook sono arrivato prima del suddetto candidato. Giovanilistico, anch'io...).

Ho ancora rispetto per chi ha visto più cose di me, per la memoria storica. Come mi hanno insegnato (chissà, forse sbagliando) i miei genitori. Provo stanchezza e fastidio di fronte alla demagogia, agli slogan da campagna elettorale, al manicheismo, all'incapacità di dare valore alle persone, prima che alle frasi ad effetto. Lo ammetto: mi sento anche offeso.
Ho quarantotto (48) anni, appena uno più di un tipo che vuol fare il presidente degli Stati Uniti. Farò di tutto per dire ancora quello che ho da dire. Anche se per qualcuno la mia è una generazione perduta, o piuttosto smarrita. Non c'è candidato sindaco che possa permettersi di cancellarmi dalla faccia della società. Finché voto, almeno. Per lui o contro di lui. Più facilmente contro, adesso.

venerdì 31 ottobre 2008

Irish aspetta sempre la sua bici


SIGNORE, GUARDAMI, IO SONO IRISH

(Riccardo Mannerini)

Signore, sono qui, io sono Irish
quello che non ha la bicicletta.
Tu lo sai che lavoro dai Lancaster
e che, a sera, le mie reni non cantano.
Mi hai date tante cose belle
e il mio cuore le ha viste volentieri:
i boschi, le rose, la fratta,
i piccoli stagni dei cieli e la notte
le labbra di Ester
i suoi seni
quei suoi impossibili occhi
il sonno, il risveglio, il rumore
del fiume, l’odore dei legni duri

O mio Signore, purtroppo c’è qualcosa che non va!
Io che lavoro dai Lancaster
dormo e mangio a trenta miglia
dalla chiesa di padre Enrico
Come posso, o Signore,
santificare il tuo giorno?
I camion sono fermi, le auto non passano
ed io nel tuo giorno
sono stanco, Signore.
Trenta miglia più trenta
sono troppe a piedi ed Irish,
tu ricordi Signore,
non ha la bicicletta.

I passeri, gli scoiattoli, le lepri
gioiscono nel tuo giorno, io no
Non so più se io sono tuo figlio:
in quel giorno non vengo alla tua casa,
io non ti onoro; come posso fare,
dimmi?
Posso stare sul prato a parlarti di me?
O debbo venire in fondo alla valle?

Soffro, Signore e tu devi -capisci?-
Devi fare qualcosa.
Andrà bene anche vecchia
la bicicletta
che manderai ad Irish,
perché tu, che sei buono,
hai tanti amici e a qualcuno di loro
la puoi chiedere una vecchia bicicletta.
Che sia robusta, piuttosto, e grazie,
mio Signore, grazie!
Dio te ne renderà merito, di certo.
Io sono Irish, Signore,
quello che verrà da te in bicicletta.

sabato 25 ottobre 2008

Ho bisogno delle mie scarpe volanti...


Days full of rain
Skys comin' down again
I get so tired
Of these same old blues
Same old song
Baby, it won't be long 'fore
I be tyin' on
My flyin' shoes
Flyin' shoes
Till I be tyin' on
My flyin' shoes

Spring only sighed
Summer had to be satisfied
Fall is a feelin' that I just can't lose.
I'd like to stay
Maybe watch a winter day
Turn the green water
To white and blue
Flyin' shoes
Flyin' shoes
Till I be tyin' on
My flyin' shoes


The mountain moon
Forever sets too soon
Bein' alone is all the hills can do
Alone and then
Her silver sails again
And they will follow
In their flyin' shoes
Flyin' shoes
They will follow in their
Flyin' shoes

Days full of rain
Skys comin' down again
I get so tired
Of the same old blues
Same old song
Baby, it won't be long
Till I be tyin' on
My flyin' shoes
Flyin' shoes
Till I be tyin' on
My flyin' shoes

(Townes Van Zandt)

venerdì 24 ottobre 2008

Kammerlander, il mito tranquillo

Ultimamente, mi è capitato per mestiere (le poche cose belle rimaste del mestiere) di avere a che fare con uomini un po' fuori del comune. Parliamo di sport, naturale, ma lungo il cammino si finisce sempre con lo spostare l'angolo visuale. Meglio: allargare.
E' successo con Hans Kammerlander, incontrato per un guizzo (ancora, raramente, mi succede) a Campo Tures. In vacanza, mi è sembrato potesse uscirne un buon pezzo sul suo rapporto con la corsa, da proporre a Runner's World. Contatto, appuntamento, intervista. Andata. Ma è rimasto qualcosa dentro, come succede quando ti trovi di fronte un tipo tranquillo che con semplicità ti racconta la sua filosofia di vita. Uno che ha scalato tredici dei quattordici Ottomila della terra, rinunciando all'ultimo per una questione etica. La corsa è il pretesto. Ma si parla anche di paura, di fatica della conquista, di senso della perdita. Di cime himalaiane, alzando gli occhi sulle cime incantate che avvolgono la Val di Tures e la Valle Aurina.





Marco Tarozzi

Campo Tures è un luogo che racconta storie. Solidamente piantata in val di Tures, cancello virtuale che si apre sulla splendida valle Aurina, ha visto passare la storia dalle sue strade. I re di Sassonia ci venivano a riposare e a camminare, Napoleone ci passò con altri diavoli per la testa. Ha due angeli custodi che riempiono d'orgoglio i suoi cinquemila abitanti: il castello di Ritter e, molto più su, le guglie maestose dell'Hochgall, che punta dritto al cielo per 3435 metri. Al centro del paese, una piazza porta il nome di un uomo che ha sempre guardato verso l'alto. Prima alle sue montagne, poi a quelle sparse per il mondo. Fino alle più alte di tutte. Gli Ottomila. Sono quattordici in tutto, e lui ne ha conquistati tredici, fermandosi quando ha sentito che ci sono valori più profondi di un record. Quest'uomo si chiama Hans Kammerlander, è uno tra i più grandi al mondo e nella storia. Guarda con un sorriso divertito, ma anche con orgoglio, il suo nome scritto in grande all'angolo di questa piazza. In questo posto in cui torna sempre, dopo ogni viaggio. Figlio di questa terra.
“Sono nato e vivo ad Acereto. Meno di sette chilometri da qui, anche se si sale in fretta da quota 860 a 1400 metri. Papà aveva un vecchio maso e mi ha insegnato il valore della terra, e come coltivarla per viverci. Questo è l'approdo in cui tornare dopo ogni avventura, e su queste cime è nata la passione che mi ha portato su quelle più lontane. Questo, per dire, è un anno diverso dagli altri. Normalmente organizzo i miei viaggi tra aprile e maggio, e mi perdo l'esplosione della primavera in queste valli. Per la prima volta in quasi vent'anni sono rimasto qui, e le ho viste più verdi che mai. Come non le ricordavo”.
All'ultimo piano dell'ufficio del turismo, in un grande salone che è anche un piccolo museo delle sue imprese, Hans Kammerlander ricorda senza enfasi conquiste dal valore inestimabile, prova a dare un'idea di cosa significhi restare ore, giorni oltre il limite degli ottomila metri senza far ricorso all'ossigeno (mai una volta, ed è motivo d'orgoglio giustificato). E parla di corsa, naturalmente. Sorride, pensando che di questo vogliamo chiedergli. E' un'ottica diversa dalle solite. Ma non meno importante, assicura.
“Ho sempre considerato la corsa un elemento fondamentale della preparazione per le mie imprese in montagna. Ma quando la pratico provo anche piacere puro, ed emozioni molto simili a quelle che mi regalano le avventure ad alta quota. Amo correre in solitudine, e mai su terreni piani. Cerco, anche in questo caso, di salire verso l'alto. Mi limito a un paio di uscite settimanali, ma decisamente intense. Quando esco, spesso dimentico il cronometro, affronto dislivelli anche di sette-ottocento metri e resto fuori a lungo. Poco lontano da casa infilo un sentiero, entro nel bosco e mi sento subito meglio”.
Un runner della solitudine. Per abituarsi a quello che lo aspetta in Himalaya, naturalmente. Ma anche per scelta precisa. Hans ama davvero il mondo che lo avvolge, prova una curiosità bambina nello scoprirlo. Si sente attratto dagli angoli più isolati, quelli da raggiungere in silenzio, ascoltando soltanto i propri pensieri e il proprio respiro.
“Amo certe uscite invernali, quando la neve copre i sentieri e correrci sopra è un'impresa, un po' come farlo sulla sabbia in riva al mare. Il contatto con la natura è un aspetto importante dei miei allenamenti. Per me correre non è solo allenamento per il corpo, ma anche per la mente. E nella natura puoi trovare un sacco di energia”.
Per questo non ha mai pensato di chiudersi tra quattro mura per dedicarsi al running, nemmeno durante i periodi più intensi della preparazione. Estate o inverno, meglio uscire di casa e infilarsi sui sentieri intorno ad Acereto.
“Ho un amico maratoneta, molto forte, che nei mesi più freddi si allena praticamente solo in palestra, sul tapis roulant. Io non ci riuscirei mai. Non troverei le motivazioni che ho correndo a contatto con le montagne di casa mia, intorno ad Acereto. Allenarsi è comunque un lavoro, per uno come me. Ma quando sono fuori, immerso negli elementi naturali, è un'altra cosa. E' allegrìa, divertimento. Mi succede quando, nel mio mestiere di guida alpina, porto i clienti sulle cime intorno alla mia valle, o nelle Dolomiti. Così come quando vado a correre. Niente è ripetitivo o stressante, e anche la fatica è più lieve se stai facendo qualcosa che ti dà soddisfazione”.
Non ha bisogno di iscrizioni o pettorali, per stabilire i suoi record. Sono tutti scritti nelle pagine storiche dell'alpinismo. Incancellabili.
“Ho stabilito il record della salita sull'Everest, in sedici ore e quaranta minuti. E' alpinismo, non running, ma credo si possa considerare un bel viaggiare. Non ero in gara con nessuno, pensavo solo a coniugare velocità e sicurezza. Sono salito con uno zaino leggerissimo, cinque chili in tutto, compresi un litro di the e gli sci con cui poi ho affrontato la discesa, anche in questo caso stabilendo un record. Il mio concetto era semplice: salire leggerissimo e veloce, restare poco tempo in quota. Anche in questo la confidenza con la corsa mi ha aiutato tantissimo”.
Già, guai a dimenticare. Hans Kammerlander eccelle anche come sciatore. Estremo, naturalmente. Come definire uno che scende dalla cima delle montagne più alte del mondo con gli sci ai piedi, dopo esserseli portati fin su, legati in vita, in condizioni così pericolose? Lo ha fatto sull'Everest, ci ha provato sul K2, finché le condizioni lo hanno permesso. Con queste premesse, anche una maratona estrema sembrerebbe roba per comuni mortali. Ma Hans non disdegna. E qualche volta, per sfida personale, si è schierato al via in prove più “normali”.
“Il numero? Me lo sono messo quattro o cinque volte, in qualche gara di skyrunning dalle parti di casa mia. Ma non sono motivato per gare del genere. Quando corro, come quando salgo un Ottomila, penso soprattutto alle mie sensazioni. In certe situazioni conta l'esperienza, la testa. In una spedizione ad alta quota avere intorno un centinaio di persone può essere un aiuto, ma anche un freno. Guai se uno si mette a fare i conti sul ritmo degli altri. Quando sono solo in montagna, e magari in un'ora ho fatto solo cinquanta metri, non mi preoccupo di quanto viaggiano forte gli altri. Penso: fa niente, ho ancore sette ore per fare la cima, recupererò. Ascolto solo le mie pulsazioni. So quello che posso chiedere al mio fisico, e le ore di allenamento spese durante la preparazione, anche quelle di running, sono le mie certezze”.
Niente da fare. Kammerlander è e resterà un isolato della corsa. Ma gli piace condividere, almeno con le parole, certi attimi speciali di questa vita tra i boschi.
“I ricordi più belli della mia vita da runner di montagna sono legati al Moosstock. E' la cima sopra Acereto, il mio paese. L'avrò salita cinquecento volte, la prima ad appena otto anni e di nascosto dai genitori. E' alta 3059 metri, partendo da casa mia sono 1630 metri di dilsivello. Quasi sempre l'affronto lasciando a casa l'orologio, ascoltando solo il mio corpo. Ma qualche volta il cronometro con me l'ho portato. Il miglior tempo che ho registrato, qualche anno fa, è stato di un paio di secondi inferiore all'ora e otto minuti. Parlo della sola salita, naturalmente. So che in tanti hanno provato a far meglio, ma è difficile. Io conosco quella montagna come le mie tasche, è come se corressi nelle stanze di casa mia. A volte esco dai sentieri e corro su strade inesistenti, su percorsi che sono solo nella mia testa”.
La fatica è una compagna fedele. Non la cerca, Hans. Semplicemente, sa che prima o poi arriverà, e bisogna farne conto. Il titolo di uno dei suoi splendidi libri, “Malato di montagna”, è la chiave di lettura. La sua filosofia di vita. In questo si sente simile ai corridori di lunga lena.
“Credo esista una specie di “malattia” del runner, e che in parte assomigli al mio essere “malato di montagna”. Ho capito di essere affetto da questa strana malattia nel '99, quando dopo aver rischiato un'amputazione delle dita dei piedi per un congelamento ho passato una primavera a casa, senza poter progettare avventure. Stare a guardare mi faceva soffrire. Sono un “malato” e ne sono consapevole: devi esserlo per affrontare gli ultimi trecento metri verso la cima dell'Everest senza l'aiuto dell'ossigeno. Quell'ultimo tratto non è affatto bello, se vai avanti ti fai del male. Credo che sia così anche per un maratoneta: se arrivi agli ultimi chilometri e sei costretto a giocartela con altri tre o quattro atleti, viaggi al limite e non te la godi di sicuro. Ma il bello, la magìa, arriva dopo. Quando rivedi quello che hai fatto. Quando io guardo la foto di un Ottomila e so che sono salito lassù. Quando un runner rivede la foto di un arrivo concitato e vincente, e freme ripensando a quegli attimi. E' il ricordo di ciò che hai fatto che ti rende felice”.
Sa anche stupire, uno così. Lo immagini immerso in mille progetti, e lui tira il freno. Ne ha, di sicuro. Ma forse sta volgendo lo sguardo altrove. Questa terra, dall'alto, lui l'ha già vista. Come pochi al mondo.
“Ci sono ancora molti traguardi aperti, nell'alpinismo estremo. Per dire: la traversata di Everest, Lhotse e Nuptse in Himalaya. Tre Ottomila di fila. Una specie di trail di alta, altissima montagna... Fino a qualche tempo fa pensavo che ci sarebbero voluti cent'anni, per riuscirci. Oggi ci sono giovani alpinisti già tecnicamente in grado di affrontare l'impresa. Caso mai, occorrerà loro ancora qualche anno per fare esperienza. Ma non so se sarò ancora io ad affrontare imprese del genere. Un anno fa ho salito in prima assoluta lo Jasemba, un Settemila in Nepal, insieme a Karl Unterkircher, che se ne è andato tragicamente nel luglio scorso sul Nanga Parbat. Ecco, il valore del ricordo è anche questo. Ripensando a quell'impresa, rivedendo le immagini di quella montagna, in me rivive l'entusiasmo di Karl. E mi accompagna sempre. Il futuro? Ho superato i cinquant'anni, e da sei mesi ho accanto a me mia figlia Tzara, che mi ha cambiato la vita. L'esperienza ovviamente c'è, per le motivazioni staremo a vedere. Ho rischiato tutto, in questi anni. Ma qualunque decisione prenda, la corsa resterà sempre una parte di me”.

HANS KAMMERLANDER è nato ad Acereto, in Val di Tures, il 6 dicembre 1956. Ha conquistato tredici dei quattordici Ottomila della Terra senza l'ausilio di ossigeno. Tra le sue imprese estreme, la salita dell'Everest in meno di 17 ore, con successiva discesa con gli sci in prima assoluta, e la prima traversata di due Ottomila (Gasherbrum I e II, con Messner nel 1993). Il suo ultimo successo è del 2007: prima assoluta sullo Jasemba Peak (7350 metri), in Nepal, insieme a Karl Unterkircher.

(da Runner's World, ottobre 2008)

lunedì 20 ottobre 2008

Ricordando Malinowski


Avanti così, allora, se il mio amico Abu Seba mi colpisce dritto al cuore commentando la foto del Pre italiano, con Fava e Dixon, e dandomi l'assist con la citazione di Malinowski.

Altra storia finita drammaticamente, purtroppo, e con un epilogo simile a quello di Steve Prefontaine.


Bronislaw Malinowski era uno di quelli che amavo, prima di tutto perché quando correvo avevo un fisico molto simile al suo. Cioè, costituzione notevole e gambe che erano il doppo di quelle di un keniano. No, non come adesso: ero magro (67 chili, accidenti...), ma di muscolatura robusta. E per questo mi appassionavo di mezzofondisti così, come Malinowski e De Castella. Che davano un'impressione di potenza.


Polacco di Nowe, classe 1951 proprio come Pre, specialista dei 3000 siepi. A Monaco '72 stupì il mondo con un quarto posto in quella gara: altra straordinaria coincidenza, anche Prefontaine fu quarto nei 5000 metri. Quattro anni più tardi, a Montreal (Pre non c'era più, purtroppo) andò a prendersi l'argento dietro a un altro grande europeo delle siepi, lo svedese Anders Garderud.

Poi, finita l'era di Garderud, iniziò quella di Henry Rono. Malinowski non abbassò la guardia, e continuò a battersi. Rono prese una brutta botta psicologica, nell'80, non potendo partecipare alle Olimpiadi di Mosca perché il Kenia era tra i paesi che aderivano al boicottaggio. Malinowski ci andò e vinse l'oro, davanti a Filbert Bayi e a Erhetu Tura. Un anno dopo la gioia più grande, fu vittima di un incidente stradale a due passi da casa (già: come era successo a Pre sulla Skyline Boulevard di Eugene), a Grudziadz, dove oggi una targa commemorativa ricorda a chi passa un campione che ha disputato tre Olimpiadi in otto anni, lasciando la sua impronta sulla specialità delle siepi.


Ha corso in 8:09:11 i 3000 siepi, in 13:17:69 i 5000. Per me è un indimenticabile.

Grazie del ricordo, Abu Seba...

venerdì 17 ottobre 2008

Aspettare l'alba dalla parte sbagliata...


Dovevo nascere cent'anni fa, nel 1848. Le barricate a Lipsia, a ventidue anni avevo già fatto la comune di Parigi.

Adesso, impiegato parastatale. Con tutti i colleghi che passano tutte le ferie a seguire tutti i festival dell’Unità con i balletti della Moldavia e le ciocie importate dall’Ungheria.

Gino Paoli, Pinocchio, Mike Bongiorno, Marylin Monroe, Altafini, Gianni Morandi, Gianni Rivera hanno avuto una funzione negli anni 60.

Ma che stiamo facendo?

Ma che sta succedendo?

Ma quando vedremo il sole?

Sto male.

C’ho pure freddo.


(Ecce Bombo)

giovedì 16 ottobre 2008

Acido Lattico a Melbooks


Domani a Bologna sbarca "Acido Lattico". Ore 18, libreria Melbook di via Rizzoli. Pubblicità non per me stesso (vero, sono in pista con Saverio Fattori, l'autore, e Mario Lega, ma non è motivo di interesse), quanto per il romanzo di Saverio, e per la sua vena intensa e innovativa. E' un "noir" sull'atletica, e dunque chi vive, ama, in qualche modo sfiora le cose d'atletica dovrebbe esserci. Ma sarebbe riduttivo "fare casta": è una storia avvincente (vincente), scritta da uno che le storie le sa tenere per mano. Da leggere tutti, anche chi sta alla larga da piste e pedane.

martedì 14 ottobre 2008

God save Drugo


Volevo farlo, prima o poi. Senza particolari motivi. Allora, un giorno vale l'altro. Lunga vita al vecchio Drugo, ovunque sia...


Nel lontano ovest conoscevo un tipo, un tipo di cui voglio parlarvi. Si chiamava Jeffrey Lebowski, o almeno cosi l'avevano chiamato gli amorevoli genitori, ma lui non se ne serviva più di tanto. Jeffrey Lebowski si faceva chiamare "il Drugo". Già, Drugo! Dalle mie parti nessuno si farebbe chiamare cosi. Del resto, con Drugo, erano parecchie le cose che non mi quadravano, e lo stesso vale per la città in cui viveva... Però forse è proprio per questo che trovavo tanto interessante quel posto. La chiamavano "Los Angeles", la città degli angeli. A me non sembrava che il nome le si addicesse molto, anche se devo ammettere che c'era parecchia gente simpatica. Certo, non ho mai visto Londra, e non sono mai stato in Francia, e non ho neanche mai visto la regina in mutande, come dicono alcuni, però posso dirvi una cosa: dopo aver visto Los Angeles, e vissuto la storia che sto per raccontarvi... beh... penso di aver visto quanto di più stupefacente si possa vedere in tutti quegli altri posti, e in tutto il mondo, perciò posso morire con un sorriso... senza la sensazione che il signore mi abbia fregato. La storia che sto per raccontare è successa nei primi anni novanta, nel periodo del conflitto con Saddam e l'Iraq. Lo dico solo perché a volte si incontra un uomo, non dirò un eroe, perché che cos'è un eroe? Ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo, a volte si incontra un uomo che è l'uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto, là dove deve essere. E' quello è Drugo... a Los Angeles. E anche se quell'uomo è un pigro, e Drugo lo era di sicuro, forse addirittura il più pigro di tutta la contea di Los Angeles, il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri, ma a volte si incontra un uomo... a volte si incontra un uomo... ahhh... ho perso il filo del discorso... bah, al diavolo! E' più che sufficiente come presentazione.

(Big Lebowski)

Hold on, Jackson!


Non è che mi fossi scordato, ma non c'è stato il tempo. Però è successo. Il 9 ottobre, Jackson Browne ne ha fatti sessanta. Festeggerà passando anche per Bologna, e ci sarò perché mi ha dato delle emozioni.
E' uno che non molla. Entra tra i vecchiacci durascorza come Neil Young, come Van Morrison. Per dire, scrive ancora cose così (che dalle sue parti non piacciono a chi guida la baracca...)



Lives In The Balance

I've been waiting for something to happen
For a week or a month or a year
With the blood in the ink of the headlines
And the sound of the crowd in my ear
You might ask what it takes to remember
When you know that you've seen it before
Where a government lies to a people
And a country is drifting to war
And there's a shadow on the faces
Of the men who send the guns
To the wars that are fought in places
Where their business interest runs
On the radio talk shows and the T.V.
You hear one thing again and again
How the U.S.A. stands for freedom
And we come to the aid of a friend
But who are the ones that we call our friends
These governments killing their own?
Or the people who finally can't take any more
And they pick up a gun or a brick or a stone

There are lives in the balance
There are people under fire
There are children at the cannons
And there is blood on the wire

sabato 11 ottobre 2008

Happy Days (?)


Sunday, Monday, Happy Days.
Tuesday, Wednesday, Happy Days.
Thursday, Friday, Happy Days.
The weekend comes, my cycle hums, ready to race to you.
These days are ours. Happy and free. (Oh Happy Days).
These days are ours. Share them with me. (Oh Baby).
Goodbye gray skies, Hello Blue
'cause nothing can hold me when I hold you.
Feels so right, it can't be wrong.
Rockin' and rollin' all week long.

martedì 7 ottobre 2008

L'Italia di Prefontaine



Ed ecco, come promesso, la “chicca” sul Prefontaine italiano, E' un regalo personale di Franco Fava, grande collega e prima ancora grande “pioniere” del mezzofondo e della maratona azzurra. Uno di quei “moschettieri” baffuti e dai lunghi capelli di cui parla Saverio Fattori nel suo post, e che sono l'icona del nostro mezzofondo negli anni Settanta. Immagini a cui si sono ispirati i ragazzi dell'atletica della mia generazione.
Dunque, la foto. Doveva finire sul libro “La leggenda del re corridore”, che poi è diventato pura biografia, senza iconografia a parte la copertina. E' rimasta nel mio archivio, ed è una splendida testimonianza del viaggio di Pre in Italia, l'anno prima della tragica fine.
Milano, meeting internazionale all'Arena, 2 luglio 1974. Nella foto, da sinistra, ecco Steve Prefontaine con la canotta “Norditalia”, regalatagli dai ragazzi della mitica Pro Patria di Beppe Mastropasqua. Al centro, canotta Phila, c'è proprio Franco Fava. Sulla destra il leggendario neozelandese Rod Dixon, ovviamente nerovestito. La gara è un 3000, e finisce così: primo Dixon in 7'41”, primato nazionale, 2° Prefontaine in 7'42”6, 3° Fava.
Il 29 maggio 1975, quasi un anno dopo, Pre vincerà la sua ultima corsa, un 5000, sulla pista di Eugene, la “sua” pista, in 13'23”8 davanti a Frank Shorter. Addosso, quella canotta “Norditalia” che gli ricordava evidentemente una trasferta felice. Nella notte, il destino lo porterà via per sempre sulla collina di Skyline Boulevard.


Non ringrazierò mai abbastanza Franco Fava. Negli anni Novanta, quando lavoravamo fianco a fianco per il “Corriere dello Sport” ai grandi appuntamenti dell'atletica a Bologna (solo ricordi, purtroppo...), gli dissi della mia passione per Pre. Se ne ricordò e mi portò dall'Oregon la biografia che Tom Jordan ha dedicato a Pre. Da lì, in fondo, è partita “La leggenda...”

lunedì 6 ottobre 2008

"Acido Lattico" incontra Steve Prefontaine



Grazie (in ritardo) a Saverio Fattori, talento di scrittore che neppure le brume della Bassa bolognese riescono a nascondere. Ci ha regalato tre gemme preziose ("Alienazioni Padane", "Chi ha ucciso i Talk Talk" e il recente "Acido Lattico"), grazie anche al coraggio e alla lungimiranza della sua casa editrice, Gaffi Editore. Ammiro quello che scrive, e dunque mi fa felice sapere che ha apprezzato "La leggenda del re corridore", la mia biografia su Steve Prefontaine. Di più: mi dà gioia l’idea di aver conquistato un nuovo adepto alla causa del Pre. Quando ho scritto quel libro, l’ho fatto per coronare un lungo sogno personale. Non immaginavo neppure che il "popolo di Pre" fosse così numeroso anche in Italia. Prima o poi, dovremmo fondare un club intitolato a quel ragazzo, e al suo modo sempre coerente e mai arrendevole di vivere. Con Marco Marchei, direttore di "Runner's World Italia" e carissimo amico, ne parliamo spesso. Chissà che un giorno...
Per festeggiare in qualche modo l’occasione, emtro domani pubblicherò una "chicca" su Pre "italiano", che coinvolge anche un grande dell’atletica azzurra che in qualche modo mi è stato maestro.
Intanto, la recensione che Saverio ha dedicato alla "Leggenda" sul suo blog, http://saveriofattoriacidolattico.blogspot.com/

ACIDO INCONTRA STEVE PREFONTAINE
Grazie a Marco Tarozzi e alla sua splendida biografia, LA LEGGENDA DEL RE CORRIDORE uscita per i tipi della Bradipo Libri. In realtà il Prè stava da qualche parte del mio cervello, in un articolo tampone su un vecchio Atletica maneggiato da bambino. Nella mia ignoranza pensavo superficialmente che il vero "merito" potesse essere quello di non essere sopravissuto. Insomma, che quel tremendo schianto in quel maledetto maggio del 1975 avesse reso mito eterno un eccellente atleta come tanti, inciampato a soli 24 anni. Ma Acido sbaglia, troppa acidità. Il mio ricordo era legato a un’estetica che oggi sbiadisce, foto in bianco e nero, canottiere un po’ larghe sulle costole, gli atleti anni Settanta, baffi e capello lungo, come Franco Fava, Pippo Cindolo, Marcello Fiasconaro. Organismi perfetti e aspetto trasandato, coerente allo spirito ribelle di quegli anni. Così lontani. Maledettamente lontani. Porca puttana. Atleti gira mondo, così lontani da quel testa di cazzo Claudio Seregni l’io narrante di Acido, figura tragica e inutile. Il Prè incarna l’America che mi piace. L’atletica che mi piace. Poi partiva forte e correva al massimo, a tempo, per arrivare presto, prima che la crisi lattacida lo piantasse da qualche parte sulla pista. Anch’io nel mio misero corro guardando solo avanti. E faccio dei bussi memorabili. Io non perdo niente. Qualche figuraccia. Il Prè ci rimise una medaglia a Monaco ’72. Il destino gli deve qualcosa, una fottuta rivincita. A Montreal quattro anni dopo avrebbe rincorso quel vichingo col sangue nuovo e fresco che correva come un ragioniere e andava forte solo quando doveva andare forte. E forse nei 10 000 il Prè avrebbe stroncato il ragioniere vichingo.Se di questa storia ne sapete poco o nulla, o non abbastanza, se vi ho confuso solo le idee, leggetevi il libro di Tarozzi.


Saverio Fattori

venerdì 3 ottobre 2008

Ma dove è finito Thom Jones?



Mi manca Thom Jones. Vorrei chiedere a Minimum Fax, suo editore italiano, che fine ha fatto lo scrittore che nel ’93, a quarantotto anni, realizzò il suo personalissimo sogno americano, e il sogno di chiunque abbia racconti o storie nel cassetto. In tre ore, nello stesso giorno, la sua agente lo avvertì che aveva venduto altrettanti racconti. Non a clienti qualsiasi. Uno al "New Yorker", uno ad "Harper’s" e uno a "Esquire". E lui, per rispondere al telefono una, due, tre volte, finì con l’arrivare tardi sul posto di lavoro. Thom Jones faceva il bidello, e ha continuato a farlo.



"Candida Donadio, che era la mia agente, ha scelto un mio racconto che le piaceva e l’ha mandato al "New Yorker". Una settimana dopo stavo per andare al lavoro – facevo il turno di pomeriggio, stavo pranzando – quando ha squillato il telefono. Era Candida. Aveva una voce splendida, Candida: bassa e profonda. Mi ha detto che "Harper’s" aveva comprato "Voglio vivere!" Abbiamo parlato per una mezz’oretta, poi ho detto che dovevo andare, sennò facevo tardi. Proprio mentre finivo di mangiare mi richiama. Il "New Yorker" aveva comprato "Un cavallo bianco"! Niente male, no? Ci facciamo due risate, e mentre sto uscendo dalla porta squilla il telefono un’altra volta. Era Candida. Mi fa: "Sono trent’anni che faccio questo lavoro ed è la prima volta che vedo una cosa del genere". "Esquire" aveva comprato "Wipeout". Tre in un giorno. Un’ora dopo ero al lavoro che passavo la lucidatrice nelle classi. E mi fecero anche un culo così perché ero arrivato tardi".




Questo è Thom Jones. Cresciuto ad Aurora, piccola città nei dintorni di Chicago, ex marine, ex pugile dilettante. Una rara forma di epilessia gli ha fatto conoscere i reparti psichiatrici degli ospedali. Ha seguito corsi di scrittura creativa alla Iowa University, dove ha conosciuto Ray Carver. E’ diventato un caso letterario in America, ma ha continuato a fare il bidello perché "è il miglior lavoro possibile, se vuoi fare lo scrittore". Ha scritto di disperati della vita, di uomini e donne alla deriva, di ex pugili poco combattivi ed ex soldati pieni di paranoie, di medici imbottiti di psicofarmaci. Ha pubblicato tre raccolte di "shorts stories": "Il pugile a riposo", "Sonny Liston era mio amico", "Ondata di freddo". Ha scritto un racconto, "Voglio vivere", che da solo basta a riservargli un posto tra i grandi. Mi ha fatto sognare e adesso tace da cinque lunghi anni. Spero li abbia passati a scrivere.





"Sono sempre stato un gran lettore. Ma leggevo troppo in fretta. Mi finivo i libri in un giorno o due. C’erano libri che mi davano informazioni generali su un sacco di cose che mi interessavano, e c’erano quei libri meravigliosi che ti salvano la vita, o te la cambiano. Libri che mi trasportavano lontano da Aurora, la cittadina dell’Illinois dove abitavo. Pensavo che fosse una cosa stupenda e mi chiedevo che prezzo pagavano i vari scrittori per riuscire a fare una cosa del genere. Speravo che un giorno sarei stato capace di fare lo stesso anch’io. Le più belle lettere di complimenti che ricevo sono quelle che dicono: "Grazie, quello che scrivi mi ha toccato il cuore, è bellissimo". Fra parentesi, ho anche notato che un sacco di lettere me le scrivono dagli ospedali psichiatrici... ma io mi chiedo, possibile che i manicomi abbiano l’abbonamento al "New Yorker"? Ad ogni modo, sì, ho sempre desiderato di fare lo scrittore. Ciascuno di noi ha un dono. Certi sanno riparare le macchine, certi hanno il pollice verde, certi sanno scrivere".

sabato 27 settembre 2008

Paul, ciao e grazie


Addio Paul.
E addio Rocky Graziano, Ben Quick, Brick, Ari Ben Coonan, Eddie Felson (lo Svelto), Chance Wayne, Hud Bannon (il Selvaggio), Nick "Manofredda" Jackson, Butch Cassidy, Hank Stamper, Henry Gondorff, William Cody (Buffalo Bill), Reggie Dunlop, judge Roy Bean, Essex, Frank Galvin, Walter Bridge, Sidney Mussburger, Sully Sulliv, John Rooney.
Eri l'America che ho amato

giovedì 25 settembre 2008

Bolognesi nel deserto


Sono entrato in tema di atletica, e figurarsi se non ci resto. Un amico mi ha proposto di raccontare qualche storia di mezzofondo bolognese anni Ottanta e l'idea mi piace. Cercherò prima qualche foto d'archivio, e la collaborazione della community trasversale Cus-Acquadèla che è più che mai viva e vegeta, anche se gli anni passano inesorabili...
Oggi, piuttosto, parlo di maratona. Anzi, la voce esatta sarebbe: “Maratona, bolognesi innamorati di...”. Ma non sono quelli di cui si parla una volta all'anno, in partenza per New York con una missione da compiere, un decennio in più da festeggiare o un messaggio da lanciare al mondo. Non sono vip conquistati dalla corsa. Questi sono maratoneti che si infilano nel deserto per portare sollievo e aiuto concreto a chi nel deserto ci vive. E non vivono quella realtà solo per il tempo di una gara. Gente come il mio amico Leo Rambaldi, che l'atletica la pratica da tempi non sospetti (ah, Leo, chi ci ridarà quei fondi medi consumati sulla pista da pattinaggio all'Arcoveggio...) e che, insieme ai ragazzi di El Ouali, hanno portato centinaia di podisti a correre nei villaggi dei Saharawi, popolo in esilio che sogna ancora di ritrovare la propria terra e la propria identità.
Ecco quello che scrivevo dopo l'edizione 2007 della Saharamarathon. Datata come cronaca, ma i concetti sono quelli di allora. Come la gente che progetta un mondo migliore partendo da questo piccolo mondo.



Marco Tarozzi

La prima volta andarono in cerca di un’emozione nuova. Correre per quarantadue chilometri nel deserto, il massimo per chi considera ancora e sempre la maratona come un’avventura, e ha la curiosità di scoprire quello che vive intorno a un evento sportivo. Laggiù, tra quelle dune algerine, scoprirono ben altro. La dignità e il calore di un popolo dimenticato, vite che scorrono in una natura complicata e difficile, il bisogno di fare qualcosa per gli altri, i significati profondi che possono esserci dietro a una corsa. Così, oggi Leo Rambaldi, Mattia Durli e tutti quei pionieri che nel 2001 scoprirono navigando su Internet la prima edizione della Sahara Marathon, la grande corsa che attraversa la vita e le speranze dei campi profughi del popolo Saharawi, tornano ancora ogni anno in quei luoghi in cui hanno lasciato il cuore. Ma quando arrivano lì non corrono più, e non è un paradosso. Da cinque anni tocca a loro, e all’associazione El Ouali che hanno costituito insieme ad altri amici come Giordano Molinazzi, come l’attuale presidente Federico Comellini, come Lolo Tiozzo che da anni si occupa delle questioni tecniche e logistiche, farsi carico dell’organizzazione dell’evento.
“L’idea originale l’ha avuta Jeb Carney, un americano”, spiega Rambaldi, bolognese come tutti i membri storici dell’associazione. “Alla prima edizione eravamo già sulla linea di partenza. Non ne abbiamo più persa una. Per due anni l’organizzazione è rimasta in mano a Carney e ad alcuni spagnoli. Poi, dal 2003, siamo subentrati noi. Oggi siamo sempre dietro le quinte, insieme ad altre due associazioni, una tedesca e una spagnola. All’ultima edizione, andata in scena il 26 febbraio, abbiamo portato un centinaio di persone, tra atleti e accompagnatori. E’ vero, il tempo per correre non l’abbiamo più. Ma le soddisfazioni sono altre. Quella di sensibilizzare tante persone alla dura realtà di questo popolo, attraverso la corsa. Quella di vedere gente che non riesce a dimenticare questa esperienza. Perché la Sahara Marathon non è la classica gara in mezzo al deserto fine a sé stessa. Laggiù vivi per una settimana a contatto con la popolazione locale, appena arrivi vieni ospitato dalle famiglie Saharawi, nelle loro tende ai campi profughi. Entri nella realtà di queste persone, condividi il loro stato d’animo”.
Il popolo dimenticato vive da più di trent’anni vicino a Tindouf, in territorio algerino. Un popolo di profughi che ha smarrito la via del ritorno alle sue terre d’origine, terre fertili sulla costa del Marocco. Un paradosso: gente di mare costretta a vivere nel deserto, in tendopoli piene di vita, dignità, pulizia. Un mondo che ha bisogno di tutto. Solidarietà, sostegno, aiuti internazionali. Quelli di El Ouali, maratoneti nello spirito, sanno che anche una corsa può aiutare. Ad accendere i riflettori, a tenere viva l’attenzione. Portano gente che vuol correre nel deserto, una volta all’anno, proprio in concomitanza con i festeggiamenti della Rasd, Repubblica Araba Saharawi Democratica, nata trentadue anni fa. Ma non dimenticano per il resto dell’anno. Hanno progetti concreti, coinvolgono le istituzioni, creano sul posto opportunità di riscatto e di lavoro.
“Quest’anno”, continua Rambaldi, “abbiamo inaugurato l’ospedale di Smara, costruito grazie ai contributi delle amministrazioni comunali di Rimini, Cattolica e Riccione. E con i proventi della maratona del 2006, circa dodicimila euro, gli abitanti dei territori occupati hanno messo in piedi un centro polisportivo, con campi di calcetto, pallacanestro, pallavolo. E poi ci sono le medaglie della Sahara Marathon. Qualcosa più di un semplice attestato di partecipazione. Quest’anno, per la prima volta, sono state fabbricate sul posto, uscite dalle mani degli stessi Saharawi. Con l’assistenza tecnica del Cirp dell’Università La Sapienza, e con il contributo della Provincia di Milano, abbiamo dato vita a un laboratorio per il riciclaggio della latta e della carta. Un progetto che va oltre la semplice assistenza, l’aiuto umanitario. In quel laboratorio oggi lavorano con un impiego fisso cinque persone del posto, e contiamo di poter aumentare la manodopera a breve. Già molti gruppi sportivi italiani hanno fatto richiesta delle medaglie dei Saharawi per le loro manifestazioni, e l’intero circuito delle Ecomaratone italiane le adotterà ufficialmente da quest’anno. Per noi il risultato più importante è rendere i Saharawi totalmente padroni del proprio destino. In questo senso, abbiamo fatto passi avanti anche nell’organizzazione della manifestazione: la gente del posto ha imparato a promuovere l’evento, e negli anni la nostra diventerà sempre più un’assistenza tecnica di supporto”.
Insomma, è tutto chiaro. Se ormai Leo, Mattia e tutti quegli appassionati della prima ora lasciano a casa calzoncini e scarpe da running ogni volta che partono per i campi profughi, non hanno bisogno di giustificazioni. Per correre c’è tutto il tempo quando tornano a Bologna, laggiù c’è molto altro da fare. Anche far correre il prossimo, naturalmente.
“L’edizione 2007 è stata un trionfo. Alla maratona e alle prove di contorno, una “mezza” e due gare di 10 e 5 chilometri, hanno partecipato quasi quattrocento persone, di ventidue nazioni. Sono arrivati runners dall’Europa dell’Est, dal Sudamerica, dal Sudafrica, uno addirittura da Singapore. Per la prima volta abbiamo portato su quei percorsi due atleti disabili, Stefano Rossi che ha gareggiato su un percorso alternativo, asfaltato, con la sua handbike, e Generoso Di Benedetto, affetto da distrofia muscolare. Anche il problema della diversa abilità è sentito, in un paese che ha vissuto una lunga guerra e in cui molti uomini hanno lasciato la loro integrità fisica sui campi minati”.
Molta parte del merito va a questi maratoneti che sanno rinunciare alla corsa per lanciare messaggi attraverso la corsa. “Quando ci chiederanno cosa stiamo facendo, potrai dire: stiamo ricordando. E’ così che vinceremo sulla lunga distanza”: è lo slogan che accompagnava la Sahara Marathon 2007. Lo spirito giusto per spingere al traguardo queste idee, questo popolo, questo senso di fratellanza.

lunedì 22 settembre 2008

Visini, il marciatore che si fermò a Bologna



Cercavo proprio una foto come questa. Una foto può dire più di mille parole. Da giovedì scorso, quando ho scritto della premiazione di Alex Schwazer a Bologna, pensavo a lui. A Vittorio Visini, che conosco da quando iniziai a frequentare le piste ragazzino, e che del ritorno di Schwazer alla marcia, del suo ritrovarsi, è stato l'artefice insieme a Sandro Damilano. E' Visini che ha voluto il ragazzo, allora nemmeno ventenne, ai Carabinieri nel 2004. Da responsabile del Centro Sportivo Carabinieri. Carica ereditata nel 1984 e orgogliosamente retta fino allo scorso maggio. Quando il luogotenente Visini, un pezzo di storia della marcia e dell'atletica azzurre, con le sue 67 maglie azzurre e tre partecipazioni olimpiche, è andato in pensione.
L'Arma lo aveva festeggiato con lungimiranza all'inizio dell'anno. Con una pagina dell'edizione 2008 del famoso calendario. Quella del mese di agosto. Li raffigura insieme, Visini e Schwazer. Il maestro e l'allievo che adesso è entrato nella storia.
Così, qualche anno fa, in un'intervista Vittorio mi raccontò la sua carriera, le sue Olimpiadi, le gioie e le delusioni, la sua Bologna. Forse adesso, insieme a quelle di altri grandi dello sport, la sua testimonianza finirà in un libro.


IL MARCIATORE NELLA STORIA


di Marco Tarozzi

Mica facile, per chi non è in un modo o nell'altro coinvolto nella grande famiglia dell'atletica leggera, immaginare che lì, dentro quella caserma di via delle Armi, a due passi dal Molino Parisio, c'è un pezzo di storia di questo sport. Lì, oltre l'ingresso del Battaglione Carabinieri, in fondo al viale che si intravede dal posto di guardia, c'è la mitica pista del Centro Sportivo Carabinieri, un anello che ha visto correre e marciare alcuni tra i più grandi atleti italiani. Carlo Grippo, Vittorio Fontanella, Renzo Finelli, Marco Marchei, Claudio Solone, solo per fare qualche nome di quelli che appartengono al passato. Lì ha attraversato la vita, ieri da atleta e oggi da direttore tecnico del gruppo, il maresciallo Viittorio Visini. Quello che è un pezzo di storia, appunto, anche se fa di tutto per non farlo pesare e ricordare. "Vabbè, in fondo è acqua passata", minimizza. E invece no. Non passano le sessantasette maglie azzurre, una collezione che lo ha portato nell'85 al primo posto, in quanto a presenze, tra gli atleti che hanno difeso i colori italiani nel mondo. E il bello è che, in campo maschile, da allora nessuno ha fatto meglio. E poi ci sono i titoli italiani, otto all'aperto e altrettanti indoor, con la sequenza ininterrotta, dal '70 al '75, nella 50 km. di marcia. E le tre Olimpiadi vissute da protagonista, naturalmente. E la quarta, quella che non arrivò mai. Ecco, magari vale la pena di iniziare proprio da quella Olimpiade perduta. Mosca 1980.
"Fu l'Olimpiade del boicottaggio contro l'Unione Sovietica, e l'Italia decise di partecipare soltanto con gli atleti che rappresentavano società civili. Insomma, noi militari fummo costretti a restare a casa, e fu una brutta botta perché quando uno è in ballo per una partecipazione olimpica ha alle spalle anni e anni di sacrifici. Fu l'ultima beffa, per me. Ero nel pieno della maturità, avevo trentatrè anni e magari sulla 50 km. avrei potuto dire ancora la mia".
Passione pura, quella per la massima distanza olimpica della marcia. A Vittorio, nato a Chieti il 25 maggio del '45, appena dopo la liberazione da una guerra maledetta, la fatica pareva non pesare. Meno che mai la solitudine. A ventitrè anni era già una stella, in Italia. Pronta a partire per Città del Messico, per un'esperienza quasi più grande di lui.
"Me la ricorderò sempre, quella prima volta. L'esperienza olimpica per un atleta è la cosa più bella e importante che possa esserci, e allora era un traguardo inimmaginabile. Andai in Messico dopo due buone preolimpiche, il clima era quello che i ragazzi sanno alimentare quando li spinge l'entusiasmo. Goliardia pura. Ma in gara feci bene, arrivai sesto assoluto e meglio di me, nell'atletica, fece solo Gentile che vinse il bronzo nel triplo. Insomma, per un ventitreenne fu un bell'esordio. E quella gara mi cambiò la vita. Ero entrato da poco nei Carabinieri, ci rimasi per sempre".
Monaco 1972. Altra storia, non solo sportiva. "Il dramma degli ostaggi israeliani, la loro morte all'aeroporto, ci sconvolse tutti. Sotto il profilo umano fu un'esperienza choccante. Noi italiani eravamo molto coinvolti, al villaggio olimpico eravamo nella palazzina accanto a quella degli israeliani e vivemmo il dramma in diretta. Fu un colpo anche perché nessuno pensava che una cosa del genere potesse capitare in Germania, col villaggio blindato dalle forze dell'ordine. Poi le Olimpiadi ripresero, ma non fu la stessa cosa. Doveva essere l'Olimpiade della pace, con le colombe alzate in volo durante la cerimonia di inaugurazione. Invece, lo sport uscì sconfitto da quei giorni neri".
Settimo posto a Monaco, sempre nella 50 km. Ottavo a Montreal, Canada, nel 1976, nonostante un cambiamento obbligato di programma. "Altra beffa. Ero arrivato quarto agli Europei, quell'anno, e in Europa c'erano i migliori marciatori del mondo. Insomma, ero tra i favoriti. Ma eliminarono la 50 km. dal programma e mi toccò ripiegare sulla 20, che non era la mia gara preferita. Me la cavai, ma mi ritrovai con la carriera tagliata a metà. Non lo nascondo, quell'anno puntavo a una medaglia sulla distanza lunga, nella stagione precedente avevo fatto anche il primato mondiale delle 20 miglia. Ero carico, ma le cose andarono in quel modo e mi adattai. Poi, appunto, quattro anni dopo a Mosca persi anche le ultime speranze di podio".
Tre Olimpiadi, quasi quattro. Attimi indimenticabili, persone insostituibili. Ne ha viste, Vittorio Visini, di facce che hanno fatto la storia. "Ricordo soprattutto la grande personalità di Abdon Pamich, che poteva sembrare un po' orso, se osservato in superficie, invece aveva un carisma e una umanità enormi. Ed entrai in ottimi rapporti anche con Livio Berruti. Quando ci conoscemmo io ero un ragazzino e lui già il campione delle Olimpiadi di Roma, ma nacque una bella amicizia che dura ancora oggi. E poi c'era Donata Govoni, la più forte nel mezzofondo qui a Bologna e soprattutto in Italia. Era l'unica donna che veniva ad allenarsi alla pista di via delle Armi, insieme a Enore Sandrini, velocista dei Carabinieri che poi sarebbe diventato suo marito".
Personaggi e luoghi della storia di Vittorio Visini. Gli amici, i maestri. E Bologna, s'intende. "Devo sempre ricordare Pino Dordoni, leggenda della marcia azzurra, che mi ha allenato per una vita. E Mario Lanzi, papà burbero che mi seguiva a Schio, e il professor Gino Pederzani dal quale credo di aver imparato anche i piccoli segreti del lavoro che faccio oggi. Bologna è sempre stata qualcosa più di un posto di lavoro. Una tappa fondamentale, direi. Mi ha aiutato a crescere come uomo, mi ha dato la possibilità di diventare un'atleta dell'Arma. Il destino mi ha portato qui, e io credo che il destino non muova mai a caso le sue pedine. Sono abruzzese, orgoglioso di esserlo. Ho una casa a Schio. Ma ecco, appunto, Bologna è il mio posto delle fragole, è stata la città del destino".

E continua a esserlo, perché le foto in bianco e nero di una vita da atleta hanno lasciato il posto a quelle a colori del dirigente di successo. La vita continua, per il campione. Ed è piena di colori.