giovedì 20 dicembre 2012

Post-it


Pà, è passata
una macchina sotto casa
che dovevi vedere...

Stesso modello, stesso colore,
stessa ammaccatura, più o meno
nello stesso punto.

Per un momento ho pensato
che fossi passato a prendermi
per il nostro pranzo settimanale
volante
nel ristorante al neon
dei compagni dell'Arci.
Poche parole
non abbastanza per capirci
ma sufficienti per tenere
in qualche modo
a galla le nostre
vite.


Ma è impossibile rifare la realtà,
dicono.
Hai una sola corsa
e ti registrano in diretta.
Pà, semplicemente
chissà se ne riparleremo un giorno.
Ci sta se hai una fede,
un astro in cui credere,
qualche certezza.


Vedi di star bene, dove stai.

 

martedì 11 dicembre 2012

Godersi la gita




Rimane il fatto che, in ogni modo, capire la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite... Beh, siete fortunati.

 (Philip Roth, "Pastorale americana")

mercoledì 5 dicembre 2012

Sentirsi Truman



Ormai è uno show. Un Grande Fratello globale. Cantanti impegnati che indicano la via, cantanti disimpegnati che ci strimpellano sopra. Gente che si incazza e dà la colpa al mondo per il proprio fallimento, non avendo spessore né carattere. Tutti contro tutti, e più nessuna voglia di ascoltare, di dialogare.
“La misura è colma”, sì. Ma “la misura è colma” è anche una giustificazione alla nostra incapacità di essere vivi, veri, alla nostra vanità.
Potremmo cambiare davvero le cose, se solo uscissimo tra la gente e non affidassimo le nostre invettive alla tastiera di un computer, a facebook o a 140 stupidi caratteri di twitter, restando comodi di là dallo schermo.
Potremmo cambiare prima dentro noi stessi, poi tutti insieme. Migliaia di mondi che si incontrano e fanno un mondo.
Ma ormai siamo soli anche dentro noi stessi. E cerchiamo qualcuno che pensi anche per noi. Con la sua testa, purché ci risparmi il problema o faccia finta che il suo pensiero sia anche il nostro.


Non ho bisogno di un guru, di una guida, di uno che parli a nome di tutti. Non ho bisogno di maestri del pensiero che vivono lontani dalla realtà. Ho bisogno di me. Di trovare lucidità. Di pensare con la mia testa, di sbagliare con le mie mani. Ho bisogno di sentirmi vivo, di restarci sempre.

sabato 17 novembre 2012

Chiedo scusa a mio figlio


 
 
Chiedo scusa a mio figlio. Per averlo messo al mondo in un paese che non sa più dove andare e non sa più essere un Paese. Spero sia abbastanza intelligente e sveglio da sopportare il mio malessere culturale e professionale, e da capirlo. E che sappia andare avanti con le sue gambe, su idee solide, di libertà, convincendo senza urlare, provando a cambiare col suo cervello, proprio il suo, e con l’esempio.

Spero che possa ripulire una palude dove il passato è barbaro, il presente volgare, il futuro malato. Dove i “salvatori” estirpano senza riconoscere l’erba buona da quella avvelenata.
Chiedo scusa a mio figlio se non sono più attrezzato per spiegargli tutto questo niente che lo circonda.

giovedì 1 novembre 2012

Non insegnate ai bambini...


Non insegnate ai bambini
non insegnate la vostra morale
è così stanca e malata
potrebbe far male
forse una grave imprudenza
è lasciarli in balia di una falsa coscienza.

Non elogiate il pensiero
che è sempre più raro
non indicate per loro
una via conosciuta
ma se proprio volete
insegnate soltanto la magia della vita.

Giro giro tondo cambia il mondo.

Non insegnate ai bambini
non divulgate illusioni sociali
non gli riempite il futuro
di vecchi ideali
l'unica cosa sicura è tenerli lontano
dalla nostra cultura.

Non esaltate il talento
che è sempre più spento
non li avviate al bel canto, al teatro
alla danza
ma se proprio volete
raccontategli il sogno di
un'antica speranza.

Non insegnate ai bambini
ma coltivate voi stessi il cuore e la mente
stategli sempre vicini
date fiducia all'amore il resto è niente.

Giro giro tondo cambia il mondo.
Giro giro tondo cambia il mondo.

(Giorgio Gaber, 2003)

giovedì 11 ottobre 2012

Quello che vale (per quello che vale...)




Vedi, il bello di aver fatto questo mestiere è aver potuto avvicinare quelli che erano i tuoi idoli di ragazzino, capire il loro lato umano, farsi raccontare da loro storie, e raccontarle. In qualche caso, aver stretto amicizie vere. Non c'è amministratore delegato o direttore commerciale che potrebbe capirlo. Del resto, perché spiegarglielo?

(in morte di Helmut Haller, artista del calcio)

sabato 15 settembre 2012

Se un poeta se ne va...




Quando se ne va un poeta diventiamo più poveri.
In questo mondo che crede di non averne bisogno.


Non è questo che voglio: ricordare.
No ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano più felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
E' oggi che dobbiamo contrastare.

Roberto Roversi

(tratto da "Dopo Campoformio")

martedì 11 settembre 2012

Futura


 
Truman: Chi sei tu?
Christof: Sono il creatore... di uno show televisivo che dà speranza, gioia ed esalta milioni di persone.
Truman: E io chi sono?
Christof: Tu sei la star!
Truman: Non c'era niente di vero?
Christof: Tu eri vero! Per questo era cosi bello guardarti. Ascoltami Truman, là fuori non troverai più verità di quanta non ne esista nel mondo che ho creato per te... le stesse ipocrisie, gli stessi inganni; ma nel mio mondo tu non hai niente da temere... Io ti conosco meglio di te stesso!
Truman: Non ho una telecamera nella testa!
Christof: Tu hai paura... per questo non puoi andare via. Stai tranquillo... ti capisco. Ho seguito ogni istante della tua vita. Ti ho seguito quando sei nato. Ti ho seguito quando hai mosso i tuoi primi passi. Ti ho seguito nel tuo primo giorno di scuola. Il momento in cui hai perso il tuo primo dentino... come fai ad andartene? Il tuo posto è qui, con me! Dai... dì qualcosa... accidenti Truman, vuoi parlare?, siamo in televisione! Sei in diretta mondiale!
Truman: Casomai non vi rivedessi... buon pomeriggio, buona sera e buona notte!
 
(Truman Show, Peter Weir, 1998)

sabato 1 settembre 2012

sabato 25 agosto 2012

E io so ancora aspettare?...



LO STRANIERO: Ehilà, Drugo.
DRUGO: Mi chiedevo se t'avrei rivisto.
LO STRANIERO: Non potevo perdermi le semifinali.
DRUGO: Ah, sì.
LO STRANIERO: Come ti vanno le cose?
DRUGO: Beh, sai, qualche strike e qualche palla persa.
LO STRANIERO: Come ti capisco.
DRUGO: Ah. Grazie, Gary. Beh, tu stammi bene. Io torno alla partita.
LO STRANIERO: Certo. Prendila come viene.
DRUGO: Sì, sì.
LO STRANIERO: So che lo farai.
DRUGO: Sicuro, Drugo sa aspettare.
LO STRANIERO: Eh, eh, eh!
DRUGO: Walter!
LO STRANIERO: Drugo sa aspettare. Non so voi, ma personalmente la cosa mi conforta. È bello sapere che lui è in giro, "il drugo", che la prende come viene, per noi peccatori. Accidenti! Spero proprio che la vinca, la finale. Con questo direi che abbiamo concluso, è praticamente tutto. Le cose sembrano essersi messe bene per Drugo e Walter. È stata una bella storia, pulita. Non vi sembra? Mi ha fatto proprio ridere. Almeno in certi punti. Mi è dispiaciuto che Donny se ne sia andato. Ma, d'altra parte, ho saputo che c'è un piccolo Lebowski in arrivo. Credo che sia questo il modo in cui la dannata commedia umana procede e si perpetua. Di generazione in generazione, la carovana che va ad ovest attraverso il deserto, nel tempo, fino a... ma guarda un po', ho ricominciato a vaneggiare! Beh, io spero che vi siate divertiti e che ci vedremo ancora lungo il cammino. Ehi, amico, t'è rimasta un po' di salsapariglia? Quella buona.

giovedì 2 agosto 2012

Trentadue anni...



Pensammo alla vecchia polveriera. A un aereo. Mia mamma, dopo, aveva la faccia di chi non avrebbe mai pensato di ritrovare i rumori e gli umori cupi della guerra. Dopo, quando ci dissero. Prima di contare i morti, le ferite fuori e dentro. Hanno dimenticato in tanti. Io non posso, scusate. Ero qui, in questa città che si smarrì in un silenzio irreale. Sembrava colpita a morte, e in qualche modo non è stata più la stessa. La mia città. I miei, i nostri morti. No, io non dimentico.

domenica 3 giugno 2012

Vorrei farti vedere la mia vita


Vorrei farti vedere la mia vita
e gli oggetti che le girano intorno
e le luci che la rendono impaurita
fino dall'alba e fino al nuovo giorno.

Vorrei farti vedere la mia vita,
le bottiglie, i piatti sporchi, le canzoni,
raccontarti che mi bastano due dita
per dire alt, ok, contraddizioni.

Vorrei farti vedere il passaporto
un po' ingiallito che ho dentro il portafogli
Vorrei dirti che non sono ancora morto,
anche se il mio tempo
è schiavo dagli imbrogli.

Vorrei fare tutto questo ma ti guardo
e capisco che tu forse non lo vuoi;
siamo gente, noi, lontana dal traguardo,
siamo lontani dagli errori e dagli eroi.

Poi c'è un bimbo che mi chiama con la mano.
Begli occhi neri.
Tocca il mondo con le dita,
l'avrei fatto anch'io soltanto ieri,
e oggi vorrei regalarti la mia vita.

Vorrei farti vedere la mia vita.
Un film sbagliato in cui non succede niente,
con degli attori che non sanno recitare,
non sono attori,
e non sono neanche gente,
come sugli autobus di questa "Italia Nazi"
che mi trasportano da un centro ad un macello
con della gente che propone di ammazzare
sia la cruna che l'ago,
e anche il cammello.

Ecco, vorrei che mi vedessi lì,
perduto in mezzo alla violenza
del mio mondo,
e poterti dire: non può essere così,
diamoci un bacio
in questo brutto girotondo.
E vorrei che mi vedessi alla stazione
mentre fumo, guardo i treni
e bevo vino,
io vorrei che tu vedessi la mia vita
amando i punti del mio piccolo declino.

Poi c'è un bimbo
che mi chiama con la mano.
Begli occhi neri.
Tocca il mondo con le dita,
l'avrei fatto anch'io soltanto ieri,
e oggi vorrei farti vedere la mia vita

(Claudio Lolli)

giovedì 3 maggio 2012

Io mi oppongo


È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l'occupazione assoluta e relativa, il numero dello auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l'età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d'Italia.
Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.

La vita agra - Luciano Bianciardi

lunedì 16 aprile 2012

I giustizieri della valle derelitta


Hanno visto troppi film western. Solo che non li hanno capiti. Non hanno capito che quelli raccontano (dovrebbero raccontare) un passato di polvere e frontiera. Loro invocano la pena. Sono giustizialisti a tempo pieno. Per carità, di spunti ne hanno, ce ne sono di cose che non girano come dovrebbero, o che non girano affatto. Ma è quel gridare all’untore, quel fare di ogni erba un fascio che mi mette a disagio. Per dire: se la “casta” è degenerata, non è colpa di qualche centinaio di persone, ma di un’intera generazione. Che non solo ha convissuto e accettato, ma ha anche invidiato. Colpa dei loro padri, delle loro famiglie, di quelli che hanno vissuto un tempo vuoto, cercando di sottrarsi alle regole e prendendo esempio da pessimi maestri. Colpa dei loro padri, e anche loro. Che assomigliano a quelli di ieri (di sempre). Zitti quando il potente è sulla cresta dell’onda, incattiviti quando il potente è al muro. Io, poi, non riesco nemmeno a pensare in termini di “casta”.
Penso all’animo umano, penso ai comportamenti. Di chi prova a fregarti perché si sente più furbo, di chi pensa a guadagnare anche sulla tua pelle. Anche lì, in mezzo ai censori, ce ne sono tanti così. E poi penso a quelli che finiscono tirati in mezzo, condannati da un luogo comune, e invece stanno ancora provando a cambiare qualcosa. Muovendosi, cercando soluzioni, anche sbagliando. Di solito è gente che non alza la voce, anzi parla a toni bassi. Che ha la coscienza a posto, sempre e comunque. Che può viaggiare a testa alta anche in mezzo agli sputi dei tribuni della plebe. E’ gente che prova ancora a far passare un messaggio di civiltà.
La vera rivoluzione resta quella della gente per bene.

sabato 7 aprile 2012

Free, at last


"....E perciò, amici miei, vi dico che, anche se dovrete affrontare le asperità di oggi e di domani, io ho sempre davanti a me un sogno. E’ un sogno profondamente radicato nel sogno americano, che un giorno questa nazione si leverà in piedi e vivrà fino in fondo il senso delle sue convinzioni: noi riteniamo ovvia questa verità, che tutti gli uomini sono creati uguali.

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. Io ho davanti a me un sogno, che un giorno perfino lo stato del Mississippi, uno stato colmo dell’arroganza dell’ingiustizia, colmo dell’arroganza dell’oppressione, si trasformerà in un’oasi di libertà e giustizia.

Io ho davanti a me un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho davanti a me un sogno, oggi!

Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno.

E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi avvio verso il Sud. Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza. Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’America vuole essere una grande nazione possa questo accadere.

Risuoni quindi la libertà dalle poderose montagne dello stato di New York. Risuoni la libertà negli alti Allegheny della Pennsylvania. Risuoni la libertà dalle Montagne Rocciose del Colorado, imbiancate di neve. isuoni la libertà dai dolci pendii della California. Ma non soltanto. Risuoni la libertà dalla Stone Mountain della Georgia. Risuoni la libertà dalla Lookout Mountain del Tennessee. Risuoni la libertà da ogni monte e monticello del Mississippi. Da ogni pendice risuoni la libertà.

E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: "Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente".

(Martin Luther King, Washington, 28 agosto 1963)

mercoledì 21 marzo 2012

Buon viaggio, Poeta...




DMANDA

U n'è ch'a voi
fè di paragheun
ma quant che mè a so casch in biciclètta
a m sò fat mèl tal còsti
tal mèni e sòtta i pi.

La dmanda ch'a v faz la è quèsta
Chi sòia me?
Al mi feroidi al s'assarmèia
ma quèlli de Signòur?
Insòmma comè ch'a pos sfruté
ste dòun d'natura?
Pòsi fe di mirècal?
A pòsi vend dal madunòini in zòir?

Domanda
Non è che abbia voglia/ di fare paragoni/ ma quando son cascato in bicicletta/ mi sono rovinato le costole/nelle mani e anche sotto i piedi
La mia domanda è questa:/ chi sono io?/ Somigliano le mie ferite/ a quelle del Signore? / Insomma, come posso far fruttare/ questo dono di natura?/ Posso fare miracoli?/ Posso vendere in giro madonnine?


Tonino Guerra

Vuoti d'aria

Abbiamo avuto giorni
frasi
sorrisi
molto migliori di questi

Abbiamo avuto tempo
e pazienza
e voglia
(bisogno)
di capirci

E pensa, di tutto questo
ora ci restano
una chiassosa solitudine
e questa assurda paura
della solitudine

che ci fanno alzare la voce
ridere senza senso
ad ogni frase
anche alle più straniere
al nostro cuore

Che ci spezzano il ritmo,
l'entusiasmo.
Che ci riportano qui
(solita storia)
appoggiati
al solito davanzale
di silenzio

lunedì 12 marzo 2012

Grazie per la collaborazione...


Ora sarò (sembrerò) cattivo. Una collega mi dice: okay, stai fermo un turno, ma a chi non capita? Guardati intorno, tu che scrivi di sport: succede anche agli allenatori di calcio, pensa a quello che l’altra sera era in tribuna d’onore a vedere la partita. A piedi a metà stagione, e quanti lo hanno preceduto? Eppure era lì, a rimettersi in vetrina. Segue la serie dei non mollare, eccetera eccetera. Gentile, sincera. Grazie del pensiero, non era scontato.
Tutto vero, quello che dice. Ma sono storie diverse. Prendiamo pure l’allenatore di calcio. Quello da Serie A. Uno: se non è un fesso (lo conosco, non lo è) ha già messo qualcosa da parte per una serena vecchiaia. Due: nel suo mestiere le possibilità di tornare in pista sono cento volte tante rispetto al mio. Anche se ha più anni di me, s’intende.
Poi (tre) c’è la questione della lettera. Quella della società, quando ti mette da parte. Ma sì: “Ringraziamo il mister per il lavoro svolto….” Ipocrisia, dite? Ipocrisia, certo, della più elegante. Però una via di mezzo potrebbe esserci. Qualcosa di più sentito e anche meno impegnativo, guarda un po'. Perché c'è poco da fare: uno dopo anni passati a dare sangue per un progetto, una passione, una professione, dall’azienda a cui ha offerto una media di dieci ore al giorno del suo lavoro qualcosa si aspetterebbe. Che so, uno che ti incrocia in un corridoio e ti dice “oh, mi dispiace... ma hai lavorato bene…”. Uno che ci mette la faccia. Uno vivo, anche uno soltanto.
Invece niente. Un po’ di solidarietà, che costa zero. Qualche “mi piace” su facebook. Ma checcazzotipiace, queste sono ferite aperte. A me non piace per niente. E da qualcuno, poi, neppure quello. Zero parole.
Mica gente qualunque. Gente a cui bene o male sai di avere insegnato un mestiere, e che evidentemente adesso è troppo presa anche per dirti, se non un “grazie”, almeno un “crepa”.
Ecco sono stato (sono apparso) cattivo. Fine. Guardo avanti. E a quelli lì, quelli della carità pelosa, delle parole mancate o dell’indifferenza, ho poco da dire. Questo: io ho qualcosa che a molti di voi manca. Ho fatto tutti i mestieri, non ne ho rinnegato alcuno. Ho addosso quell’etica del “lavoro ben fatto” che a volte ho anche maledetto. Quella dei vecchi boscaioli dell’Oregon, chissà perché e come è arrivata fin qui… Quanto a voi, buon viaggio. E attenti al vento che gira. Constatazione, non ritorsione. La vita dà e prende. Preparatevi.

venerdì 17 febbraio 2012

I novant'anni del Maestro Lodi


Magari avete voglia di pensare, di credere, di far sapere che l’Italia è anche altro, che ci sono italiani diversi da quelli che ci raccontano attraverso programmi televisivi beceri, messaggi sbagliati, esempi decadenti e corrotti. Magari vorreste cambiare senza affidarvi al santone salvacoscienze di turno, alle certezze urlate, ai manichei del “sei con noi o sei contro?”. Magari immaginate un percorso pulito: correre dritti lungo la vostra strada anche se ad ogni bivio c’è qualcuno che vi indica una scorciatoia.
Ecco, se avete voglia di non sentirvi semplicemente dei sognatori, guardate in faccia Mario Lodi. Specchiatevi nei suoi occhi, nelle sue parole ancora così lucide. Ha novant’anni oggi, il Maestro. Ha costruito su macerie nel dopoguerra, ha immaginato un modo nuovo, diverso, democratico, coinvolgente di educare le nuove generazioni. Immaginate i bambini cresciuti da uno come lui, o dai suoi amici del Movimento di Cooperazione Educativa, legati dalla stessa passione e dagli stessi ideali, gente così avanti nel tempo in anni di ricostruzione, i più delicati.
Anche adesso, forse, c’è una ricostruzione in atto. O almeno una ricostruzione possibile. Seguiamo l’insegnamento del Maestro, se vogliamo provarci. Pensieri forti e mai gettati in piazza con sgarbo, parole lievi eppure fortissime. Camminare sottotraccia non significa camminare più deboli. Significa rispettare. I bambini, il prossimo, sé stessi.
Mario Lodi ci ha insegnato tutto questo. Non dovremmo mai smettere di ringraziarlo. Buon compleanno, Maestro.

Pochi giorni fa, in una scuola elementare, domandai ai bambini quali erano i loro sogni per il futuro. Ha risposto subito Massimo: "diventare miliardario!". Sogno, condiviso dagli altri bambini, che ci fa riflettere. Oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell'emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l'educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra. Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, come disse Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco, liberare gli schiavi che si credono liberi.
(Mario Lodi)

lunedì 13 febbraio 2012

Lavoro


L'amore per il lavoro. Il sangue che canta
nel farlo. La sottile esaltazione
che prova nel lavoro. Un uomo dice,
sto lavorando. Oppure, oggi ho lavorato.
O sto lavorando per farlo funzionare.
Lui che lavora sette giorni a settimana.
E viene svegliato la mattina
dalla giovane moglie, la testa sulla macchina da scrivere.

La pienezza prima del lavoro.
La stupita comprensione del dopo.
Si allaccia il casco.
Sale sulla moto
e pensa a casa sua.
E al lavoro. Sì, il lavoro. L'attrazione
verso ciò che dura.


Ray Carver

venerdì 3 febbraio 2012

Prima di voltar pagina...


Insieme abbiamo scritto pagine e pagine di sport, raccontato storie, riempito sommari e boxini nella buona e nella cattiva (ma sempre troppo, troppo dipendente dai colpi di genio altrui…) sorte.

Vincenzo Barreca e Marco Merlini, i grandi ufficiali in campo. Diversi soprattutto in una cosa. Uno non lo senti mai, l’altro lo senti sempre. Come me, del resto. Tratto comune: grandi professionisti, gente che sa di sport, “belle penne” si direbbe. Gente viva, intelligente. E certo, all’inizio fu Vinnie Di Schiavi, che accettò di dividere la fatica con me quando non mollai subito Calcio 2000: finì che ci sentivamo al telefono e ci davamo il cambio, a sera. E in quei tempi per me gli orari erano 9-13 e 14-19 alla Cicogna, 19.30-chiusura in via Lame. Bel delirio, e che bella febbre avevo addosso.

I luogotenenti, nel tempo: l’aristocratico Luca Muleo, che arrivò dicendo “mi piacerebbe fare questo mestiere” e non lo salvai, e il proletario urbano inglese Michael John Lazzari, che iniziò raccontando il tennis e dilagò, gran segugio da campo e frequentatore di calcio sul web. L’elegante Gilberto Grassi, mai un capello o una parola fuori posto, che fu il “primo dei fuori podio” (a un passo dall’assunzione quando tutto iniziò a franare…) e l’onnipresente Antonio Manco, scrittore elegante. Dei quattro, uno solo (MJL) è diventato professionista, tutti lo sono fino in fondo al di là dei titoli e dei pezzi di carta.

La squadra speciale della domenica, negli anni d’oro: Filippo Benni, Luca Sancini, Cristiano Zecchi. I miei moschettieri, che aspettavano quel “buongiorno un cazzo” come il fischio della nave che salpa, ogni domenica.

Lo schiacciasassi Simone Motola, con il suo basket dall’A alla Z “chiavi in mano”. Uno di noi, sempre e comunque uno di noi.

Quelli che ci sono passati, che abbiamo saputo scegliere e non abbiamo potuto trattenere. Ma molti sono partiti da qui. Da noi.
Daniele Baiesi, che gran talento, Luca Aquino, Roberto Lamborghini, campione di razza che un giorno dovendo andarsene (aveva ed ha la vista lunga) consigliò un megatifoso rossoblù che infamava i brocchi al rientro dalle trasferte più vergognose, tale Federico Frassinella
Andrea Bartoli, cantore di corsa e ciclismo. Gente di campo, esperienza e cuore come Carlo Orzeszko e Romano Stagni. Enrico Faggiano con la F nell’anima, Miro De Giuli, Marcello Giordano, Bruno Trebbi, Maurizio Rizzi, Valerio Roila. Fino a Mirko Ristauri, che almeno ha provato l'ebbrezza senza restarne intrappolato...
Firme autorevoli e amiche: Enrico Campana, Maurizio Roveri, Fabrizio Pungetti, agli inizi anche il “Dema”, Marco De Marchi.

Quelli della domenica sui campi: Paolo Amabili e Glauco Guidastri, gran narratori, Walter Marzocchi e il suo superlavoro iconografico: è l’uomo che ci ha costruito anno dopo anno un archivio serio del calcio minore. E Paolo Natalini, l'uomo dei derbies, Giovanni Baiano, Franco Casadio, Alessandro Tanassi, Marco Patuelli a Imola, i ragazzi di Motola nei palazzetti.

I fotografi: Davidino Lolli, Rudi Giuliani, Dudu Puggioli, Sgamella, la Ross Santosuosso, Roberto Villani e i suoi scatti rossoblù, più uno che non cito e lui sa perché, ma ringrazio tanto.

Momenti: il periodo “over 60 a settimana”: 32 pagine al lunedì, inserto di 16 al giovedì, più le 4/5 quotidiane. Le spaginate-intervista e i forum, quando si poteva invitare gente rappresentativa e c’era anche un posto decente dove farla sedere. L’inserto sui cent’anni del Bologna e le mail di ringraziamento assortite che conservo. Il volo in paracadute di Barrek e il giro da strizza di MJL sulla Ferrari di Thomas Biagi (guidava Biagi, s’intende). Il diario di Luca “Mazzantino” Mazzanti al Giro d’Italia (e adesso che farai, Luchino, a chi scriverai mentre pedali per la penisola?...). Lo scudetto della Fortitudo (il secondo, l’ultimo) e quelli dell’altra F, nel baseball. La Grimaldi sul mondo. Il Bologna di Gazzoni, quello di Cazzola, quello di Menarini, le incredibili avventure di Capitan Porcedda e la “toccata e fuga” di Zanetti. E poi la pace (la pace?) guaraldiana. La rinascita di Alex Zanardi e i trionfi dei campioni bolognesi che abbiamo seguito, amato, raccontato. La prima esclusiva, secondo giorno d’uscita, con Alfredo Cazzola già fuori dalla Virtus e ancora lontano dal Bologna. Le corse e rincorse, inseguendo notizie per i nostri lettori, pochi o tanti che fossero non contava.

Questo siamo stati. Queste erano le facce da sport del Domani.
Grazie a tutti, ci rivediamo lungo la strada.

Il Taroz

giovedì 2 febbraio 2012

Ufficio aggiornamento antichi proverbi

Chi muore giace,
chi vive si dà pace.
E nel caso
- distrattamente -
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lunedì 30 gennaio 2012

Scacciamestieri


“E che sai fare, sentiamo…”
“Scrivere”
“Cioè?..”
“Cioè, scrivere”
“Che altro?”
“Beh, al momento non saprei. Tutto si impara. Anche a scrivere ho imparato”
“Ah sì? E come?”
“Leggendo”
“Leggendo?”
“Sì. Leggendo molto”
“Cosa in particolare?”
“Niente in particolare. Tutto. Voracemente. Un po' disordinatamente”
“E dunque sapresti scrivere…”
“Sì”
“Che sicurezza…”
“Di poche cose sono sicuro. Di questa e basta, forse…”
“Beh, mi dispiace”
“Cosa?”
“Non sappiamo che farcene di uno che scrive”
“Un tempo sarebbe tornato utile”
“Forse. Oggi ne abbiamo già un paio così. Si leggono veloci, vendono centinaia di migliaia di libri. Ci bastano”
“Dunque che faccio, ripasso?”
“Sì, un’altra volta magari”
“Ci pensi, comunque. So fare anche lettere d’amore. Con kuore e tvb. Tutto il repertorio”
“Gli sms li scrivi veloce?”
“Abbastanza… Dipende dal modello… Allora che fa, ci pensa?”
“Vedremo, magari più avanti. Mi sono segnato il nome, hai visto?”
“Sarebbe con la z in fondo, non s…”
“Vabbè. Mi ricordo la faccia”
“Ah ecco, la faccia”
“Poi non ce n’è mica tanti che sanno solo scrivere”

30 dicembre 2012, il giorno prima

giovedì 26 gennaio 2012

Mestieri


Certo ero un bambino strano. Non solo perché me ne stavo pomeriggi interi a contare le macchine sulla terrazza della casa al mare. Settantacinque a settantatrè per quelle che vanno verso destra. Poi non mi bastava più. E allora torneo, a eliminazione diretta: Fiat batte Opel 10-6, Peugeot batte Simca (eh sì, ne aveva una anche papà) 10-3, e via andare.

Ero strano perché non pensavo a fare l’aviatore o l’esploratore o il calciatore, da grande. Volevo vendere la frutta per strada. Mi ero anche disegnato un carretto su misura, con ribaltine a vetri e cassetti rientranti. Coloratissimo. Avevo un obiettivo, si direbbe oggi. E quel carretto era proprio una figata.

Questa del giornalismo, accidenti, mi è uscita fuori a vent’anni. Alle spalle già i temi del liceo che piacevano tanto alla professoressa Naldi, che li leggeva in classe ad alta voce imbarazzandomi. E raccolte di poesie scritte sopra l’Underwood del nonno, che è ancora qui funzionante. Che poi, quando seppi che il primo scritto di Ti-Jean Kerouac era stato “Upon an Underwood”, ciao. Inarrestabile.

La feci grossa, anche, con la poesia in stile beatnik sul tema “Discuti la teoria poetica di Edgar Allan Poe”, che rischiò di farmi saltare un turno a tiro di maturità. Però ero bello, carismatico, “più maturo mentalmente rispetto alla sua età” spiegava la nota a margine, e avidamente alla ricerca di vita, come si diceva allora. E insomma, lei, l’altra prof, me la perdonò. Alla grande, anche.

Io le ho viste tutte, lì dentro. Gli articoli buttati giù a macchina e risistemati a biro e poi passati ai correttori di bozze, le colonnine tagliate col cutter e appiccicate sulla pagina bianca dai tipografi, le lastre che uscivano dal buco nero dei fotografi. E poi li ho visti sparire tutti dal giornale. Correttori, tipografi, fotografi. Mi sono sempre adattato ai tempi che cambiavano, e lo farei anche adesso, sono pronto a farlo se non salta fuori il solito promulgatore di leggi di mercato (chissà poi chi è) che decide che a una certa età sei fuori. Lì, appoggiato nel limbo, non abbastanza giovane né troppo vecchio. Già, questo (dicono) non è un paese per giovani. Nemmeno per vecchi, però. E stai stretto anche nell’età di mezzo. Da qualunque angolazione la guardi, è una vita che va stretta.

Però quella era un bella aria da respirare. E oggi vorrei spiegarlo al viceministro che non ha fatto poi troppa fatica a ritrovarsi lì, che uno per prendersi la sua patente da “sfigato” si è sbattuto, ha sofferto e ci ha creduto. Faccio l’esempio: lì si respirava la “tipo”, e c’erano fior di direttori che ti dicevano “bene, vuoi andare a scaldare le sedie all’Università o vuoi fare questa scuola?” Prima per rendermi indipendente, poi per amore di quel lavoro, di quelle notti a veder nascere il giornale, ho scelto quella scuola. Altri tempi. E bella sfiga, a pensarci: se resto senza un posto oggi, per rientrare mi chiedono il pezzo di carta. Però mi consolo coi miei “campioni”: Kerouac via dalla Columbia, London con appena le elementari e ciao. E Steinbeck fermo a Stanford a un passo dalla laurea, e poi ha vinto un Nobel. Curioso: tutti e tre han fatto, almeno per qualche tempo, i giornalisti. Vedi tu, Martone…

Insomma, per farla corta non mi pento. Non so cosa succederà domani, o dopo. Se finirò sott’acqua, se riuscirò a tenere la testa fuori. Se combatterò o finirò contato, battuto, suonato. Se virerò di netto: altro mestiere, cercando dignità come l’ho fatto in questo. So che non vincerò il Nobel, questo sì. E non mi pento, non mi pento. Di niente. Era la strada, in quel momento. Mi vien da dire “tanto tempo fa”. E vabbè, però ho una memoria di ferro e posso raccontarla. Hai detto niente.

Il Taroz

domenica 22 gennaio 2012

In un modo o nell'altro...



E Gene del Mississippi cominciò a cantare una canzone. La cantò con voce melodiosa, tranquilla, con l’accento della sua terra, ed era semplice, solo così: “La mia ragazza ha solo sedici anni – è dolce e piccolina – per quanto tu t’affanni – non puoi trovarne una più carina”, ripetendolo insieme ad altre strofe messe a caso, tutte che dicevano quanto fosse andato lontano e come desiderasse tornare da colei che aveva perduta.
Io dissi: “Gene, non ho mai sentito una canzone più bella”.
“E’ la più dolce che conosca”, rispose con un sorriso.
“Spero che lei arrivi dove sta andando, e che sia felice quando arriverà”.
“Io me la cavo sempre e tiro avanti in un modo o nell’altro”.

Jack Kerouac, sulla strada

venerdì 20 gennaio 2012

Dolce far nulla



Un attimo fa ho dato un'occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po' di tempo
per fare un bel niente.

Raymond Carver