giovedì 21 agosto 2008

Rarità di un poeta



Paolo Bertolani, poeta. Ha vissuto con semplice profondità, come i poeti veri sanno fare. Alla Serra di Lèrici, arrampicato in un entroterra dove non si cresce marinai, ma ad ascoltarlo bene si sente il rumore del mare. Di questa terra coltivata a fatica ha raccontato angoli, colori, piccole grandi meraviglie. Ha scritto cose splendide in italiano, e a un certo punto ha scelto di esprimersi in quel suo dialetto della Serra, così schivo e musicale. Era nato nel 1931, come mio padre. Se ne è andato nel 2007. L'ho sfiorato più volte, e per riserbo l'ho lasciato camminare sui suoi viottoli. Lui faceva la stessa cosa con Attilio Bertolucci, che fu suo faro e poi amico vero, quando lo incrociava a Lerici. Poi, un giorno, trovò il coraggio. Ricordava: “lo fermai in mezzo alla strada. Lei è Bertolucci? Che ho fatto, mi rispose intimorito”. Forse bastava fare semplicemente così. Non mi resta che leggerlo, rileggerlo, amare le sfumature della sua voce su carta.

I VIEI
I n'han pu
nomi. 'Ntè sto mondo
pao ome na tòa.
Sensa chèe
Sensa sòmi.
Te dime cose l'è
che me fa stae
cossì mae.
Se l'è pe 'sto snomasse
d'i vièi: nò savée
don'd i sbughe... O se l'è
perché ai vièi savemo
de podèe somigiàe.

I VIOTTOLI
Non hanno più /nomi. In questo mondo /piano come una tavola. / Senza cuore. / Senza sogni. // Tu dimmi cos'è /che mi fa stare /così male. /Se è per questo snominarsi /dei viottoli: non sapere /dove sbucano... O se è /perché ai viottoli sappiamo/di poter somigliare


RAITA' DA NEVE
... 'sta finta de neve...
s'la vèn – chì la no dua
na sporviadìna – ar pu.
Mae e parme e i fioi delicà
Da rivèa – i la sfan.
L'è come co 'a vita, che no te fe
'n tempo a die: mia ca stemo
vivèndo – e l'è finita
RARITA' DELLA NEVE
... questa finzione di neve /se viene – qui non dura /una spolveratina – al più. / Mare e palme e i fiori delicati /della riviera – la sfanno / E' come per la vita, che non fai /in tempo a dire: guarda che stiamo / vivendo – ed è finita

martedì 19 agosto 2008

"Acido Lattico", un noir sull'atletica


Saverio Fattori è uno dei più interessanti scrittori italiani della nuova generazione. Ha un seguito notevole, su internet, nelle raccolte di narrativa e in libreria, dove ha fin qui pubblicato tre opere che hanno lasciato il segno. Dopo "Alienazioni padane" e "Chi ha ucciso i Talk Talk", ecco la terza fatica (se la si può chiamare così, parlando di uno che ha la scrittura nel sangue) letteraria. Saverio ci ha messo dentro la sua passione sportiva. L’atletica, il mezzofondo. Ne è nato "Acido Lattico", un noir sul mondo dello sport che un po' ti lascia spiazzato. Nel senso che non ti fa capire fino a che punto l'amore per questa disciplina rischia, nello stesso autore, di trasformarsi in odio. Ho provato a chiederglielo, una decina di giorni fa. Riuscendo nell’impresa di aprire uno squarcio di cultura sulle pagine sportive di un quotidiano locale. Non è stato difficile, in realtà: Saverio vive a Molinella, e alla corsa dedica ancora uno spazio quotidiano. La pratica da amatore evoluto, uno che ha alle spalle un personale di 15’40" sui 5000 e ancora oggi, da Over 40, non va molto lontano da quei limiti. Insomma: ho raccontato la storia di un atleta che scrive. Escamotage, si capisce: Saverio è un artista che corre.
"Acido Lattico" è un libro da leggere assolutamente. E’ bello, importante, lascia il segno. Viaggia dentro l’oscurità dei nostri tempi, ma ne esce offrendo un accenno di speranza. E a chi legge Saverio Fattori lascia altro: la voglia di avere presto nuove storie in cui perdersi. Non sarà difficile. Intanto, per seguire da vicino il suo lavoro, ogni tanto andate a dare un’occhiata al blog http://saveriofattoriacidolattico.blogspot.com/


da "Il Domani di Bologna, 10 agosto 2008


IL PERSONAGGIO. Saverio Fattori, uno dei più interessanti

nuovi scrittori italiani
Amo l’atletica e ne faccio un noir
"In "Acido Lattico" c’è un po’ di me, ma un romanzo non è un diario"

Marco Tarozzi


Saverio Fattori vive a Molinella. Immerso nei colori e negli umori della Bassa, corre e scrive. Meglio: ha altre attività, tra cui quella che lo occupa "in una fabbrica padana" e gli assicura il salario. Ha certamente altri interessi. Ma una cosa è il lavoro, altra il mestiere. E noi, di Saverio, vogliamo raccontare il mestiere di scrivere, oltre a quella passione per la corsa e l'atletica che ne fa uno sportivo vero, praticante. Doveva succedere che le facesse incontrare, queste passioni forti. Doveva arrivare, dopo prove letterarie finissime ("Alienazioni Padane" e "Chi ha ucciso i Talk Talk"), un romanzo che si addentrasse nei meandri dell'atletica. Ora c'è, si chiama "Acido Lattico" e corre su una pista nera. C’è di mezzo un mezzofondista di alto livello, che coltiva il suo sogno olimpico con egoismo e sospetto verso il prossimo, con una pulsione irrefrenabile a cercare nelle riviste e nei libri d'atletica le storie di altrui fallimenti. Quando all’orizzonte si delineerà il suo, sarà allo stesso tempo un inizio di redenzione. C’è di mezzo, anche, una storia di scorciatoie farmacologiche proposte e accettate per arrivare al successo, di depressioni da illusione e abbandono. C’è di mezzo il suicidio di una giovane atleta che il protagonista ha appena approcciato nel magma incandescente della rete, e di cui pure si farà carico cercando ragioni, quasi indagando. Tutto questo per chiarire che "Acido Lattico" è un libro splendido e talvolta difficile da interpretare. Difficile, per dire, è pensare che Saverio Fattori, buon interprete dell'atletica (corre nella categoria Amatori con i colori del Celtic Druid Castenaso) con un personale di 15’40" sui 5000 e un’agenda piena di impegni agonistici, almeno una cinquantina di gare all'anno tra corse su strada e prove in pista, abbia messo qualcosa di veramente suo in quel Claudio Seregni che riempie con le sue paranoie le pagine del romanzo. A meno che, come spesso succede con le passioni, non si tratti di una versione del classico rapporto di amore-odio.
"Io affido sempre una parte di me al mio io narrante", spiega sorridendo Fattori. "Il fatto è che poi lo lascio andare alla deriva, e la storia diventa sua. Il gioco è questo: non fare dei diari, ma neppure delle sceneggiature. Cercare un linguaggio che non sia troppo sterile, ma nemmeno troppo intimista. Cerco di scrivere su questi binari: mai ombelicale, mai distaccato da quello che racconto. L’atletica c'entra, naturalmente. È una parte della mia vita. Ho iniziato a correre ancora bambino, a nove anni, e ho smesso a quattordici per poi riprendere a ventiquattro e non smettere più. Ho corso da piccolo, poi da amatore evoluto. E nel libro in qualche modo ho riempito lo spazio che non ho vissuto, atleticamente parlando. In questo senso si può dire che non sia assolutamente autobiografico: ho scavato negli anni che mi mancano, nella vita che non ho vissuto. Il mio protagonista è stato forte anche da junior, io non lo sono mai stato. Però ho una base discreta: storicamente ho visto nascere il podismo nella mia terra, e quando ho ripreso ne ho vissuto uno dei momenti più esaltanti. Però, quando si è trattato di costruire il personaggio, l'ho scelto più forte di me, dal punto di vista dei risultati. Già che c’ero..."
Un’ora di corsa al giorno è un sacrificio che si fa ancora volentieri. Saverio Fattori quello spazio continua a trovarlo, a ritagliarselo. Della corsa ha imparato a conoscere bene virtù e vizi. "La amo, certo. Ma spesso mi capita di analizzarla con un po’ di cattiveria. Mi dà fastidio quell’esasperato buonismo che aleggia intorno alla disciplina. Diciamolo: correre è fatica. E non mi piacciono certi tic tipici dell’ambiente, le giustificazioni pre-gara, il mettere avanti le mani, quelli che dicono "oggi mi metto il numero ma non tiro...". Sì, l’ambiente credo di conoscerlo bene. Anche se, lo ripeto, un romanzo va da sè, e io quando scrivo mi metto in gioco solo fino a un certo punto".
C’è un altro aspetto che nel suo romanzo Fattori descrive "da fuori", ma mostrando conoscenza del problema: l’ombra del doping sull’atletica. "Ci ho lavorato prendendo come testo di riferimento il libro di Carlo Donati "Campioni senza valore". E assorbendo i racconti di un culturista che ho conosciuto, uno che parlava di "roba fredda" rapportandosi alle sostanze stimolanti. Come mi pongo di fronte al problema? Non sono nè inconsapevole, nè colluso. Non ho fatto un libro da cittadino indignato, nè un diario sul doping. D’altra parte faccio romanzi, non sono un giornalista e non pretendo di fare inchieste. Mi metto nella prospettiva di uno che si dopa, ma lo faccio tenendo la giusta distanza per cercare di capire".
Claudio Seregni è un personaggio freddo, chiuso in sè stesso, ma in fondo all’opera di Fattori trova una chiave per cambiarsi la vita. "Quando inizia a farsi domande, diventa meno forte come atleta, ma allo stesso tempo diventa più umano. L’atleta, ad alto livello, deve essere impermeabile. Alla depressione, ai cambi d’umore, agli imprevisti. Il mio protagonista all’inizio è un atleta quasi di vertice, alla fine ha una chance per imparare a vivere. Se in "Acido Lattico" si cerca una chiave di ottimismo, forse è questa".
Le domande, d’altra parte, continua a farsele anche Saverio Fattori. L’atleta, il runner. "Tantissime. Perché continuo a correre, ad allenarmi? Ma ho scelto di tenermi sempre un’ora della giornata per l‘atletica. Non cambierò idea".

Quando l’atleta si fa domande
Claudio Seregni è un mezzofondista di vertice nel pieno della maturità atletica. Razzista per terrore del diverso, fidanzato per noia, vive la corsa come un mondo in cui proteggersi da quello fuori. Lo ossessionano i fallimenti, e passa il tempo libero cercando quelli altrui, "collezionando" su internet o su vecchie riviste le storie di promesse non mantenute dell’atletica. Sogna una chiamata olimpica e un approccio definitivo al professionismo. Per agguantarli rinuncia a qualsiasi etica, iniziando a sperimentare nuove combinazioni farmacologiche che lo fanno correre meglio e vivere peggio. Chattando in internet si imbatte in Clara, giovane promessa non mantenuta del mezzofondo passata a studi umanistici. Scopre di avere con lei molte affinità. Decide di conoscerla, ma prima di incontrarsi Clara si toglie la vita. Quasi senza accorgersene, ma drasticamente, Claudio alza la testa. Comincia a farsi domande mentre corre. E a perdere terreno in pista.
ACIDO LATTICO - di Saverio Fattori - Gaffi Editore - 180 pagine - 11 euro

lunedì 18 agosto 2008

La dieta di Phelps, i baffi di Spitz


Michael Phelps è nella storia. Devo abituarmici. Perché, lo ammetto, da innamorato del nuoto (uno di quelli che si arrabbiano quando qualcuno dice "ma che noia mortale quell’avanti-indietro in corsia", perché dentro quell’avanti-indietro c’è una filosofia di vita, la serenità di ascoltare soltanto il rumore-silenzio dell’acqua, e il tuo corpo che ci scivola dentro, e i pensieri che come per incanto fioriscono…) dovrei essere felice di quello che ho visto in questi giorni al Watercube di Pechino. Invece, niente. Fatico ad appassionarmi alla storia di questo ragazzone tutto casamammasognoamericano, che dice "Cosa ho fatto in questi anni? Ho nuotato, dormito, mangiato". Già, mangiato. Come un’oca, a sentire di quella dieta da dodicimila calorie che mescola uova strapazzate a bibite gassate, cipolle fritte a donuts.
Però se lo merita, niente da dire. E’ uno che ha iniziato a inseguire il suo sogno da ragazzino. Che ha esordito a quindici anni alle Olimpiadi, e ha già scritto la storia ora che ne ha appena ventitré. Che per farcela si divora i suoi ottanta chilometri a settimana in piscina, oltre alle schifezze assortite che trova sulla tavola. E devo dire che, finito il tour de force degli otto ori, aprendosi finalmente al mondo ha anche regalato squarci di inaspettata simpatia. Per esempio quando ha detto che "Niente è impossibile se si affronta con la fantasia". Evidentemente, è uno che sa colorare il suo mondo di fatica e sacrifici.


Insomma, alla fine ho capito che il problema dev’essere per forza generazionale. Fatico ad accettare Phelps perché sono stato folgorato dalle imprese di Spitz. Avevo dodici anni, ai tempi, e il nuoto era la passione, molto prima dell’atletica. Spitz arrivò a Monaco e fece piazza pulita. E poi, dopo le sette meraviglie, lo caricarono in fretta su un aereo e lo portarono via dal Villaggio olimpico, via dalla Germania. Perché era ebreo e perché c’era appena stata la strage degli israeliani. Settembre nero aveva infranto quella Olimpiade che della pace aveva fatto una bandiera, con tanto di volo di colombe augurale alla cerimonia di apertura. Cose, sportive e non, che hanno cambiato la storia dello sport. E il concetto stesso di Olimpiadi. Davvero tanto, per un bambino degli anni Sessanta.
Per questo mi è rimasta in testa quell’icona del nuoto. Non che fosse una simpatia, Mark Spitz, all’epoca. Lo è molto di più ora, dopo trentasei anni passati a vivere (bene) sul ricordo di quell’impresa. Quattro anni prima di Monaco, nel ’68, era arrivato a Città del Messico annunciando che avrebbe vinto cinque ori, e ne racimolò solo due grazie alle staffette. Poco amato dai compagni di squadra, uscì con la coda tra le gambe da quell’Olimpiade e andò a chiudersi in piscina. A 24 anni tornò alla ribalta olimpica, e fu leggenda.


Phelps cambia la storia, abbatte primati che avremmo detto eterni e che invece, si sa, sono fatti per essere abbattuti. Phelps è il futuro. Noi, molto semplicemente, invecchiamo coi nostri idoli. E con le nostre piccole grandi consolazioni. Per dire: il ragazzone di Baltimora dice che non ha mai pensato a Spitz, però come lui è arrivato alla vigilia dei Giochi con un bel paio di baffi. Se li è tagliati prima delle gare. Spitz no. Lui andava in acqua coi capelli più lunghi del normale e irridendo tutte le teorie dell’aerodinamica batteva il mondo sfoderando quei baffoni che hanno contribuito a farne un’icona. Più da sollevatore di pesi che da nuotatore. Come a dire: io vinco anche così, il rasoio usatelo voi. Mai più visto qualcosa del genere. Ecco: mi hanno tolto tutti i record dell'immaginario infantile, ma nessuno potrà togliermi i baffi. Di Spitz.

venerdì 15 agosto 2008

Andrea Minguzzi, l'oro del dio minore


Andrea Minguzzi vent'anni dopo Vincenzo Maenza. Lottatori sublimi. Gente di Romagna che ha nel cuore uno sport fatto di sacrifici, sudore, salite dure. E attimi di gloria che arrivano ogni quattro anni e durano un attimo. Bisogna essere bravi a raccoglierli al volo. Chi ci riesce, si cambia la vita. E scrive la storia.
Andrea ha ventisei anni e mi piace l'idea che abbia scelto una disciplina dura, che non concede scorciatoie. Per essere il migliore, nella greco-romana, devi spendere ore in palestra, lontano dai riflettori che (apparentemente) ti sistemano la vita in un istante. Un ragazzo che abita quel fantastico pianeta degli sport cosiddetti minori, quello che amo e che si accende (e ci regala medaglie) a intermittenza, sempre insieme alla fiaccola di Olimpia. Beppe Ramina, il mio direttore, mi ha chiesto di celebrarlo sul "Domani", giornale per cui lavoro. Oggi, giorno di Ferragosto, l'ho fatto così...


HA VINTO IL DIO MINORE


Marco Tarozzi
Centottanta centimetri e una faccia da duro tenero, cuore e coraggio sotto una scorza da “La squadra 7”. Un Taricone, però grosso. E meno abituato alle scorciatoie. Per farsi abbracciare dalla gloria, Andrea Minguzzi ha scelto la strada più difficile. La palestra, la fatica, il sudore. Le botte. Ne ha date e prese, e nel giorno più importante della sua vita ne ha soprattutto date. Prendendosi l’oro che qualunque atleta, campione o comprimario che sia, sogna dal momento in cui comincia ad innamorarsi davvero dello sport. L’oro di Olimpia. Quando finisce il tempo dei sogni, ai piedi di quel podio ci arrivano solo i talenti veri. E quelli che hanno qualcosa in più ci salgono. Lui ci è salito ieri. Dice che ancora non riesce a spiegarselo, ma la risposta è semplice. Carattere, volontà, passione. E classe, naturalmente.
Quello di Andrea Minguzzi è un oro olimpico che, se possibile, vale e pesa molto più di quanto appaia a chi oggi l'ha scoperto e lo avvolge di affetto e applausi. Perché questo ragazzone imolese è arrivato a Pechino con due eredità belle toste da portare sulle spalle. E' due volte figlio d'arte, Andrea. Di papà Massimo, suo primo mentore, che negli anni Settanta ha vestito a sua volta la maglia azzurra, e sportivamente parlando di una leggenda come Vincenzo “Pollicino” Maenza, che della tradizione della greco-romana è il simbolo assoluto in Italia. Dopo gli anni di svezzamento, proprio a Maenza (due ori olimpici, a Los Angeles e Seul, e l'argento di Barcellona a chiudere una carriera da stella del firmamento olimpico) è toccato occuparsi di quelli di formazione, quando Andrea passò dalla Placci Bubano alla Cisa Faenza e trovò quel piccolo grande uomo ad accoglierlo. Questo peso in qualche modo si è trasformato in energia positiva, nel cuore di una manifestazione che è sogno e speranza di ogni atleta, e più che mai di quelli che ci ostiniamo a confinare in un territorio popolato di splendide divinità cosiddette “minori”, Andrea ha fatto un capolavoro che, a rileggerlo adesso, sembra scritto da un destino che sa sceneggiare bene le storie: il suo oro a cinque cerchi arriva vent'anni esatti dopo l'ultimo di Vincenzino Maenza, anche se a conti fatti dentro la sua categoria di peso ci starebbero più o meno un paio di “Pollicini”. Come dire: era un anniversario, una ricorrenza, e qualcuno doveva pur festeggiarla. Ci ha pensato lui, l'allievo che ha seguito bene le tracce del maestro.
“I maschi delle api vivono un attimo e poi muoiono. Per noi questo succede ogni quattro anni”. L’ha detto un nuotatore austriaco, Markus Rogan. E’ una frase bella e piena di verità. E purtroppo vale per tutti gli Dei minori di cui dicevamo. Gli atleti degli sport che portano medaglie e gloria all’Italia, e poi vengono messi nel baule dei ricordi per quattro lunghi anni. Gli atleti che adesso prenderanno un bell’assegno dal Coni e poi dovranno lottare per non pagarci, almeno per una volta dopo una vita di sacrifici, il cinquanta per cento di tasse. Quattro lunghi anni. Dai ventidue ai ventisei, per Andrea. L’età in cui un ragazzo diventa uomo. L’età del divertimento e della maturazione lui l’ha passati dentro quella palestra, a ricostruire dopo la delusione del debutto di Atene. Lì le botte le aveva prese, ma la lezione gli è servita. Oltre che con la tenacia, Andrea ha costruito questo trionfo con l’umiltà che in quei giorni del 2004 lo ha arricchito. In mezzo ha dato segni importanti della sua crescita. Due bronzi europei, una catena di titoli italiani. Ma noi, che ci innamoriamo dello sport a tutto tondo ogni quattro anni, quando si accende la fiaccola olimpica, oggi ci meravigliamo a vederlo lassù. Questo, immaginiamo, lo divertirà. Come l’idea di essere stato votato tra i più sexy di questa Olimpiade. Una medaglia in più.
D’altra parte, c’è chi le medaglie le lascia abbandonate a terra. Lo svedese Abrahamian, arrabbiato con gli arbitri che in semifinale avrebbero favorito Andrea, è sceso dal podio facendo la sua inutile commedia. Spirito olimpico. Andrea ci ha sorriso: “Io quando lui mi mena salgo sul podio lo stesso, stavolta l’ho menato io e lui non ci sta”. Spirito romagnolo. Hai ragione da vendere, Andrea: questa è la tua festa e nessuno riuscirà a rovinartela.

("Il Domani di Bologna", 15 agosto 2008)


mercoledì 13 agosto 2008

On Dirait Nino



Nino Ferrer meriterebbe di essere ricordato anche solo per un paio di "pezzi" apparentemente facili, ma più rivoluzionari di quanto non si immagini, per l’epoca: "Vorrei la pelle nera", parole contro il razzismo e splendida voce R&B, e "Il re d’Inghilterra", parole contro la guerra nel solco (francese) tracciato anni prima da Boris Vian. E infatti ancora oggi è in Francia che lo ricordano come merita.
Nino se ne è andato, oggi sono dieci anni esatti, suicida pochi giorni dopo la morte della madre, nella sua tenuta di Quercy, nei pressi di Montcuq, nel cuore della sua amata campagna francese. In realtà era italianissimo, si chiamava Agostino Arturo Maria Ferrari ed era nato a Genova nel ’34. Mamma francese e papà italiano, ingegnere che per lavoro si trasferì in Nuova Caledonia quando il figlio aveva appena sei mesi.
Una vita così, tra Oceania, Francia, Italia. Cittadino del mondo. E una rara vena creativa. Magari la maggior parte di quelli che lo ricordano pensano a certe canzonette che lo resero famoso in Italia tra fine anni ’60 e inizio ’70, cose come "Donna Rosa" e "Agata". Invece era molto di più. A Parigi si era laureato in lettere e filosofia alla Sorbona, specializzandosi in etnologia e diventando allievo di Leroi-Gourhan, talmente bravo da diventare un apprezzato conferenziere. Attore dilettante nella compagnia stabile della Sorbona, bassista jazz che accompagnò stelle come Bill Coleman e Richard Bennett, autore e attore cinematografico. Poi, appunto, cantante. Di cose lievi e di successo, ma anche di pezzi indimenticabili come "Le port de Salut", "La Rua Madureira", "Povero Cristo", "Le Sud". Diceva: "Un giorno mi viene fuori Donna Rosa e un altro La Rua Madureira, che è la mia preferita ma che purtroppo non ha fatto una lira, o Povero Cristo che la radio sicuramente non trasmetterà e che quindi pochi sentiranno. Mi succede così: il pubblico di Donna Rosa non mi vuole in un genere più impegnato e non lo chiede, e l'altro che lo apprezzerebbe, non lo può conoscere".

Quando il successo diventò troppo soffocante per uno come lui, si ritirò in campagna, pubblicando dischi sempre più rari e preziosi e soprattutto tornando a una delle sue passioni di artista vero, la pittura. Vissuta con la stessa professionalità, tutt’altro che da dilettante.
In un ferragosto torrido di fine millennio, arrivò sottotraccia la notizia della sua morte volontaria, spesa con fatica in un campo di grano. Colpì, credo, molti della mia generazione, che immaginavano un destino diverso per un artista che ci aveva regalato botte di vita e di ritmo.
In Francia lo avevano nominato Cavaliere delle Arti e delle Lettere, e di recente grandi artisti gli hanno dedicato un disco-tributo, "On Dirait Nino". In Italia lo abbiamo dimenticato in fretta, come ci succede spesso anche con altri.

sabato 9 agosto 2008

Ekecheiria



Il concetto di Tregua Olimpica o "Ekecheiria" nasce nella Grecia del IX secolo a.C. quando, per permettere lo svolgimento dei Giochi, veniva garantita l'inviolabilità di Olimpia e l'incolumità di coloro che vi si recavano per assistere o partecipare alle gare. L'ekecheiria era una specie di tregua generale che veniva accordata in tutta la Grecia a chiunque partecipasse alle grandi feste e ai giochi nazionali; in questo tempo cessavano tutte le inimicizie pubbliche e private. In realtà la tregua riuscì soltanto ad interrompere le guerre contro gli Elleni, organizzatori dei giochi olimpici


(da Wikipedia)




Tutto stride. Nemmeno in quei tempi antichi era semplice controllare i confini della Grecia, o l'animo degli uomini. Meno che mai è possibile oggi, in questo mondo globalizzato a parole e consumi, eppure sempre più pieno di confini, di nazionalismi, di integralismi religiosi o politici. Forse non diamo più valore alla vita perché abbiamo smesso di emozionarci davanti alla vita.
Comunque, buona Olimpiade. Se mai è possibile, e se qualcuno ci crede ancora.

venerdì 8 agosto 2008

Gesti olimpici, parole d'oro


"Oggi non è più in primo piano l'orgoglio nero, ma l'orgoglio umano. Anche in Cina: ci sono le Olimpiadi, è un bel modo per accendere i riflettori lì. Oggi ognuno ha a disposizione un discorso dopo la medaglia, hanno davanti il mondo e possono comunicare. Non è più tempo per i gesti. Stiamo ad ascoltare"
Tommie Smith

Non c’è molto altro da dire, mentre scorrono i titoli di coda sulla cerimonia inaugurale dei Giochi di Pechino e Li Ning vola appeso a un filo sul National Stadium.

Meglio ascoltare quello che ha (ancora) da dirci Tommie Smith, uno che le sue scelte le ha fatte e le ha pagate: buttato fuori dal villaggio olimpico di Città del Messico, lui e la sua medaglia d’oro, e il suo amico John Carlos, giusto quarant’anni fa; e poi deriso e offeso in patria, costretto a lavori marginali rispetto a quello che valeva. Poi, certo, i riconoscimenti quando il tempo ha annacquato i ricordi, o forse quando le rivoluzioni di pensiero hanno smesso di far paura: nella Hall of Fame dell’atletica dal 1978, "Sportivo del millennio" nel 1999. Una statua che raffigura "il gesto" all’Università di San Josè.
In tanti hanno detto che alle Olimpiadi bisogna esserci, e ognuno aveva i suoi buoni motivi per dirlo. Spesso sinceri, talvolta interessati. Se lo dice Tommie Smith è diverso. Ha ragione lui, sono cambiati i tempi: una volta eri un eroe, certo, ma stavi su un podio in mezzo a un prato e le tue parole non avrebbero viaggiato sul mondo alla velocità con cui viaggiano oggi. Per cui serviva un gesto. Di quelli che finiscono in una foto, e poi nei libri, e poi nell’immaginario collettivo. E nella storia.
Oggi un atleta le parole può usarle, e qualcuno ha già pensato di farlo. Lopez Lomong parla e corre per i disperati del Darfur. Più di cento atleti hanno inviato un appello pubblico al presidente cinese Hu Jintao: frasi cortesi, e la richiesta di rispettare i diritti umani. L’iniziativa si chiama Sports for Peace ed è sostenuta da Amnesty International e International Campaign for Tibet. Nessuno obbliga nessuno: c’è chi aveva detto sì all’appello e poi si è tirato indietro, chi continua a pensare che "gli atleti devono pensare a fare gli atleti, i politici devono fare i politici". Magari sono gli stessi che vorrebbero una politica "che parte dal basso, dalla gente".
Tommie Smith, per essere il migliore nei 200 metri, doveva per forza essere un atleta al cento per cento. Di più: doveva essere il migliore. Ma il suo gesto sul podio di Città del Messico fu più politico di mille comizi. E ha cambiato il mondo in meglio.

mercoledì 6 agosto 2008

La bandiera di Lopez Lomong



Quando eravamo in Africa, non sapevamo quale sarebbe stato il futuro per noi ragazzi, correvamo e basta. Dio stava pianificando il mio futuro e io non lo sapevo. Ora sto usando la corsa per tirar fuori le parole e raccontare quante cose orribili ho visto in Sudan durante la guerra. Non sempre queste cose si trovano sulla CNN, e io spero che le mie parole servano a informare la gente. Proprio ora cose altrettanto terribili accadono in Darfur. La gente scappa dal Darfur, e io mi metto nelle loro scarpe e corro con loro.
(Lopez Lomong)

Questa, finalmente, è una storia di sport come vorremmo sempre sentirne, e raccontarne. Quella di Lopez Lomong, che correrà i 1500 alle Olimpiadi sotto la bandiera degli Stati Uniti. Ai primi di luglio è arrivato terzo ai Trials di Eugene, sulla mitica pista dell’Hayward Field dove nacque la leggenda di Steve Prefontaine.
Lopez Lomong è nato in Sudan nel 1985. A sei anni, nel ’91, fu rapito dalle milizie filogovernative dal villaggio di Kimotong, insieme a un centinaio di bambini. Venne inprigionato e scampò a fame e stenti, a differenza di tanti suoi sfortunati compagni. Nutrendosi di piante di sorgo per qualche settimana, il tempo per organizzare una fuga di bambini costretti a ragionare da grandi. Fuggì e corse, corse, corse fino ai confini del Kenia, fino alla salvezza. Finì in un campo profughi, ci restò per dieci anni mentre al villaggio i suoi genitori, dopo averlo cercato per mesi, credendolo morto avevano già celebrato il suo funerale. Un piano umanitario lo portò via da quella situazione nel 2001. Fu adottato da una famiglia di Tully, stato di New York, e da quel momento la corsa diventò qualcosa di diverso. Non più necessaria alla sopravvivenza, ma un modo per affrancarsi. Da allora, Lopez Lomong parla attraverso le sue lunghe falcate.
Non arriva alle Olimpiadi da miglior mezzofondista degli Usa. Ai trials è arrivato terzo. Non sarà il vincitore dei 1500. Ma a pensarci ha già vinto. Sette anni fa, usciva da quel campo profughi dopo aver visto cose che gli occhi di un bambino non dovrebbero mai vedere, e nemmeno quelli di un adulto. Cosa potrebbe fargli paura, in un’impresa sportiva? Quale significato può avere per lui una vittoria o una sconfitta? A ventitré anni, questo ragazzo deve avere ben chiaro il valore delle cose. Di quelle futili e di quelle che contano.
A Pechino sarà portabandiera degli Stati Uniti. C’è di mezzo un messaggio forte tra nazioni forti. Ognuna col suo personalissimo concetto di democrazia. Ma la storia di Lopez Lomong viaggia al di sopra di qualunque messaggio. Non ha bisogno di parole.

lunedì 4 agosto 2008

Fourty-eight (still runnin')

Altro traguardo. Ho quarantotto anni da pochi minuti. Non entro nella parte. Penso ancora poco diversamente da quando ne avevo la metà. Vecchio allora, giovane adesso? Sarà perché ho ancora tutti i capelli castani. Tutti o quasi. Sarà perché Matteo avrà due mesi tra quattro giorni.

Non giovane, per carità. Anzi, a volte piuttosto stanco. Troppo ipocondriaco. Troppi controlli. E un po' meno atletico. Infatti: mi manca la corsa lunga dentro i sentieri di collina, mi manca il silenzio dei chilometri e chilometri nell'acqua. Devo ripartire, un po' alla volta. E accidenti, non preparerò la maratona di New York per i miei cinquant'anni. O forse sì, chi può dirlo? Ma non "per esserci". Ormai tutti mi spiegano la maratona. Io l'ho archiviata ventisette anni fa. Ne avevo ventuno ed ero un pazzo, per davvero.

Ammettiamo che succeda, un giorno. Ascolterò solo i miei passi di corsa. Fosse anche in mezzo a un mare di gente, sentirò solo quella musica.
Non mi interessa il ritmo, non il cronometro. Non avrò t-shirt con messaggi per il mondo. E del resto, al mondo troppo gliene fregherebbe... Non mi interessa che il gesto. Come allora: faccio i cinquemila, hai presente?
Se lo dicessi adesso, viaggiando verso il quintale, farei ridere. Eppure sento le stesse vibrazioni.
E a me, stanotte, lo dico. Faccio ancora i cinquemila. Dentro. Li ho nell'anima, come una promessa lasciata a metà. Come le tante della mia vita.

Buon compleanno, Taroz

sabato 2 agosto 2008

Ricordando Danilo


Danilo Cecconi era mio amico. Ci conoscemmo grazie alla passione per il triathlon, insieme "pionieri" del Pasta Granarolo dei primi anni Novanta. Scoprimmo di essere "quasi gemelli": lui nato il 19 luglio 1960, io il 5 agosto. Scoprimmo, una sera d’autunno, una passione comune per cantautori americani ormai quasi sconosciuti alle nuove generazioni, come Donovan e Townes Van Zandt. Abbiamo vissuto un’amicizia fatta di silenzi, scendendo sulle piste da slittino delle sue montagne, al passo Palade. Abbiamo diviso allenamenti in pausa-pranzo, gare semisconosciute in paesini dell’Austria, serate ad alta gradazione enogastronomica nei rifugi della sua Val di Non.
In tempi in cui si abusa della parola "campione", penso che Danilo fosse davvero un campione. Di triathlon estremo, di sfide durissime per misurare sé stesso, mai in competizione con gli altri ma solo coi propri limiti, di passione. Se ne è andato troppo presto. Quando ho scoperto che Dario, suo fratello, stava preparandosi per completare l’Ironman che lui aveva amato più di ogni altro, quello di Roth, ho fatto il tifo per lui. Un paio di settimane fa, Dario ha mantenuto la promessa. Ci ha impiegato qualche ora in più, rispetto a Danilo, ma è arrivato in fondo. Facendo rivivere suo fratello. Per questo, quando si è messo la maglietta da "finisher", gli ho dedicato un’apertura di pagina sul Domani di Bologna. Perché la sua è stata un’impresa vera, più di tante che vengono esageratamente ingigantite. Quasi d’altri tempi. Certamente d’altro spirito. Questo articolo è stato un regalo per Dario. E per Danilo, che non sappiamo dimenticare. Per fortuna.


Io, Ironman sulle tracce di Danilo
Quando suo fratello Danilo era letteralmente rapito dalla passione per gli sport estremi, Dario Cecconi sapeva a malapena cosa fosse il triathlon. Lui, classe 1961, un anno meno di suo fratello, aveva sempre giocato a pallacanestro. Da ragazzo nella Virtus Medicina, poi tra gli amatori con i leggendari "Rifiuti", sempre in quello che è il suo paese natale. Danilo, intanto, aveva già archiviato sette edizioni della 100 chilometri del Passatore (la prima a sedici anni...), gare di sci-alpinismo, skyrunning, sci di fondo. E poi era arrivato quel gioco fantastico. Ironman. Triathlon, sì, ma non per tutti, con quelle distanze infinite e tutte quelle ore da consumare in gara, cercando dentro, nella testa più ancora che nelle gambe, la forza di andare avanti. Danilo aveva talento, e più la distanza si allungava più lo mostrava. Il suo posto delle favole era Roth: lì aveva chiuso cinque volte la distanza estrema, tre delle quali sotto il muro delle dieci ore.
"Quando scoprì di essere ammalato, affrontò le cure pensando sempre al futuro. Ai medici diceva: quando esco da questa storia, torno a Roth. Guardava avanti, mio fratello. E io gli dicevo: quel giorno ti accompagnerò in bici lungo il percorso. Quando il male lo ha vinto, nel 2004, ho ricordato quelle parole. Mi sono detto: lui voleva arrivare in fondo ancora una volta, finirò io il lavoro per lui".
C’è voluto un po’ di tempo. Dario era già iscritto alla grande classica tedesca un anno fa, ma a un mese dalla gara una brutta broncopolmonite lo mise fuori causa. Quest’anno niente poteva fermarlo. Domenica scorsa ha nuotato, pedalato e corso per 13 ore, 41 minuti e 12 secondi. E’ arrivato in fondo, e sul traguardo ha guardato lassù, dove qualcuno lo aveva spinto fino al traguardo.
"E’ stato un lungo percorso. Si può dire che sia diventato triathleta nel ricordo di mio fratello, partendo ovviamente dalla distanza Sprint, dopo essermi avvicinato alla squadra per cui correva, il Team Pasta Granarolo, e aver chiesto consigli ai suoi amici e compagni. A Roth ero già stato nel 2006, iscrivendomi all’Ironman a staffetta: corsi la prova in bici e pensai che già quella era massacrante, e a come avrei mai potuto affrontare la gara per intero. Quest’anno mi sono messo d’impegno. Grazie alla mia compagna Ljudmila, che fa atletica e triathlon ad alto livello, ho trovato continuità e... un coach fatto in casa. Mi sono allenato per dieci mesi, praticamente tutti i giorni, ed è stato un sacrificio perché quando hai famiglia, figli piccoli, lavoro non è una passeggiata preparare una prova di questo tipo. Certo, non ho mai avuto velleità da protagonista. Non ho il talento di Danilo, non ho mai pensato di arrivare alle sue prestazioni. Ma volevo arrivare in fondo e ce l’ho fatta"
Il giorno della gara è arrivato tra grandi emozioni e comprensibili timori.
"Alla vigilia ero nel panico, ho detto a Mila che non sapevo se sarei partito. Anche le condizioni atmosferiche non aiutavano: pioveva, sembrava di essere in autunno più che in estate. Poi, lei mi ha fatto una sorpresa che mi ha scaldato il cuore: sulla canotta della mia squadra aveva fatto stampare, in segreto, la foto di mio fratello con tutti i suoi "crono" di Roth. E una scritta in inglese, che diceva: "Io oggi vorrei essere un Ironman, Danilo è ancora qui con me a Roth". Ecco, quando l’ho infilata prima di partire ho capito cosa mi aveva portato fin lì. Un’idea, un progetto, una promessa. In gara la fatica l’ho sentita, eccome. In quasi quattordici ore, ne avrò prese dieci di pioggia. Vedevo intorno un sacco di gente che si ritirava, alla boa della prova di nuoto quasi piangevo per il freddo. Ma alla fine la testa ha vinto. E’ arrivato qualcosa che mi ha fatto andare avanti"
Già. Qualcosa, o qualcuno. Che ha portato Dario fino al traguardo, e che ora lo porterà oltre.
"A ripensarci, mi vengono i brividi. E’ stato fantastico. Ed è vero che quando ti consegnano quella maglia con scritto "finisher" scatta qualcosa. In me, la voglia di riprovarci. Già l’anno prossimo. Ho passato tutto il viaggio di ritorno domandandomi a quale gara avrei potuto iscrivermi, la prossima volta. Ci ho messo un po’ a capire che la risposta era semplicissima. Mi sa che tornerò a Roth. C’è un motivo se Danilo ci tornava ogni anno. Ora spero di continuare la sua strada".