martedì 27 gennaio 2009

Per non dimenticare Weisz

Per non dimenticare. Nel giorno della memoria, Bologna ha rispolverato tra tanti drammi quello di un uomo di sport che era in anticipo sui tempi. Un grande maestro di calcio che sparì, insieme a tutta la sua famiglia, ad Auschwitz. E, quel che peggio, che per decenni nessuno si preoccupò di ritrovare, se non altro per sapere che fine avesse fatto.
Oggi la città ha reso giustizia ad Arpad Weisz, allenatore a cui il calcio italiano e il Bologna devono tanto. Almeno, consegnandolo alla nostra memoria e a quella futura. Nei giorni scorsi ho raccontato chi era stato questo grande dello sport sul giornale per cui lavoro. Provo a considerarlo il mio modesto contributo a una giornata come questa.

Marco Tarozzi

Martedì mattina il Comune di Bologna sistemerà una targa sotto il portico dello stadio Dall’Ara, in piazza della Pace. E chiuderà un conto aperto, da più di sessant’anni, con la memoria. Su quel pezzo di marmo ci sarà il nome di Arpad Weisz, uno dei più grandi e vincenti tecnici di calcio della storia del calcio italiano e del Bologna (e all’appuntamento, infatti, non mancherà la presidente rossoblù Francesca Menarini). Un nome che le nefandezze della storia, gli orrori del nazismo, l’esasperata volontà di dimenticare del dopoguerra avevano seppellito, nascosto, cancellato.
Arpad Weisz era ebreo. Sparì da Bologna, con la sua famiglia, il 16 ottobre del 1938, dopo l’inasprimento delle vergognose "leggi razziali". Cercò riparo e speranza prima in Francia e poi in Olanda, cercò anche di sentirsi vivo e di immaginarsi un futuro, prendendo le redini del Dordrecht, piccola squadra di paese che sotto la sua guida fece cose ottime. Ma anche lì arrivò la mano insanguinata del nazismo. Lo presero e lo portarono via. E fu l’ultimo viaggio. Arpad, sua moglie Elena, i figli Roberto e Clara furono deportati dapprima in campi di lavoro, poi varcarono i cancelli di Auschwitz. Non ne uscirono vivi. Di lui si conosce (grazie al toccante lavoro di ricerca di Matteo Marani, che nel 2007 ha raccontato la storia e il dramma di quest’uomo nel libro "Dallo scudetto ad Auschwitz") la data di morte: 31 gennaio 1944. Dopo un’infinità di giorni vissuti in solitudine, disperato tra i disperati, aggrappato a una vita che sentiva scivolare via senza speranza.
Il silenzio, dopo, è stato pesante quanto la tragedia. Perché Weisz non era uno sconosciuto, eppure anche il suo nome finì travolto dalla corsa alla rimozione totale. Un esempio paradossale, tanto per capire meglio cosa abbia significato questa prolungata dimenticanza: è come se al giorno d’oggi un allenatore vincente di fama internazionale, come Capello o Ferguson, svanisse improvvisamente nel nulla e a nessuno venisse in mente di chiedersi perché, o come, o dove. Così è andata per Arpad Weisz, che pure nella storia di una società come il Bologna, che proprio in questo 2009 è pronta a festeggiare il secolo di vita, merita un posto tra i grandi.
Weisz, nato a Solt nel 1896 da genitori ebrei ungheresi, arrivò in Italia per chiudere una carriera importante da giocatore, che gli aveva fatto anche indossare la maglia della sua Nazionale alle Olimpiadi del 1924 e in altre cinque occasioni. Giocò, da ala sinistra, una stagione nel Padova e una nell’Inter, fino al 1926, quando proprio dalla Lombardia, ad Alessandria, iniziò la sua carriera di allenatore. Una spiccata attitudine all’istruzione del gioco gli fece guadagnare dopo pochi mesi la panchina dell’Inter. Dove, con Fulvio Bernardini centromediano, rivoluzionò gli schemi inventando, lui di scuola calcistica danubiana, la "linea dei cinque terzini", arretrando le mezzeali dall’attacco al centrocampo e mettendo mediani e centromediano in marcatura. La sua Ambrosiana-Inter arrivò allo scudetto nel 1930, primo campionato a girone unico, e fu ancora seconda nel ‘33 e ’34.
A Bologna arrivò nella stagione 1934-35, subentrando al connazionale Kovacs. Chiuse quella stagione al sesto posto, riorganizzò la squadra e con soli 14 elementi in rosa conquistò subito lo scudetto nel ‘36, ripetendosi l’anno dopo. Fu quello, probabilmente, il Bologna più forte di tutti i tempi, capace di andare a vincere il Torneo dell’Esposizione di Parigi, una sorta di Mondiale per club dell’epoca, battendo Sochaux in semifinale e Chelsea in finale, entrambi per 4-1. Quando fu costretto a fuggire dall’Italia, nel ‘38, fu sostituito dall’altro leggendario allenatore rossoblù Hermann Felsner, che andò a vincere uno scudetto per buona parte suo. Così, quando si fa la conta dei sette trionfi rossoblù e si scopre che Felsner ne ha vinti quattro, Weisz due e Bernardini uno, bisognerebbe ricordare che il conto tra i due grandi tecnici stranieri sarebbe in parità, se la parte più bieca della storia non si fosse messa di traverso.
Quella targa servirà a ricordare tutto questo. Un grande uomo, un tecnico in anticipo sui tempi, una vita spezzata senza senso. E questa volta nessuno potrà più dimenticare.

lunedì 19 gennaio 2009

Piero, mi manchi


E' l'ora della memoria, evidentemente. Di uomini che vestivano di musica la loro poesia, e che se ne sono andati troppo presto. Dieci anni che non incrociamo più le strade splendide e tortuose di Fabrizio De Andrè. Ventotto, giusto oggi, che se ne è andato quel livornese dolce e arrabbiato di Piero Ciampi. Dopo aver vissuto quarantasei primavere. Intense, profonde, troppo breve.


Piero, cresciuto in via Pelletier, nel quartiere Pontino, gente di porto e di piccoli commerci.
Piero, ingegnere mancato che molto presto infilò la strada delle osterie.
Piero, contrabbassista inquieto che un giorno partì per Parigi per poter scambiare parole in libertà con gente che si chiamava Celine, o Brassens.
Piero che entrò nel mondo discografico, e dalla porta primncipale, ma capì in fretta che gli stava troppo stretto. Un vestito sbagliato.
Piero che lasciò la Ricordi, e poi la Cgd, e diresse una piccola casa discografica, la Ariel, altro insuccesso annunciato.
Piero che scriveva cose orecchiabili per la Cinquetti e Katyna Ranieri, e cose splendide da cantare, con la sua voce sghemba, a gente che non capiva.
Piero che girò l'Europa, che si innamorò dell'Irlanda, che scappava da Livorno, dalla vita di sempre, dalle sue donne.
Piero che diventò amico di un calciatore, che ovviamente era diverso come lui: Ezio Vendrame, uno che aveva il talento dell'artista e in mezzo ai pallonari sembrava un marziano.
Piero, che in tv non "sfondava" perché non ne aveva nessuna voglia, perché non sapeva vendersi e non aveva nessuna intenzione di farlo.
Piero irascibile, incazzato, felice, ruvido e bellissimo, innamorato della parola, solitario, compagno di sbronze, inaffidabile per l'industria dei dischi, appassionato per chi sapeva ascoltarlo.
Piero che se n'è andato in poco tempo, afferrato alla gola, e in ancor meno tempo è stato dimenticato.
Ci ha lasciato storie bellissime.

IL NATALE È IL 24

È Natale il 24.
Non riesco più a contare,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione
senza amici e senza amore.
Mio fratello è all'ospedale
sono giorni che sta male
la madre non l'ha più.
Anche Pino è separato
Elio al gioco si è sparato
mi stupisco sempre più.
Io vado,
quando sono abbandonato
vado in cerca di una donna
senza danni.
Sento,
quelle volte che non pago,
che rimane pure amore
per un'ora.
Ma il mattino mi consegna
Francescangelo drogato,
non mi conosce più.
Per vederci un poco chiaro
bevo un litro molto amaro,
sono dentro a un'osteria.
Il Natale è il 24,
Gianna ha un cuore molto strano,
la vita va così.
Ho una folle tentazione
di fermarmi a una stazione,
senza amici e senza amore.
Il Natale è il 24

domenica 11 gennaio 2009

Da Riccardo a Faber, con amicizia


Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave una caldaia gli era esplosa in faccia. È morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall'alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima. Mannerini mi ha insegnato che essere intelligenti non significa tanto accumulare nozioni, quanto selezionarle una volta accumulate, cercando di separare quelle utili da quelle disutili. Questa capacità di analisi, di osservazione, praticamente l'ho imparata da lui. Mi ha anche influenzato a livello politico, rafforzando delle idee che già avevo. Sicuramente è stata una delle figure più importanti della mia vita
Fabrizio De André

Dieci anni dopo, è l'ora del ricordo. Speciali in tv, sui giornali, sulle riviste, la sua musica alla radio (su tutte le radio), testimonianze di chi l'ha conosciuto. Mi piace l'idea di ricordare Fabrizio De André, e mi è venuta in mente un'altra strada così, molto semplicemente. Senza nessuna intenzione di fare qualcosa di "diverso ad ogni costo".
Riccardo Mannerini, l'anarchico che aveva perduto la vista lavorando accanto alla caldaia di una nave. Il poeta che lottava dalla parte dei deboli, proprio come Faber. Logico che, trovatisi, diventassero amici. E collaborassero a canzoni che la memoria non può cancellare. "Signore, io sono Irish", "Cantico dei Drogati".
Così, ho scelto una poesia di Mannerini, morto sucida nel 1980, ma ancora vivo nelle parole, nei sentimenti, nelle emozioni di ciò che ha scritto, per ricordare De André e in qualche modo fargli sapere che non se ne è mai andato, e di questo lo ringrazio.

Mamma,
li vedi questi vestiti sporchi
di sangue, di fango, di sterco,
queste membra squartate,
questi denti anneriti e bruciati?
Dillo a mio fratello, mamma.
Mamma,
li vedi quei tipi
in lucide divise,
quei visi rasi,
quelle bandiere,
quei lunghi discorsi,
quelle signore bene?
Quella è la patria,
raccontalo a mio fratello, mamma.

Mamma,
lo vedi il terrore,
l'odio, la bestia,
l'arsura, la follia
che sono nei miei occhi?
Cercali, i miei occhi,
debbono essere lì, a destra,
vicino al mio ginocchio.
Dì anche questo
a mio fratello, mamma.

Mamma,vedi che siamo presenti
dove c'è da crepare
e non ci cercano
quando c'è da decidere?
Questa è la democrazia,
rammentalo a mio fratello, mamma.

E mamma,
non piangere
il tuo, il mio
il tormento di tutti:
rialzati!
Non pregare: sputa!
Tu impiegasti vent'anni
per mettermi in piedi,
quelli ci misero un secondo
a mettermi a terra.
E ci vollero dodici ore
per farmi morire.

martedì 6 gennaio 2009

Cassin, splendido centenario


Arrivo in ritardo (il giorno del compleanno era il 2 gennaio), ma ogni tanto succede che il mondo giri per il verso giusto, e vale la pena ricordarlo. Ha fatto il suo dovere facendo arrivare al traguardo dei cent'anni Riccardo Cassin, e permettendogli di scollinare questa montagna di vita ed esperienza guardando ancora avanti. Perché Cassin è un uomo vero, che ha insegnato e continua a insegnare. Un ragazzo nell'anima, che ha instradato centinaia di ragazzi innamorati della montagna, della natura, della vita, e migliaia e migliaia che anche senza salire verso l'alto hanno imparato tanto dal suo modo di vivere e rapportarsi al prossimo. Maestro, padre, guida insostituibile. Di quelli che non ti fanno pesare il loro ruolo, che ti proteggono quasi nascondendoti il loro valore immenso e assoluto.
Riccardo Cassin è stato un signore della montagna. Negli anni Trenta rivoluzionò il mondo dell'alpinismo con le sue grandi “prime”. Il “traverso” della Nord della Cima di Lavaredo, conquistato nel 1935 dopo ventisette tentativi di grandi specialisti andati a vuoto, la Nord Est del Pizzo Badile nel '37. Il capolavoro assoluto, la Nord delle Grandes Jorasses, “ultimo problema irrisolto prima della guerra” secondo Messner, a cui lui trovò soluzione insieme a Ginetto Esposito e Ugo Tizzoni. Nel '53 fu lui a portare Ardito Desio in perlustrazione ai piedi del K2, e a individuare la via di salita. Ma un anno più tardi Desio, in partenza per “l'impresa italiana”, decise di lasciare a casa il più famoso e capace alpinista italiano, ufficialmente per “problemi cardiaci” insorti durante le visite mediche. Ben strano malato di cuore, quello che quattro anni dopo avrebbe guidato la spedizione Cai al Gasherbrum IV, mandando in cima Walter Bonatti (altro talento assoluto sacrificato all'epica dell' “italica conquista” sul K2) e Carlo Mauri.
Ancora: la prima sulla Sud del McKinley, il gigante alaskano, la Ovest dell'Jirishanca a sessant'anni compiuti. E a settantotto il fantastico “remake” del Badile, due volte in sette giorni. Riccardo Cassin è salito verso l'alto fino al 2002. Ha ispirato uomini come Messner e Bonatti, che per rendergli onore in questi giorni hanno messo definitivamente una pietra sopra antiche ruggini, rispolverando quel rispetto reciproco che si meritano e si devono. E' stato un “primo di cordata”, come si dice. Ovvero grande maestro, uomo di assoluto carisma. Di quelli a cui ci si può affidare con fiducia. Mai prevaricatore, però, mai protagonista a forza. Defilato, piuttosto. E schivo: di ritorno in treno dal capolavoro della Walker, vide la folla che lo aspettava sulla banchina della stazione di Lecco e pensò che in qualche carrozza ci fosse “un pezzo grosso”. “Meglio se scendiamo dal fondo”, consigliò ai suoi compagni.
Riccardo Cassin ha usato poche, rare, preziose parole nella sua vita. Non l'ha sprecata. Per lui è stata, ed è, un tesoro da scoprire con quotidiana curiosità. Anche oggi, superati i suoi primi splendidi cent'anni.