domenica 11 gennaio 2009

Da Riccardo a Faber, con amicizia


Riccardo Mannerini era un altro mio grande amico. Era quasi cieco perché quando navigava su una nave una caldaia gli era esplosa in faccia. È morto suicida, molti anni dopo, senza mai ricevere alcun indennizzo. Ha avuto brutte storie con la giustizia perché era un autentico libertario, e così quando qualche ricercato bussava alla sua porta lui lo nascondeva in casa sua. E magari gli curava le ferite e gli estraeva i proiettili che aveva in corpo. Abbiamo scritto insieme il Cantico dei Drogati, che per me, che ero totalmente dipendente dall'alcool, ebbe un valore liberatorio, catartico. Però il testo non mi spaventava, anzi, ne ero compiaciuto. È una reazione frequente tra i drogati quella di compiacersi del fatto di drogarsi. Io mi compiacevo di bere, anche perché grazie all'alcool la fantasia viaggiava sbrigliatissima. Mannerini mi ha insegnato che essere intelligenti non significa tanto accumulare nozioni, quanto selezionarle una volta accumulate, cercando di separare quelle utili da quelle disutili. Questa capacità di analisi, di osservazione, praticamente l'ho imparata da lui. Mi ha anche influenzato a livello politico, rafforzando delle idee che già avevo. Sicuramente è stata una delle figure più importanti della mia vita
Fabrizio De André

Dieci anni dopo, è l'ora del ricordo. Speciali in tv, sui giornali, sulle riviste, la sua musica alla radio (su tutte le radio), testimonianze di chi l'ha conosciuto. Mi piace l'idea di ricordare Fabrizio De André, e mi è venuta in mente un'altra strada così, molto semplicemente. Senza nessuna intenzione di fare qualcosa di "diverso ad ogni costo".
Riccardo Mannerini, l'anarchico che aveva perduto la vista lavorando accanto alla caldaia di una nave. Il poeta che lottava dalla parte dei deboli, proprio come Faber. Logico che, trovatisi, diventassero amici. E collaborassero a canzoni che la memoria non può cancellare. "Signore, io sono Irish", "Cantico dei Drogati".
Così, ho scelto una poesia di Mannerini, morto sucida nel 1980, ma ancora vivo nelle parole, nei sentimenti, nelle emozioni di ciò che ha scritto, per ricordare De André e in qualche modo fargli sapere che non se ne è mai andato, e di questo lo ringrazio.

Mamma,
li vedi questi vestiti sporchi
di sangue, di fango, di sterco,
queste membra squartate,
questi denti anneriti e bruciati?
Dillo a mio fratello, mamma.
Mamma,
li vedi quei tipi
in lucide divise,
quei visi rasi,
quelle bandiere,
quei lunghi discorsi,
quelle signore bene?
Quella è la patria,
raccontalo a mio fratello, mamma.

Mamma,
lo vedi il terrore,
l'odio, la bestia,
l'arsura, la follia
che sono nei miei occhi?
Cercali, i miei occhi,
debbono essere lì, a destra,
vicino al mio ginocchio.
Dì anche questo
a mio fratello, mamma.

Mamma,vedi che siamo presenti
dove c'è da crepare
e non ci cercano
quando c'è da decidere?
Questa è la democrazia,
rammentalo a mio fratello, mamma.

E mamma,
non piangere
il tuo, il mio
il tormento di tutti:
rialzati!
Non pregare: sputa!
Tu impiegasti vent'anni
per mettermi in piedi,
quelli ci misero un secondo
a mettermi a terra.
E ci vollero dodici ore
per farmi morire.

Nessun commento: