venerdì 31 ottobre 2008

Irish aspetta sempre la sua bici


SIGNORE, GUARDAMI, IO SONO IRISH

(Riccardo Mannerini)

Signore, sono qui, io sono Irish
quello che non ha la bicicletta.
Tu lo sai che lavoro dai Lancaster
e che, a sera, le mie reni non cantano.
Mi hai date tante cose belle
e il mio cuore le ha viste volentieri:
i boschi, le rose, la fratta,
i piccoli stagni dei cieli e la notte
le labbra di Ester
i suoi seni
quei suoi impossibili occhi
il sonno, il risveglio, il rumore
del fiume, l’odore dei legni duri

O mio Signore, purtroppo c’è qualcosa che non va!
Io che lavoro dai Lancaster
dormo e mangio a trenta miglia
dalla chiesa di padre Enrico
Come posso, o Signore,
santificare il tuo giorno?
I camion sono fermi, le auto non passano
ed io nel tuo giorno
sono stanco, Signore.
Trenta miglia più trenta
sono troppe a piedi ed Irish,
tu ricordi Signore,
non ha la bicicletta.

I passeri, gli scoiattoli, le lepri
gioiscono nel tuo giorno, io no
Non so più se io sono tuo figlio:
in quel giorno non vengo alla tua casa,
io non ti onoro; come posso fare,
dimmi?
Posso stare sul prato a parlarti di me?
O debbo venire in fondo alla valle?

Soffro, Signore e tu devi -capisci?-
Devi fare qualcosa.
Andrà bene anche vecchia
la bicicletta
che manderai ad Irish,
perché tu, che sei buono,
hai tanti amici e a qualcuno di loro
la puoi chiedere una vecchia bicicletta.
Che sia robusta, piuttosto, e grazie,
mio Signore, grazie!
Dio te ne renderà merito, di certo.
Io sono Irish, Signore,
quello che verrà da te in bicicletta.

sabato 25 ottobre 2008

Ho bisogno delle mie scarpe volanti...


Days full of rain
Skys comin' down again
I get so tired
Of these same old blues
Same old song
Baby, it won't be long 'fore
I be tyin' on
My flyin' shoes
Flyin' shoes
Till I be tyin' on
My flyin' shoes

Spring only sighed
Summer had to be satisfied
Fall is a feelin' that I just can't lose.
I'd like to stay
Maybe watch a winter day
Turn the green water
To white and blue
Flyin' shoes
Flyin' shoes
Till I be tyin' on
My flyin' shoes


The mountain moon
Forever sets too soon
Bein' alone is all the hills can do
Alone and then
Her silver sails again
And they will follow
In their flyin' shoes
Flyin' shoes
They will follow in their
Flyin' shoes

Days full of rain
Skys comin' down again
I get so tired
Of the same old blues
Same old song
Baby, it won't be long
Till I be tyin' on
My flyin' shoes
Flyin' shoes
Till I be tyin' on
My flyin' shoes

(Townes Van Zandt)

venerdì 24 ottobre 2008

Kammerlander, il mito tranquillo

Ultimamente, mi è capitato per mestiere (le poche cose belle rimaste del mestiere) di avere a che fare con uomini un po' fuori del comune. Parliamo di sport, naturale, ma lungo il cammino si finisce sempre con lo spostare l'angolo visuale. Meglio: allargare.
E' successo con Hans Kammerlander, incontrato per un guizzo (ancora, raramente, mi succede) a Campo Tures. In vacanza, mi è sembrato potesse uscirne un buon pezzo sul suo rapporto con la corsa, da proporre a Runner's World. Contatto, appuntamento, intervista. Andata. Ma è rimasto qualcosa dentro, come succede quando ti trovi di fronte un tipo tranquillo che con semplicità ti racconta la sua filosofia di vita. Uno che ha scalato tredici dei quattordici Ottomila della terra, rinunciando all'ultimo per una questione etica. La corsa è il pretesto. Ma si parla anche di paura, di fatica della conquista, di senso della perdita. Di cime himalaiane, alzando gli occhi sulle cime incantate che avvolgono la Val di Tures e la Valle Aurina.





Marco Tarozzi

Campo Tures è un luogo che racconta storie. Solidamente piantata in val di Tures, cancello virtuale che si apre sulla splendida valle Aurina, ha visto passare la storia dalle sue strade. I re di Sassonia ci venivano a riposare e a camminare, Napoleone ci passò con altri diavoli per la testa. Ha due angeli custodi che riempiono d'orgoglio i suoi cinquemila abitanti: il castello di Ritter e, molto più su, le guglie maestose dell'Hochgall, che punta dritto al cielo per 3435 metri. Al centro del paese, una piazza porta il nome di un uomo che ha sempre guardato verso l'alto. Prima alle sue montagne, poi a quelle sparse per il mondo. Fino alle più alte di tutte. Gli Ottomila. Sono quattordici in tutto, e lui ne ha conquistati tredici, fermandosi quando ha sentito che ci sono valori più profondi di un record. Quest'uomo si chiama Hans Kammerlander, è uno tra i più grandi al mondo e nella storia. Guarda con un sorriso divertito, ma anche con orgoglio, il suo nome scritto in grande all'angolo di questa piazza. In questo posto in cui torna sempre, dopo ogni viaggio. Figlio di questa terra.
“Sono nato e vivo ad Acereto. Meno di sette chilometri da qui, anche se si sale in fretta da quota 860 a 1400 metri. Papà aveva un vecchio maso e mi ha insegnato il valore della terra, e come coltivarla per viverci. Questo è l'approdo in cui tornare dopo ogni avventura, e su queste cime è nata la passione che mi ha portato su quelle più lontane. Questo, per dire, è un anno diverso dagli altri. Normalmente organizzo i miei viaggi tra aprile e maggio, e mi perdo l'esplosione della primavera in queste valli. Per la prima volta in quasi vent'anni sono rimasto qui, e le ho viste più verdi che mai. Come non le ricordavo”.
All'ultimo piano dell'ufficio del turismo, in un grande salone che è anche un piccolo museo delle sue imprese, Hans Kammerlander ricorda senza enfasi conquiste dal valore inestimabile, prova a dare un'idea di cosa significhi restare ore, giorni oltre il limite degli ottomila metri senza far ricorso all'ossigeno (mai una volta, ed è motivo d'orgoglio giustificato). E parla di corsa, naturalmente. Sorride, pensando che di questo vogliamo chiedergli. E' un'ottica diversa dalle solite. Ma non meno importante, assicura.
“Ho sempre considerato la corsa un elemento fondamentale della preparazione per le mie imprese in montagna. Ma quando la pratico provo anche piacere puro, ed emozioni molto simili a quelle che mi regalano le avventure ad alta quota. Amo correre in solitudine, e mai su terreni piani. Cerco, anche in questo caso, di salire verso l'alto. Mi limito a un paio di uscite settimanali, ma decisamente intense. Quando esco, spesso dimentico il cronometro, affronto dislivelli anche di sette-ottocento metri e resto fuori a lungo. Poco lontano da casa infilo un sentiero, entro nel bosco e mi sento subito meglio”.
Un runner della solitudine. Per abituarsi a quello che lo aspetta in Himalaya, naturalmente. Ma anche per scelta precisa. Hans ama davvero il mondo che lo avvolge, prova una curiosità bambina nello scoprirlo. Si sente attratto dagli angoli più isolati, quelli da raggiungere in silenzio, ascoltando soltanto i propri pensieri e il proprio respiro.
“Amo certe uscite invernali, quando la neve copre i sentieri e correrci sopra è un'impresa, un po' come farlo sulla sabbia in riva al mare. Il contatto con la natura è un aspetto importante dei miei allenamenti. Per me correre non è solo allenamento per il corpo, ma anche per la mente. E nella natura puoi trovare un sacco di energia”.
Per questo non ha mai pensato di chiudersi tra quattro mura per dedicarsi al running, nemmeno durante i periodi più intensi della preparazione. Estate o inverno, meglio uscire di casa e infilarsi sui sentieri intorno ad Acereto.
“Ho un amico maratoneta, molto forte, che nei mesi più freddi si allena praticamente solo in palestra, sul tapis roulant. Io non ci riuscirei mai. Non troverei le motivazioni che ho correndo a contatto con le montagne di casa mia, intorno ad Acereto. Allenarsi è comunque un lavoro, per uno come me. Ma quando sono fuori, immerso negli elementi naturali, è un'altra cosa. E' allegrìa, divertimento. Mi succede quando, nel mio mestiere di guida alpina, porto i clienti sulle cime intorno alla mia valle, o nelle Dolomiti. Così come quando vado a correre. Niente è ripetitivo o stressante, e anche la fatica è più lieve se stai facendo qualcosa che ti dà soddisfazione”.
Non ha bisogno di iscrizioni o pettorali, per stabilire i suoi record. Sono tutti scritti nelle pagine storiche dell'alpinismo. Incancellabili.
“Ho stabilito il record della salita sull'Everest, in sedici ore e quaranta minuti. E' alpinismo, non running, ma credo si possa considerare un bel viaggiare. Non ero in gara con nessuno, pensavo solo a coniugare velocità e sicurezza. Sono salito con uno zaino leggerissimo, cinque chili in tutto, compresi un litro di the e gli sci con cui poi ho affrontato la discesa, anche in questo caso stabilendo un record. Il mio concetto era semplice: salire leggerissimo e veloce, restare poco tempo in quota. Anche in questo la confidenza con la corsa mi ha aiutato tantissimo”.
Già, guai a dimenticare. Hans Kammerlander eccelle anche come sciatore. Estremo, naturalmente. Come definire uno che scende dalla cima delle montagne più alte del mondo con gli sci ai piedi, dopo esserseli portati fin su, legati in vita, in condizioni così pericolose? Lo ha fatto sull'Everest, ci ha provato sul K2, finché le condizioni lo hanno permesso. Con queste premesse, anche una maratona estrema sembrerebbe roba per comuni mortali. Ma Hans non disdegna. E qualche volta, per sfida personale, si è schierato al via in prove più “normali”.
“Il numero? Me lo sono messo quattro o cinque volte, in qualche gara di skyrunning dalle parti di casa mia. Ma non sono motivato per gare del genere. Quando corro, come quando salgo un Ottomila, penso soprattutto alle mie sensazioni. In certe situazioni conta l'esperienza, la testa. In una spedizione ad alta quota avere intorno un centinaio di persone può essere un aiuto, ma anche un freno. Guai se uno si mette a fare i conti sul ritmo degli altri. Quando sono solo in montagna, e magari in un'ora ho fatto solo cinquanta metri, non mi preoccupo di quanto viaggiano forte gli altri. Penso: fa niente, ho ancore sette ore per fare la cima, recupererò. Ascolto solo le mie pulsazioni. So quello che posso chiedere al mio fisico, e le ore di allenamento spese durante la preparazione, anche quelle di running, sono le mie certezze”.
Niente da fare. Kammerlander è e resterà un isolato della corsa. Ma gli piace condividere, almeno con le parole, certi attimi speciali di questa vita tra i boschi.
“I ricordi più belli della mia vita da runner di montagna sono legati al Moosstock. E' la cima sopra Acereto, il mio paese. L'avrò salita cinquecento volte, la prima ad appena otto anni e di nascosto dai genitori. E' alta 3059 metri, partendo da casa mia sono 1630 metri di dilsivello. Quasi sempre l'affronto lasciando a casa l'orologio, ascoltando solo il mio corpo. Ma qualche volta il cronometro con me l'ho portato. Il miglior tempo che ho registrato, qualche anno fa, è stato di un paio di secondi inferiore all'ora e otto minuti. Parlo della sola salita, naturalmente. So che in tanti hanno provato a far meglio, ma è difficile. Io conosco quella montagna come le mie tasche, è come se corressi nelle stanze di casa mia. A volte esco dai sentieri e corro su strade inesistenti, su percorsi che sono solo nella mia testa”.
La fatica è una compagna fedele. Non la cerca, Hans. Semplicemente, sa che prima o poi arriverà, e bisogna farne conto. Il titolo di uno dei suoi splendidi libri, “Malato di montagna”, è la chiave di lettura. La sua filosofia di vita. In questo si sente simile ai corridori di lunga lena.
“Credo esista una specie di “malattia” del runner, e che in parte assomigli al mio essere “malato di montagna”. Ho capito di essere affetto da questa strana malattia nel '99, quando dopo aver rischiato un'amputazione delle dita dei piedi per un congelamento ho passato una primavera a casa, senza poter progettare avventure. Stare a guardare mi faceva soffrire. Sono un “malato” e ne sono consapevole: devi esserlo per affrontare gli ultimi trecento metri verso la cima dell'Everest senza l'aiuto dell'ossigeno. Quell'ultimo tratto non è affatto bello, se vai avanti ti fai del male. Credo che sia così anche per un maratoneta: se arrivi agli ultimi chilometri e sei costretto a giocartela con altri tre o quattro atleti, viaggi al limite e non te la godi di sicuro. Ma il bello, la magìa, arriva dopo. Quando rivedi quello che hai fatto. Quando io guardo la foto di un Ottomila e so che sono salito lassù. Quando un runner rivede la foto di un arrivo concitato e vincente, e freme ripensando a quegli attimi. E' il ricordo di ciò che hai fatto che ti rende felice”.
Sa anche stupire, uno così. Lo immagini immerso in mille progetti, e lui tira il freno. Ne ha, di sicuro. Ma forse sta volgendo lo sguardo altrove. Questa terra, dall'alto, lui l'ha già vista. Come pochi al mondo.
“Ci sono ancora molti traguardi aperti, nell'alpinismo estremo. Per dire: la traversata di Everest, Lhotse e Nuptse in Himalaya. Tre Ottomila di fila. Una specie di trail di alta, altissima montagna... Fino a qualche tempo fa pensavo che ci sarebbero voluti cent'anni, per riuscirci. Oggi ci sono giovani alpinisti già tecnicamente in grado di affrontare l'impresa. Caso mai, occorrerà loro ancora qualche anno per fare esperienza. Ma non so se sarò ancora io ad affrontare imprese del genere. Un anno fa ho salito in prima assoluta lo Jasemba, un Settemila in Nepal, insieme a Karl Unterkircher, che se ne è andato tragicamente nel luglio scorso sul Nanga Parbat. Ecco, il valore del ricordo è anche questo. Ripensando a quell'impresa, rivedendo le immagini di quella montagna, in me rivive l'entusiasmo di Karl. E mi accompagna sempre. Il futuro? Ho superato i cinquant'anni, e da sei mesi ho accanto a me mia figlia Tzara, che mi ha cambiato la vita. L'esperienza ovviamente c'è, per le motivazioni staremo a vedere. Ho rischiato tutto, in questi anni. Ma qualunque decisione prenda, la corsa resterà sempre una parte di me”.

HANS KAMMERLANDER è nato ad Acereto, in Val di Tures, il 6 dicembre 1956. Ha conquistato tredici dei quattordici Ottomila della Terra senza l'ausilio di ossigeno. Tra le sue imprese estreme, la salita dell'Everest in meno di 17 ore, con successiva discesa con gli sci in prima assoluta, e la prima traversata di due Ottomila (Gasherbrum I e II, con Messner nel 1993). Il suo ultimo successo è del 2007: prima assoluta sullo Jasemba Peak (7350 metri), in Nepal, insieme a Karl Unterkircher.

(da Runner's World, ottobre 2008)

lunedì 20 ottobre 2008

Ricordando Malinowski


Avanti così, allora, se il mio amico Abu Seba mi colpisce dritto al cuore commentando la foto del Pre italiano, con Fava e Dixon, e dandomi l'assist con la citazione di Malinowski.

Altra storia finita drammaticamente, purtroppo, e con un epilogo simile a quello di Steve Prefontaine.


Bronislaw Malinowski era uno di quelli che amavo, prima di tutto perché quando correvo avevo un fisico molto simile al suo. Cioè, costituzione notevole e gambe che erano il doppo di quelle di un keniano. No, non come adesso: ero magro (67 chili, accidenti...), ma di muscolatura robusta. E per questo mi appassionavo di mezzofondisti così, come Malinowski e De Castella. Che davano un'impressione di potenza.


Polacco di Nowe, classe 1951 proprio come Pre, specialista dei 3000 siepi. A Monaco '72 stupì il mondo con un quarto posto in quella gara: altra straordinaria coincidenza, anche Prefontaine fu quarto nei 5000 metri. Quattro anni più tardi, a Montreal (Pre non c'era più, purtroppo) andò a prendersi l'argento dietro a un altro grande europeo delle siepi, lo svedese Anders Garderud.

Poi, finita l'era di Garderud, iniziò quella di Henry Rono. Malinowski non abbassò la guardia, e continuò a battersi. Rono prese una brutta botta psicologica, nell'80, non potendo partecipare alle Olimpiadi di Mosca perché il Kenia era tra i paesi che aderivano al boicottaggio. Malinowski ci andò e vinse l'oro, davanti a Filbert Bayi e a Erhetu Tura. Un anno dopo la gioia più grande, fu vittima di un incidente stradale a due passi da casa (già: come era successo a Pre sulla Skyline Boulevard di Eugene), a Grudziadz, dove oggi una targa commemorativa ricorda a chi passa un campione che ha disputato tre Olimpiadi in otto anni, lasciando la sua impronta sulla specialità delle siepi.


Ha corso in 8:09:11 i 3000 siepi, in 13:17:69 i 5000. Per me è un indimenticabile.

Grazie del ricordo, Abu Seba...

venerdì 17 ottobre 2008

Aspettare l'alba dalla parte sbagliata...


Dovevo nascere cent'anni fa, nel 1848. Le barricate a Lipsia, a ventidue anni avevo già fatto la comune di Parigi.

Adesso, impiegato parastatale. Con tutti i colleghi che passano tutte le ferie a seguire tutti i festival dell’Unità con i balletti della Moldavia e le ciocie importate dall’Ungheria.

Gino Paoli, Pinocchio, Mike Bongiorno, Marylin Monroe, Altafini, Gianni Morandi, Gianni Rivera hanno avuto una funzione negli anni 60.

Ma che stiamo facendo?

Ma che sta succedendo?

Ma quando vedremo il sole?

Sto male.

C’ho pure freddo.


(Ecce Bombo)

giovedì 16 ottobre 2008

Acido Lattico a Melbooks


Domani a Bologna sbarca "Acido Lattico". Ore 18, libreria Melbook di via Rizzoli. Pubblicità non per me stesso (vero, sono in pista con Saverio Fattori, l'autore, e Mario Lega, ma non è motivo di interesse), quanto per il romanzo di Saverio, e per la sua vena intensa e innovativa. E' un "noir" sull'atletica, e dunque chi vive, ama, in qualche modo sfiora le cose d'atletica dovrebbe esserci. Ma sarebbe riduttivo "fare casta": è una storia avvincente (vincente), scritta da uno che le storie le sa tenere per mano. Da leggere tutti, anche chi sta alla larga da piste e pedane.

martedì 14 ottobre 2008

God save Drugo


Volevo farlo, prima o poi. Senza particolari motivi. Allora, un giorno vale l'altro. Lunga vita al vecchio Drugo, ovunque sia...


Nel lontano ovest conoscevo un tipo, un tipo di cui voglio parlarvi. Si chiamava Jeffrey Lebowski, o almeno cosi l'avevano chiamato gli amorevoli genitori, ma lui non se ne serviva più di tanto. Jeffrey Lebowski si faceva chiamare "il Drugo". Già, Drugo! Dalle mie parti nessuno si farebbe chiamare cosi. Del resto, con Drugo, erano parecchie le cose che non mi quadravano, e lo stesso vale per la città in cui viveva... Però forse è proprio per questo che trovavo tanto interessante quel posto. La chiamavano "Los Angeles", la città degli angeli. A me non sembrava che il nome le si addicesse molto, anche se devo ammettere che c'era parecchia gente simpatica. Certo, non ho mai visto Londra, e non sono mai stato in Francia, e non ho neanche mai visto la regina in mutande, come dicono alcuni, però posso dirvi una cosa: dopo aver visto Los Angeles, e vissuto la storia che sto per raccontarvi... beh... penso di aver visto quanto di più stupefacente si possa vedere in tutti quegli altri posti, e in tutto il mondo, perciò posso morire con un sorriso... senza la sensazione che il signore mi abbia fregato. La storia che sto per raccontare è successa nei primi anni novanta, nel periodo del conflitto con Saddam e l'Iraq. Lo dico solo perché a volte si incontra un uomo, non dirò un eroe, perché che cos'è un eroe? Ma a volte si incontra un uomo, e sto parlando di Drugo, a volte si incontra un uomo che è l'uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto, là dove deve essere. E' quello è Drugo... a Los Angeles. E anche se quell'uomo è un pigro, e Drugo lo era di sicuro, forse addirittura il più pigro di tutta la contea di Los Angeles, il che lo mette in competizione per il titolo mondiale dei pigri, ma a volte si incontra un uomo... a volte si incontra un uomo... ahhh... ho perso il filo del discorso... bah, al diavolo! E' più che sufficiente come presentazione.

(Big Lebowski)

Hold on, Jackson!


Non è che mi fossi scordato, ma non c'è stato il tempo. Però è successo. Il 9 ottobre, Jackson Browne ne ha fatti sessanta. Festeggerà passando anche per Bologna, e ci sarò perché mi ha dato delle emozioni.
E' uno che non molla. Entra tra i vecchiacci durascorza come Neil Young, come Van Morrison. Per dire, scrive ancora cose così (che dalle sue parti non piacciono a chi guida la baracca...)



Lives In The Balance

I've been waiting for something to happen
For a week or a month or a year
With the blood in the ink of the headlines
And the sound of the crowd in my ear
You might ask what it takes to remember
When you know that you've seen it before
Where a government lies to a people
And a country is drifting to war
And there's a shadow on the faces
Of the men who send the guns
To the wars that are fought in places
Where their business interest runs
On the radio talk shows and the T.V.
You hear one thing again and again
How the U.S.A. stands for freedom
And we come to the aid of a friend
But who are the ones that we call our friends
These governments killing their own?
Or the people who finally can't take any more
And they pick up a gun or a brick or a stone

There are lives in the balance
There are people under fire
There are children at the cannons
And there is blood on the wire

sabato 11 ottobre 2008

Happy Days (?)


Sunday, Monday, Happy Days.
Tuesday, Wednesday, Happy Days.
Thursday, Friday, Happy Days.
The weekend comes, my cycle hums, ready to race to you.
These days are ours. Happy and free. (Oh Happy Days).
These days are ours. Share them with me. (Oh Baby).
Goodbye gray skies, Hello Blue
'cause nothing can hold me when I hold you.
Feels so right, it can't be wrong.
Rockin' and rollin' all week long.

martedì 7 ottobre 2008

L'Italia di Prefontaine



Ed ecco, come promesso, la “chicca” sul Prefontaine italiano, E' un regalo personale di Franco Fava, grande collega e prima ancora grande “pioniere” del mezzofondo e della maratona azzurra. Uno di quei “moschettieri” baffuti e dai lunghi capelli di cui parla Saverio Fattori nel suo post, e che sono l'icona del nostro mezzofondo negli anni Settanta. Immagini a cui si sono ispirati i ragazzi dell'atletica della mia generazione.
Dunque, la foto. Doveva finire sul libro “La leggenda del re corridore”, che poi è diventato pura biografia, senza iconografia a parte la copertina. E' rimasta nel mio archivio, ed è una splendida testimonianza del viaggio di Pre in Italia, l'anno prima della tragica fine.
Milano, meeting internazionale all'Arena, 2 luglio 1974. Nella foto, da sinistra, ecco Steve Prefontaine con la canotta “Norditalia”, regalatagli dai ragazzi della mitica Pro Patria di Beppe Mastropasqua. Al centro, canotta Phila, c'è proprio Franco Fava. Sulla destra il leggendario neozelandese Rod Dixon, ovviamente nerovestito. La gara è un 3000, e finisce così: primo Dixon in 7'41”, primato nazionale, 2° Prefontaine in 7'42”6, 3° Fava.
Il 29 maggio 1975, quasi un anno dopo, Pre vincerà la sua ultima corsa, un 5000, sulla pista di Eugene, la “sua” pista, in 13'23”8 davanti a Frank Shorter. Addosso, quella canotta “Norditalia” che gli ricordava evidentemente una trasferta felice. Nella notte, il destino lo porterà via per sempre sulla collina di Skyline Boulevard.


Non ringrazierò mai abbastanza Franco Fava. Negli anni Novanta, quando lavoravamo fianco a fianco per il “Corriere dello Sport” ai grandi appuntamenti dell'atletica a Bologna (solo ricordi, purtroppo...), gli dissi della mia passione per Pre. Se ne ricordò e mi portò dall'Oregon la biografia che Tom Jordan ha dedicato a Pre. Da lì, in fondo, è partita “La leggenda...”

lunedì 6 ottobre 2008

"Acido Lattico" incontra Steve Prefontaine



Grazie (in ritardo) a Saverio Fattori, talento di scrittore che neppure le brume della Bassa bolognese riescono a nascondere. Ci ha regalato tre gemme preziose ("Alienazioni Padane", "Chi ha ucciso i Talk Talk" e il recente "Acido Lattico"), grazie anche al coraggio e alla lungimiranza della sua casa editrice, Gaffi Editore. Ammiro quello che scrive, e dunque mi fa felice sapere che ha apprezzato "La leggenda del re corridore", la mia biografia su Steve Prefontaine. Di più: mi dà gioia l’idea di aver conquistato un nuovo adepto alla causa del Pre. Quando ho scritto quel libro, l’ho fatto per coronare un lungo sogno personale. Non immaginavo neppure che il "popolo di Pre" fosse così numeroso anche in Italia. Prima o poi, dovremmo fondare un club intitolato a quel ragazzo, e al suo modo sempre coerente e mai arrendevole di vivere. Con Marco Marchei, direttore di "Runner's World Italia" e carissimo amico, ne parliamo spesso. Chissà che un giorno...
Per festeggiare in qualche modo l’occasione, emtro domani pubblicherò una "chicca" su Pre "italiano", che coinvolge anche un grande dell’atletica azzurra che in qualche modo mi è stato maestro.
Intanto, la recensione che Saverio ha dedicato alla "Leggenda" sul suo blog, http://saveriofattoriacidolattico.blogspot.com/

ACIDO INCONTRA STEVE PREFONTAINE
Grazie a Marco Tarozzi e alla sua splendida biografia, LA LEGGENDA DEL RE CORRIDORE uscita per i tipi della Bradipo Libri. In realtà il Prè stava da qualche parte del mio cervello, in un articolo tampone su un vecchio Atletica maneggiato da bambino. Nella mia ignoranza pensavo superficialmente che il vero "merito" potesse essere quello di non essere sopravissuto. Insomma, che quel tremendo schianto in quel maledetto maggio del 1975 avesse reso mito eterno un eccellente atleta come tanti, inciampato a soli 24 anni. Ma Acido sbaglia, troppa acidità. Il mio ricordo era legato a un’estetica che oggi sbiadisce, foto in bianco e nero, canottiere un po’ larghe sulle costole, gli atleti anni Settanta, baffi e capello lungo, come Franco Fava, Pippo Cindolo, Marcello Fiasconaro. Organismi perfetti e aspetto trasandato, coerente allo spirito ribelle di quegli anni. Così lontani. Maledettamente lontani. Porca puttana. Atleti gira mondo, così lontani da quel testa di cazzo Claudio Seregni l’io narrante di Acido, figura tragica e inutile. Il Prè incarna l’America che mi piace. L’atletica che mi piace. Poi partiva forte e correva al massimo, a tempo, per arrivare presto, prima che la crisi lattacida lo piantasse da qualche parte sulla pista. Anch’io nel mio misero corro guardando solo avanti. E faccio dei bussi memorabili. Io non perdo niente. Qualche figuraccia. Il Prè ci rimise una medaglia a Monaco ’72. Il destino gli deve qualcosa, una fottuta rivincita. A Montreal quattro anni dopo avrebbe rincorso quel vichingo col sangue nuovo e fresco che correva come un ragioniere e andava forte solo quando doveva andare forte. E forse nei 10 000 il Prè avrebbe stroncato il ragioniere vichingo.Se di questa storia ne sapete poco o nulla, o non abbastanza, se vi ho confuso solo le idee, leggetevi il libro di Tarozzi.


Saverio Fattori

venerdì 3 ottobre 2008

Ma dove è finito Thom Jones?



Mi manca Thom Jones. Vorrei chiedere a Minimum Fax, suo editore italiano, che fine ha fatto lo scrittore che nel ’93, a quarantotto anni, realizzò il suo personalissimo sogno americano, e il sogno di chiunque abbia racconti o storie nel cassetto. In tre ore, nello stesso giorno, la sua agente lo avvertì che aveva venduto altrettanti racconti. Non a clienti qualsiasi. Uno al "New Yorker", uno ad "Harper’s" e uno a "Esquire". E lui, per rispondere al telefono una, due, tre volte, finì con l’arrivare tardi sul posto di lavoro. Thom Jones faceva il bidello, e ha continuato a farlo.



"Candida Donadio, che era la mia agente, ha scelto un mio racconto che le piaceva e l’ha mandato al "New Yorker". Una settimana dopo stavo per andare al lavoro – facevo il turno di pomeriggio, stavo pranzando – quando ha squillato il telefono. Era Candida. Aveva una voce splendida, Candida: bassa e profonda. Mi ha detto che "Harper’s" aveva comprato "Voglio vivere!" Abbiamo parlato per una mezz’oretta, poi ho detto che dovevo andare, sennò facevo tardi. Proprio mentre finivo di mangiare mi richiama. Il "New Yorker" aveva comprato "Un cavallo bianco"! Niente male, no? Ci facciamo due risate, e mentre sto uscendo dalla porta squilla il telefono un’altra volta. Era Candida. Mi fa: "Sono trent’anni che faccio questo lavoro ed è la prima volta che vedo una cosa del genere". "Esquire" aveva comprato "Wipeout". Tre in un giorno. Un’ora dopo ero al lavoro che passavo la lucidatrice nelle classi. E mi fecero anche un culo così perché ero arrivato tardi".




Questo è Thom Jones. Cresciuto ad Aurora, piccola città nei dintorni di Chicago, ex marine, ex pugile dilettante. Una rara forma di epilessia gli ha fatto conoscere i reparti psichiatrici degli ospedali. Ha seguito corsi di scrittura creativa alla Iowa University, dove ha conosciuto Ray Carver. E’ diventato un caso letterario in America, ma ha continuato a fare il bidello perché "è il miglior lavoro possibile, se vuoi fare lo scrittore". Ha scritto di disperati della vita, di uomini e donne alla deriva, di ex pugili poco combattivi ed ex soldati pieni di paranoie, di medici imbottiti di psicofarmaci. Ha pubblicato tre raccolte di "shorts stories": "Il pugile a riposo", "Sonny Liston era mio amico", "Ondata di freddo". Ha scritto un racconto, "Voglio vivere", che da solo basta a riservargli un posto tra i grandi. Mi ha fatto sognare e adesso tace da cinque lunghi anni. Spero li abbia passati a scrivere.





"Sono sempre stato un gran lettore. Ma leggevo troppo in fretta. Mi finivo i libri in un giorno o due. C’erano libri che mi davano informazioni generali su un sacco di cose che mi interessavano, e c’erano quei libri meravigliosi che ti salvano la vita, o te la cambiano. Libri che mi trasportavano lontano da Aurora, la cittadina dell’Illinois dove abitavo. Pensavo che fosse una cosa stupenda e mi chiedevo che prezzo pagavano i vari scrittori per riuscire a fare una cosa del genere. Speravo che un giorno sarei stato capace di fare lo stesso anch’io. Le più belle lettere di complimenti che ricevo sono quelle che dicono: "Grazie, quello che scrivi mi ha toccato il cuore, è bellissimo". Fra parentesi, ho anche notato che un sacco di lettere me le scrivono dagli ospedali psichiatrici... ma io mi chiedo, possibile che i manicomi abbiano l’abbonamento al "New Yorker"? Ad ogni modo, sì, ho sempre desiderato di fare lo scrittore. Ciascuno di noi ha un dono. Certi sanno riparare le macchine, certi hanno il pollice verde, certi sanno scrivere".