giovedì 25 febbraio 2010

Una Casa Rossa per il futuro degli Inuit


"Ogni volta che vedo un Inukshuk nell'Artico, so che gli Inuit sono stati qui prima di me per molte, molte migliaia di anni, e sono sopravvissuti cacciando e pescando".

Bella lotta. La ricorda, con queste parole, Peter Irniq, professore di cultura Inuit a Ottawa. Lotta difficile per la sopravvivenza, che oggi si è fatta ancora più in salita.

Un Inukshuk, figura composta con i sassi che alle popolazioni del Canada artico serviva come pietra miliare, o per segnalare una direzione, è diventata popolare in queste Olimpiadi invernali, che l'hanno scelta come simbolo. Sono le stesse Olimpiadi in cui un ragazzo di ventun'anni è morto scendendo da uno slittino, e il giorno dopo lo hanno battezzato "colpevole" perché lo show andasse avanti, dopo i necessari aggiustamenti ad una pista che era un pericolo soltanto a guardarla. Altra storia, brutta storia.

Gli Inuit. Anche loro hanno una brutta storia. Di alcol, disperazione, mancanza di futuro. A Tasillaq, sull'isola di Angmassalik, in Groenlandia, la birra scorre a fiumi il sabato pomeriggio. L'alcolismo è una piaga, per questo popolo antico che ormai, nell'intera immensa isola, conta 56mila anime. E i suicidi anche. Lo sa bene Robert Peroni, bolzanino, un tempo esploratore in quelle terre, dove oggi si è fermato. "Può accadere che in un villaggio di cento abitanti si contino sei o sette suicidi in un anno, tutti giovani tra i 18 e i 20 anni. Se queste percentuali interessassero una grande città, sarebbe un'emergenza sociale".

Peroni non si limita a osservare. Fa. A Tasillaq ha inventato "Red House", la Casa Rossa dove ha iniziato a salvare gli Inuit. Soprattutto giovani, sbandati e senza un futuro, perché di caccia e pesca, quello di cui vivevano i loro padri, non si può più campare, neppure lì. Un centro di assistenza. "Ma non si poteva vivere di solo assistenzialismo. Bisognava andare oltre, offrire una prospettiva economica". Da casa sociale, la Casa Rossa è diventata una guesthouse per turisti, seguiti dagli stessi Inuit nelle loro escursioni. Robert Peroni ha scelto questa strada per mantenere vivo questo popolo nel suo ambiente, e dargli una speranza di futuro. Una strada da percorrere. Quella di un turismo responsabile in cui queste persone possano ancora sentirsi padrone del loro destino, nella loro terra.

Non è una storia da Olimpiadi, e in fondo nemmeno una storia italiana. E' la storia di un italiano che le Olimpiadi hanno, di sponda, riportato sotto i riflettori. Anche grazie a un Inukshuk. Alla sua storia millenaria.

sabato 13 febbraio 2010

Scontrosa arte o mestiere


Nella mia arte scontrosa o mestiere
praticata nel silenzio notturno
quando soltanto la luna infuria
e gli amanti giacciono nel letto
con tutti i loro affanni tra le braccia,

io mi affatico a una luce che canta
non per pane o ambizione
o per pavoneggiarmi e vender fascino
sui palcoscenici d’avorio,
ma per il comune salario
del loro più intimo cuore.

Non per il superbo che s’apparta
dalla luna che infuria io scrivo
su queste pagine di spuma
né per i morti che torreggiano
con i loro usignoli e i loro salmi,
ma per gli amanti,
le braccia attorno alle angosce dei secoli,
che non pagano lodi né salario
e non si curano
del mio mestiere o arte

Dylan Marlais Thomas
1914-1953


giovedì 11 febbraio 2010

Un anno senza Bulgaro


di Marco Tarozzi


Aveva diciassette anni, e un talento da Serie A. E Civ, al secolo Gianfranco Civolani, che ha visto passare tutto il calcio rossoblù del dopoguerra, lo notò subito quel ragazzo “così bravino e così fighino”. Uno che di strada avrebbe anche potuto farne, se solo avesse fatto in fretta a capire il mondo. Giacomo Bulgarelli fece in frettissima. Lo svezzamento durò un amen, e il resto fu storia. Nessuno come il Civ avrebbe potuto raccontarla meglio in questi giorni, un anno esatto dopo l'addio al mondo di questa immensa bandiera del Bologna di ieri, di oggi, di sempre. Sì, è un anno esatto che Bulgaro ci ha lasciati, in punta di piedi, nel dolore e nella fierezza, alla sua maniera. Dire che ci manca è poco. Ci manca quello che è stato prima e dopo i campi di calcio, ci manca il simbolo dell'epopea rossoblù dell'ultimo scudetto e la voce garbata e ironica che commentava il calcio in tv con una conoscenza senza eguali. Ci manca l'uomo, perché il campione è consegnato alla leggenda.

Ai libri, anche. Come questo “Onorevole Giacomino”, che esce per i tipi di Minerva Edizioni, ormai di fatto la casa editrice rossoblù. Civolani lo ha colorato di aneddoti preziosi, quelli di un'epoca in cui «coi giocatori si riusciva ad essere davvero amici, a discutere di calcio e di vita, senza filtri. Non so dire se un'epoca migliore o peggiore, comunque un'epoca diversa». E con una lunga “intervista impossibile”, di quelle a cui il Civ ci aveva piacevolmente abituati alcuni anni fa, sulle colonne del Guerino. «L'ho fatta due settimane fa, e detto così suona strano. Il fatto è che io non so dire se Giacomino sia “lassù”, come si dice, se sia a destra, a sinistra, davanti o dietro. Io so che noi stiamo parlando e lui è sempre qui».

Un libro per ricordare, per emozionarsi, per commuoversi. Che racconta di un campione di calcio che ha saputo farsi campione discreto nella vita. Di un uomo che credeva nelle bandiere, nella passione vera per la sua città e la squadra che la rappresentava, al punto da negarsi agli squadroni del Nord. Che spiegava il “gran rifiuto” al Milan di Rocco e dell'amico Rivera con parole semplici e dolci. «Mia moglie Carla mi disse: e che ci andiamo a fare a Milano, noi stiamo bene qui. Aveva ragione». Altri tempi, altre storie, altra umanità.

Un libro per Giacomo è anche una mano tesa per il prossimo. Lo ha ricordato alla presentazione di ieri, davanti ai figli del campione Annalisa e Andrea, e ai compagni dello scudetto Pavinato e Perani, la presidente del Bologna Francesca Menarini. «Il ricordo è portato avanti anche dall'Associazione che porta il suo nome: insieme contribuiremo, anche con quest'opera, a raccogliere fondi per il progetto Gol, per la realizzazione di una sala chirurgica all'ospedale pediatrico Gozzadini». Un anno dopo, l'Onorevole Giacomino vive. Nei nostri cuori, nelle nostre azioni. Ha ragione il Civ: non è mai andato via.


(L'Informazione, 11 febbraio 2010)

domenica 7 febbraio 2010

Addio, Ballero


Una di quelle notizie che ti tagliano le gambe. Che non ti aspetti, che non vorresti mai sentire. Che ti fanno capire quanto sia sottile quel filo che ti tiene legato alle cose terrene, e quanto sia beffardo il destino. Franco Ballerini se ne è andato di mattina presto, in un giorno senza impegni in cui si stava divertendo a coltivare una delle sue grandi passioni. Il rally, che l'ha tradito dietro una curva maledetta.

E' stato un talento, in corsa, e un uomo intelligente fuori. Appena appoggiata la bici, con il ricordo ancora fresco di due Roubaix vinte nella leggenda, si è immerso nel mestiere di Ct della Nazionale con trasporto, e con capacità fuori della norma. I numeri, in questi casi, parlano chiaro: dal 2001 al 2009, sotto la sua guida, sono arrivati quattro titoli mondiali e uno olimpico. In tre occasioni (Mondiali 2006 e 2007, Olimpiadi di Atene 2004) firmati da Paolo Bettini. Una solidale complicità, supportata da una profonda amicizia. Aveva, Ballerini, una grande capacità di coinvolgere le persone, di farle sentire importanti, di trasmettere loro le sue convinzioni, di convincerle alla sua causa.

Ed era una persona sempre gentile, disponibile, di grande garbo. Uno d'altri tempi, sotto questo aspetto. L'uomo giusto per raccogliere l'eredità di un altro grande toscano, Alfredo Martini, che continuava ad accompagnarlo e lo trattava come un figlio, come uno di famiglia.

Senza il Ballero, tutto è molto più vuoto. Il ciclismo, lo sport. La morte che si porta via un'altra pianta giovane, e ancora una volta arriva fuori tempo, incomprensibile.

venerdì 5 febbraio 2010

Le nostre cento storie rossoblù


Pubblicità per me stesso, d'accordo. E in verità anche per due amici, prima ancora che colleghi, con i quali ho lavorato con entusiasmo all'ennesima pubblicazione per Minerva Edizioni. Accidenti, è la quarta ormai, e aggiungendo il libro su Steve "Pre" Prefontaine, pubblicato con Bradipo, sono a quota cinque. Devo darmi una calmata.

I due amici, allora: sono Giuliano Musi, accanto a cui ho lavorato per anni nella redazione di Stadio-Corriere dello Sport, tra l'85 e il '98, prima da segretario di redazione poi da free-lance in attesa di articolo 1 (arrivato, poi, grazie a Europress di Marco Montanari e Carlo Chiesa: altra storia...), e Michael Lazzari, con cui lavoro fianco a fianco oggi, nella redazione de L'Informazione di Bologna.

Insieme, e spinti dall'entusiasmo di Roberto Mugavero, il nostro editore, abbiamo pensato a un libro sul secolo di vita del Bologna. Ci hanno pensato in tanti, è vero, e nell'anno del centenario sono uscite opere esaustive, a partire dalla trilogia di Carlo Chiesa e Lamberto Bertozzi (sempre Minerva), con tanto di enciclopedia rossoblù.

Avevamo un'idea diversa. Ne è uscito "100 storie per 100 anni". Libro agile, praticamente tascabile, che racconta tante storie quanti sono gli anni del Bologna FC 1909. Cento, naturalmente. Sono aneddoti, episodi spesso dimenticati, curiosità, "dietro le quinte". Partendo dalle origini, dai "matti che correvano dietro alla palla" ai Prati di Caprara. Un secolo che ha attraversato due guerre mondiali, e dunque dentro ci sono anche tragedie, come la fine di Arpad Weisz, deportato ad Auschwitz e colpevolmente dimenticato all'epoca, o di Dino Fiorini, che aveva sposato un credo opposto e ha pagato per le sue convinzioni. O come quella di Anteo Zamboni, che attentò alla vita di Mussolini nel gran giorno dell'inaugurazione del Littoriale.

C'è però anche da sorridere, leggendo questo libro. Che parla di uomini, passioni, talenti che appartengono spesso a un altro calcio, anche quello con le sue zone d'ombra ma in qualche modo più a misura d'uomo. Non abbiamo scelto di dar voce ai campioni, Meglio: non solo a loro. Ci sono, naturalmente, ma in passerella sfilano anche giocatori che hanno avuto meno fiortuna, o onesti comprimari. Ci sono le fondamenta del Bologna, e spesso anche le meteore. C'è il presidentissimo, Renato Dall'Ara, con una valigia di aneddoti, perché lui (nemmeno troppo inconsapevolmente) gli aneddoti sapeva crearli.

C'è la nostra passione. Ci sono i nostri miti, che a volte non hanno fatto la strada che immaginavamo per loro. In qualche modo, c'è anche la nostra infanzia. La mia, quella di Giuliano e Michael. Che probabilmente non è ancora finita.


Nota a margine: il Bologna e Minerva hanno ufficializzato la collana ufficiale rossoblù, un modo per tener viva la memoria su una società che ha attraversato un secolo. "100 storie per 100 anni" è il primo numero della serie. Il che, ovviamente, ci riempie d'orgoglio.