mercoledì 16 novembre 2011

La casa dei libri


Questa è una bellissima biblioteca, molto fornita, molto americana, e l'ora è perfetta. È mezzanotte. La biblioteca dorme profondamente. Come un bimbo che sogna, la porto dentro l'oscurità di queste pagine. Adesso la biblioteca è "chiusa", ma io non devo tornare a casa, perché è questa la mia casa, da anni. Del resto, devo stare sempre qui. Rientra nelle mie mansioni. Non vorrei darmi il tono d'un piccolo burocrate, però mi spaventa solo l'idea che possa venire qualcuno e non trovarmi.
Da ore siedo a questa scrivania, a fissare gli scaffali in penombra, zeppi di libri. Amo la loro presenza, il modo in cui fanno onore al legno su cui posano. Sta per piovere, lo so.
Le nubi hanno giocato col sereno del cielo tutto il giorno, alla fine si sono insediate, con i loro plumbei tabarri, ma finora niente pioggia.
Ho "chiuso" la biblioteca alle nove. Ma se arriva qualcuno con un libro, basta che tiri il cordone della campanella, per distogliermi da qualsiasi altra attività: che dorma o cucini, che mangi o faccia l'amore con Vida. Vida sarà qui a momenti.
Stacca dal lavoro alle undici e mezzo.

La casa dei libri, Richard Brautigan

giovedì 20 ottobre 2011

Il tempo prima d'esser nati


“Ah, e i venti sono freddi e soffiano una polvere che così desolata neanche all’inferno saranno mai capaci d’inventare, qui nel nord della Terra, dove le pur calde speranze umane non riescono ad eliminare lo spiffero, il piccolo spiffero che lavora tutta la notte gonfiando le tende sopra il calore dei radiatori e ti si insinua sotto la coperta, e vorrebbe portarti fuori dove gli uomini dell’alba rugginosa con le mani gonfie come prosciutti screpolate dal gelo segano e martellano sul legno e lavorano e fumano di vapore insieme ai cavalli e maledicono Satana nell’aria che ha esposto tutte le Russie, le Siberie, le Americhe nude alle raffiche dell’infinito.
Gerard e io ci raggomitoliamo nel letto caldo e pieno d’allegria del mattino, timorosi di uscirne – E’ come ricordare il tempo prima d’esser nati quando il destino era a portata di mano e il Karma di costrinse a uscire per iniziare la vicenda.”

Jack Kerouac, Visioni di Gerard

lunedì 26 settembre 2011

Mani in mano. Mani invano


Ero dotato, sono dotato. A volte mi guardo le mani e mi rendo conto che sarei potuto diventare un grande pianista o qualcosa del genere. Ma che cos'hanno fatto, le mie mani? Mi hanno grattato le palle, hanno scritto assegni, hanno allacciato scarpe, hanno tirato la catena del water ecc. Ho sprecato le mani. E la testa.

Charles Bukowski

sabato 3 settembre 2011

Sentirsi Mario

Di nuovo pronto per qualcosa di mio? Not yet. Ma quasi. Intanto questo. Non è anche tuo, quello che senti tuo?



Mario, forse l'unica cosa di buono che hai fatto
è non avere voluto figli
così non hai fregato il mondo
Tra vent'anni chissà in quanti saremo,
in quanti rideremo;
ma ci pensi sul treno, tutti impazziti
a chiederci dove andremo?

Mario, ma tu guarda i miliardi che spendono
a prendere i sassi nel cielo:
questi prendono, vanno, vengono,
non fanno niente, è solo un volo;
noi quaggiù ci sbraniamo, gridiamo "ti amo",
ma chi la sente la povera gente?

Gente... eh, ognuno la pensa in maniera diversa,
ognuno ha la sua testa;
per lo meno un figlio ti fa compagnia, ma poi
scappa e vola via.
Poi, che c'entra la terra, la luna,
son sempre gli stessi ad avere fortuna.

Mario, non ti resta che l'amore...
Mario, non ti resta che l'amore...

Mario, io ti vedo alle sei di mattina girare,
te e la tua bicicletta.
Mario, due speranze nel cuore, un pò di giardino
e un sogno: la tua casetta.
Alla sera ti fermi nel bar qui vicino, giusto per bere un bicchiere,
e nel bianco degli occhi, nel rosso del vino
muoiono le sere.

Mario, la domenica arriva sempre in ritardo,
pallida e senza fiato,
con te spaesato che inciampi negli anni
e affoghi in un fiasco di vino;
chi lo sa, forse è giusto, forse è sbagliato,
forse sarà destino.

Mario, non ti resta che ascoltare
Mario, non c'è più la tua canzone

Mario, dicevi adesso io vado
ad aprire l'ultima porta,
dicevi adesso io vado via
forse per l'ultima volta
dicevi adesso io vado, io vado
a dissolvermi in cometa,
quanto basta per non sentire più
il ritmo strano della vita
Mario, io faccio il cantante
e grido, e canto solo idee,
ma chi ha detto
che è giusto o sbagliato spararsi un colpo, qui, sulla testa
lascia fare alla vita la sua vecchia fatica,
siamo feriti quanto basta.

Mario, non ti resta che ascoltare
l'eco che hanno messo nel finale

Enzo Jannacci

giovedì 28 luglio 2011

Teniamo duro, allora...


HOLD ON

They hung a sign up in out town
"if you live it up, you won't
live it down"
So, she left Monte Rio, son
Just like a bullet leaves a gun
With charcoal eyes and Monroe hips
She went and took that California trip
Well, the moon was gold, her
Hair like wind
She said don't look back just
Come on Jim

Oh you got to
Hold on, Hold on
You got to hold on
Take my hand, I'm standing right here
You gotta hold on

Well, he gave her a dimestore watch
And a ring made from a spoon
Everyone is looking for someone to blame
But you share my bed, you share my name
Well, go ahead and call the cops
You don't meet nice girls in coffee shops
She said baby, I still love you
Sometimes there's nothin left to do

Oh you got to
Hold on, hold on
You got to hold on
Take my hand, I'm standing right here, you got to
Just hold on.

Well, God bless your crooked little heart St. Louis got the best of me
I miss your broken-china voice
How I wish you were still here with me

Well, you build it up, you wreck it down
You burn your mansion to the ground
When there's nothing left to keep you here, when
You're falling behind in this
Big blue world

Oh you go to
Hold on, hold on
You got to hold on
Take my hand, I'm standing right here
You got to hold on

Down by the Riverside motel,
It's 10 below and falling
By a 99 cent store she closed her eyes
And started swaying
But it's so hard to dance that way
When it's cold and there's no music
Well your old hometown is so far away
But, inside your head there's a record
That's playing, a song called

Hold on, hold on
You really got to hold on
Take my hand, I'm standing right here
And just hold on.

(Tom Waits, 1999)

giovedì 26 maggio 2011

Monique, il sogno possibile


di Marco Tarozzi

Saranno in tanti, a ricordare che le barriere sono fatte per essere infrante. Di più: che sono uno stato mentale, e le loro storie sono messe lì proprio per dare l’esempio. Ci sono le medaglie, è vero, ma c’è soprattutto la forza di convincere il prossimo. Di far capire che lo sport è una porta d’uscita che affaccia sul mondo, soprattutto per chi, dopo un incrocio sbagliato col destino, pensa di aver perso futuro e speranze.
Saranno in tanti, questi campioni di sport e vita, dal 3 al 5 giugno a “Happy hand”. Tre giorni di sport e divertimento, recita il logo sul sito ufficiale (www.happyhand.it, vale la pena farci un giro, per capire il senso dell’evento), in programma a Monte San Pietro. O più precisamente a Ponte Rivabella, in un palasport che porta il nome di un signore dello sport, Jesse Owens.
Saranno in tanti, sicuro: da Beatrice Vio, piccola regina della scherma, a Norberto De Angelis, a cui un incidente ha tolto la gioia di essere un fuoriclasse del football americano (ha giocato anche a Bologna, nei Towers), facendogli nascere il senso dell’impresa in handbyke. Da Silvia Veratti, regina bolognese dell’equitazione, ai ragazzi di Overlimits di Marco Calamai.
E poi ci sarà lei. La madrina dell’evento. Monique Van der Vorst, olandese ventiseienne che ormai viene catalogata, semplicisticamente se vogliamo, alla voce “miracolati”. Anche se ha i contorni di una favola, la sua è una storia di volontà. È stata l’atleta paralimpica dell’anno 2009, ha conquistato due argenti sulla sua handbyke alle Paralimpiadi di Pechino. E un giorno, dopo tredici anni di sedia a rotelle, ha ritrovato l’uso delle gambe. Dopo una caduta in allenamento, strano e meraviglioso contrappasso.
Monique ha ripreso a correre. Alla maratona di Roma, lo scorso marzo, aveva il pettorale numero uno. Non sarà a Londra 2012, ma ha inizato una nuova vita da atleta. «Il mio sogno, adesso, è quello di diventare competitiva in maratona. So che le Olimpiadi sono un miraggio, ma nella mia vita ho imparato anche che i sogni si avverano. Ed è questo il mio messaggio: nella vita bisogna cercare di restare positivi, anche quando sembra che il mondo ti cada addosso. Chiunque può vincere la sua battaglia».
Lei l’ha vinta. E viene a raccontarlo a Ponte Rivabella. Per questo vale la pena esserci, ad Happy Hand. Per questa storia, per altre mille storie.

L'Informazione di Bologna, 26 maggio 2011

martedì 10 maggio 2011

Canzonenoznac

Il leader della parte scura,
dietro una barba quasi nera,
diceva cose alla sua gente,
a voce bassa come sempre;
e ricordava cose antiche,
proibite ma pur sempre vive,
come il martini con le olive.
Dal millenovecentottanta
anno di grazia e d'alleanza,
felice e immobile la gente
viveva solo del presente;
ma lui a quei pochi che riuniva
come una nenia ripeteva
quel suo programma che chiedeva.
Fosse permesso ricordare,
fosse permesso ricordare,
poi ricordò che era vietato
nel mondo nuovo anche il passato.

Il leader della parte chiara,
con quella cicatrice amara
sul mento a forma di radice,
gridava "Abbasso questa paace".
Coi pochi giovani insultava
la polizia che costringeva
soltanto ad essere felici:
ed abbatteva e rifaceva
palazzi d'arte e di cultura
e delle bibite e del niente
sì, ma soltanto con la mente;
e all'occorenza le prendeva
 davanti ai giudici abiurava,
ma appena uscito risognava.

Fosse possibile cambiare
fosse possibile sperare
ma la speranza era un difetto
nel mondo ormai così perfetto.

E il leader con la cicatrice
credeva l'altro più felice,
e l'altro quello con la barba,
di lui diceva "È pieno d'erba";
si sospettavano a vicenda
di fare solamente scena
d'essere schiavi del sistema
e l'uno l'altro beffeggiava
e l'altro l'uno ricambiava,
pur descrivendo alla rinfusa
due volti di una stessa accusa:
che era impossibile cambiare,
tornare indietro, andare avanti
avere voglia di sbagliare.

Come ad esempio ricordare
Come ad esempio ricordare
questo ricordo era un difetto
nel mondo ormai così perfetto,
né si poteva più cambiare
né si poteva più sperare
questa speranza era un difetto,
nel mondo ormai così perfetto.

E il leader della parte chiara
pianse di rabbia quella sera
seduto sopra la sua vita
perduta come una partita;
ma il servofreno dentro il cuore,
che scatta al minimo segnale,
gli eliminò tutto il dolore.
E il leader della parte scura
contando i passi e la paura
si avvicinò alle parti estreme
dove correva un giorno il fiume,
ricostruendo da un declivo
l'ultima chiesa, un vecchio bivio,
l'acqua e l'amore che non c'era,
si sentì stanco in quel momento,
tolse la barba e sopra il mento,
apparve a forma di radice
quella sua vecchia cicatrice.

Roberto Vecchioni

venerdì 25 marzo 2011

Cara democrazia


Con santa pazienza ho dovuto aspettare. Con quanta buona fede sono stato ad ascoltare.
Cara, cara democrazia, sono stato al tuo gioco anche quando il gioco si era fatto pesante. Cosi mi sento tradito, o sono stato ingannato, mi sento come partito e non ancora approdato.
Sento un vuoto. Sento un vuoto al mio fianco e nessuna certezza messa nero su bianco. Con benedetta arroganza sono stato avvilito. Con quanta leggerezza sono stato alleggerito.
Cara, cara democrazia, cara gemma imperfetta, equazione sbagliata non scritta e mai corretta.
Devotissimi della chiesa, fedelissimi del pallone, nullapensanti della televisione: siamo i ragazzi del coro, le casalinghe sempre d'accordo, e la classe operaia nemmeno me la ricordo.
Democrazie pubblicitarie, democrazie allo stadio, democrazie quotate in borsa, fantademocrazie, libertà autoritarie, libertà ugualitarie, democrazie del lavoro, democrazie del ricordo e della dignità.

Ahi che pessime orchestre, che brutta musica che sento. Qui si secca il fiore e il frutto del nostro tempo. Sono giorni duri, sono giorni bugiardi.
Cara democrazia, ritorna a casa che non é tardi.
Non sai con quanta pazienza ho dovuto aspettare, non sai con quanta buona fede sono stato ad ascoltare.
Sono giorni duri, sono giorni bugiardi.
Cara democrazia, ritorna a casa che non è tardi.

Ivano Fossati

martedì 8 febbraio 2011

Atticus (se ancora esiste...)


I vicini portano da mangiare quando muore qualcuno, portano dei fiori quando qualcuno è ammalato e altre piccole cose in altre occasioni.
Boo era anche lui un nostro vicino e ci ha regalato due pupazzi fatti con il sapone, un orologio rotto con la catena, un coltello. E le nostre vite.
Una volta Atticus mi aveva detto "Non riuscirai mai a capire una persona se non cerchi di metterti nei suoi panni, se non cerchi di vedere le cose dal suo punto di vista". Ebbane, io quella notte capii quello che voleva dire.
Adesso che il buio non ci faceva più paura avremmo potuto oltrepassare la siepe che ci separava dalla casa dei Radley e guardare la città e le cose dalla loro veranda.


To Kill a Mockingbird (Il buio oltre la siepe), 1962