venerdì 30 maggio 2008

L'ultima parola di Ti Jean




Aspettando Matteo (coming Son, coming soon...) rispolvero in libreria storie già percorse. Tra le mani mi ricapita un piccolo, preziosissimo libro che ancora mi dà emozioni. "L'ultima parola - In viaggio, nel jazz", Jack Kerouac. I temi più cari a Ti-Jean dentro scritti in gran parte nuovi (all'epoca della pubblicazione, fine 2003) per i lettori italiani.
L'emozione deriva dal fatto di aver incrociato, per ricavarne un servizio sul giornale per cui lavoravo e ancora (...) lavoro, la strada del traduttore di questi scritti. Non un traduttore qualunque, ammesso che esistano traduttori qualunque. In questo caso, uno che certamente ha saputo entrare nella poesia in prosa di JK, perché lui stesso animato dalla fiamma della poesia.
E' in quell'occasione, ormai quattro anni fa, che ho avuto la fortuna di conoscere Alberto Masala. In archivio ho ritrovato quell'intervista, e ancora oggi mi pare fresca di novità. Chi ama Kerouac, quest'opera deve cercarla e trovarla, se non l'ha già fatto. E' innovativa, rispettando il linguaggio. Ed è imperdibile.
* * * * * *
Marco Tarozzi

Alberto Masala ha tradotto/riscritto Jack Kerouac con l'incanto e la passione del compagno di viaggio. Non lo ha mai conosciuto di persona, ma lo frequenta da sempre: ha accolto nella sua casa bolognese Gregory Corso, fratello in poesia, ha recitato versi accanto a Ferlinghetti, ha raccolto più di 400 fogli sparsi, fotocopie di articoli e dattiloscritti del grande "viaggiatore solitario" della vita, quasi tutto materiale inedito in Italia consegnatogli da Simon Pettet. Insomma, gli è fratello lontano nel tempo in quella che Dylan Thomas chiamava la "difficile arte o mestiere" del vivere da poeta e da artista. E ha avuto la fortuna di trovare una giovane casa editrice, Il Maestrale, che ha saputo sintonizzarsi sulle sue corde, quelle della passione, per dare vita a "L'ultima parola. In viaggio. Nel Jazz" che ci consegna un Kerouac nuovo e sorprendente anche per chi lo conosce e lo ama. Quello dei primi testi sul jazz scritti sul giornale del college, l'Horace Mann Record, quello della rubrica "The Last World" su Escapade, quello di grandi (Tangeri, che ha segnato la storia della Beat Generation) e piccoli viaggi (la ricerca delle radici tra gli irochesi, la Florida accanto al fotografo Robert Frank) fin qui sconosciuti o misconosciuti ai lettori italiani.
Di suo, Masala ci ha messo la sensibilità del "cantore" che gli ha permesso di superare anche i più ardui scogli linguistici. Così facendo, ha reso al vecchio maestro, spesso pubblicato o ripubblicato senza troppa attenzione, in base a disinvolte strategie di mercato, un favore da amico vero e disinteressato
Alberto Masala, da dove nasce il Kerouac ritrovato?
"Da questi quattrocento fogli sparsi che da oltre vent'anni girano per la mia casa. Nasce per amore, ovviamente. Vedere come veniva trattato Kerouac, così commercialmente, soprattutto negli ultimi tempi, mi ha mosso a pubblicare lavorando su questi originali in modo filologico. Anche se la traduzione è filtrata dal linguaggio che ne deduco, reso al lettore italiano. Non so se l'operazione è riuscita, ma il gioco della traduzione sta in questo: rispettare letteralmente ciò che si traduce e renderlo riconoscibile nella cultura di chi legge. Senza fingermi americano".
Il traduttore, se è poeta lui stesso, lascia un'impronta sul lavoro.
"Di mio c'è tutto, perché uno che traduce riscrive. Ma allo stesso tempo non c'è nulla, perché tutto è trasmesso con amore e rispetto. La scommessa sta nel riportare la scrittura di quel periodo, di quel determinato autore, nella sensibilità del lettore di oggi. Quando traduco credo di interpretare soprattutto la cultura di un autore, cercando di non tradire le parole".
Qual è il segreto di una buona traduzione, quando c'è di mezzo un autore difficile da riscrivere come Kerouac?
"Il ritmo, il lavoro sul ritmo. Quello non te l'insegna nessuna scuola. Io sono sardo, la mia terra ha quasi trecento metriche per cantare poesia e io sono stato allevato nell'interpretazione del canto. Per questo mi ritengo un "contemporaneo con radici": mentre riesco a cavalcare nelle praterie del Beat, o a rapportarmi con la cultura d'avanguardia, allo stesso tempo scrivo per i Tenores, nelle gabbie convenzionali, con strutture metriche. Questo m'aiuta. Del traduttore ho ciò che servirebbe, per pratica e per resistenza: ritmo, gusto enigmistico dell'interpretazione. E in più scrivo. Ma il concetto che mi muove è semplice: di una lingua prima impari il canto, poi versi la parola".
E poi c'è quella questione dell'atto di giustizia dovuto a Ti-Jean.
"Questo rientra nella sfera dell'amore, della sofferenza a veder violentato o non rispettato uno scritto. Non nella sua forma, questo non mi destabilizza. Quello che non mi va è che vengano prese delle mezze pagine, incollate ad altre mezze pagine di altri periodi, che non c'entrano con le prime, o che vengano saltati pezzi perché non si riesce a capire una frase, lo slang. Fin qui a impedirmi questo lavoro era stato un vecchio incontro con Jan, la figlia di Kerouac, ad Amsterdam. Lei molto amaramente mi disse "fare Kerouac costa". Comprensibile, d'altra parte: non mi conosceva, stava sulla difensiva. Jan è morta in modo amaro, è morta infelice. Io questi fogli li ho tenuti per anni anche dopo, per me stesso. Il senso del business non mi appartiene. Ci voleva un editore come il Maestrale per togliermi problemi ed eventuali sensi di colpa. E' arrivato, e ho tolto quelle carte dagli scaffali".
Lei è fuori dalle regole del mercato, diceva. Perché, o per chi, ha affrontato questa impresa?
"Diciamo che sto dalla parte di Kerouac. Sostengo che la poesia, che la scrittura è un condominio. Io sento di farne parte, di abitarci, magari in un sottoscala. L'unica cosa che pretendo da me stesso è non dovermi vergognare quando incontro per le scale quelli dei piani alti. Di poter guardare in faccia gente come Artaud, come Kerouac appunto".
"L'ultima parola" è un titolo definitivo, senza appello. Dopo di me il diluvio, diceva il vecchio Jack.
"Era il titolo della rubrica che Kerouac teneva su Escapade. Una scelta dell'editor, che condivido pienamente. E credo di poter dire che chiarisce perfettamente il senso di "resa giustizia" a un autore deturpato da traduzioni facili. Perché è insuperabile dal punto di vista tecnico, nel senso che è esatta. Inconfutabile".
Cosa c'è di nuovo in questo Kerouac?
"Intanto, questa è una scelta precisa. Viaggio e jazz sono due argomenti scelti dall'editore tra i tanti dei famosi "quattrocento fogli". Avremmo potuto scegliere i primi esperimenti di hajku, o i colloqui con Saroyan. Siamo partiti da qui, l'idea è quella di andare avanti in futuro. Qui c'è il primo Kerouac, quello del college, appassionato di jazz, interamente inedito. Ci sono appunti sparsi del suo cammino, ci sono gli esperimenti sul linguaggio. C'è soprattutto il paradigma di Kerouac nell'interpretazione del mondo, che non era retinico ma acustico. Kerouac non viaggia sulle visioni, pur sapendo vedere, ma sui ritmi della scrittura. Scrive di orecchio, non di occhio. In questo è molto majakowskiano. E ha l'animo del poeta, che con l'orecchio "vede" i ritmi del mondo".

mercoledì 28 maggio 2008

La corsa di Daniele


Ho conosciuto Daniele Bonacini al telefono. Raccogliendo la sua storia per poi raccontarla su Runner's World, sulle cui pagine è uscita in questi giorni. E' un racconto di carattere e determinazione. Di uno che non si è fatto cadere addosso la vita, ma continua a cavalcarla con sicurezza. In mezzo alla sua carriera di atleta, Daniele ha trovato un crocevia. E una data: 1993. Prima era un appassionato praticante di calcio, tennis, surf. Dopo, ha vestito la maglia azzurra alle Paralimpiadi di Atene, a tre Mondiali e altrettanti Europei. Specialista di 200 metri e salto in lungo. Con una protesi alla gamba destra, amputata sotto al ginocchio dopo un incidente stradale.
Se l'è costruita lui. Perché da allora Daniele ha coltivato la sua vita parallela. Atletica e studi di ingegneria meccanica. Con un'idea fissa in testa: inventarsi qualcosa che servisse non solo a limare i suoi record, ma a rendere la vita più facile a chi si fosse trovato nella sua situazione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, adesso. Si chiama Roadrunnerfoot Engineering ed è un'azienda che produce protesi a basso costo. Il mestiere costruito sulla propria pelle.
“La mission è semplice: rendere la tecnologia più accessibile agli utenti. Oggi, se una persona vive il dramma di aver perso un arto, si trova di fronte anche a problemi economici. Paga 2000 euro per un piede in carbonio, e dietro quella cifra c'è un ricarico enorme, che può sfiorare il 70%. Ci sono troppi passaggi di mano: una protesi arriva dall'estero a un'azienda italiana, poi approda a un'ortopedia, infine all'utente. Io ho messo in piedi la mia azienda cercando di far saltare alcuni di questi passaggi. Voglio fare utile, si capisce, ma non a scapito dell'utente. Anche un imprenditore deve avere un'etica. Io voglio guadagnare scommettendo sull'innovazione, sulla tecnolgoia”.
Così, l'ingegner Bonacini va sul mercato con prezzi più che dimezzati. E rilancia. Con un'associazione, la “Disabili No Limits”, che porterà protesi a bassissimo costo nei paesi africani che convivono con il problema delle mine antiuomo “che hanno decimato centinaia di migliaia di persone, e tanti bambini. I numeri sono spaventosi, e non danno nemmeno un'idea esatta della gravità del problema”.
Si fa anche domande, Daniele. Ha proposto a tante organizzazioni umanitarie le sue protesi, che costano meno di quelle assemblate in modo obsoleto e rudimentale. Sarebbe interessante elencare i nomi di tutti quelli che nemmeno gli hanno risposto (“anche solo per dirmi che la mia idea non interessava...”). Meglio citare chi ha creduto nel progetto: il CCM, Comitato Collaborazione Medica, organizzazione non governativa di cooperazione internazionale. Insieme cercheranno di portare le prime protesi in Etiopia. Sperando di allargare il raggio d'azione a Mozambico, Zimbabwe, Angola.
Daniele Bonacini è immerso nei suoi progetti. Probabilmente non parteciperà alla Paralimpiade di Pechino. Ma sta correndo verso un traguardo infinitamente più importante.

domenica 25 maggio 2008

Jack (e Alberto) ad alta voce


Poeta rivoluzionario, editore, pittore. In prima fila da una vita per dar voce a chi non ha voce. Ascoltando, proponendo, diffondendo. E traducendo parole di speranza e di rivolta. Da otto lingue: italiano e russo, albanese e greco, tedesco e spagnolo, creolo e francese. Un americano del Bronx che San Francisco, anima colorata della West Coast, due anni fa ha festeggiato come Poeta Laureato, dopo decenni di attività, artistica e politica, e fiumi di inchiostro, dopo un centinaio di libri e lunghi, potentissimi Arcani. Un artista che ha attraversato più epoche. Amico di Ferlinghetti&Ginsberg, anima di una controcultura più estrema (e meno borghese, tiene a precisare) della loro.

Jack Hirschman è a Bologna. Domani, lunedì 26 maggio, alle sei di sera alla Scuderia di piazza Verdi. Porta versi di libertà, idee che non hanno cambiato il mondo ma hanno conquistato molti cuori e molte coscienze.

Due motivi per esserci: naturalmente lui, che racconta con semplicità la sua umana leggenda. Da seguire con leggerezza, quasi dimenticando che non è cosa da tutti i giorni. E Alberto Masala, una delle voci più forti e intense della nostra poesia, ad introdurlo. Si sono tradotti a vicenda, con le chiavi speciali che i poeti usano per aprire le porte del loro mondo, e per aprirlo a chi sta ad ascoltarli. E ascoltarli è ricchezza.

venerdì 23 maggio 2008

Strettamente personale

Aspettando mio figlio, mi faccio prendere dall'entusiasmo e dai timori. Normale, credo, ma c'è sempre una prima volta e questa è la mia. Mi chiedo se e come sarò in grado di crescerlo, se sarò in grado di proteggerlo senza soffocarlo, se riuscirò a trasmettergli le mie passioni aiutandolo a coltivare le sue.
Cerco di leggere lo stretto indispensabile in materia, e di rimettere insieme i frammenti di quello che ho letto in passato. Non entrando necessariamente nello specifico. Anche un romanzo, anche una poesia, anche una frase raccolta al volo può indicarti una strada da percorrere.
Ieri ho riletto alcuni scritti di Danilo Dolci. Sociologo, poeta, educatore. Di più: un combattente dell'educazione. Che ha combattuto, intendiamoci, senza armi, se non quelle del pensiero, della parola, delle azioni giuste. Che ha combattutto senza violenza per svegliare le coscienze. Tra le sue parole, ancora così vive, una gemma preziosa: poche frasi per insegnare ad insegnare.
Spero di essere all'altezza.

CIASCUNO CRESCE SOLO SE SOGNATO
di Danilo Dolci

C'è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c'è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C'è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c'è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C'è chi educa, senza nascondere
l'assurdo ch'è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d'essere franco all'altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

giovedì 22 maggio 2008

Il giorno del migliore


Avrebbe sessantadue anni proprio oggi. Un figlio del dopoguerra: cinque fratelli, padre addetto al tornio in un cantiere navale, mamma che lavorava duro alla manifattura tabacchi Gallagher's, per far quadrare il bilancio. Figlio di una città divisa dalla religione, Belfast. Cresciuto, da subito, con un pallone tra i piedi. Di stracci, e poi di plastica, e poi di cuoio. Nei vicoli, e poi sui campetti di periferia, e poi dentro stadi sempre più grandi, sempre più illuminati. Il talento l'ha guidato, la fatica di vivere l'ha dissipato. Era semplicemente un genio. Lo sapeva, ne approfittava, come sempre fa chi sa volare tanto in alto da pensare di non dover mai cadere. Icaro e le sue ali bruciate dal sole, avete presente? Lui, bruciato dall'alcool. Come mamma, quasi trent'anni prima. Lui, meteora appena consapevole: nel Manchester già da ragazzino, debuttante in prima squadra a diciassette anni. Ne aveva ventidue quando alzò al cielo la Coppa Campioni e, di lì a poco, il Pallone d'Oro. Non è un caso che fosse il 1968.
Stella bambina, già cadente pochi anni dopo: via dal Manchester a ventotto anni. A iniziare una vita randagia dietro a palloni, donne, bottiglie. Su palcoscenici di secondo piano. Stockport, Cork, e poi gli Aztecs di Los Angeles, più che altro per inseguire il sole e i dollari della California. E ancora Fulham, Fort Lauderdale, Hibernians, giù giù fino ai Brisbane Lions e al Tobermore, dove nemmeno lo misero in campo. “Da quando è andata male col calcio, la cosa che ho più amato in assoluto, la mia vita è diventata lentamente un incubo”.
Ha provato a svegliarsi, è ricaduto nel sonno della mente. Un'icona scheggiata trascinata da un pub all'altro, da una caduta all'altra. L'ultima, il 25 novenbre del 2005. Senza ritorno.
Ho amato quelle sue foto in bianconero, i rari filmati che in una manciata di secondi lasciavano intravedere lampi di genio. Mi esaltavo come si può esaltare un ragazzino che sogna un futuro da campione, giocando tra le sedie di casa con una palla di pezza. Fate largo a Best, gridavo ad avversari invisibili, e non sapevo che stavo urlando di essere “il migliore”.
Buon compleanno, George Best. Ovunque tu sia, spero tu abbia trovato la serenità che hai sempre inseguito. Inutilmente.

domenica 18 maggio 2008

La scala dei valori


Chi paga al poeta una poesia? Un'occhiata in ritardo a un articolo di alcuni giorni fa. Il solito elenco di contribuenti vip & presunti tali dell'anno di grazia 2005, quello che ha provocato sconcerto e indignazione. Bene, indigniamoci allora. Niente cifre (si trovano dappertutto). Solo proporzioni. Alda Merini, poetessa che di poesia non può vivere, guadagna poco più di niente. Costantino Vitagliano, faccia immobile da pubblicità, dichiara una cifra che è 460 volte quella della Merini. Senza rancore: è solo il primo che ho trovato, in mezzo a questo colorato popolo di veline & tronisti, per azzardare il confronto.

Così si valutano i talenti, da queste parti, nell'anno di grazia 2005. E in quelli successivi, immagino.

Questa è una poesia di Alda Merini

Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.

Proverò a leggerla a mio figlio, quando inizierà a capire il senso delle parole.

mercoledì 14 maggio 2008

Tutto un altro Giro





Pavel Brutt vince la quarta tappa del Giro. Vittoria russo-bolognese. Ventisei anni, nato a Sosnovy Bor, gareggia ovviamente per la Tinkoff, dove si sente la mano e l'esperienza di Orlando Maini, un direttore sportivo che sa costruire buone cose ovunque pianti le tende. E' la squadra di Orlandone e di Luca Mazzanti: la Bologna che si fa rispettare in carovana. Vittoria d'altri tempi, dopo 180 chilometri di fuga a cinque. Uno solo perduto per strada, dannato dalla sfortuna: David Millar, gloria e ombre nel passato, un presente di annunciata redenzione, tradito dalla catena a 1080 metri dal traguardo. Bici scagliata oltre le transenne per maledire un sogno spezzato. Niente in mano dopo la grande fatica.

A proposito di ciclismo d'altri tempi: si trova ancora. Fatto di strade sterrate, polvere, sudore, corse senza tattica, solo cuore. Però bisogna spostarsi in Africa. Al Tour du Faso, per esempio, che è la gara a tappe più famosa, non fosse altro perché laggiù, nel Burkina Faso che mezzo secolo fa si chiamava ancora Alto Volta, già allora andavano a correre i campioni di casa nostra. Non fosse altro perché lì proprio il più grande, Fausto Coppi, iniziò la sua repentina tragedia.
Scopri il Tour du Faso e ti si aprono altri mondi. Impari che in quel paese la bici è sacra, e che in quel continente le gare epiche si moltiplicano. Ci sono i giri del Marocco, del Mali, del Sudan. Ci corrono gli idoli locali, e intorno (e dietro) una umanità varia che spesso correndo esce da realtà drammatiche, e in qualche modo sbarca il lunario. Dieci tappe del Tour du Faso per qualcuno sono un'ottima occasione di campare e mangiare meglio. E quel qualcuno le affronta con rottami che è azzardato definire biciclette.
L'epica che ancora c'è l'ha raccontata in un libro prezioso Marco Pastonesi. Che nel 2006 ha seguito i 1200 chilometri di strade rosse e scarsissime curve della corsa, viaggiando dentro l'anima dei suoi spesso improvvisati campioni. E ci ha ricavato "La corsa più pazza del mondo", edito da Ediciclo. Umano, toccante, ironico. E divertente. Come quando racconta la volata allo spasimo di Desirè Kadarè, per agguantare un “clamoroso” 79° posto di tappa. Nemmeno il tempo di gioire: sprint vincente, freni che improvvisamente saltano e schianto contro un furgone parcheggiato. Nel danno, un raggio di sole: solo escoriazioni. E poi, quasi una fortuna: quel furgone è l'ambulanza.

E ancora: Attivi Egui, che in Togo chiamano Armstrong. Adama Togola, contadino del Mali che di solito impara di una gara importante solo pochi giorni prima, e in quelli concentra gli allenamenti. E poi gli “occidentali”. David Verdonck, elettricista belga, che corre da sempre e si allena sulle strade di Tom Boonen, ma lo incrocia soltanto. Però il suo Giro del Burkina Faso l'ha portato a casa. O come Herman Conan, frigorista bretone, un dio da dilettante a casa sua, un idolo da professionista ma soltanto in queste terre di terra battuta. E Jean Marie Leblanc, ripartito dal Faso dopo essere stato anima del Tour, quello vero. Storie che si incrociano laggiù, e in un libro che sembra un tuffo in un ciclismo che non c'è più. E invece è sempre lì, con la sua polvere e i suoi colori. A raccontarsi in corsa.

martedì 13 maggio 2008

Grazie, amico Walter


Giornata nera, giornata in salita. Il destino ti mescola le carte dalla sera alla mattina. Questa mano è pessima. Anche per questo ho voglia di buttare giù qualche riga, aspettando notizie che vorrei a modo mio. Non sempre va così, stavolta ci conto. E ho voglia di ripensare a ventiquattro ore fa, a un amico che è salito da Pesaro a Bologna per festeggiare con me la nascita del "suo" libro.

Sembra pubblicità per me stesso, come diceva Norman Mailer. Non lo è. E' vero, è uscito il libro su Walter Magnifico che avevo in testa da otto anni, e già praticamente pronto da sei. Doveva essere pubblicato nel 2002, saltò per problemi editoriali. Meglio così, nel tempo ho trovato le persone giuste e una casa editrice che è preziosa, una "bottega dell'arte" dove puoi ancora trovare sensiblità e competenza.
Non so se l'ho raccontata come si deve, ma la storia di Walter è unica. Una vita da campione tranquillo, guadagnando spazio col talento, senza sgomitare, senza mai alzare la voce. Campione di campo, di vita, di correttezza.
Non so se andrà come spero, ma vorrei che questa vita da campione la leggessero soprattutto i ragazzi. Per capire che lo sport è questo: niente scorciatoie, tanto sacrificio, infinita passione. Che si può andar via di casa ancora giovani, inseguendo un sogno, senza dover per forza rinunciare alle radici, agli insegnamenti di chi ti ha indicato la strada.

Sembra una storia d'altri tempi, vista dall'angolazione di questi tempi.

Vorrei che fossero tutte così, le vite dei campioni.

Ne parlo perché è una nascita bella, pulita, niente di più.

Grazie a Walter che mi ha permesso di raccontarla. Questo lavoro ha cementato un'amicizia.

Grazie a Roberto, Paolo, Francesco, Valentina, a tutta la splendida famiglia di Minerva Edizioni.


Una bella favola in una giornata difficile.

Prego perché dia forza a chi adesso ha bisogno di forza

lunedì 12 maggio 2008

Urla nel silenzio

Notizie dall'Italia. I cori degli ultras della cultura rimbombano nei padiglioni della Fiera del Libro. Magdi Cristiano Allam fende a fatica la folla in Sala Travaglio.
Scusi, da che parte per l'arte?
Corsi e ricorsi: Alemanno dice che Mussolini modernizzò l'Italia. L'elenco è antico: bonifica agro pontino, treni in orario, ecc. ecc.
Intorno, guizzi improvvisi: bandiere al rogo, pestaggi a morte improvvisati per noia, nuovi ministri che hanno fatto la gavetta. Da valletta.

Il circo è ripartito. Il circo è in movimento.
Tutti hanno qualcosa da dire (anche io, vedi...)
Molti hanno qualcosa da urlare, puntando il dito.
Troppi camminano in diverse direzioni. Seguirli costa fatica.

Mi rifugio nell'alcolica triste solitudine del vecchio Ti-Jean Kerouac.

52° Chorus

None of this means
anything
For krissakes speak up
& be true
Or shut up
& Go to bed

ovvero

Niente di questo significa
nulla
Su, parla, Cristo santo
& di la verità
O chiudi quella bocca
& vai a letto

E questo è tutto, direi

domenica 11 maggio 2008

A proposito di Henry




Questa la dedico ad Abu Seba, il cui talento di mezzofondista e poi di maratoneta resta indimenticato. Dici che ti ha emozionato la storia di Henry Rono, e allora proviamo ad approfondire.




Del boom del 1978, sanno tutti quelli che amano l'atletica. E' storia. Quattro record del mondo in 81 giorni, scrivendo una pagina di storia del mezzofondo: 3000 metri, 3000 siepi, 5000 e 10000. Per noi che di quell'atletica ci nutrivamo, un mito da subito. Quando tornò a rompere il silenzio con un nuovo primato del mondo sui 5000, nel 1981, nessuno poteva immaginare che avesse già infilato la strada per l'inferno. Era già un alcolizzato, anche se nascondeva piuttosto bene il problema. Una discesa inarrestabile, e maledettamente ripida. Lui stesso ha raccontato che quel record dell'81 lo fece poche ore dopo essersi liberato dai postumi di una sbronza ciclopica.
Aveva un metodo, il campione. Dormire a lungo dopo le sbornie, correre all'aria aperta per smaltire. Ma col tempo prese a dormire sempre più a lungo, e a correre sempre meno. Alle gare si presentava come l'ombra del fuoriclasse che era stato. Quando riusciva a presentarsi. Iniziò a perdere soldi, amici veri e presunti, certezze, dignità.


Il terzo millennio lo sorprese completamente solo, in fondo alla scala dei valori di una società che ne aveva fatto un idolo e poi l'aveva dimenticato in fretta. Dopo diversi ricoveri in cliniche di riabilitazione e qualche guaio con la giustizia, viveva a Washington in un ricovero per homeless. Il suo fisico, 63 chili ai tempi felici della corsa, si era appesantito. Henry viaggiava intorno al quintale, aveva le tasche vuote e zero prospettive. "Il punto più basso della mia vita", ha raccontato dopo la "riscoperta" e la rinascita. "Non potevo far altro che risalire. Altrimenti sarei morto".

Aeroporto di Albuquerque. L'avvistamento risale all'inizio del 2000. Una foto sull'Albuquerque Journal, una scoperta inattesa. Era finito lì, Henry Rono, a fare il facchino nel cuore del New Mexico. Dopo aver fatto l'addetto alle pulizie, dopo aver lavorato a un car wash. Lavori umili, quello che ancora gli era concesso. Quando si era presentato al quartier generale di Nike a mendicare un lavoro, lui che era stato il regale testimonial dell'azienda ai tempi d'oro, lo avevano riaccompagnato alla porta.




Lì, ad Albuquerque, è iniziata la sua seconda vita. Oggi Rono insegna atletica ai ragazzi di una scuola media. Giura di non toccare una bottiglia da cinque anni. Ha scritto un'autobiografia, "Olympic Dream", raccontando del grande sogno che gli è stato spezzato per ben due volte, nel 1976 e nel 1980, per i boicottaggi olimpici del Kenia. Ha ripreso a correre: oltre un'ora tutte le mattine alle cinque, spesso "raddoppiando" l'allenamento giornaliero verso sera. Si attacca il numero nelle gare per masters. Ha 56 anni e in qualche modo sta ricostruendosi una vita. "Ho apprezzato quello che ho fatto in passato, credo di averlo fatto bene. Quello che non sapevo fare era vivere, amministrare i miei guadagni, amministrare la fama. Ero un ragazzo d'Africa, indifeso, per la prima volta al cospetto del mondo. Una vita difficile da affrontare. Ma mi è servita, e ho imparato la lezione".

Henry Rono è meno lontano di quanto si immagini. Si può rintracciare sul sito http://www.team-rono.com/. Si può addirittura interagire con lui sul forum di http://www.letsrun.com/, dove aggiorna quotidianamente il suo diario di atleta (master) ritrovato. E risponde con garbo a chi lo avvicina, almeno virtualmente.




Forse, è una storia a lieto fine.

venerdì 9 maggio 2008

Ho un amico in Giro...


Prima di tutto, l'orario: lo ammetto, una cosa che ancora non sono riuscito a fare su questo salotto virtuale è mettere avanti l'orologio a pendolo di cinque ore. Tanto per chiarire che se posto alle 4 del mattino non sono insonne: in realtà sono le 9 e tutto va bene. Ci sto lavorando, giuro. Ci sarà, da qualche parte tra tutti questi "aggiorna" e modifica", un dannato "data/ora", come nella mia sveglia digitale. Se poi avete qualche consiglio da darmi...


Domani inizia il Giro d'Italia, numero 91. Parte male. Polemiche per l'invito a Contador (e segnali evidenti di incrinature del fronte Giro-Tour: qui viene, là non può andare...). E Richeze, trovato positivo a una sostanza anabolizzante in una tappa della Sahre, ha già fatto le valigie. Soffre ancora maledettamente, questo ciclismo che pure avvolge di sacrificio e fatica i cuori di migliaia di appassionati. Sarebbe una festa, se il mondo fosse una faccenda meno complicata. Invece, fatica a risollevarsi.

Ho un amico in Giro per l'Italia. Ha sulla schiena il numero 213, ha un passato e un presente che parlano per lui, cose in cui credo. Ha dieci vittorie alle spalle, graffi di una carriera costruita sulla volontà, sulla fatica, sull'affidabilità. Ha esperienza da vendere e, "invecchiando" bene, sempre più voglia di lasciare segni del suo passaggio. Ha corso otto Giri d'Italia e ne ha conclusi sette, fermandosi una sola volta per i postumi di una caduta. Ha 34 anni, due maglie azzurre ai Mondiali nel cassetto, un atteggiamento positivo verso la vita. E un bambino che si chiama Matteo, proprio come si chiamerà mio figlio.


Parte il Giro d'Italia di Luca Mazzanti, bolognese che ama le strade della Val di Zena e si confonde allegramente con i cicloamatori quando le percorre. Uno che fa bene il suo mestiere. Spero che prenda sempre il vento giusto, in questi giorni.

il buio oltre la rete


“Il mio gol più bello l'ho fatto da ubriaco”. Ricordiamo: addosso la maglia della Lazio, contro il Pescara. Stagione '92-93. Da ubriaco, però, Paul Gascoigne ha dato tutto indietro alla vita. Fino a toccare il fondo, l'altro ieri: mendicante per strada per comprarsi le sigarette, tra le vetrine brillanti di Mayfair, perché nesuno voleva accettargli la carta di credito. Probabilmente, non un reale bisogno. Certamente una barriera, quella della dignità, oltrepassata senza più misura. Fino alla disperazione, al volersi buttare via per sempre in un albergo di Sloane Street.

Talenti bruciati. Che dallo sport hanno avuto “il dono”, roba di lusso, ma non un insegnamento. George Best, che non ha tentato un suicidio “ufficiale” come Gazza, semplicemente perché si è suicidato poco alla volta. Henry Rono, campione delle piste d'atletica che ballò una sola estate e poi affondò nell'alcool, ritrovato a fare l'inserviente all'aeroporto di Albuquerque qualche anno fa, che ora cerca di redimersi insegnando ai giovani la passione per la corsa. Mike Tyson, che oggi vorrebbe aiutare Gazza, e non ha quasi mai saputo aiutarsi. Diego Maradona, ingrassato e affaticato ricordo (lontano) di un mito inarrivabile. Carlos Monzon senza misure dentro e fuori dal ring. Marco Pantani senza gli amici che gli stavano vicino quando era il Pirata, morto solo (ma solo davvero?) col suo infinito orgoglio nella camera di un residence nel triste inverno della Riviera. Campioni immensi che se ne vanno male, appena spenti i riflettori, mentre la carovana si allontana e ne accende di nuovi, trovando nuovi idoli.

Gazza è sempre stato pazzo. Lo diceva lui, vantandosene. Rideva e faceva ridere. Ora è disperato. Ed è solo: quelli che ridevano con lui sono scappati via. Possiamo solo pregare perché vinca l'ennesima scommessa. Soprattutto, perché trovi la voglia di farlo. Possiamo solo pregare perché lo sport dia ai giovani qualche certezza in più. Non semplicemente un talento infinito e l'incapacità di portarselo dietro.

giovedì 8 maggio 2008

ladri di biciclette

Hai trentasei anni e fai l'operaio. Lavori per metter su famiglia e casa, e in qualche modo ci stai riuscendo. I quattro muri li paghi col mutuo, si capisce. Tasso variabile, ti hanno detto che "conviene". Ne sappiamo qualcosa, no? "Non ti preoccupare se si stanno innalzando. Scenderanno. E’ normale, è ciclico". Hai trentasei anni e aspetti. Tasso fisso, tasso variabile. Capirci qualcosa. All’improvviso la casa a rate ti costa uno stipendio. Sei al bivio: o mangi e fai mangiare chi ti sta accanto, o paghi la rata. Scegli la prima opzione, e cominci a pensare che presto la tua casa se la porterà via la banca.
Hai trentasei anni e l’angoscia ti sta addosso come un odore. E l’angoscia fa fare cose imprevedibili, inimmaginabili. Ti inventi un mestiere. Rapinatore. Ma non è il tuo, lo capiscono anche i clienti dell’ufficio postale dove provi a far quadrare, in un solo colpo, i tuoi conti. Sentono "la voce tremante", sentono "la paura". Non fa per te. Sei goffo, inadatto. Il mestiere è il mestiere. Rinunci, ti dai alla fuga. E qui arriva il furto, quello vero. Una bici incustodita. Poche pedalate e i carabinieri ti sono addosso. Fine dell’avventura, che era più grande di te.


Ricorrenze. Sono passati sessant’anni esatti dall’uscita di "Ladri di biciclette" di De Sica. 1948, 2008. E’ cambiata l’Italia, è cambiato il millennio. Anche la povertà ha una faccia nuova. Meno esibita, più sottotraccia. Ma arriva al cuore con la stessa drammatica violenza. E provoca lo stesso sentimento:vergogna. Quella di G.C., sessant’anni dopo, è la stessa di Antonio Ricci. Quello di De Sica, non quello del Gabibbo. La storia di chi è costretto a inventarsi ladro per dare un futuro alle persone che ama. E siccome non è il suo genere, ci resta impigliato.


E’ una storia d’Italia. Vera, cruda, disperata. E’ il neorealismo che avanza, stavolta senza che ci sia stata una guerra di mezzo. O forse, in qualche modo, c’è stata e non ce ne siamo nemmeno accorti.

mercoledì 7 maggio 2008

punto di partenza

Voglio scrivere, e scriverne. Come se non lo facessi abbastanza. Ma è vero, questo è un modo per ritrovare te stesso, dire a te stesso quello che hai da dire. E a chi ha voglia di conoscerti, se lo meriti. Come tenere i tuoi scritti in un cassetto, solo che questo cassetto non ha la chiave e se qualcuno ha voglia di frugare può farlo.
Ecco, il motivo è questo. Semplice, quasi banale.
Le idee e gli spunti ci sono, in ordine sparso. Altri ne arriveranno.
Certo, bisognerà dare un minimo di continuità. Proverò, senza assilli.
Però avevo voglia di partire. E allora eccomi qua.