venerdì 28 novembre 2008

Vi racconto i miei campioni



Quest'anno ho esagerato. Tre uscite. A maggio “Semplicemente Magnifico”, biografia di Walter Magnifico. Era nel cassetto da anni, un tributo a un amico vero che andava solo rispolverato un po'. Poi, l'instant book sulla promozione del Bologna, assemblato in due giorni e uscito in sette. Un record, e per di più direi un bel libro: merito degli scatti dei fotografi bolognesi (Rebeschini, Sgamelotti, Schicchi, Giuliani, Puggioli) e del lavoro dei colleghi che mi hanno messo a disposizione i loro testi.
Ora, finalmente, i miei campioni. Lunghe interviste nate sulle pagine del quotidiano per cui lavoro, a cui ho aggiunto quelle raccolte in questi mesi, con un'idea che il mio editore ha subito raccolto e condiviso.

Ringraziamenti: a Giorgio "Matitaccia" Serra per lo splendido disegno di copertina, a Civ per la prefazione alla sua maniera, a Renato Rizzoli per le parole d'amicizia, alla passione che guida la comunità di Minerva.
Così, diventa il quinto libro. Il primo che ho potuto dedicare a mio figlio. Con storie vere, appassionate, piene di umanità.
Ecco i criteri di scelta, spiegati nelle poche righe di presentazione, e l'elenco dei venticinque che hanno scritto pagine di storia dello sport a Bologna.

LA VOCE DEL CAMPIONE – 25 storie di sport e passione all'ombra delle due torri
Marco Tarozzi - Minerva Edizioni, 2008
Ne ho incrociati venticinque. Partendo dalle pagine di un giornale con un solo progetto preciso: ascoltare storie, provare a raccontarle. Per cercare di dimostrare che i racconti di sport, quelli veri e intensi, non hanno una precisa collocazione temporale. Resistono a tutto: alle mode, al tempo che passa, alla polvere dell'oblìo. Ne ho pescate venticinque, viaggiando tra una disciplina e l'altra e tra un decennio e l'altro. Al giornale mi sono fermato intorno alla quindicesima, le altre le ho inseguite per diletto, certamente per curiosità, perché volevo vedere dove mi avrebbero portato. O magari perché alcuni nomi mi riaccendevano ricordi d'infanzia, di primissime passioni, di chiacchierate familiari che non torneranno e che rimpiango, e volevo vedere cosa avrei trovato dietro una foto, un risultato, un ritaglio di giornale. Un po' alla volta, mi sono accorto che avevo infilato una strada piena di vicoli e anfratti da esplorare, ma con uno scenario immutabile sullo sfondo. Bologna.
Dentro questi racconti, o interviste, o favole di sport, chiamatele come preferite, c'è una città che forse si è fatta un po' più disattenta e cinica, negli ultimi anni, ma ha ancora guizzi di un entusiasmo antico. Quello che portava sessantamila persone allo stadio per vedere boxare Checco Cavicchi. Altri tempi, direte: oggi sessantamila li richiama soltanto Vasco Rossi. Dentro queste pagine ci sono campioni e talenti nati a Bologna, o appena fuori città, e altri che hanno scelto di venire qui per realizzare i propri sogni, ma il bello è che una volta appesa al chiodo la loro vita sportiva non se ne sono più andati e hanno messo radici. Ci sono atti di coraggio, come i viaggi di “Toro” Rinaldi e Paolo Cimpiel verso un'America che un tempo, più di trent'anni fa, era difficile anche da immaginare. C'è don Arturo Bergamaschi, prete solare e felice che sale ad alta quota per sentirsi più vicino a Dio. Ci sono perle sfavillanti: gli ori di Ennio Mattarelli, Mauro Checcoli, le medaglie di Manu Pierantozzi e Giordano Turrini alle Olimpiadi. C'è la fedeltà alla bandiera (che davvero sembra un'idea lontana anni luce) di Picchio Orlandi, anima Fortitudo, e la forza di Dado Lombardi nel fare, anche per amore di Bologna, il primo salto di sponda in un posto che si nutre di rivalità stracittadina. C'è la volontà di un ragazzo d'Africa, partito da un villaggio sperduto del Burundi per conquistare un oro olimpico che è storia per la sua nazione: Venuste Niyongabo ha vinto la sua medaglia prima di conoscere Bologna. Ma quando è arrivato qui, anche lui si è sentito a casa. Ci sono venticinque personaggi che mi hanno regalato umanità, allegria, passione, commozione. Il massimo, per chi vuol scriverci storie. Spero di raccontarveli come si deve.
LE STORIE - don Arturo Bergamaschi, Achille Canna, Francesco Cavicchi, Mauro Checcoli, Pierfrancesco Chili, Paolo Cimpiel, Kurt Diemberger, Franco Farnè, Helmut Haller, Federico Girasole, Donata Govoni, Gianfranco Lombardi, Giorgio Longhi, Orlando Maini, Ennio Mattarelli, Venuste Niyongabo, Giampaolo Orlandi, Ezio Pascutti, Emanuela Pierantozzi, Gino Pivatelli, Alberto Rinaldi, Gigi Serafini, Giordano Turrini, Renato Villalta, Vittorio Visini.

lunedì 24 novembre 2008

Cristo, secondo Piero Ciampi



CRISTO TRA I CHITARRISTI


È un uomo che vive di foreste
d'aria piena di voli d'aquile,
conquista vette e tocca il sole,
lui beve neve, parla alle stelle
e spazia il tempo.
Corre, anela, sta.

Devia i ruscelli,
veglia e sonno è tutto un sogno
è un uomo solo e senza armi.

Un pomeriggio su una salita perse la vita.

Più niente in quel lungo silenzio
turbava la mia anima esperta.
Un coro di chitarre infelici
cantava per disperdere l'odio.
Sopra una collina era il più alto,
il più bello, irraggiungibile.
Ai suoi piedi c'era il deserto,
ormai la folla si era saziata
con le preghiere.

Là c'è sempre un Uomo in verticale
che non tocca mai la terra,
talvolta scende da una croce
ma dopo poco su una salita sconosciuta
perde la vita.
Un concerto di chitarre arriva e suona
molto amaro.

Anche stasera da qualche parte
c'è qualche Cristo
che sale stanco
e senza scampo
una salita.
Piero Ciampi

domenica 23 novembre 2008

Canto per Zatopek

Un corridore deve correre con i sogni nel cuore, non con i soldi nel portafogli
Emil Zatopek


Zatopek.
Quella corsa senza grazia, di fatica. Perché la corsa è fatica, è struggimento, è il dolore della soglia da superare. E chi dice che si diverte e basta, mente.
Zatopek.
Lavorava in fabbrica, da ragazzo. Mai stato interessato alla corsa. Lo iscrissero a una gara sociale. Si interessò. A modo suo. Con la cultura del lavoro, che è l'unica che paga nell'atletica. Perché nell'atletica non si incanta: lo dicono i numeri, i tempi, se hai le gambe buone. A meno che, certo, uno non scelga scorciatoie. Lui no. Sceglieva i chilometri. Tanti, tutti i giorni.
Zatopek.
Uscì alla ribalta internazionale nel 1948, ai Giochi Olimpici di Londra. Primo nei 10.000, secondo nei 5.000 dietro a Gaston Reiff. Quattro anni dopo, a Helsinki, il capolavoro. Oro nei 5.000, oro nei 10.000. E oro, qualche giorno dopo, nella maratona. La sua prima maratona. Aveva deciso di correrla all'ultimo momento, in mezzo a tutti quegli specialisti gli sembrò un gioco. Con tutti i chilometri che aveva nelle gambe, probabilmente lo era.
Zatopek.
Quattro ani dopo, a Melbourne (terza Olimpiade) fu sesto in maratona due settimane dopo un'operazione di ernia inguinale. Finì lì, e alla collezione aveva aggiunto record mondiali nei 5000, nei 10000 (cinque volte), nella 20km. (due volte), nell'ora di corsa (due volte), nei 25 e nei 30 km.
Zatopek.
In Cecoslovacchia era un eroe. Credeva nella sua terra, credeva nel partito. Attivista, figura influente. Ma nell'ala liberista. Dopo la Primavera di Praga lo “epurarono”. Gli tolsero gli incarichi, lo misero a lavorare in una miniera di uranio. Tenne la schiena dritta. Poteva soccombere, con la sua abitudine alla fatica?
Zatopek.
Se ne è andato il 22 novembre di otto anni fa, appena scollinato il muro del terzo millennio. Restano le sue immagini in bianco e nero. Quella corsa sgraziata. L'amore infinito per Dana, la moglie conosciuta tra pista e pedane (oro a Helsinki '52 e argento a Roma '60 nel giavellotto). Resta la sua cultura del lavoro, che dovrebbe essere d'esempio. Dovrebbe.

martedì 18 novembre 2008

Angelo, che ci ha insegnato a volare

Bisognerebbe evitare che la polvere del tempo coprisse la memoria di uomini come Angelo D’Arrigo. Uno della mia generazione, che era riuscito a trasformare in realtà il grande sogno della mia generazione. Volare. Non per sentirsi libero: per esserlo.
Proprio così, se devo pensare a un uomo veramente libero, penso ad Angelo. Alle sue avventure, ai suoi record che non erano mai vittorie contro gli altri, ma per gli altri. Sfide personali che diventavano patrimonio di tutti. E penso a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo davvero, al grande vuoto e insieme alla grande ricchezza che ha lasciato.

Volatore, sognatore. Atleta, scienziato, viaggiatore, navigatore dei cieli, poeta. Laureato all’Università dello Sport di Parigi, istruttore di volo libero, deltaplano e parapendio, maestro di sci e guida alpina, scelse di vivere delle sue passioni. Una vita in movimento, a cielo aperto, a contatto con la natura. Intorno ai trent’anni era già stato campione del mondo di volo libero, ma i trionfi agonistici per lui erano diventati presto una specie di colratissima gabbia.

Andando oltre, si è fatto leggenda. A cavallo del nuovo millennio, ha realizzato imprese incredibili. Innamorato delle teorie di Leonardo da Vinci, le ha messe in pratica dimostrando la perfezione dei progetti del grande scienziato di cui ha condiviso la volontà di spostare ogni giorno un po’ più in là i limiti del possibile.
Prima le grandi imprese al confine tra Francia e Italia: le "prime" di sci estremo e volo libero su Monte Bianco, Cervino, Aiguillle du Midi. Poi, gli orizzonti allargati: Himalaya, Ande. Il volo in deltaplano sopra l'Etna in eruzione. Gli studi profondi sul volo dei grandi rapaci che hanno caratterizzato le sue avventure dal 2000 in avanti. Il Sahara e il Mediterraneo sorvolati seguendo la rotta dei falchi migratori. La traversata in deltaplano sulla Siberia (progetto nato con la collaborazione del Russian Research Institute for Nature and Protection) indicando la via per oltre 5300 chilometri ad uno stormo di gru siberiane nate in cattività, restituendole al loro habitat naturale. Il primo sorvolo dell’Everest in deltaplano, nel 2004, realizzato con la compagnia di un’aquila nepalese. L’Aconcagua visto dall’alto, sulla rotta migratoria dei condor, nel 2005.

Angelo D’Arrigo sapeva volare. Seguendo le correnti ascensionali, è salito fino a 7400 metri con il suo deltaplano, dimostrando che i sogni sono sempre a portata di mano, per chi ci crede fino in fondo. Non tutti potrebbero fare la vita che ha fatto lui. Tutti dovrebbero prenderla ad esempio.

sabato 15 novembre 2008

Se un poeta chiama


Ancora Paolo Bertolani, poeta. Mai come ora lo sento vicino all'anima.

Comincio a cadere dentro gli anni
che sono tanti e pieni di falle
di troppi fatti sulle spalle.

Cominciano ad arrivare delle paure,
delle cose sbieche, mi tremano
negli occhi, non ci dormo.

Ma almeno voi, amici,
me la darete una mano
A scendere le scale
A attraversare?

(Paolo Bertolani)

mercoledì 12 novembre 2008

Gli ottant'anni del "prete-alpinista"

Don Arturo Bergamaschi è un personaggio unico. Occhi di un azzurro intenso, da ragazzino curioso della vita. E lo è, un ragazzino, perché le ottanta primavere che si carica ogni giorno sulle spalle sembrano leggerissime, portate da lui. Attraversa Bologna in bicicletta pianificando il prossimo viaggio, la prossima avventura che lo porterà una volta di più verso Oriente, verso mondi e popoli che restano lontani, anche in tempi di comunità cosiddetta globale, verso le sue montagne. L'8 novembre don Arturo ha festeggiato il traguardo degli "ottanta" tra gli amici con una storia in più da raccontare. Il viaggio dello scorso ottobre, 32 giorni tra Cina, Tibet e Nepal. Il mio regalo di compleanno è stato questo articolo sul "Domani". Poca cosa, buona appena per ringraziarlo dell'esempio che dà a chi gli sta intorno.




OTTANT'ANNI AD ALTA QUOTA

di Marco Tarozzi


Guarda sempre verso l’alto, verso le sue montagne infinite, don Arturo Bergamaschi. Anche adesso che ha agguantato il traguardo dei suoi primi, fantastici ottant’anni. Li ha festeggiati sabato, per il calendario, e ieri con una grande festa con gli amici di vita e di avventura. Prima, lo aveva già fatto a modo suo. Regalandosi un mese di viaggi ad Oriente tra Cina, Tibet e Nepal, a caccia di impressioni, appunti sparsi, emozioni da incamerare con quella sua infinita, contagiosa curiosità. Storie da rivivere a colori "Sulle ali dei ricordi": così ha chiamato questa sua spedizione, che racconterà agli appassionati nel consueto appuntamento all’Antoniano, la prossima primavera. Perché questo "prete d’alta quota", classe 1928 e un fisico da eterno ragazzo, adesso ama tornare nei luoghi che ha già conosciuto. Per vedere il mondo che cambia, e in che modo
lo fa.
"La Cina, per dire. È vero, è un altro paese rispetto a quando la vidi l’ultima volta, nel 1985. Pechino, da allora, è irriconoscibile. E non è solo questione di Olimpiadi, direi piuttosto un processo inarrestabile e sempre più rapido. Da Pechino abbiamo viaggiato con il leggendario Treno Celeste fino a Lhasa, la capitale del Tibet. Su quella linea ferroviaria che viaggia ad altitudini impensabili, fino a oltre 5000 metri d’altezza, con le prese per l’ossigeno nelle cabine dei turisti ma non in quelle dei viaggiatori locali".
Proprio lì, in Tibet, don Arturo ha visto il vero cambiamento. Non nelle strutture, ma nelle anime, nella gente.
"Lhasa l’ho vista tante volte. Anche lì la logistica è stata rivoluzionata dagli anni. Ma c’è molto di più. Difficile sentirsi in pace a Jokhang, il tempio buddhista più antico del Tibet, con le squadre antisommossa che ti girano intorno continuamente. Quel paese sta cambiando radicalmente: i villaggi cinesi, grazie alle sovvenzioni governative, sono tirati a lucido, e accanto quelli tibetani danno una sensazione di grande povertà. È in atto una "cinesizzazione" del Tibet, e ha ragione il Dalai Lama quando dice che un popolo sta perdendo la sua storia, e parla di genocidio culturale. E il problema è che lui è una guida che predica nel deserto, purtroppo".
Sulle tracce di sè stesso, don Bergamaschi ha rivisto, da sotto, quegli Ottomila che ha amato con tutto sè stesso, sentendosi "più vicino a Dio" ogni volta che guadagnava metri verso le sue vette. Stavolta, l’ultima parte del viaggio è stato un trekking d’alta quota.
"Katmandu era la base di partenza. In Nepal è cambiato il governo, ma Katmandu è sempre la stessa: inquinata, disordinata, rumorosa. Unica, nel suo genere. Da lì, in una ventina, siamo risaliti verso Lukla e Tengpoche, sulla strada che porta verso l’Everest. Il tempo ci ha aiutati, abbiamo trovato giornate splendide e la vista di quelle montagne, l’Everest, il Lhotse, ci ha riconciliati con la natura e con noi stessi. Qualcosa di impareggiabile".
Qualcosa di unico, come questo prete nato nella Bassa, tra Modena e Bologna, cresciuto a pane e montagna per sessant’anni, che ad alta quota ha organizzato spedizioni importantissime dal punto di vista alpinistico e da quello scientifico. E che ancora non si stanca di camminare verso
l’alto, guardando oltre i suoi primi ottant’anni.

HA GUIDATO 35 SPEDIZIONI: TRE "PRIME" OLTRE I 7500
Don Arturo Bergamaschi è nato a Savignano sul Panaro l’8 novembre 1928. Laureato all'Università di Bologna in Matematica e Fisica, ha insegnato al Seminario Regionale di Bologna, al Liceo Classico dell'Istituto San Luigi e dal 1975 al 1995 al Liceo Scientifico e Linguistico Malpighi. Dal 1970, ha organizzato e guidato 35 spedizioni alpinistiche e scientifiche in ogni parte del mondo: le più significative nell’83, in Pakistan, con tre "prime" oltre 7500 metri, e nel ‘94 sul K2, in occasione del 40° anniversario della
conquista.

giovedì 6 novembre 2008

Forse possiamo davvero



Buonasera Chicago!

Se c’è ancora qualcuno là fuori che dubita del fatto che l’America sia il posto dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Padri sia vivo oggi, che ancora si interroga sul potere della nostra democrazia, stasera ecco la risposta. E’ la risposta che hanno dato le file davanti le scuole e le chiese, mai così lunghe nella storia di questo paese, fatte da gente che ha atteso tre ore, quattro ore, molti per la prima volta nella loro vita, perché credevano che questa volta poteva essere diverso, e che la loro voce poteva essere quella differenza. E’ la risposta data da giovani e vecchi, ricchi e poveri, Democratici e Repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili. Americani, che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati solo un insieme di individui o un insieme di stati rossi e stati blu.
Noi siamo, e sempre saremo, gli Stati Uniti d’America.

E’ la risposta che ha guidato tutti coloro ai quali per lungo tempo e da molti è stato detto: siate scettici, abbiate dubbio e paura, riguardo a quello che potrà succedere! ...e li ha guidati a mettere le proprie mani sul cammino della storia per dirigerlo ancora una volta verso la speranza di un giorno migliore.
C’è voluto molto tempo, ma stasera, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in questa elezione, in questo specifico momento, oggi il cambiamento è in America.

Ma al di sopra di tutto, non dimenticherò mai coloro ai quali realmente appartiene questa vittoria. Appartiene a voi! Appartiene a voi!
Non sono mai stato un candidato favorito per questa carica. Non abbiamo mai avuto né molto denaro né molto consenso. La nostra campagna non è stata ordita nelle stanze di Washington. È cominciata nei cortili di Des Moines, nei soggiorni di Concord, sotto i portici di Charleston. E’ stata fatta da uomini e donne che hanno dato quel poco che avevano da dare: 5 o 10 o 20 dollari per la causa.
Ha tratto la propria forza da quei giovani che hanno respinto il mito di una generazione apatica e hanno lasciato le proprie case e le proprie famiglie per lavori che offrivano pochi soldi e ancor meno riposo. Ha preso la propria energia da quei meno giovani che hanno sfidato il freddo gelido e il caldo bruciante per bussare alle porte di perfetti sconosciuti, e dai milioni di americani che hanno prestato la propria opera volontaria e lavorato e provato che, più di due secoli dopo, il governo delle persone, dalle persone e per le persone non è stato inghiottito dalla Terra.
Questa è la vostra vittoria!
E io so che non avete fatto tutto ciò che avete fatto per vincere un’elezione. E so che non l’avete fatto per me.
Lo avete fatto perché capite l’enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte stiamo festeggiando, sappiamo bene che le sfide che ci attendono domani saranno le più importanti della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria del secolo.
Anche se stanotte siamo qui, sappiamo che ci sono dei coraggiosi americani che si stanno svegliando nei deserti dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan per rischiare le proprie vite per noi.
Che ci sono madri e padri che resteranno svegli dopo che i loro bambini si saranno addormentati e si chiederanno come faranno con l’ipoteca o a pagare il conto del medico o a risparmiare abbastanza per l’università dei loro figli.
Ci sono nuove energie da imbrigliare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire, minacce da fronteggiare, alleanze da ricostruire.


La strada che abbiamo davanti è lunga. La salita è ripida. Potremmo non arrivarci in un anno e nemmeno in un mandato. Ma, America, non ho mai auto tanta speranza quanta ne ho stasera sul fatto che ci arriveremo! Io vi prometto che noi ci arriveremo!
Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutto ciò che deciderò o con le mie politiche da Presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema.
Ma sarò sempre onesto con voi riguardo alle sfide che dovremo affrontare. Vi ascolterò, soprattutto quando non sarete d’accordo. E, sopra ogni cosa, vi chiederò di partecipare alla ricostruzione di questa nazione, nell’unico modo in cui l’America è stata fatta per 221 anni - - edificio per edificio, mattone per mattone, mano callosa per mano callosa.

(.....)


Ciò che è cominciato 21 mesi fa nel cuore dell’inverno non può terminare in questa notte d’autunno.
Questa vittoria da sola non è il cambiamento che vogliamo. E’ solo l’opportunità di realizzare quel cambiamento. E ciò non può accadere se ritorniamo indietro al modo in cui le cose erano.
Non può accadere senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio.
Dunque facciamo appello ad un nuovo spirito di patriottismo e di responsabilità, per cui ognuno di noi si rimbocchi le maniche e lavori duramente e si prenda cura non solo di sé stesso ma anche degli altri.
Ricordiamoci che se la crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è che non possiamo avere un Wall Street ricco e un "Main Street" in sofferenza.
In questo paese, nasciamo e moriamo come Una Nazione, Un Popolo. Non cediamo alla tentazione di ricadere nella faziosità, nella chiusura mentale e nell’immaturità che ha avvelenato la nostra politica così a lungo.

(.....)


E per quegli americani il cui sostegno non ho ancora guadagnato: posso non aver vinto il vostro voto stanotte, ma sento le vostre voci, ho bisogno del vostro aiuto. E sarò anche il vostro Presidente.
E per tutti coloro che stanotte ci guardano al di là delle nostre sponde, da palazzi e parlamenti, per coloro radunati attorno alle radio negli angoli dimenticati del mondo: le nostre storie sono differenti, ma il nostro destino è comune, ed una nuova alba per una leadership americana è a portata di mano.


Barack Obama, Chicago, 4 novembre 2008

lunedì 3 novembre 2008

Candidato Sindaco, sono un "Over 40"


A Bologna ci saranno le primarie del Pd per decidere chi dovrà correre alla carica di Sindaco della città. Democratico, appunto. Proprio ieri, uno dei quattro candidati ha fatto sapere che se toccherà a lui, per prima cosa farà piazza pulita dei vecchi assessori. Legittimo. E ha aggiunto che la sua giunta sarà composta da “Under 40”. Giovanilistico.
Un po' di conti. Allora: rischio il posto di lavoro per scelte altrui, non sto ora a discutere sul perché e per chi. Certo, non a causa mia, questo me lo concedo. Ho quarantotto (48) anni, una certa esperienza del lavoro che faccio, la curiosità che occorre per guardare ancora avanti e non fare bilanci. Ma evidentemente sono nato nel momento sbagliato. Faccio parte della generazione sbagliata. Non abbastanza vecchio per essere riconosciuto “senatore” della società, non abbastanza giovane per fare l'assessore, e chissà cos'altro, nella vita.

Mi turbano queste “barriere” ideologiche. Ho nostalgia di una società che riconosceva nei nostri padri, e magari nonni, valori ormai evidentemente inutili, in tempi in cui chi non viaggia su internet è fuori (a proposito: ho un blog e me lo seguo da solo, senza staff al seguito, e su Facebook sono arrivato prima del suddetto candidato. Giovanilistico, anch'io...).

Ho ancora rispetto per chi ha visto più cose di me, per la memoria storica. Come mi hanno insegnato (chissà, forse sbagliando) i miei genitori. Provo stanchezza e fastidio di fronte alla demagogia, agli slogan da campagna elettorale, al manicheismo, all'incapacità di dare valore alle persone, prima che alle frasi ad effetto. Lo ammetto: mi sento anche offeso.
Ho quarantotto (48) anni, appena uno più di un tipo che vuol fare il presidente degli Stati Uniti. Farò di tutto per dire ancora quello che ho da dire. Anche se per qualcuno la mia è una generazione perduta, o piuttosto smarrita. Non c'è candidato sindaco che possa permettersi di cancellarmi dalla faccia della società. Finché voto, almeno. Per lui o contro di lui. Più facilmente contro, adesso.