lunedì 27 luglio 2009

Ricordando il professor Pausch

Un anno (e due giorni) che se ne è andato Randy Pausch. Era nato nel 1960, come me. Ottobre 1960. Magari qualcuno se l’è dimenticato: è quel professore di informatica (insegnava all’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania) che più o meno un anno prima di morire, sapendo bene che il momento si stava avvicinando, organizzò una lezione alla Carnegie Mellon University e per circa un’ora parlò ai suoi studenti di futuro, di sogni, di prospettive. Di vita e non di morte. Meglio: del senso della vita.
Mi segnai qualcuna delle sue frasi. Le presi dai giornali che parlarono molto di lui in quei giorni. Cose come: “Quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirtelo, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore”. Di questi tempi, la sento molto mia.
E ancora: “Non perdete mai la capacità di stupirsi tipica dei bambini. È troppo importante. È quella a spingerci ad andare avanti, ad aiutare gli altri”. E la più secca, tagliente, perfetta: “Non lamentatevi. Lavorate più duramente. Non cedete. L’oro migliore è quello che giace in fondo ai barili di merda”.
Non le ho buttate, quelle frasi. So che poi nella vita c’è altro (lo vivo sulla mia pelle, ultimamente). Non sempre la fortuna aiuta gli audaci, non so se funziona sempre come disse quel giorno Pausch: “La fortuna è quel momento in cui la preparazione incontra l’opportunità”. Ho visto troppe persone preparate lottare per ritagliarsi opportunità mai arrivate. Ma quel giorno (era il 18 settembre 2007), Pausch fu ironico, divertente, allegro, convincente. Tutto quello che non ti aspetti da uno che sta per andarsene. E non dimentico il titolo della sua “ultima lezione”: “Realizzate i vostri sogni d’infanzia”.
Oggi ho un figlio di un anno, che mi aiuta a riaccendere quei sogni, e la memoria di un’infanzia in bianco e nero. Oggi penso che comunque bisognerebbe affrontare la vita come Randy Pausch. E respirarla fino in fondo, qualunque cosa ci sia dietro l’angolo.

sabato 4 luglio 2009

I pugni dell'Indipendenza


“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei massimi. Sono nero e non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso, sono nero! E non permetterò mai che lo dimentichino”


4 luglio 1910. Giorno dell'Indipendenza. Di un'altra indipendenza. Il campione nero aveva già battuto il detentore dei massimi, un piccoletto di nome Tommy Burns. Ma perché l'America lo riconoscesse per quello che era, il Migliore, doveva battere il grande Jim Jeffries. Jim si era ritirato da tempo, e quando era in attività lo aveva sempre evitato. Ma stavolta lo avevano convinto. Borsa stratosferica, promesse di nuova gloria.
Ma Jim Jeffries, il gigantesco cowboy, era il passato. Il campione nero era il domani. Si chiamava Jack Johnson. Figlio di schiavi. Nato a Galveston, Texas, nel 1878. Cinque fratelli, vita misera. Ma un talento buono per farlo uscire da quella feccia. Texano, e di colore. Sapevano tutti che era il numero uno. Ma doveva dimostrarlo contro il cowboy. Lo fece, il 4 luglio 1910.
In America probirono la diffusione dei filmati di quell'incontro di Las Vegas. Gli spezzoni in cui si affermava il primo campione del mondo nero della storia della boxe. Tra i pesi massimi. Servì a poco, tutti sapevano.
Restò campione fino al 1915, cedette a Jess Willard, su un ring in esilio a Cuba, forse spinto anche da un sistema che lo faceva vivere da ricco, ma decisamente male. Visse da esule e quando rientrò in patria, nel 1920, finì anche in galera, per qualche tempo. La colpa: gli piacevano le donne bianche, ne aveva sposate tre di fila. Un affronto, per quell'America.
Uscì, visse di esibizioni, morì in un incidente stradale nel 1946. Roba rara, per l'epoca.
Intanto, aveva cambiato la storia. Nel giorno dell'Indipendenza.