sabato 27 settembre 2008

Paul, ciao e grazie


Addio Paul.
E addio Rocky Graziano, Ben Quick, Brick, Ari Ben Coonan, Eddie Felson (lo Svelto), Chance Wayne, Hud Bannon (il Selvaggio), Nick "Manofredda" Jackson, Butch Cassidy, Hank Stamper, Henry Gondorff, William Cody (Buffalo Bill), Reggie Dunlop, judge Roy Bean, Essex, Frank Galvin, Walter Bridge, Sidney Mussburger, Sully Sulliv, John Rooney.
Eri l'America che ho amato

giovedì 25 settembre 2008

Bolognesi nel deserto


Sono entrato in tema di atletica, e figurarsi se non ci resto. Un amico mi ha proposto di raccontare qualche storia di mezzofondo bolognese anni Ottanta e l'idea mi piace. Cercherò prima qualche foto d'archivio, e la collaborazione della community trasversale Cus-Acquadèla che è più che mai viva e vegeta, anche se gli anni passano inesorabili...
Oggi, piuttosto, parlo di maratona. Anzi, la voce esatta sarebbe: “Maratona, bolognesi innamorati di...”. Ma non sono quelli di cui si parla una volta all'anno, in partenza per New York con una missione da compiere, un decennio in più da festeggiare o un messaggio da lanciare al mondo. Non sono vip conquistati dalla corsa. Questi sono maratoneti che si infilano nel deserto per portare sollievo e aiuto concreto a chi nel deserto ci vive. E non vivono quella realtà solo per il tempo di una gara. Gente come il mio amico Leo Rambaldi, che l'atletica la pratica da tempi non sospetti (ah, Leo, chi ci ridarà quei fondi medi consumati sulla pista da pattinaggio all'Arcoveggio...) e che, insieme ai ragazzi di El Ouali, hanno portato centinaia di podisti a correre nei villaggi dei Saharawi, popolo in esilio che sogna ancora di ritrovare la propria terra e la propria identità.
Ecco quello che scrivevo dopo l'edizione 2007 della Saharamarathon. Datata come cronaca, ma i concetti sono quelli di allora. Come la gente che progetta un mondo migliore partendo da questo piccolo mondo.



Marco Tarozzi

La prima volta andarono in cerca di un’emozione nuova. Correre per quarantadue chilometri nel deserto, il massimo per chi considera ancora e sempre la maratona come un’avventura, e ha la curiosità di scoprire quello che vive intorno a un evento sportivo. Laggiù, tra quelle dune algerine, scoprirono ben altro. La dignità e il calore di un popolo dimenticato, vite che scorrono in una natura complicata e difficile, il bisogno di fare qualcosa per gli altri, i significati profondi che possono esserci dietro a una corsa. Così, oggi Leo Rambaldi, Mattia Durli e tutti quei pionieri che nel 2001 scoprirono navigando su Internet la prima edizione della Sahara Marathon, la grande corsa che attraversa la vita e le speranze dei campi profughi del popolo Saharawi, tornano ancora ogni anno in quei luoghi in cui hanno lasciato il cuore. Ma quando arrivano lì non corrono più, e non è un paradosso. Da cinque anni tocca a loro, e all’associazione El Ouali che hanno costituito insieme ad altri amici come Giordano Molinazzi, come l’attuale presidente Federico Comellini, come Lolo Tiozzo che da anni si occupa delle questioni tecniche e logistiche, farsi carico dell’organizzazione dell’evento.
“L’idea originale l’ha avuta Jeb Carney, un americano”, spiega Rambaldi, bolognese come tutti i membri storici dell’associazione. “Alla prima edizione eravamo già sulla linea di partenza. Non ne abbiamo più persa una. Per due anni l’organizzazione è rimasta in mano a Carney e ad alcuni spagnoli. Poi, dal 2003, siamo subentrati noi. Oggi siamo sempre dietro le quinte, insieme ad altre due associazioni, una tedesca e una spagnola. All’ultima edizione, andata in scena il 26 febbraio, abbiamo portato un centinaio di persone, tra atleti e accompagnatori. E’ vero, il tempo per correre non l’abbiamo più. Ma le soddisfazioni sono altre. Quella di sensibilizzare tante persone alla dura realtà di questo popolo, attraverso la corsa. Quella di vedere gente che non riesce a dimenticare questa esperienza. Perché la Sahara Marathon non è la classica gara in mezzo al deserto fine a sé stessa. Laggiù vivi per una settimana a contatto con la popolazione locale, appena arrivi vieni ospitato dalle famiglie Saharawi, nelle loro tende ai campi profughi. Entri nella realtà di queste persone, condividi il loro stato d’animo”.
Il popolo dimenticato vive da più di trent’anni vicino a Tindouf, in territorio algerino. Un popolo di profughi che ha smarrito la via del ritorno alle sue terre d’origine, terre fertili sulla costa del Marocco. Un paradosso: gente di mare costretta a vivere nel deserto, in tendopoli piene di vita, dignità, pulizia. Un mondo che ha bisogno di tutto. Solidarietà, sostegno, aiuti internazionali. Quelli di El Ouali, maratoneti nello spirito, sanno che anche una corsa può aiutare. Ad accendere i riflettori, a tenere viva l’attenzione. Portano gente che vuol correre nel deserto, una volta all’anno, proprio in concomitanza con i festeggiamenti della Rasd, Repubblica Araba Saharawi Democratica, nata trentadue anni fa. Ma non dimenticano per il resto dell’anno. Hanno progetti concreti, coinvolgono le istituzioni, creano sul posto opportunità di riscatto e di lavoro.
“Quest’anno”, continua Rambaldi, “abbiamo inaugurato l’ospedale di Smara, costruito grazie ai contributi delle amministrazioni comunali di Rimini, Cattolica e Riccione. E con i proventi della maratona del 2006, circa dodicimila euro, gli abitanti dei territori occupati hanno messo in piedi un centro polisportivo, con campi di calcetto, pallacanestro, pallavolo. E poi ci sono le medaglie della Sahara Marathon. Qualcosa più di un semplice attestato di partecipazione. Quest’anno, per la prima volta, sono state fabbricate sul posto, uscite dalle mani degli stessi Saharawi. Con l’assistenza tecnica del Cirp dell’Università La Sapienza, e con il contributo della Provincia di Milano, abbiamo dato vita a un laboratorio per il riciclaggio della latta e della carta. Un progetto che va oltre la semplice assistenza, l’aiuto umanitario. In quel laboratorio oggi lavorano con un impiego fisso cinque persone del posto, e contiamo di poter aumentare la manodopera a breve. Già molti gruppi sportivi italiani hanno fatto richiesta delle medaglie dei Saharawi per le loro manifestazioni, e l’intero circuito delle Ecomaratone italiane le adotterà ufficialmente da quest’anno. Per noi il risultato più importante è rendere i Saharawi totalmente padroni del proprio destino. In questo senso, abbiamo fatto passi avanti anche nell’organizzazione della manifestazione: la gente del posto ha imparato a promuovere l’evento, e negli anni la nostra diventerà sempre più un’assistenza tecnica di supporto”.
Insomma, è tutto chiaro. Se ormai Leo, Mattia e tutti quegli appassionati della prima ora lasciano a casa calzoncini e scarpe da running ogni volta che partono per i campi profughi, non hanno bisogno di giustificazioni. Per correre c’è tutto il tempo quando tornano a Bologna, laggiù c’è molto altro da fare. Anche far correre il prossimo, naturalmente.
“L’edizione 2007 è stata un trionfo. Alla maratona e alle prove di contorno, una “mezza” e due gare di 10 e 5 chilometri, hanno partecipato quasi quattrocento persone, di ventidue nazioni. Sono arrivati runners dall’Europa dell’Est, dal Sudamerica, dal Sudafrica, uno addirittura da Singapore. Per la prima volta abbiamo portato su quei percorsi due atleti disabili, Stefano Rossi che ha gareggiato su un percorso alternativo, asfaltato, con la sua handbike, e Generoso Di Benedetto, affetto da distrofia muscolare. Anche il problema della diversa abilità è sentito, in un paese che ha vissuto una lunga guerra e in cui molti uomini hanno lasciato la loro integrità fisica sui campi minati”.
Molta parte del merito va a questi maratoneti che sanno rinunciare alla corsa per lanciare messaggi attraverso la corsa. “Quando ci chiederanno cosa stiamo facendo, potrai dire: stiamo ricordando. E’ così che vinceremo sulla lunga distanza”: è lo slogan che accompagnava la Sahara Marathon 2007. Lo spirito giusto per spingere al traguardo queste idee, questo popolo, questo senso di fratellanza.

lunedì 22 settembre 2008

Visini, il marciatore che si fermò a Bologna



Cercavo proprio una foto come questa. Una foto può dire più di mille parole. Da giovedì scorso, quando ho scritto della premiazione di Alex Schwazer a Bologna, pensavo a lui. A Vittorio Visini, che conosco da quando iniziai a frequentare le piste ragazzino, e che del ritorno di Schwazer alla marcia, del suo ritrovarsi, è stato l'artefice insieme a Sandro Damilano. E' Visini che ha voluto il ragazzo, allora nemmeno ventenne, ai Carabinieri nel 2004. Da responsabile del Centro Sportivo Carabinieri. Carica ereditata nel 1984 e orgogliosamente retta fino allo scorso maggio. Quando il luogotenente Visini, un pezzo di storia della marcia e dell'atletica azzurre, con le sue 67 maglie azzurre e tre partecipazioni olimpiche, è andato in pensione.
L'Arma lo aveva festeggiato con lungimiranza all'inizio dell'anno. Con una pagina dell'edizione 2008 del famoso calendario. Quella del mese di agosto. Li raffigura insieme, Visini e Schwazer. Il maestro e l'allievo che adesso è entrato nella storia.
Così, qualche anno fa, in un'intervista Vittorio mi raccontò la sua carriera, le sue Olimpiadi, le gioie e le delusioni, la sua Bologna. Forse adesso, insieme a quelle di altri grandi dello sport, la sua testimonianza finirà in un libro.


IL MARCIATORE NELLA STORIA


di Marco Tarozzi

Mica facile, per chi non è in un modo o nell'altro coinvolto nella grande famiglia dell'atletica leggera, immaginare che lì, dentro quella caserma di via delle Armi, a due passi dal Molino Parisio, c'è un pezzo di storia di questo sport. Lì, oltre l'ingresso del Battaglione Carabinieri, in fondo al viale che si intravede dal posto di guardia, c'è la mitica pista del Centro Sportivo Carabinieri, un anello che ha visto correre e marciare alcuni tra i più grandi atleti italiani. Carlo Grippo, Vittorio Fontanella, Renzo Finelli, Marco Marchei, Claudio Solone, solo per fare qualche nome di quelli che appartengono al passato. Lì ha attraversato la vita, ieri da atleta e oggi da direttore tecnico del gruppo, il maresciallo Viittorio Visini. Quello che è un pezzo di storia, appunto, anche se fa di tutto per non farlo pesare e ricordare. "Vabbè, in fondo è acqua passata", minimizza. E invece no. Non passano le sessantasette maglie azzurre, una collezione che lo ha portato nell'85 al primo posto, in quanto a presenze, tra gli atleti che hanno difeso i colori italiani nel mondo. E il bello è che, in campo maschile, da allora nessuno ha fatto meglio. E poi ci sono i titoli italiani, otto all'aperto e altrettanti indoor, con la sequenza ininterrotta, dal '70 al '75, nella 50 km. di marcia. E le tre Olimpiadi vissute da protagonista, naturalmente. E la quarta, quella che non arrivò mai. Ecco, magari vale la pena di iniziare proprio da quella Olimpiade perduta. Mosca 1980.
"Fu l'Olimpiade del boicottaggio contro l'Unione Sovietica, e l'Italia decise di partecipare soltanto con gli atleti che rappresentavano società civili. Insomma, noi militari fummo costretti a restare a casa, e fu una brutta botta perché quando uno è in ballo per una partecipazione olimpica ha alle spalle anni e anni di sacrifici. Fu l'ultima beffa, per me. Ero nel pieno della maturità, avevo trentatrè anni e magari sulla 50 km. avrei potuto dire ancora la mia".
Passione pura, quella per la massima distanza olimpica della marcia. A Vittorio, nato a Chieti il 25 maggio del '45, appena dopo la liberazione da una guerra maledetta, la fatica pareva non pesare. Meno che mai la solitudine. A ventitrè anni era già una stella, in Italia. Pronta a partire per Città del Messico, per un'esperienza quasi più grande di lui.
"Me la ricorderò sempre, quella prima volta. L'esperienza olimpica per un atleta è la cosa più bella e importante che possa esserci, e allora era un traguardo inimmaginabile. Andai in Messico dopo due buone preolimpiche, il clima era quello che i ragazzi sanno alimentare quando li spinge l'entusiasmo. Goliardia pura. Ma in gara feci bene, arrivai sesto assoluto e meglio di me, nell'atletica, fece solo Gentile che vinse il bronzo nel triplo. Insomma, per un ventitreenne fu un bell'esordio. E quella gara mi cambiò la vita. Ero entrato da poco nei Carabinieri, ci rimasi per sempre".
Monaco 1972. Altra storia, non solo sportiva. "Il dramma degli ostaggi israeliani, la loro morte all'aeroporto, ci sconvolse tutti. Sotto il profilo umano fu un'esperienza choccante. Noi italiani eravamo molto coinvolti, al villaggio olimpico eravamo nella palazzina accanto a quella degli israeliani e vivemmo il dramma in diretta. Fu un colpo anche perché nessuno pensava che una cosa del genere potesse capitare in Germania, col villaggio blindato dalle forze dell'ordine. Poi le Olimpiadi ripresero, ma non fu la stessa cosa. Doveva essere l'Olimpiade della pace, con le colombe alzate in volo durante la cerimonia di inaugurazione. Invece, lo sport uscì sconfitto da quei giorni neri".
Settimo posto a Monaco, sempre nella 50 km. Ottavo a Montreal, Canada, nel 1976, nonostante un cambiamento obbligato di programma. "Altra beffa. Ero arrivato quarto agli Europei, quell'anno, e in Europa c'erano i migliori marciatori del mondo. Insomma, ero tra i favoriti. Ma eliminarono la 50 km. dal programma e mi toccò ripiegare sulla 20, che non era la mia gara preferita. Me la cavai, ma mi ritrovai con la carriera tagliata a metà. Non lo nascondo, quell'anno puntavo a una medaglia sulla distanza lunga, nella stagione precedente avevo fatto anche il primato mondiale delle 20 miglia. Ero carico, ma le cose andarono in quel modo e mi adattai. Poi, appunto, quattro anni dopo a Mosca persi anche le ultime speranze di podio".
Tre Olimpiadi, quasi quattro. Attimi indimenticabili, persone insostituibili. Ne ha viste, Vittorio Visini, di facce che hanno fatto la storia. "Ricordo soprattutto la grande personalità di Abdon Pamich, che poteva sembrare un po' orso, se osservato in superficie, invece aveva un carisma e una umanità enormi. Ed entrai in ottimi rapporti anche con Livio Berruti. Quando ci conoscemmo io ero un ragazzino e lui già il campione delle Olimpiadi di Roma, ma nacque una bella amicizia che dura ancora oggi. E poi c'era Donata Govoni, la più forte nel mezzofondo qui a Bologna e soprattutto in Italia. Era l'unica donna che veniva ad allenarsi alla pista di via delle Armi, insieme a Enore Sandrini, velocista dei Carabinieri che poi sarebbe diventato suo marito".
Personaggi e luoghi della storia di Vittorio Visini. Gli amici, i maestri. E Bologna, s'intende. "Devo sempre ricordare Pino Dordoni, leggenda della marcia azzurra, che mi ha allenato per una vita. E Mario Lanzi, papà burbero che mi seguiva a Schio, e il professor Gino Pederzani dal quale credo di aver imparato anche i piccoli segreti del lavoro che faccio oggi. Bologna è sempre stata qualcosa più di un posto di lavoro. Una tappa fondamentale, direi. Mi ha aiutato a crescere come uomo, mi ha dato la possibilità di diventare un'atleta dell'Arma. Il destino mi ha portato qui, e io credo che il destino non muova mai a caso le sue pedine. Sono abruzzese, orgoglioso di esserlo. Ho una casa a Schio. Ma ecco, appunto, Bologna è il mio posto delle fragole, è stata la città del destino".

E continua a esserlo, perché le foto in bianco e nero di una vita da atleta hanno lasciato il posto a quelle a colori del dirigente di successo. La vita continua, per il campione. Ed è piena di colori.

sabato 20 settembre 2008

Alex Schwazer accende Bologna


Alex Schwazer a Bologna. Nella caserma di via delle Armi, al Molino Parisio, sede del 5° battaglione e soprattutto del Centro Sportivo Carabinieri, un luogo storico per l'atletica bolognese ed italiana. Il campione ci ha rimesso piede per la prima volta dopo i giorni di Pechino, portando con sè una medaglia d'oro che è storia anche qui, anche per una società che di premi e medaglie, in quarantatrè anni di vita, ne ha accumulati tanti. Mai un'oro olimpico, però. Anche per questo Alex, vincitore della 50 chilometri di marcia alle Olimpiadi, è nella storia. E giovedì mattina lo hanno premiato in tanti. I vertici dell'Arma, naturalmente. Ma anche il sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, che gli ha consegnato uno dei massimi riconoscimenti destinati a chi fa brillare il nome della città nel mondo, la Turrita d'Argento. C'erano, a far festa al ragazzo di Cadice, prefetto e questore, la presidente della Provincia e quelli di Coni e Federatletica. E c'era addirittura un presidente nuovo di zecca, quello di un'altra società storica che l'anno prossimo festeggerà i suoi primi cent'anni: Francesca Menarini, numero uno del Bologna Fc 1909.
Accanto a Schwazer, commosso, Vittorio Visini. Per anni è stato il responsabile della squadra, dopo una carriera brillantissima (67 maglie azzurre) nella stessa specialità del ragazzo che ha raccolto l'oro di Pechino. Di più: Visini, oggi tra i responsabili del settore marcia in Nazionale, è insieme a Sandro Damilano colui che ha convinto Schwazer a riprendere la strada dell'atletica, dopo che il ragazzo aveva deciso di provare col ciclismo. Lui gli ha offerto, nel 2004, un posto nei Carabinieri, dandogli la possibilità di fare dello sport un mestiere.

Schwazer è uno che non dimentica. E, come ha spiegato nell'intervista riportata qui sotto, che ho raccolto sulle pagine del quotidiano per cui lavoro, sente un debito nei confronti del CS Carabinieri. E per questo ha nel cuore Bologna.

(le foto delle premiazioni sono del mitico Luca Sgamellotti...)





Schwazer, l'eroe di Pechino si racconta

IL MIO GRANDE SOGNO NON E' ANCORA FINITO

Marco Tarozzi

Alex Schwazer sorride allegro mentre raccoglie l'applauso di chi conosce la sua fatica, i compagni di squadra che sono tutti lì a festeggiarlo. Gli altri sei della spedizione olimpica (Obrist, splendido finalista dei 1500, e poi Kircher, Talotti, Villani, Cafagna che ha condiviso le fatiche della 50 chilometri di marcia, Micol Cattaneo), colonne della squadra come Paolone Dal Soglio, Diego Fortuna e Nicola Ciotti, grandi ex come Marcello Benvenuti e Gianni Bruzzi. Sorride, il campione, e forse pensa che il difficile viene adesso. Ora che tutti lo vogliono, lo cercano, lo tirano per la maglia, lo invitano a serate di gala e premiazioni.
"Dovevo aspettarmelo. E accetto di buon grado, anche se mi sono dato un limite. L'agenda adesso è piena, ma tra un mese non ne avrò più bisogno. Basta feste, torno a pensare da atleta. Ma qui, in via delle Armi, sono venuto con orgoglio. Non mi stancherò mai di dire grazie all'Arma. E lo dico anche a nome dei miei compagni. Quando hai diciassette, diciotto anni e vorresti fare della passione una professione, a salvarti sono i gruppi sportivi. Altrimenti, fare sport ad alto livello sarebbe impossibile. Uno non può lavorare sette ore e poi allenarsi al meglio. Senza i Carabinieri non sarei qui oggi. Nel 2004, indossando questa maglia, ho realizzato un sogno".
Un filmato gli riporta agli occhi e alla mente la marcia trionfale di Pechino. Pochi minuti, ma bastano. Certi attimi si rivivono sempre volentieri. "E quasi con la stessa emozione. Anche se dopo il ritorno ho avuto poco tempo per ripensarci. Ma presto quello che ho fatto avrà un'altra dimensione, e tutto sarà più chiaro. Accadrà quando riprenderò con gli allenamenti di sempre. In quei momenti, quando sei solo con te stesso, pensieri e ricordi si mettono a fuoco".
Il senso della fatica, per Alex, sta tutto lì. Nell'allenamento, nelle ore spese per coltivare il sogno e renderlo possibile. Qualcosa che gli è congeniale. "Ho capito durante la preparazione di essere sulla strada buona. Perché andavo ad allenarmi e mi divertivo. Il bronzo mondiale di Osaka mi aveva lasciato un po' di amaro in bocca, ma quando una gara è finita si volta pagina. Io l'ho fatto. Sono arrivato alle Olimpiadi con mesi di lavoro alle spalle".
Sorride, il campione. Ma sa bene che la vittoria è maturata dentro quella solitudine, in fondo a quel lavoro. "Ci sono abituato. Quando sono entrato nell'Arma, avevamo l'alzabandiera alle sette e io uscivo ad allenarmi alle quattro. Dicevano che ero pazzo. Ma la marcia è questo: ci si allena per mesi, intensamente, e si cerca di essere pronti per poche gare. Io a Pechino sapevo di essere pronto. In gara, poi, arriva la selezione naturale. Come nella giungla. Il migliore resiste".
Gli chiedono se il prossimo traguardo sarà il matrimonio, provando a introdurre l'argomento Kostner. Storia intrigante, da belli e vincenti. Ma Alex glissa. Senza abbassare gli occhi. E senza rinunciare alle parole. "Certo, marciare mi riesce meglio. Ma anche parlare mi diverte. Soprattutto, raccontare queste mie esperienze. La medaglia di Pechino, ma anche quello che c'è dietro. Per esempio, volete sapere com'è la mia giornata tipo? Mi alzo, mangio, mi alleno, mangio, riposo, mi alleno, mangio... Scherzo, naturalmente. Ma un fondo di verità c'è. Cinque ore di allenamento al giorno. E 9.000 chilometri da Osaka a Pechino. Mi sa che è arrivata l'ora di cambiare l'olio..."

(da "Il Domani di Bologna del 18 settembre 2008)

mercoledì 17 settembre 2008

85 anni fa, Hank Williams





"E quando me ne sarò andato/e starai davanti alla mia tomba/di' solo che Dio ha chiamato a casa/un vagabondo"
Hank Williams, Ramblin' Man, 1952




C’era l’America di Frank Sinatra, Bing Crosby, Dean Martin, Perry Como. E c’era quella di Hank Williams. Un'altra. Quella delle strade polverose di campagna, delle anime da viaggio, dell’incapacità di essere normali o banali. Anche di fronte al successo. Cercato, ma piombato addosso come un ciclone improvviso. Destabilizzante, in qualche modo.



Dodici canzoni al numero uno delle classifiche degli States, in sette anni veri di carriera. Dal 1946, anno in cui dopo i primi successi firmò un contratto con la MGM, al Capodanno del ’53, quando se ne andò in una notte da lupi e con un’uscita di scena da romanzo. Ad appena trent’anni.



Elvis Presley diventò maggiorenne una settimana dopo la morte di Hank Williams. Il suo rock, il suo stesso modo di interpretare una canzone, come quello di tanti che vennero dopo, devono molto a questo uomo dell’Alabama, poeta di semplici sentimenti e di vibrazioni infinite. Quando la radio diffondeva la sua voce, modulata alla Grand Ole Opry, tempio della country music a Nashville, tutta l’America si incantava ad ascoltare.
Il successo gli assicurò benessere, ma la vita fu una corsa, dall’inizio alla fine. A rischio deragliamento. "Ragazzo, hai una voce da un milione di dollari e un cervello da dieci centesimi", lo ammonì un giorno Roy Arcuff, suo idolo e predecessore. Hank continuò a correre. E a raccontare l’America che aveva conosciuto. Dall’infanzia vissuta lontano dal padre alla Grande Depressione, dai lavori saltuari di ragazzino alla chitarra imparata dai maestri di strada, dai problemi di salute che lo avvicinarono alla morfina agli amori vissuti e perduti con un’anima blues. La solitudine nella moltitudine. E quel Grande Sogno che era, lui lo aveva capito in fretta, pura illusione.
Hank Williams era nato il 17 settembre del 1953, esattamente 85 anni fa. Come se ne andò, in quel Capodanno del ’53, lo ha raccontato Riccardo Bertoncelli. Se avete voglia di leggere la storia e la fine di una leggenda della musica…



Hank Williams una storia (dark) di capodanno
Morte vera e incredibile di uno dei padri del rock, in una notte cupa di tanti inverni fa
di Riccardo Bertoncelli

È la notte di Capodanno del 1953. Un’auto corre fra nuvole basse e folate di neve per le strade del Tennessee, nel Sud degli Stati Uniti. È una Cadillac color azzurro, con due uomini a bordo.Intorno, un'America giovane e inquieta festeggia l'anno nuovo, ubriacandosi di musica e balli.
Non c’è ancora il rock, o almeno non si chiama così, e Elvis Aaron Presley va ancora a scuola e forse quella notte neanche mette il becco fuori casa, perché mamma Gladys non gli ha dato il permesso e lui ha solo 17 anni. Le grandi star dello spettacolo sono tutte in postazione, nelle hall dei grandi alberghi, nei teatri delle metropoli, in piccole sale di provincia. Quasi tutte. All’appello manca Hank Williams, il re della nuova musica country, la più scandalosa e affascinante sorpresa degli ultimi anni musicali. Un cowboy triste dalla faccia pallida, un fantasma che ha fermato il respiro della musica americana con le sue ballate di brividi e lamenti. "Non piangeva in scena Hank Williams", scriverà di lui il grande Ralph J. Gleason, "faceva piangere te. E quando cantava Lovesick blues, capivi benissimo cosa intendeva - era lui che si struggeva per le pene d’amore, lui che soffriva e moriva un po’ per volta".Da quattro anni almeno Hank Williams è una stella di prima grandezza nel mondo dello spettacolo americano. Ha venduto centinaia di migliaia di copie dei suoi dischi, ha sdoganato il country portandolo fuori dai circuiti di provincia per farlo diventare una musica davvero nazionale, ha visto grandi interpreti pop trovare il successo con le sue canzoni; le canzoni di un povero ragazzo del Sud non ancora trentenne, che non ha mai imparato a leggere e a scrivere la musica anche perché quando sarebbe stato il momento, da ragazzo, era troppo impegnato a sbarcare il lunario lustrando scarpe o vendendo peanuts agli angoli delle strade. Forse è per quello che nell’ambiente musicale diffidano di lui. Perché è un diverso, perché non ha mai dimenticato quei difficili inizi, quando per guadagnare qualche dollaro era arrivato a fare il cavaliere di rodeo e lo avevano disarcionato abbastanza da rovinargli la schiena, da soffrire dolori atroci. Lo curarono con la morfina, e lui se ne innamorò come una bella donna - anche quelle gli piacevano, tante, una Maggie May per ogni porto della sua vita di 180, 200 serate l’anno, ognuna in un posto diverso. Ogni tanto si fermava con una di loro, Hank Williams, e saltava lo show per cui era stato ingaggiato; o lo trovavano sbronzo sotto il tavolo di qualche locale o nella stanza d’albergo dove si era rifugiato, a scrivere un’altra delle sue cento canzoni o forse solo a cercare di guarire il suo inguaribile mal di vita. Era diventato una favola, e non tutti la trovavano divertente. Anzi. Era finito sulla lista nera: degli sregolati, dei balordi, degli inaffidabili. La più grande istituzione country, la "Grand Ole Opry", lo aveva sospeso nell’estate del 1952 per il suo sregolato modo di vita. Lui aveva fatto spallucce e continuato con le bizze di sempre. A ottobre si era sposato per la seconda volta in una pubblica cerimonia con ingresso a pagamento; prove al pomeriggio, matrimonio la sera, prendi due e paghi uno. Al botteghino si erano presentati in 28.000.Quella notte, quel 1° gennaio 1953, Hank Williams è atteso a Charleston, West Virginia. Si è mosso per tempo, sulla sua Cadillac nuovo modello guidata da un ragazzo di soli 19 anni, Charles Carr, ingaggiato per l’occasione. I due hanno preso la Highway 31 diretti a nord ma, dopo poche decine di miglia, sono stati investiti da una bufera di neve. A Knoxville, Tennessee, appare chiaro che non ce la faranno mai a raggiungere Charleston in automobile. Così vanno all’aeroporto e saltano sul primo aereo del pomeriggio. Niente da fare. L’apparecchio si alza in volo ma per le condizioni del tempo è costretto a ritornare alla base.Williams si inquieta, è più pallido del solito. Chiama al telefono il manager e lo avvisa che non potrà essere al veglione. Quello la prende male; si sbrighi almeno per la matinée del giorno dopo, a Canton, Ohio. C’è uno spettacolo alle 2 del pomeriggio, il contratto è già firmato. Vuole guadagnare i suoi fottuti soldi, Hank Williams, o ritornare a lustrare scarpe per i signori bianchi dell’Alabama? Alle sette di sera, Charles Carr trova un albergo a ore a Knoxville, e si ferma per un breve riposo. Mangiano poco. Williams è esausto, si stende a letto e accusa un malore. Il suo corpo trema, singhiozzi e convulsioni lo agitano. Chiamano un medico, che fa una visita distratta e poi somministra due dosi di morfina con un preparato di vitamina B12. Williams non si rianima. Il medico dice che deve solo riposare. Carr decide di partire e chiama due inservienti dell’hotel per portarlo a braccia in auto, e stenderlo sul sedile posteriore. Gli mettono il cappotto sopra, come una coperta.La Cadillac azzurra punta a nord. Non nevica più ma è buio pesto, c’è foschia, e in un sorpasso azzardato Carr per poco non investe un poliziotto di pattuglia. Lo fermano, lo portano alla centrale. Spiega che deve portare Hank Williams, il grande Hank Williams, a uno show nell’Ohio. Quelli danno un’occhiata al sedile posteriore e si preoccupano. Sta bene quell’uomo? Sì, sta bene, ha solo bevuto un po’ e gli hanno dato un sedativo. Gli credono, nessuno verifica. Il viaggio riprende. Carr è sconvolto, guida da quasi 24 ore e cerca sulla strada qualcuno che gli dia il cambio. Lo trova per poche ore, mentre intorno le luci del Capodanno si accendono e impazzano, e poi svaniscono. Sono le prime ore dell’alba quando il ragazzo torna al volante e nota che il cappotto è scivolato dal corpo di Williams. Lo rimette a posto, e si accorge che le mani dell’uomo sono gelide. Tenta di scuoterlo, ma non ottiene segni di vita. C’è un ospedale a sei miglia di lì, a Oak Hill. Carr si precipita al pronto soccorso ma il medico di guardia non può che accertare il decesso. Hank Williams è morto e non da poco, probabilmente è stato un infarto in quell’hotel di Knoxville, prima di passare la notte di Capodanno a girare come un fantasma per le strade del Sud. Che grande, macabro "ultimo spettacolo"! Sembra quella ballata famosa di Tom Waits; o, più semplicemente, sembra proprio una canzone di Hank Williams, uno dei suoi lamenti strazianti di amore e morte. L’ultimo a finire in classifica, dicembre 1952, si intitolava non per nulla I’ll Never Get Out Of This World Alive - "non uscirò vivo da questo mondo".Così muoiono le stelle della canzone, nell’America ingenua del 1953; così in fondo morirà anche Elvis, tanti anni dopo, in solitudine e di morte ingloriosa, nell’ultimo buio prima delle accecanti luci della leggenda, che nessuno spegnerà mai. "Non ho mai visto una notte tanto lunga/ E il tempo che arranca, e che non passa mai", aveva cantato Williams nella sua canzone forse più famosa, I’m So Lonesome I Could Cry. "La luna si è messa dietro una nuvola/ Per nascondere le sue lacrime./ E io non ho nessuno, io sono così solo che potrei piangere."

martedì 16 settembre 2008

Ciao Stè


E domani sereno
volerò in braccio a Dio
tra i papaveri e il treno
perché là è il posto mio
(Il treno dei papaveri - Stefano Rosso)


Stefano Rosso se n’è andato pochi attimi prima di tagliare il traguardo delle sessanta primavere. Banale dirlo, portandosi via un po’ dei miei vent’anni. Ne aveva ventinove, e io diciassette, quando presentò la canzone che ne avrebbe cristalizzato la carriera, azzeccando quel ritornello che ancora oggi qualcuno si sorprende a fischiettare, quasi dimenticando che il titolo era "Una storia disonesta", semplicemente perché per tutti il concetto resta quello, "che bello, due amici una chitarra e lo spinello…" (e il secondo refrain era ancor più geniale, "che bello, col pakistano nero e con l’ombrello").
Io ho amato soprattutto altri pezzi. "Letto 26", o "Bologna ‘77", scritta in ricordo e memoria di Giorgiana Masi, e già nel titolo testimone della mia quotidianità, a quei tempi. Ho amato l’ironia dissacrante, apparentemente trasandata e spesso malinconica, di quei testi, e quel cuore trasteverino coltivato al Folkstudio con venature di folk americano.
Un cantautore. Con addosso la creatività di quegli anni di indiani metropolitani e sogni da colorare. Però atipico. Prima di tutto perché la chitarra la suonava benissimo. Se ne ricordò quando il grande pubblico che amava quel ritornello gli voltò le spalle. Tornando, dopo un periodo di silenzio e di scelte anche drastiche, ai concerti. Quelli dove non ti puoi nascondere: musica dal vivo, spesso solo strumentale, bluegrass e "fingerpicking" da manuale. E lavori discografici originali, come "Live at the station", registrato nella sala d’aspetto di una stazione, o "Fingerstyle guitar". E collaborazioni anche illustri: da Mia Martini (per lei scrisse "Preghiera") a Ivano Fossati e Claudio Baglioni.
Se c’è un paradiso per quelli come Stefano, immagino che lassù lo stiano aspettando eterni ragazzi che come lui hanno attraversato di striscio, come i gatti, il mondo del music business. Gente che in qualche modo gli assomigliava, come Rino Gateano o Franco Fanigliulo. E che come lui se ne è andata motlo presto.
Il primo pensiero d’addio, sul sito stefanorosso.net, lo ha lasciato la figlia Stefy: "Papà grazie per tutto quello che mi hai dato... e continuerai a darmi. Ti amo immensamente, ci vediamo pulcino mio. Tua figlia". Alle otto di stasera ne hanno (abbiamo) lasciati altri 1600. Stefano non era un "dimenticato".

sabato 13 settembre 2008

Nel deserto di Arturo Bandini


La serie potrebbe chiamarsi banalmente “Una notte, un autore”. In realtà è semplice insonnia. Beh, questa è l'ennesima polverosa notte di John Fante. Polverosa come questo romanzo di terre desolate avvolte da incredibili notti stellate. Polverosa come la sabbia del deserto tra le pagine di questo libro, e il deserto è quello che si stende tra Stati Uniti e Messico, che ti frega se lo prendi sottogamba. Come sa Arturo Bandini, che ci ha visto svanire Camilla Lopez e tutta la sua derelitta esistenza, e i sogni e le passioni e tutto quell'amore non corrisposto. “L'ho intitolato “Chiedi alla polvere”, spiegava Fante raccontandone, “perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere. E c'è una ragazza ingannata dall'idea che felici fossero quelli che si affannavano, e voleva essere dei loro”. Camilla Lopez, appunto. Il fiore appassito che svanisce nel deserto.
“Chiedi alla Polvere”, allora. Un altro giro, e ho perso il conto. Cercando di arrivare in fondo prima che arrivi la luce di un altro giorno. E partendo da quell'incipit così splendidamente minimalista, prima che Arturo si decida a uscire su queste montagne russe che sono le strade di LA.


"Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d'albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell'albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto.Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po' di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè".

martedì 9 settembre 2008

Sollevando la polvere


Sarà perché mi sento esiliato dentro queste lunghe, insolite ferie scelte "per non vedere nè capire", anche se vedo e capisco benissimo. Sarà perché ancor più mi sentirò allontanato da quella che è la parte più appassionata di un mestiere inseguito perché mi dava un'idea di libertà, povero sciocco e povero allocco che sono. Sarà perché la creatività e la voglia di mettersi in gioco con nuovi progetti cozza ogni giorno contro i numeri, la burocrazia, la grigia prospettiva di chi non sa colorare la vita, la legge dei tagli e dei ritagli.

Sarà per tutto questo che da una parete di libri è uscito fuori, una volta di più, Luciano Bianciardi. Con la sua vita agra, le sue "segretariette" dai tacchi rumorosi e dalla "e" larga ("Le mie lettere, dottàre!"), la sua disperata e lucida visione di un lavoro culturale che non si guida facilmente, e al cui timone arriva sempre gente che in qualche modo lo teme, o lo disprezza.
Luciano Bianciardi e quelle sue frasi che sono fresche oggi come quarantacinque anni fa. Mezzo secolo, per dire quanto fosse in anticipo sui tempi. E per questo, come tutti quelli che vivono in anticipo, in affanno nel vivere.


"Nei nostri mestieri è diverso, non ci sono metri di valutazione quantitativa. Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM? Costoro né producono dal nulla, né trasformano. Non sono primari né secondari. Terziari sono e anzi oserei dire, se il marito della Billa non s'oppone, addirittura quartari. Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo. Sono vaselina pura.

In altre parole, a chi scelga una professione terziaria o quartaria occorrono doti e attitudini di tipo politico. La politica, come tutti sanno, ha cessato da molto tempo di essere scienza del buon governo, ed è diventata invece arte della conquista e della conservazione del potere. Così la bontà di un uomo politco non si misura sul bene che riesce a fare agli altri, ma sulla rapidità con cui arriva al vertice e sul tempo che vi si mantiene. E la lotta politica, cioè la lotta per la conquista e la conservazione del potere, non è ormai più – apparenze a parte – fra stato e stato, tra fazione e fazione, ma interna allo stato, interna alla fazione.
Allo stesso modo, nelle professioni terziarie e quartarie, non esistendo alcuna visibile produzione di beni che funga da metro, il criterio sarà quello. Sei diventato vescovo? No? Allora vatti a riporre. La concorrenza? Che t'importa della concorrenza? L'importante è fare le scarpe al capufficio, al collega, a chi ti lavora accanto.

Il metodo del successo consiste in larga misura nel sollevamento della polvere. E' come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei, sette volte, e mandano in visibilio il pubblico sprovveduto. Il gol non viene, ma intanto l'ala ha svolto, come suol dirsi, larga mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto non hanno nessun gol da segnare, nessuna meta da raggiungere".


Luciano Bianciardi, La Vita Agra, 1962

martedì 2 settembre 2008

I passi di Alex, la grandezza di Stefano


Da Brunico a Vipiteno sono una cinquantina di chilometri. Un'occasione per aprire una parentesi nel cuore delle ferie e andare a vedere come marcia un campione olimpico. Sabato sera Alex Schwazer si è lasciato avvolgere dall'abbraccio della sua gente, gareggiando sulle vie di Vipiteno con gli avversari-amici con cui condivide le fatiche di una disciplina che regala sofferenza e tempra il carattere, e raramente offre ribalte illuminate. Ho visto Alex in mezzo ai suoi compaesani, e a quelli venuti dai paesi vicini per (ri)vederlo nelle vesti di campione che ha saputo costruirsi con anni e anni di lavoro. Solo nell'ultimo, per capirci, ottomila chilometri marciando e circa tremila pedalando. Ho visto una gara che in realtà era una festa, e un campione che ha scritto una pagina di storia dell'atletica e soprattutto ha spalancato le porte del futuro. Uno che a ventitrè anni ha un destino scritto, e un carattere incredibile. Chi non lo aveva capito, un anno fa, quando si arrabbiò sul traguardo per il terzo posto ai Mondiali di Osaka, avrà compreso ora quel gesto di stizza. Già allora Alex sapeva dove poteva arrivare, già allora valeva l'oro. E quel bronzo che avrebbe fatto felice qualunque ragazzo di ventidue anni su una ribalta come quella, a lui sembrò limitante. A Pechino ha retto la pressione, arrivando da favorito. Ha quasi scherzato, senza irridere gli avversari, in una gara massacrante come la 50 chilometri, facendola sembrare qualcosa di lieve e semplice. E sabato, a Vipiteno, ha ammesso che forse la parte più difficile viene adesso. Adesso che tutti lo tirano per la canotta chiedendogli una presenza, un impegno, un gesto, una frase a effetto. Adesso che tutti scavano anche nel suo privato, montando questa storia d'amore tra due ragazzi-campioni, e lui cerca angoli in cui nascondersi con la forza della sua riservatezza.
Ho visto Alex e ho pensato a Stefano. Stefano Baldini. Un altro che è già leggenda, da quattro lunghi anni. Che non aveva bisogno di dare prove di quello che vale, eppure ancora una volta si è misurato. Solo chi non conosce le salite mentali e fisiche di maratona può aver pensato a questo dodicesimo posto olimpico come a una caduta. Stefano non era nemmeno al meglio, volendo avrebbe potuto anche dire “arrivederci e grazie, io ho dato e ora tocca a qualcun altro”. Invece, si è dimostrato ancora una volta campione. A trentasette anni, chiude con le avventure sui 42 chilometri che ci hanno emozionato per un decennio. Lasciandoci quella entrata da brividi allo stadio Panathinaiko di Atene, e tante altre perle preziose. Dietro di lui c'è il vuoto. Succede. Uno come lui non si inventa. A Pechino ha passato il testimone ad Alex, il ragazzo che marcia. Ma non smetterà di far parlare di sé, Stefano. E noi lo aspetteremo come sempre. Come facciamo da quando era un ragazzino, e stupiva soltanto chi non aveva capito che era un predestinato.