martedì 28 gennaio 2014

Riscoprendo

 
E se io avessi sei dita, mi hai chiesto
mentre stavamo immersi nel buio
e ne contavo e ricontavo cinque
proprio lì dove un tempo
ti pensavo a raccogliere montagne di neve
E se io avessi sei dita
che faresti?
Ci perderei tutto il tempo
che chiede quel dito in più
per scaldarlo, accarezzarlo
farlo sentire importante
non trattarlo mai
da ultimo arrivato
E se tu avessi cento dita
ci passerei la notte
a farle sentire importanti
come te.
E se tu avessi due anime
te ne chiederei una in prestito
per riempirci il vuoto
di queste albe da aspettare
senza pace.
E se tu avessi quel corpo
che hai
lo prenderei in prestito
per tutto il tempo
di cui avrei bisogno
per perlustrarlo
che tanto lo so, alla fine
ti fideresti
e non mi faresti portare via
dai terribili
Custodi della Quiete
E se tu avessi fogli sparsi
pieni di disegni e passioni
vorrei metterli insieme
riordinarli
per non farti stancare
mentre cerco
di ammirarti
come non ti avevo mai
conosciuta
E se tu avessi sogni
e libri e pensieri
e quel tanto di vita
da raccontarmi
io starei lì
nel solito angolo
ad ascoltare
per cercare di capire
quello che sei e quello che sei stata
in tutto questo dannato tempo
che mi sono perso.

mercoledì 22 gennaio 2014

Sono un cane randagio



… E come ballavamo
bevendoci d’un fiato la notte
Era l’estate dei sognatori
Spegnevamo, danzando,
tutte le luci
- siamo sempre stati un po’ matti –

Il rhum va giù bene, e forte
Facciamogliela vedere allo spazzino
con i cani randagi
A bordo di un treno andato in malora
regalo il mio ombrello ai cani randagi
perché anch’io sono un cane randagio…

(Tom Waits)


venerdì 3 gennaio 2014

No more blue, Roberto



Era il ‘78, con tutto quello che voleva dire avere diciotto anni a Bologna in quei giorni. Avevo già il blues nella testa, e andavo in cerca di quei longplayng che non uscivano mai di produzione, o quasi, perché c’era stata la liberazione delle radio, c’era la musica davvero popolare e nulla era globale come ora. Liberi di fare e di sbagliare, e infatti feci e sbagliai, e non ho più smesso.
Dischi incredibili di Leadbelly, Sam Chatmon, i cantori dei Mississippi, Charlie Musselwhite da alternare all’altra fissa, i suoni di Chet, alle ispirazioni di Demetrio, le osterie di Francesco o gli zingari di Lolli. Un patchwork di suoni e parole, ma sempre con il blues in sottofondo.

Era il ’78 e arrivasti a Bologna, in un megaconcerto di “various artists” che tu aprivi, incantandomi. Tornai a casa nella neve, quella sera, dovevo essere con Bob Onofri o col Matto, erano soprattutto loro a condividere quei giorni là. Tornai col poster che poi è rimasto appeso al muro nella mia tana da piccolo uomo solitario e indipendente, la casa di via Maifredi dove un giorno incontrai Gregory Corso nel suo viaggio bolognese, dove passavo le notti a vivere da poeta. E poi per anni nel vecchio garage delle illuminazioni, dell’amore perso e dei sogni mai realizzati. La chitarra dobro su sfondo nero e il tuo nome in rosso. Roberto Ciotti.

Mi hai accompagnato per trentacinque anni. Discreto, in sottofondo. Fedele al blues anche quando è diventato una scelta difficile, di coraggio e fatica. Curioso del mondo, delle contaminazioni d’Africa. Libero come avrei voluto essere. E in questi anni sono arrivati i social network a regalarmi un contatto che allora non avevo potuto stabilire, perché Roma era così lontana e vicina, e poi a me piaceva, allora, restare sul bordo a veder scorrere l’acqua della creatività. Mica come adesso che cerco quasi sempre di nuotarci dentro. E così anche un saluto, una battuta sui concerti che dovevano arrivare e su quelli che saltavano, maledetto mondo che non capisce più il blues, sono stati una specie di bonus track al grande regalo che è stata la tua musica. Sei passato nella mia vita, con le tue chitarre, col tuo blues. E’ stato un viaggio incredibilmente lungo. Mi sono sentito bene, ascoltandoti.