lunedì 27 dicembre 2010

Mestieri


"Allora... che mestiere fai? Oh no, aspetta, fammi indovinare: io ho un sesto senso per indovinare i mestieri... Vendi tappeti?".
"Quasi, faccio il giornalista sportivo".

(Mighty Aphrodite, Woody Allen, 1995)

giovedì 25 novembre 2010

La gioventù


Così, mentre camminava lungo la strada, il suo stolido rimuginare lo condusse fino alla Gioventù, la gloriosa Gioventù che si alzava esultante e invincibile, con muscoli flessuosi e pelle di seta, con cuore e polmoni mai stanchi nè agitati. La Gioventù che irride il limite e lo sforzo.
Sì, la Gioventù è la Nemesi. Distrugge i vecchi senza accorgersi che così facendo distrugge sè stessa. Slarga le sue arterie e frantuma le sue nocche. Per poi essere distrutta, a sua volta, dalla Gioventù.
Perché la Gioventù è sempre giovane. E' solo l'Età che invecchia.

Jack London, "Una bistecca", 1909

giovedì 21 ottobre 2010

Anniversario


A quel tempo danzavano per le strade come pazzi e io li seguivo a fatica come ho fatto tutta la vita con le persone che mi interessano, perché le uniche persone che esistono per me sono i pazzi, i pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbadigliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio gialli che esplodono simili a ragni sopra le stelle e nel mezzo si vede scoppiare la luce azzurra e tutti fanno “Oooooh!”

SULLA STRADA
Jack Kerouac, 12 marzo 1922 - 21 ottobre 1969

Rest in peace, Holy writer

mercoledì 13 ottobre 2010

Accetta il consiglio...


Goditi potere e bellezza della tua gioventù
Non ci pensare
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite
Ma credimi, tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto
e in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte... e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava
Non preoccuparti del futuro
Oppure preoccupati, ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non t'erano mai passate per la mente
Di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio
Fa una cosa, ogni giorno che sei spaventato: canta
Non esser crudele col cuore degli altri
Non tollerare la gente che è crudele col tuo
Lavati i denti
Non perder tempo con l'invidia
A volte sei in testa, a volte resti indietro
La corsa è lunga e alla fine è solo con te stesso
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti
Se ci riesci veramente, poi dimmi come si fa
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore, butta i vecchi estratti conto
Rilassati
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita
Le persone più interessanti che conosco, a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita. I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno
Prendi molto calcio
Sii gentile con le tue ginocchia, quando saranno partite ti mancheranno
Forse ti sposerai o forse no
Forse avrai figli o forse no
Forse divorzierai a quarant'anni
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso, ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse. Come quelle di chiunque altro
Goditi il tuo corpo, usalo in tutti i modi che puoi, senza paura e senza temere quel che pensa la gente. È il più grande strumento che potrai mai avere
Balla
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai
Non leggere le riviste di bellezza, ti faranno solo sentire orrendo
Cerca di conoscere i tuoi genitori: non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli, sono il migliore legame con il passato e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro
Renditi conto che gli amici vanno e vengono. Ma alcuni, i più preziosi, rimarranno
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e di stili di vita, perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca
Non fare pasticci coi capelli, se no quando avrai quarant'anni sembreranno di un ottantacinquenne
Sii cauto nell'accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa
I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio... per questa volta.

Phil Cooper (Danny De Vito), The Big Kahuna

giovedì 7 ottobre 2010

Cinquantenario

Quasi due mesi. Assente.
Forse è stata la botta dello scollinamento dei “cinquanta”, roba comunque da metabolizzare.
Forse è stata soltanto la necessità di scrivere altro, non sempre al meglio ma sempre al massimo. Ogni dieci righe un sorpasso.
Forse questo periodo di dubbi, sulla strada e sul futuro, su un mestiere che non è quasi più un mestiere, sui grandi comunicatori che ti dicono che la gente vuole altro, due frasi veloci e via, chissenefrega se sconnesse, e te lo dicono perché non hanno la forza di provare a cambiare le cose, perché non sanno che la gente la puoi anche riabituare a capire, ad approfondire. Ci puoi provare.
Forse solo la voglia di essere altrove, a finire quei famosi racconti, molto meno di quarantanove e molto meno importanti, dove vorrei ci fosse qualcosa di quello che di Jones, Cheever, Lansdale, Fante, Carver, Ti Jean, Luciano, Miller, London, Steinbeck, Faulkner ho capito e rubato.
Forse la pigrizia. Nonostante l'insonnia.

Riparto.
Perché un blog ormai, dice Max che ne sa, è roba passata.
Non lo legge più nessuno.
O ognuno si legge il suo.
Abbène.
Io me lo scrivo.
Che altro so fare? (E poi, lo so fare?)

Quasi due mesi. Assente.
Rieccomi. Cinquantenne.

mercoledì 11 agosto 2010

Cuore di Pablito...


Numero uno: onde alla cala di sotto... Piccole
Numero due: onde grandi
Numero tre: vento della scogliera
Numero quattro: vento dei cespugli
Numero cinque: reti tristi di mio padre
Numero sei: campane dell'Addolorata, con prete
Numero sette: cielo stellato dell'isola. Bello però, non me n'ero mai accorto che era così bello
Numero otto..cuore di Pablito

Mario Ruoppolo, postino di Neruda
(Il Postino)

sabato 3 luglio 2010

Americana


Nostalgie itineranti (e assortite):
la route polverosa a Glenrio, le dune sull'oceano a Coos Bay, l'azzurro nella neve del Crater Lake, City Lights&Ferlinghetti a San Francisco, le vecchie pescherie di Monterey, la strada ferrata a San Luis Obispo, i covered bridge del Vermont, il ranger nevrotico a Yellowstone, la torta di burro d'arachidi di Adrian, Texas, Zabriskie Point chiuso per... neve, Hayward Field "casa" di Pre a Eugene, l'essenza di Drugo a Venice, i surfisti nel tramonto a La Holla, l'anima di Miky "Da Cat" Dora a Malibu, il barber shop di Angel Delgadillo a Seligman, i pensionati in ozio a Bar Harbor, i boscaioli dell'Oregon, la quiete di Cape Cod, la casetta da guardaboschi sopra il Grand Canyon, la casa di Jack a Lowell, il vento a Pismo Beach, il Grand Teton e la frenesia di Gary Hemmings, i vecchi "vinile" a Salem, il matrimonio triste nel parco pubblico di Sacramento, i rapper di Austin, il mercato indiano a Santa Fe.

E Big Sur, quel giorno una nebbia che nemmeno a Occhiobello, niente spirito di Henry Miller o incubi di Kerouac. E il Nepenthe ormai un richiamo per turisti di fretta.

giovedì 24 giugno 2010

E se non puoi la vita che desideri


E se non puoi la vita che desideri
cerca almeno questo
per quanto sta in te: non sciuparla
nel troppo commercio con la gente
con troppe parole in un viavai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
in balia del quotidiano
gioco balordo degli incontri
e degli inviti,
fino a farne una stucchevole estranea.


Konstantinos Kafavis

martedì 22 giugno 2010

Bonatti, ottant'anni a testa alta


Walter Bonatti ha ottant’anni. La sua vita è stata un viaggio avventuroso fatto di coerenza, di scelte a schiena dritta, guardando in faccia chi spesso è stato costretto ad abbassare lo sguardo, incontrandolo.
Walter Bonatti è un italiano atipico, ed è l’italiano che ognuno dovrebbe essere. Ragazzo ai tempi dolorosi della guerra, ha colorato i suoi sogni sulla sponda del Po, guardando al fiume come fosse l’oceano. E guardando oltre, sempre.
Per quindici anni ha scritto pagine leggendarie dell’alpinismo. E nel dramma si è fortificato. Nel 1954, a ventiquattro anni non ancora compiuti, fu scelto per la grande corsa italiana alla vetta del K2 da Ardito Desio. E in quella che è passata alla storia come la più grande impresa alpinistica della nostra storia, visse una delle esperienze più drammatiche. Fu lui, insieme allo sherpa Mahdi, a mettere le fondamenta del “grande trionfo italiano”; insieme rischiarono la vita in un drammatico bivacco oltre quota ottomila. Senza ossigeno, senza riparo, con le attrezzature, modeste, di quei tempi. Quelli che stavano pochi metri più su, i futuri conquistatori del K2, non erano al posto prestabilito quando Bonatti arrivò, carico di quell’energia che più nessuno in quella spedizione aveva, per consegnare loro le bombole necessarie all’ultimo assalto. Grazie a quell’ossigeno, Compagnoni e Lacedelli fecero l’impresa.
Bonatti soffrì per quel ricordo feroce, ma rimase in silenzio dieci lunghi anni. Diventò diffidente, si fece, come si dice, “la scorza”, preferì sempre, da allora, le imprese in solitaria, o con pochi amici fidati. E dieci anni dopo, quando quel suo altruismo fu venduto come pressapochismo e arroganza, iniziò la sua battaglia per ristabilire la verità. Non ha fatto polemiche, nel raddrizzare questa storia che era stata scritta al contrario. Non ha cercato gloria. Quella l’aveva già trovata con le sue imprese. Prima, durante e dopo. Molte delle quali irripetibili, tutte scritte nel grande libro dell’alpinismo.
C’è voluto tempo. Tanto, troppo. Più di mezzo secolo. Del resto, quella di Desio era l’impresa di una nazione che usciva a pezzi dalla guerra, che aveva bisogno di eroi. Sgretolare il muro non è stato facile. Ci voleva uno come Bonatti. Uno che non si è mai arreso, ingigantito dalle voci contro e dalle avversità.
Chiuse il periodo delle grandi imprese con la diretta invernale, in solitaria, sulla parete Nord del Cervino. E quindici anni dopo chiuse il rapporto con Epoca, per cui era stato pioniere del reportage “in terre lontane”, perché la direttrice appena arrivata voleva imporgli tempi e modi di qualcosa che era e poteva essere soltanto suo. “Non avevo un altro lavoro, ma non potevo fare diversamente”.
No, davvero non poteva, Walter Bonatti. Non era così che aveva impostato la sua vita. Una vita che a ottant’anni ancora brilla, rivolta verso il domani, ed è una lezione che andrebbe ascoltata. Niente scorciatoie, per arrivare all’obiettivo. Niente compromessi. La forza e la consapevolezza del talento, coltivato senza alzare la voce. Non sono scelte semplici, e infatti Walter Bonatti le ha spesso pagate. Ma oggi è nella storia con le sue mani, con la sua faccia pulita, con la sua creatività e con le avventure che ci ha regalato, aprendoci la mente.
Sono ottant’anni da applausi. L’avventura di un grande uomo.

lunedì 21 giugno 2010

Fado del dilettante


C’è odor di caldarroste
Le caldarroste dov’è che sono
Odor di caldarroste
Le caldarroste qui non ci sono
Ma son le cose nascoste
che si preparano come un tuono
Son le cose nascoste
Hanno il profumo del tempo buono.
Me l’ha ordinato il medico
Un fado ad ogni cambio di stagione
Me l’ha ordinato il medico
Un fado ad ogni cambio di esperienza
È un rimedio omeopatico
contro la nostalgia
È un farmaco simpatico
anche se può causare dipendenza.

Io sono nato a Genova
Funicolari ascensori e creuze
Io sono nato a Genova
Città viva di troppe attese
Non sono di Lisbona,
non è Coimbra il mio paese
Nemmeno più sugli autobus
Mi sento l’animo portoghese.
Genova città ripida
Buone gambe per camminare
Flipper messo in bilico
Dove rotola un temporale
Città da cantautori
Per i ciclisti è micidiale
Se pisci sulle alture
Mezzo minuto e si inquina il mare.

Mio fado da dilettante
Un’altra strofa e poi metto punto
Ma c’è un’iride claudicante
Caduta dentro una macchia d’unto
E allora cantami l’amore
finché c’è chi me ne dà lo spunto
E allora cantaci l’amore
Finché l’amore non ci avrà raggiunto.

Max Manfredi

venerdì 11 giugno 2010

happy birthday


Mio figlio ha due anni.
Ho un elenco di regali pronto per lui.

Un paese dove un ministro dice che tiferebbe per chiunque, piuttosto che per il paese che lo ha fatto ministro.
La gente intorno che tifa, parte giusta o sbagliata che sia. Tifa, tifa e semplicemente tifa.
Una tipa che guarda una foto di Garibaldi e dice “è un pastore”. Beh sì, magari con quel poncho ci assomiglia, magari...
La gente che ride, e fa il tifo per la tipa, e Garibaldi chi?
Uno che dice che qui non ci sono mai vigili quando serve, e che cazzo solo quando io mi fermo un attimo in doppia fila per prendere un caffè, e che cazzo è un attimo...
Un notiziario tv che mette in fila nell'ordine: madre che butta neonato dalla finestra, approfondimento (40 secondi) sui problemi della depressione postparto, figlio che accoppa il padre per una lite, servizio sul titolo mondiale di miss bikini, e a proposito di mare quali sono i posti più trendy per le vostre vacanze?
Una marea nera che si allarga. Così lontano che da qui non la vediamo.
Uno che dice sì, l'ho ammazzato, ma per una questione di principio.
Un bimbo strappato con la forza al suo panfilo.
Un re mancato che balla meglio del principe ranocchio.
Mille e una professionalità calpestate.
Uno che cammina sulle braci per insegnarti a essere più stronzo.
E quei bambini che aspettano la giornata dell'infanzia, la giornata della solidarietà, la giornata dei telefoni alzati e tutti gli altri giorni guardano fisso nel vuoto.

Mio figlio ha due anni.
Gli lascio anche questa parete di libri, se mai ci trovasse (almeno lui) qualche consiglio utile per cambiare il mondo.

venerdì 28 maggio 2010

Apologia dei (miei, nostri) vent'anni


La casa squinternata in via Manfredi. I capelli lunghi e il maglione largo di lana, con le trecce fatte a mano e la spilla peruviana. Le poesie di Majakovski e le visioni di Blake, ma anche Atticus Finch e tutto quel buio oltre la siepe, Ferlinghetti e naturalmente Jack. Jack.
E quella mattina che davanti a casa vidi uscire Gregory Corso, pensando a un abbaglio, alle troppe letture di generazione battuta e beata. E la casa del Matto all'angolo tra Mascarella e Irnerio, proprio lì dove finì di correre Francesco Lorusso.
E la corsa, la mia. Assoluta e totale, anche quattro ore al giorno al Baumann, anche di notte a tutta verso il centro con Davide, cavalli pazzi a respirare libertà. Assoluta e totale, ma chiudendo sempre il cancello appena dopo. Niente ripensamenti. Avanti, e altro da fare, da dire, da ascoltare.
Ora che gira così, con queste facce livide e arroganti intorno, con questa rabbia ottusa che vuole spiegarti il mondo, o un futuro già demolito, ora penso al "nostro" mondo che dovevamo colorare, alla impossibilità di restare fermi, alle idee che germogliavano e spesso (troppo spesso) marcivano in fretta, alla piazza bella piazza e alla libreria di Elio, al reading di Castelporziano in tenda e ai mantra di Ginsberg, ad Arlo Guthrie e Ritchie Heavens all'Antistadio, piccola Woodstock di chi non aveva potuto permettersi quella vera.
Ha ragione Beppe Ramina: "le relazioni fra individui vennero sostituite da individui senza relazioni”.
Quella era la storia, questo è il presente. Non abbiamo saputo colorare.

lunedì 26 aprile 2010

Lo spirito del Barone


di Marco Tarozzi

E' paradossale che tutto questo succeda adesso. Che una festa (non una qualunque: quella del mito assoluto, del campione che ha dato vita allo “spirito dell’Aquila”) sia andata in scena di questi tempi, di musi lunghi e di incertezza sul futuro. Eppure succede, ed è giusto così. In casa Fortitudo, da tempo, si guarda una partita pensando a tutto quello che le gira intorno, e restare concentrati è un’impresa (per questo, Finelli e la sua truppa meritano una standing ovation a prescindere, per come stanno cercando di isolarsi dal "tutto intorno" che incombe). Ma stavolta, dopo la sirena, è arrivato il tempo degli applausi. Per il “Barone”, per il leggendario Gary Schull, la cui canotta numero 13 è diventata “intoccabile”, davanti agli occhi della moglie Debbie e del figlio Garrett Walter, che hanno attraversato apposta l'oceano per esserci. E a quelli di tanti che ne hanno condiviso i giorni magici di un altro basket. Lino Bruni, che tanto si è speso perché questo momento arrivasse. E poi Angelini, Sgarzi, Calamai, Petroncini, la famiglia di Beppe Lamberti. E dirigenti storici come Parisini e Palumbi, e Maurizio Ferro che del Barone fu “ragazzo della borsa”, nei tempi in cui si consumava il mito intorno a piazza Azzarita.
È paradossale, ma ha senso. Merita un applauso infinito, appassionato. Qualunque sia il domani. Poi, magari, lassù il “Barone” ci metterà qualche parola giusta, per raddrizzare il destino alla sua Fortitudo. Lui, in fondo, è sempre stato l'uomo dei miracoli, quando lottava e sudava nel nome dell'Aquila

L'Informazione di Bologna, 26 aprile 2010

giovedì 22 aprile 2010

La sera che partì mio padre


La sera che partì mio padre
noi s'era alla finestra a guardare;
guardare per vederlo andare
neanche tanto lontano,
e non muovere neanche una mano

La sera che partì mio padre
non c'erano canzoni da ascoltare
perché la radio continuava a parlare
e mio padre andava per non tornare più

La sera che partì soldato
gli dissero di non sparare
che era solo roba di leva militare
bastava soltanto dire: "altolà!"

La sera che arrivò mia madre
che lo vide bianco senza più respirare
aveva in mano il telegramma:
"medaglia d'oro per l'altolà"

La sera che partirò anche io
io spero solo che sia Natale
perché a Natale stanno tutti a casa
a mangiare, bere, ascoltarsi, parlare

La sera che me ne andrò via
diranno che me ne dovevo andare
diranno che non vado poi a star male
ma io so già che non si sta così

Enzo Jannacci

venerdì 9 aprile 2010

Vitto, l'uomo che sussurra alle moto

Riparte la stagione del Mondiale MotoGP. Vigilia di previsioni, supposizioni, celebrazioni. Mi piace l'idea di annotarmi l'appuntamento raccontando di qualcuno che, dietro le quinte, ha fatto un cambiamento epocale. Da collaudatore a team manager. Mica in un team satellite. Alla Ducati. Dove ci sono attese, speranze, anche pressioni. Praticamente, tirato giù dalla moto. Se ce la faranno, con uno come Vittoriano Guareschi. Lui va dritto per la sua strada, si porta anche dietro scarpe da running e bici sui circuiti, "perché non hanno un metro in piano, sai che allenamento..."
Uno sincero, genuino. Uno che sorride sempre. Spero che inizi una stagione felice anche per lui.
Ecco quel che mi ha raccontato qualche giorno fa, quando l'ho intervistato per il quotidiano in cui lavoro.



L'UOMO CHE SUSSURRA ALLE MOTO

di Marco Tarozzi


Vittoriano Guareschi, da collaudatore di punta a team manager Ducati in MotoGP. Un bel cambio di prospettive.
"L’ho presa con molta serenità. Non nego di aver avuto dubbi, grossi dubbi, quando Filippo Preziosi mi ha fatto la proposta. Ma mi fido di chi mi ha messo in questo posto, forse anche più che delle mie sensazioni. Certo, le cose adesso sono un po’ cambiate: prima dovevo parlare soltanto con la moto, era decisamente più facile".
Non pensavamo avesse problemi con le public relations.
"Non ne ho, infatti. Anche perché in questo compito non sono certo abbandonato a me stesso. Si era già deciso di strutturare il settore in questo modo, anche se Livio Suppo fosse rimasto. Partito lui, accanto a me c’è Alessandro Cicognani. Io vivrò più dentro ai box, lui si occuperà delle relazioni esterne, soprattutto. In queste cose è molto più bravo di me".
Lei sarà più impegnato nelle questioni tecniche.
"Intanto Alessandro è il responsabile del progetto MotoGP. Io, in Ducati Marlboro, avrò a che fare con i piloti, coi meccanici, terrò i contatti con i collaboratori tecnici. Mi viene più naturale. Lo facevo già anche prima, in pista, con la moto".
Però ora dovrà scendere di sella più spesso.
"Probabilmente sì, anche se con l’infortunio di Battaini, il nostro collaudatore, per il momento non è successo. Ci salirò molto meno di prima, ma non smetterò di farlo. Rimanere sul pezzo è fondamentale. Così, quando i piloti parlano coi tecnici di un problema io so di cosa stanno parlando. Ed è più semplice trasferire a Preziosi e a chi lavora da Bologna le loro impressioni".
Come si rapporta ai suoi piloti?
"Non interferisco quando parlano con gli ingegneri di pista. Loro sanno cosa fare. Ma il background che mi porto dietro è importante, per capire le cose in fretta. Un ingegnere non sa esattamente cosa sente un pilota sotto il culo quando la moto "pompa". Io sì".
È vero che sarà, per scelta, un team manager senza ufficio?
"È andata così. Mi hanno chiesto se lo volevo, a Borgo Panigale, ed ho risposto che il mio ufficio è in pista, dentro al box. Quello è il mio habitat naturale. Vengo in Ducati due o tre volte a settimana, mi basta per sistemare le cose. Il mio lavoro è vicino alle moto, non a una scrivania. Resto un pezzo dell’ingranaggio".
Il Mondiale MotoGp parte l’11 aprile. I valori in campo restano quelli della passata stagione?
"Davanti a tutti vedo Rossi e Stoner. Casey mi è sembrato molto tranquillo, nei test invernali. È sereno, segno che si sta divertendo. E poi c’è Pedrosa, certo, che non è in forma ma la troverà presto, e c’è Lorenzo che deve recuperare dall’infortunio".
I soliti quattro, insomma.
"Sono quattro fenomeni, e lo dimostreranno ancora. Ma il pacchetto-piloti si è concentrato parecchio. Adesso dal primo all’ultimo ci sono due secondi. Significa che vanno tutti più forte".
Che fa, non crede al fenomeno Ben Spies?
"Lui va forte, su questo non si discute. E ha la faccia dura per affrontare le novità senza timori, come ha dimostrato la scorsa stagione in Superbike. Ma aspetterei l’inizio della stagione per fare i primi conti. Non riesco a vederlo subito lì, tra i primi. In MotoGP dovrà fare i conti con pressioni che in Superbike non esistevano. Quelle dei media, delle case, degli sponsor. Psicologicamente è più pesante. Ma arriverà, di questo sono certo".
Altri nomi da non sottovalutare?
"L’ho detto, ci sarà bagarre, sarà un campionato molto duro. Per esempio, starei attento a Dovizioso. Nei test con la Repsol Honda è andato forte, anche più dello stesso Pedrosa. Non mi stupirei se fosse il quinto di quel gruppetto là davanti".
Stoner è un talento, ma la Desmosedici lo sta assecondando?
"La nostra moto va sempre meglio, ed è più facile da portare rispetto a un anno fa. Lo dimostra la continuità di Hayden, che l’anno scorso faceva fatica a trovare i giusti equilibri. Abbiamo guadagnato qualcosa col mezzo, e in più c’è un Casey bello carico".
Proprio lui ha voluto che lei non scendesse definitivamente dalla moto.
"Ci vede giusto, il ragazzo... Scherzi a parte, gli impegni saranno pressanti ma ci salirò ogni volta che potrò. Perché alle passioni non rinuncio, e perché credo possa aiutarci tutti".

VITTORIANO GUARESCHI è nato a Parma il 19 giugno 1971. Ha iniziato a correre a 17 anni nel Campionato Sport Production, e nel 1996 ha debuttato in campo internazionale con l’Europeo Supersport. Nel ‘97 e nel ‘98 ha collezionato due secondi posti nel Mondiale Supersport, dietro rispettivamente a Casoli e Pirovano. Ha disputato due stagioni nel Mondiale Superbike con la Yamaha, collezionando 49 gran premi e due podii. Nell’aprile 2001 è stato ingaggiato da Ducati come collaudatore ufficiale, e da allora a tutto il 2009 ha sviluppato tutte le moto racing della casa di Borgo Panigale, lavorando al progetto Desmosedici MotoGP fin dai primi test sulla pista di Landoux, nel maggio 2002. Da questa stagione è il nuovo Team manager di Ducati Marlboro in MotoGP.


(da L'Informazione di Bologna)


martedì 6 aprile 2010

I baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi


... No, è brutto concludere così, ma vedere gente non serve a nulla e anzi è una perdita di tempo. E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all'esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati).
Dicono: "Scusa ho premura, ho una commissione, scappo" e subito scappano, davvero riscivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto un'immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: "Fatti vedere".

Dentro le ditte è la stessa cosa: uno che magari al mattino ti ha teletafanato per il lavoro, lì pare sorpreso che tu arrivi proprio col lavoro che ti aveva chiesto al mattino. Sorpreso, stanco e un poco seccato, perché la tua presenza, adesso, è un assillo, un tafano per lui. Prende il lavoro, lo guarda dubbioso, dice vedremo e lo mette in un cassetto, e poi ha da fare, e così io me ne vado. Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c'è odore di morto, aria di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l'influenza.

Non vedi l'ora d'essere per strada, dove almeno la gente che passa non la conosci affatto, a parte quei gusci che dicono: "Fatti vedere". Ma che cosa volete vedere, che cosa volete, voi ectoplasmi?

Luciano Bianciardi. "La Vita Agra"

martedì 30 marzo 2010

Postelettorale (post elettorale?)


Martedì sera, sulla trasversale di pianura. Sotto un acquazzone di primavera. Nuvole nere e squarci di sole lontano, verso Modena. Radio accesa nella giornata dei bilanci. Uno incolpa l'altro per non guardarsi dentro. L'altro reagisce attaccando, urlando, sfanculando secondo copione. Quello ha vinto, questo ha vinto, loro hanno vinto. Hanno vinto tutti. Finché vivono in questo loro mondo altro, vincono. Il mondo vero è un'altra cosa. Si sgretola, stesso destino delle idee, che non ci sono più.

Il cielo si spalanca, perché la primavera il suo mestiere lo conosce. Esce l'arcobaleno più grande che abbia mai visto. Completo, da qui a laggiù, nitidissimo anche nelle divisioni dei colori, che non hanno niente a che fare con quelle divisioni là.

Accosto. Spengo la radio.

Sto in silenzio e ascolto il silenzio, finalmente. E guardo.

Se mai fosse un segnale, beh, grazie.

lunedì 8 marzo 2010

Un oscar per Drugo

... and the Oscar goes to
Jeff Bridges

L'ultimo spettacolo, 1971, di Peter Bogdanovich
Città amara, 1972, di John Huston
Una calibro 20 per lo specialista, 1974, Michael Cimino
Il gigante della strada, 1976, di Bob Rafelson
I cancelli del cielo, 1982, di Michael Cimino
Starman, 1984, di John Carpenter
Il mattino dopo, 1986, di Sidney Lumet
Ci penseremo domani, 1989, di Alan Pakula
I favolosi Baker, 1989, di Steven Kloves
La leggenda del re pescatore, 1991, di Terry Gilliam
Fearless, 1993, di Peter Weir
Il grande Lebowski, 1998, di Joel ed Ethan Coen
Inganni pericolosi, 1999, di Matthew Warchus
Seabiscuit, 2003, di Gary Ross
Crazy Heart, 2009, di Scott Cooper

Insomma, era ora.
Complimenti, Drugo.

giovedì 25 febbraio 2010

Una Casa Rossa per il futuro degli Inuit


"Ogni volta che vedo un Inukshuk nell'Artico, so che gli Inuit sono stati qui prima di me per molte, molte migliaia di anni, e sono sopravvissuti cacciando e pescando".

Bella lotta. La ricorda, con queste parole, Peter Irniq, professore di cultura Inuit a Ottawa. Lotta difficile per la sopravvivenza, che oggi si è fatta ancora più in salita.

Un Inukshuk, figura composta con i sassi che alle popolazioni del Canada artico serviva come pietra miliare, o per segnalare una direzione, è diventata popolare in queste Olimpiadi invernali, che l'hanno scelta come simbolo. Sono le stesse Olimpiadi in cui un ragazzo di ventun'anni è morto scendendo da uno slittino, e il giorno dopo lo hanno battezzato "colpevole" perché lo show andasse avanti, dopo i necessari aggiustamenti ad una pista che era un pericolo soltanto a guardarla. Altra storia, brutta storia.

Gli Inuit. Anche loro hanno una brutta storia. Di alcol, disperazione, mancanza di futuro. A Tasillaq, sull'isola di Angmassalik, in Groenlandia, la birra scorre a fiumi il sabato pomeriggio. L'alcolismo è una piaga, per questo popolo antico che ormai, nell'intera immensa isola, conta 56mila anime. E i suicidi anche. Lo sa bene Robert Peroni, bolzanino, un tempo esploratore in quelle terre, dove oggi si è fermato. "Può accadere che in un villaggio di cento abitanti si contino sei o sette suicidi in un anno, tutti giovani tra i 18 e i 20 anni. Se queste percentuali interessassero una grande città, sarebbe un'emergenza sociale".

Peroni non si limita a osservare. Fa. A Tasillaq ha inventato "Red House", la Casa Rossa dove ha iniziato a salvare gli Inuit. Soprattutto giovani, sbandati e senza un futuro, perché di caccia e pesca, quello di cui vivevano i loro padri, non si può più campare, neppure lì. Un centro di assistenza. "Ma non si poteva vivere di solo assistenzialismo. Bisognava andare oltre, offrire una prospettiva economica". Da casa sociale, la Casa Rossa è diventata una guesthouse per turisti, seguiti dagli stessi Inuit nelle loro escursioni. Robert Peroni ha scelto questa strada per mantenere vivo questo popolo nel suo ambiente, e dargli una speranza di futuro. Una strada da percorrere. Quella di un turismo responsabile in cui queste persone possano ancora sentirsi padrone del loro destino, nella loro terra.

Non è una storia da Olimpiadi, e in fondo nemmeno una storia italiana. E' la storia di un italiano che le Olimpiadi hanno, di sponda, riportato sotto i riflettori. Anche grazie a un Inukshuk. Alla sua storia millenaria.

sabato 13 febbraio 2010

Scontrosa arte o mestiere


Nella mia arte scontrosa o mestiere
praticata nel silenzio notturno
quando soltanto la luna infuria
e gli amanti giacciono nel letto
con tutti i loro affanni tra le braccia,

io mi affatico a una luce che canta
non per pane o ambizione
o per pavoneggiarmi e vender fascino
sui palcoscenici d’avorio,
ma per il comune salario
del loro più intimo cuore.

Non per il superbo che s’apparta
dalla luna che infuria io scrivo
su queste pagine di spuma
né per i morti che torreggiano
con i loro usignoli e i loro salmi,
ma per gli amanti,
le braccia attorno alle angosce dei secoli,
che non pagano lodi né salario
e non si curano
del mio mestiere o arte

Dylan Marlais Thomas
1914-1953


giovedì 11 febbraio 2010

Un anno senza Bulgaro


di Marco Tarozzi


Aveva diciassette anni, e un talento da Serie A. E Civ, al secolo Gianfranco Civolani, che ha visto passare tutto il calcio rossoblù del dopoguerra, lo notò subito quel ragazzo “così bravino e così fighino”. Uno che di strada avrebbe anche potuto farne, se solo avesse fatto in fretta a capire il mondo. Giacomo Bulgarelli fece in frettissima. Lo svezzamento durò un amen, e il resto fu storia. Nessuno come il Civ avrebbe potuto raccontarla meglio in questi giorni, un anno esatto dopo l'addio al mondo di questa immensa bandiera del Bologna di ieri, di oggi, di sempre. Sì, è un anno esatto che Bulgaro ci ha lasciati, in punta di piedi, nel dolore e nella fierezza, alla sua maniera. Dire che ci manca è poco. Ci manca quello che è stato prima e dopo i campi di calcio, ci manca il simbolo dell'epopea rossoblù dell'ultimo scudetto e la voce garbata e ironica che commentava il calcio in tv con una conoscenza senza eguali. Ci manca l'uomo, perché il campione è consegnato alla leggenda.

Ai libri, anche. Come questo “Onorevole Giacomino”, che esce per i tipi di Minerva Edizioni, ormai di fatto la casa editrice rossoblù. Civolani lo ha colorato di aneddoti preziosi, quelli di un'epoca in cui «coi giocatori si riusciva ad essere davvero amici, a discutere di calcio e di vita, senza filtri. Non so dire se un'epoca migliore o peggiore, comunque un'epoca diversa». E con una lunga “intervista impossibile”, di quelle a cui il Civ ci aveva piacevolmente abituati alcuni anni fa, sulle colonne del Guerino. «L'ho fatta due settimane fa, e detto così suona strano. Il fatto è che io non so dire se Giacomino sia “lassù”, come si dice, se sia a destra, a sinistra, davanti o dietro. Io so che noi stiamo parlando e lui è sempre qui».

Un libro per ricordare, per emozionarsi, per commuoversi. Che racconta di un campione di calcio che ha saputo farsi campione discreto nella vita. Di un uomo che credeva nelle bandiere, nella passione vera per la sua città e la squadra che la rappresentava, al punto da negarsi agli squadroni del Nord. Che spiegava il “gran rifiuto” al Milan di Rocco e dell'amico Rivera con parole semplici e dolci. «Mia moglie Carla mi disse: e che ci andiamo a fare a Milano, noi stiamo bene qui. Aveva ragione». Altri tempi, altre storie, altra umanità.

Un libro per Giacomo è anche una mano tesa per il prossimo. Lo ha ricordato alla presentazione di ieri, davanti ai figli del campione Annalisa e Andrea, e ai compagni dello scudetto Pavinato e Perani, la presidente del Bologna Francesca Menarini. «Il ricordo è portato avanti anche dall'Associazione che porta il suo nome: insieme contribuiremo, anche con quest'opera, a raccogliere fondi per il progetto Gol, per la realizzazione di una sala chirurgica all'ospedale pediatrico Gozzadini». Un anno dopo, l'Onorevole Giacomino vive. Nei nostri cuori, nelle nostre azioni. Ha ragione il Civ: non è mai andato via.


(L'Informazione, 11 febbraio 2010)

domenica 7 febbraio 2010

Addio, Ballero


Una di quelle notizie che ti tagliano le gambe. Che non ti aspetti, che non vorresti mai sentire. Che ti fanno capire quanto sia sottile quel filo che ti tiene legato alle cose terrene, e quanto sia beffardo il destino. Franco Ballerini se ne è andato di mattina presto, in un giorno senza impegni in cui si stava divertendo a coltivare una delle sue grandi passioni. Il rally, che l'ha tradito dietro una curva maledetta.

E' stato un talento, in corsa, e un uomo intelligente fuori. Appena appoggiata la bici, con il ricordo ancora fresco di due Roubaix vinte nella leggenda, si è immerso nel mestiere di Ct della Nazionale con trasporto, e con capacità fuori della norma. I numeri, in questi casi, parlano chiaro: dal 2001 al 2009, sotto la sua guida, sono arrivati quattro titoli mondiali e uno olimpico. In tre occasioni (Mondiali 2006 e 2007, Olimpiadi di Atene 2004) firmati da Paolo Bettini. Una solidale complicità, supportata da una profonda amicizia. Aveva, Ballerini, una grande capacità di coinvolgere le persone, di farle sentire importanti, di trasmettere loro le sue convinzioni, di convincerle alla sua causa.

Ed era una persona sempre gentile, disponibile, di grande garbo. Uno d'altri tempi, sotto questo aspetto. L'uomo giusto per raccogliere l'eredità di un altro grande toscano, Alfredo Martini, che continuava ad accompagnarlo e lo trattava come un figlio, come uno di famiglia.

Senza il Ballero, tutto è molto più vuoto. Il ciclismo, lo sport. La morte che si porta via un'altra pianta giovane, e ancora una volta arriva fuori tempo, incomprensibile.

venerdì 5 febbraio 2010

Le nostre cento storie rossoblù


Pubblicità per me stesso, d'accordo. E in verità anche per due amici, prima ancora che colleghi, con i quali ho lavorato con entusiasmo all'ennesima pubblicazione per Minerva Edizioni. Accidenti, è la quarta ormai, e aggiungendo il libro su Steve "Pre" Prefontaine, pubblicato con Bradipo, sono a quota cinque. Devo darmi una calmata.

I due amici, allora: sono Giuliano Musi, accanto a cui ho lavorato per anni nella redazione di Stadio-Corriere dello Sport, tra l'85 e il '98, prima da segretario di redazione poi da free-lance in attesa di articolo 1 (arrivato, poi, grazie a Europress di Marco Montanari e Carlo Chiesa: altra storia...), e Michael Lazzari, con cui lavoro fianco a fianco oggi, nella redazione de L'Informazione di Bologna.

Insieme, e spinti dall'entusiasmo di Roberto Mugavero, il nostro editore, abbiamo pensato a un libro sul secolo di vita del Bologna. Ci hanno pensato in tanti, è vero, e nell'anno del centenario sono uscite opere esaustive, a partire dalla trilogia di Carlo Chiesa e Lamberto Bertozzi (sempre Minerva), con tanto di enciclopedia rossoblù.

Avevamo un'idea diversa. Ne è uscito "100 storie per 100 anni". Libro agile, praticamente tascabile, che racconta tante storie quanti sono gli anni del Bologna FC 1909. Cento, naturalmente. Sono aneddoti, episodi spesso dimenticati, curiosità, "dietro le quinte". Partendo dalle origini, dai "matti che correvano dietro alla palla" ai Prati di Caprara. Un secolo che ha attraversato due guerre mondiali, e dunque dentro ci sono anche tragedie, come la fine di Arpad Weisz, deportato ad Auschwitz e colpevolmente dimenticato all'epoca, o di Dino Fiorini, che aveva sposato un credo opposto e ha pagato per le sue convinzioni. O come quella di Anteo Zamboni, che attentò alla vita di Mussolini nel gran giorno dell'inaugurazione del Littoriale.

C'è però anche da sorridere, leggendo questo libro. Che parla di uomini, passioni, talenti che appartengono spesso a un altro calcio, anche quello con le sue zone d'ombra ma in qualche modo più a misura d'uomo. Non abbiamo scelto di dar voce ai campioni, Meglio: non solo a loro. Ci sono, naturalmente, ma in passerella sfilano anche giocatori che hanno avuto meno fiortuna, o onesti comprimari. Ci sono le fondamenta del Bologna, e spesso anche le meteore. C'è il presidentissimo, Renato Dall'Ara, con una valigia di aneddoti, perché lui (nemmeno troppo inconsapevolmente) gli aneddoti sapeva crearli.

C'è la nostra passione. Ci sono i nostri miti, che a volte non hanno fatto la strada che immaginavamo per loro. In qualche modo, c'è anche la nostra infanzia. La mia, quella di Giuliano e Michael. Che probabilmente non è ancora finita.


Nota a margine: il Bologna e Minerva hanno ufficializzato la collana ufficiale rossoblù, un modo per tener viva la memoria su una società che ha attraversato un secolo. "100 storie per 100 anni" è il primo numero della serie. Il che, ovviamente, ci riempie d'orgoglio.

sabato 30 gennaio 2010

Bianciardi, mezzo secolo in anticipo


E' aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale e cumulativo e procapite, l'occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze-squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l'età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al Giro d'Italia.

Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie. Il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.

A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.

Io mi oppongo.


Luciano Bianciardi, "La Vita Agra"

giovedì 14 gennaio 2010

Il talento cancellato 2 - Mickey "da Cat" Dora

"Vivere sulla spiaggia non è la risposta. La gente che vive sulla spiaggia si annacqua il cervello. Io vengo qui soltanto per le onde e nient'altro"
Mickey Da Cat Dora, 1934-2002


"Dora lives". La scritta che periodicamente appare (per essere cancellata da solerti imprese di pulizia, e ancora riapparire) sul muro di fronte allo spot di Malibu Beach.
Dora, al secolo Miklos Sandor Dora, per tutti Mickey e "da Cat" per il popolo dei surfers, in effetti non vive più dal 3 gennaio 2002, quando un male incurabile se l’è portato via a Santa Barbara, a sessantotto anni. Non una morte giovane, ma comunque leggenda. Anche perché dalle scene "da Cat" era sparito da una vita. Più o meno dal 1967, quando all’apice della gloria surfistica aveva affrontato la semifinale del Malibu Invitational Contest, uno degli eventi più importanti del circuito professionale degli States, calandosi i boxer e mostrando il posteriore alla giuria. Scendendo poi dalla tavola e sparendo nel nulla.




Dora è stato un’icona della scena di Malibu tra gli anni Cinquanta e i Settanta. Un idolo controverso, odiato e amato, sbruffone e generosissimo, filosofo e cialtronesco, con un talento per la tavola fuori del comune. Odiava il "surf biz" che stava prendendo piede, ma ne sfruttava le potenzialità partecipando da splendida controfigura a un gran numero di quei B-movies a sfondo surfistico, fatto di bellezze calforniane e sciocche storie di amori da spiaggia. Decretava in discorsi e lettere al vetriolo la fine dello "spirito del surf", ma era anche pronto a posare per una delle prime firme dell’abbigliamento di genere. Si accordava con Greg Noll, altra icona della disciplina, per realizzare la tavola "griffata" col suo nome, ma immediatamente se ne pentiva: "Non voglio che qualche adolescente brufoloso dell’Iowa usi "da Cat" come ornamento da macchina, o che qualche viscidone di Malibu ne faccia un tavolino da salotto…"


Dora è stato uno spirito libero, pur inseguito dalla giustizia americana. In quel lontano 1967 sparì anche dagli States, rincorso da un mandato d’arresto per frode con carte di credito e assegni falsi, roba pesante da quelle parti. La sua fuga per evitare il carcere ne alimentò la leggenda. Fu avvistato sulle coste della Francia, dell’Irlanda, dell’Africa e del Brasile, in Australia e in Nuova Zelanda. Ovunque ci fossero onde da cavalcare, senza "commercio" intorno. Tornò in patria nell'81, e agguantato dall'Fbi conobbe anche le patrie galere, per qualche mese. Continò a cavalcare l'onda, sempre più defilato, e fece in tenpo ad affacciarsi al nuovo millennio.



Lo aveva "coltivato" il patrigno, Gard Chapin, altro eroe della tavola. Un’educazione, anche questa, controversa: regole da scuola militare e libertà assoluta del surf. Non poteva che uscirne un personaggio così, bello e dannato, antitesi perfetta del modello da surf, lui così tarchiato, robusto, scuro di capelli e dal petto villoso. Sull’onda era uno spettacolo: linee sicure, eleganza assoluta, ritmi nuovi e in anticipo sui tempi. E rapporti rudi con gli altri surfer, almeno con tutti quelli colpevoli di "invadergli" l’onda, che per un’artista è come farsi scippare il magic moment creativo.

Mickey Dora era questo, ed era ache un linguaggio originalissimo, fuori dai canoni, originale . Padre della "controcultura" surf negli anni del Vietnam, pur non riconoscendo le orde di ragazzi che si ispiravano a lui. Capace di analizzare il degrado sociale dopo la morte di Kennedy con uno stile criptico. Questo.

"Il 22 novembre 1963 questo paese è stato colpito da una tragedia, da questa tragica data le onde del continente americano sono gradualmente peggiorate e una mareggiata pulita sembra non poter più arrivare. Città in fiamme, scuole assediate e operazioni militari condotte in terre lontane. Spero che anche voi vogliate le stesse cose che voglio io. Libertà di vivere e surfare le onde della natura senza l’esasperata pressione di questo malsano sistema che governa il mondo e questa malatissima guerra. Sono tempi incredibili. Ringraziamo Dio per le onde "libere" che ancora prendiamo".

sabato 9 gennaio 2010

Il talento cancellato - 1. Filippo Paita

Il talento smarrito. Svanito nel nulla, bruciato, o semplicemente abbandonato. Altre storie di sport, di uomini che avrebbero potuto farsi campioni e non ci sono riusciti, o semplicemente non hanno voluto farlo. Hanno voltato pagina, hanno girato la schiena. Spesso bruscamente. Talvolta senza un motivo apparente.
Sono i coni d'ombra che esistono tra le luci sfavillanti che illuminano racconti di gloria, di conquista, di successi. Sono storie perdenti, a volte. Più spesso di disincanto, di rinuncia. Coltivi il tuo talento passo dopo passo, poi all'improvviso arrivi a un bivio e infili un'altra strada. Coscientemente o no. Non sei più un campione, o non lo sarai mai. E avresti potuto esserlo. Senza cercare di dare o darmi spiegazioni, sono storie che ogni tanto mi piace rileggere. Dentro c'è una fiamma che arde, anche se non ha portato nella direzione che si immaginava. Dentro c'è molta umanità.

La prima la prendo a prestito. L'ha raccontata Giorgio Specchia su uno splendido spazio virtuale, "Indiscreto" (http://nuovoindiscreto.blogspot.com/, da frequentare). E' l'incredibile storia di Filippo Paita, uno che aveva le doti per diventare un fuoriclasse dell'atletica. Non a parole: lo dicono i numeri, che nell'atletica sono certezze. E che un giorno, all'improvviso è sparito. Niente più sport di vertice, niente più gare, niente. Senza dare spiegazioni.

Giorgio Specchia, su Indiscreto, l'ha raccontato così...

PS - Grazie a Factory, al secolo Saverio Fattori, che me l'ha segnalata...


LA LEGGENDA DI FILIPPO PAITA



Zero titoli, ma un talento grandissimo. Ci fosse lui ora il mezzofondo italiano avrebbe sicuramente un finalista olimpico e mondiale. Altrettanto sicuramente avrebbe una medaglia prenotata per gli Europei. Eh già, se ci fosse Filippo Paita. E chi è? Uno che figura nelle liste dei più veloci italiani di sempre sui 3.000 metri. Il suo nome è in mezzo a quelli di Di Napoli, Ortis, Panetta, Cova, Mei… Quel 7’51” indoor nel 1992 a Genova, nei Columbus Games trasmessi in diretta su Tele Monte Carlo, fa urlare a Giacomo Mazzocchi: “Chi è questo Filippo Paita?”. L'ex c.t. Rossi risponde: “Un ragazzo della Riccardi”. Quel ragazzo, 24 anni, è conosciuto solo da chi l’atletica la mastica, la capisce, la suda. Alla Forza e Coraggio di Milano, pista in terra da 378 metri, un giorno si inventa un allenamento. Parte da casa, via Wolf Ferrari, è arriva di corsa al campo di via Gallura. Un chilometro e mezzo circa di riscaldamento. “Giorgio, dai, prendimi un mille”. “Vai Filippo”. Due minuti e 30 secondi. Attenzione: in una curva c’è la sabbia, nell’altra (dove non batte il sole) c’è il fango… Qualche giorno dopo lascio Filippo sotto casa all’una del pomeriggio dopo una sgambata di un’ora a 4 minuti al mille. Ci vediamo domani. Giorgio Rondelli, l’allenatore, raggiunge Filippo in piazza Maggi. Quasi lo carica a forza in macchina. Filippo non vuole andare a Genova perché agli assoluti indoor è finito solo terzo. In tv, nella starting list in sovrimpressione, compare il nome di Filippo Paita. “Ma non mi ha detto niente, sarà un errore”, penso. Invece no. Filo è lì, lo inquadrano. E’ una gara veloce. Il gruppo si sgrana. Filippo a Genova accarezza la pista, il tempo è un tempone, il terzo assoluto all time in Italia. Paita però non è un robot. Se la gode. Un giorno me lo ritrovo nella sala corse di via Bramante, a due passi dall’Arena. Una piccola divagazione durante il riscaldamento della Pasqua dell’Atleta. Gioca un cinquantino su qualche sfigatissimo trottatore. Guarda la corsa in tv. Perde. Poi riprende il riscaldamento e piazza un meno 8 sui 3.000, terzo e primo degli italiani. Già, i 3.000. La sua distanza preferita, non olimpica ovviamente. A vent’anni si presenta al campo '25 Aprile'. Leggiamo sulla Gazza che Cova fa un test pre-olimpico. Paita ha voglia di correre. E sta attaccato al campione fino ai 200 finali. Il campione s’incazza perché deve fare una volata per staccare “quello lì” che corre con la Lacoste verde. La prima impresa di Filippo è in seconda media. Tutti i milanesi nati negli anni Sessanta sanno cosa rappresenti quel giro intorno all’Acquario con partenza e arrivo all’Arena Civica. Per quel che mi riguarda un incubo. Tutti partono forte, come se fosse un 60 metri. Io adagio: “tanto li riprendo questi pirloni”. Invece il fiatone arriva presto e non raccolgo cadaveri. Gli altri se ne sono andati e io sono lì, con l’acido lattico che mi esce dalle orecchie. Filippo è uno di quei pirloni irraggiungibili. Entra all’Arena da solo con una retta di vantaggio. Mai nessuno ha vinto così…Prima di ritirarsi con l’atletica Filippo ci regala altre due perle, sempre nel 1992. Vince i campionati italiani assoluti sui 5.000 metri al Dall’Ara di Bologna. Baldini annaspa e se la giocano in volata Filippo e Gotti. Non c’è partita. Paita è più veloce, sopravanza l’amico Gotti ma, a 10 metri dal palo, improvvisamente scarta verso l’interno. Sfiora il rivale che appoggia un piede fuori dalla pista. Reclamo. Gotti vince, Paita sparisce dall’ordine d’arrivo. “Filippo, che cazzo hai fatto?”. “Volevo fare come quando Baroncini (un driver di trotto; n.d.r.) ha vinto quella corsa con Enguerillero (un trottatore; n.d.r.)…”.Per rimettere le cose a posto, tre mesi dopo (stessa pista, stessa distanza) Filippo li ribatte tutti (gli italiani) nella Notte delle Stelle. Primo Barkutwo (Kenia) 13’26”, secondo Ntawalikura (Ruanda) 13’29”, terzo Paita 13’32”. Pusterla, Gotti, Baldini, Carosi finiscono dietro. Qualche giorno dopo, ancora a Bologna, riunione regionale in un campetto periferico. Filippo vuole fare un 10.000. Il secondo, Privitera, finisce a 30”. Gli altri tutti lontani. Il primo è Paita che piazza lì un 28’35” sui 10.500 metri. Avrà fatto cento doppiaggi. Sembra lanciato verso le vette internazionali. Sembra. Senza un vero perché Filippo Paita decide di non correre più.

venerdì 1 gennaio 2010

E Coppi parla ancora


Coppi è un ricordo in bianco e nero. Un libro, e un arrivo del Giro dell'Emilia visto col nonno. Nonno Mario. E l'autografo del mio primo campione da figurina.

Coppi non l'ho nemmeno incrociato, da ragazzino. Se ne è andato a gennaio, nello stesso anno in cui sono nato ad agosto. Ma come tanti l'ho vissuto nei racconti di chi c'era, ancora più colorati perché c'era da lavorare di immaginazione, con quei pochi filmati della tv dei due canali, e basta.

Avevo quasi dodici anni quando Mario mi portò a vedere l'arrivo del Giro dell'Emilia. Quell'anno era in via Stalingrado, alla Fiera. Fu quando Eddy Merckx arrivò insieme allo spagnolo Santiago Lazcano, e non ebbe pietà. Perché Merckx era così, correva per vincere e la sua filosofia non prevedeva sconti, per nessuno. Gimondi regolò gli inseguitori, arrivando sul traguardo poco più di un minuto dopo. E io andai a casa felice, perché ovviamente Merckx era uno dei miei idoli di ragazzino.

Che c'entra Coppi? C'entra perché ai margini della corsa c'era un furgoncino dove il business era semplice: foto di Merckx più libro "Parla Coppi", scritto da Rino Negri, che tra i giornalisti era forse l'amico più intimo del Campionissimo. C'entra perché quel binomio, Coppi il passato e Merckx il presente, mi affascinava, e convinsi mio nonno a concludere "l'affare".

Poco oltre, orgoglioso del mio acquisto, incrociai Giordano Turrini ancora affaticato dopo il traguardo. Era uno dei pochi bolognesi che sfogliavo tra le figurine dell'album "Campioni dello Sport" della Panini. Lo avvicinai con timidezza, e l'ultima pagina, bianca, di quel libro, mi sembrò perfetta per farci entrare l'autografo del mio campione di casa.

Quel libro mi è tornato tra le mani qualche giorno fa. Con la foto di Fausto in copertina, in testa uno di quei baschetti che portava d'inverno anche mio nonno. E quella firma vergata con mano quasi infantile: Turrini Giordano. Il campione che poi è entrato nelle venticinque storie del mio libro sullo sport bolognese, raccontandomi una carriera sportiva di sacrificio e volontà.

"Parla Coppi", girato e rigirato, consumato dall'uso. Quella storia che mi incuriosiva, quella storia di sport immensa e luminosissima. Quella vita da campione che forse ha indirizzato le mie scelte, insieme ai tanti quaderni pieni di cifre e statistiche di campionati immaginari, di calcio, di ciclismo, di automobilismo, che riempivano i miei pomeriggi di bambino.

"Parla Coppi", Fausto, il nonno e quel pomeriggio in via Stalingrado a guardare i campioni del ciclismo. E il bello è che cinquant'anni dopo Fausto parla ancora, come fosse tra noi. Con quelle gesta in bianco e nero che ognuno di noi ha colorato come meglio ha creduto e voluto, perché ancora non era arrivato nessuno a spiegarci come colorarle.