lunedì 30 gennaio 2012

Scacciamestieri


“E che sai fare, sentiamo…”
“Scrivere”
“Cioè?..”
“Cioè, scrivere”
“Che altro?”
“Beh, al momento non saprei. Tutto si impara. Anche a scrivere ho imparato”
“Ah sì? E come?”
“Leggendo”
“Leggendo?”
“Sì. Leggendo molto”
“Cosa in particolare?”
“Niente in particolare. Tutto. Voracemente. Un po' disordinatamente”
“E dunque sapresti scrivere…”
“Sì”
“Che sicurezza…”
“Di poche cose sono sicuro. Di questa e basta, forse…”
“Beh, mi dispiace”
“Cosa?”
“Non sappiamo che farcene di uno che scrive”
“Un tempo sarebbe tornato utile”
“Forse. Oggi ne abbiamo già un paio così. Si leggono veloci, vendono centinaia di migliaia di libri. Ci bastano”
“Dunque che faccio, ripasso?”
“Sì, un’altra volta magari”
“Ci pensi, comunque. So fare anche lettere d’amore. Con kuore e tvb. Tutto il repertorio”
“Gli sms li scrivi veloce?”
“Abbastanza… Dipende dal modello… Allora che fa, ci pensa?”
“Vedremo, magari più avanti. Mi sono segnato il nome, hai visto?”
“Sarebbe con la z in fondo, non s…”
“Vabbè. Mi ricordo la faccia”
“Ah ecco, la faccia”
“Poi non ce n’è mica tanti che sanno solo scrivere”

30 dicembre 2012, il giorno prima

giovedì 26 gennaio 2012

Mestieri


Certo ero un bambino strano. Non solo perché me ne stavo pomeriggi interi a contare le macchine sulla terrazza della casa al mare. Settantacinque a settantatrè per quelle che vanno verso destra. Poi non mi bastava più. E allora torneo, a eliminazione diretta: Fiat batte Opel 10-6, Peugeot batte Simca (eh sì, ne aveva una anche papà) 10-3, e via andare.

Ero strano perché non pensavo a fare l’aviatore o l’esploratore o il calciatore, da grande. Volevo vendere la frutta per strada. Mi ero anche disegnato un carretto su misura, con ribaltine a vetri e cassetti rientranti. Coloratissimo. Avevo un obiettivo, si direbbe oggi. E quel carretto era proprio una figata.

Questa del giornalismo, accidenti, mi è uscita fuori a vent’anni. Alle spalle già i temi del liceo che piacevano tanto alla professoressa Naldi, che li leggeva in classe ad alta voce imbarazzandomi. E raccolte di poesie scritte sopra l’Underwood del nonno, che è ancora qui funzionante. Che poi, quando seppi che il primo scritto di Ti-Jean Kerouac era stato “Upon an Underwood”, ciao. Inarrestabile.

La feci grossa, anche, con la poesia in stile beatnik sul tema “Discuti la teoria poetica di Edgar Allan Poe”, che rischiò di farmi saltare un turno a tiro di maturità. Però ero bello, carismatico, “più maturo mentalmente rispetto alla sua età” spiegava la nota a margine, e avidamente alla ricerca di vita, come si diceva allora. E insomma, lei, l’altra prof, me la perdonò. Alla grande, anche.

Io le ho viste tutte, lì dentro. Gli articoli buttati giù a macchina e risistemati a biro e poi passati ai correttori di bozze, le colonnine tagliate col cutter e appiccicate sulla pagina bianca dai tipografi, le lastre che uscivano dal buco nero dei fotografi. E poi li ho visti sparire tutti dal giornale. Correttori, tipografi, fotografi. Mi sono sempre adattato ai tempi che cambiavano, e lo farei anche adesso, sono pronto a farlo se non salta fuori il solito promulgatore di leggi di mercato (chissà poi chi è) che decide che a una certa età sei fuori. Lì, appoggiato nel limbo, non abbastanza giovane né troppo vecchio. Già, questo (dicono) non è un paese per giovani. Nemmeno per vecchi, però. E stai stretto anche nell’età di mezzo. Da qualunque angolazione la guardi, è una vita che va stretta.

Però quella era un bella aria da respirare. E oggi vorrei spiegarlo al viceministro che non ha fatto poi troppa fatica a ritrovarsi lì, che uno per prendersi la sua patente da “sfigato” si è sbattuto, ha sofferto e ci ha creduto. Faccio l’esempio: lì si respirava la “tipo”, e c’erano fior di direttori che ti dicevano “bene, vuoi andare a scaldare le sedie all’Università o vuoi fare questa scuola?” Prima per rendermi indipendente, poi per amore di quel lavoro, di quelle notti a veder nascere il giornale, ho scelto quella scuola. Altri tempi. E bella sfiga, a pensarci: se resto senza un posto oggi, per rientrare mi chiedono il pezzo di carta. Però mi consolo coi miei “campioni”: Kerouac via dalla Columbia, London con appena le elementari e ciao. E Steinbeck fermo a Stanford a un passo dalla laurea, e poi ha vinto un Nobel. Curioso: tutti e tre han fatto, almeno per qualche tempo, i giornalisti. Vedi tu, Martone…

Insomma, per farla corta non mi pento. Non so cosa succederà domani, o dopo. Se finirò sott’acqua, se riuscirò a tenere la testa fuori. Se combatterò o finirò contato, battuto, suonato. Se virerò di netto: altro mestiere, cercando dignità come l’ho fatto in questo. So che non vincerò il Nobel, questo sì. E non mi pento, non mi pento. Di niente. Era la strada, in quel momento. Mi vien da dire “tanto tempo fa”. E vabbè, però ho una memoria di ferro e posso raccontarla. Hai detto niente.

Il Taroz

domenica 22 gennaio 2012

In un modo o nell'altro...



E Gene del Mississippi cominciò a cantare una canzone. La cantò con voce melodiosa, tranquilla, con l’accento della sua terra, ed era semplice, solo così: “La mia ragazza ha solo sedici anni – è dolce e piccolina – per quanto tu t’affanni – non puoi trovarne una più carina”, ripetendolo insieme ad altre strofe messe a caso, tutte che dicevano quanto fosse andato lontano e come desiderasse tornare da colei che aveva perduta.
Io dissi: “Gene, non ho mai sentito una canzone più bella”.
“E’ la più dolce che conosca”, rispose con un sorriso.
“Spero che lei arrivi dove sta andando, e che sia felice quando arriverà”.
“Io me la cavo sempre e tiro avanti in un modo o nell’altro”.

Jack Kerouac, sulla strada

venerdì 20 gennaio 2012

Dolce far nulla



Un attimo fa ho dato un'occhiata nella stanza
ed ecco quel che ho visto:
la mia sedia al suo posto, accanto alla finestra,
il libro appoggiato faccia in giù sul tavolo.
E sul davanzale, la sigaretta
lasciata accesa nel posacenere.
Lavativo!, mi urlava sempre dietro mio zio,
tanto tempo fa. Aveva proprio ragione.
Anche oggi, come ogni giorno,
ho messo da parte un po' di tempo
per fare un bel niente.

Raymond Carver