mercoledì 23 novembre 2016

I nomi delle strade


Le strade sono
tutte di Mazzini, di Garibaldi,
son dei papi,
di quelli che scrivono,
che dan dei comandi, che fan la guerra.
E mai che ti capiti di vedere
via di uno che faceva i berretti
via di uno che stava sotto un ciliegio
via di uno che non ha fatto niente
perché andava a spasso
sopra una cavalla.
E pensare che il mondo
è fatto di gente come me
che mangia il radicchio
alla finestra
contenta di stare, d’estate,
a piedi nudi.


(Nino Pedretti, Al vòusi)


domenica 6 novembre 2016

Non lo saprà nessuno


Che abbiamo vissuto,
che abbiamo toccato le strade
coi piedi che andavano allegri,
non lo saprà nessuno.
Che abbiamo visto il mare
dai finestrini dei treni,
che abbiamo respirato
l’aria che si posa
sulle sedie dei bar,
non lo saprà nessuno.
Siamo stati
sulla terrazza della vita
fintanto che sono arrivati gli altri.
(Nino Pedretti)

giovedì 3 novembre 2016

Lisbona





“Purtroppo certe cose accadono nel momento sbagliato. Oppure nel momento giusto quando però ad essere sbagliati siamo noi stessi”.
“Mi piace. Posso segnarmela?”
“Prego. E' gratis”.
“Dovresti fartele pagare, queste. Siamo in fase di analfabetismo di ritorno, ci faresti un bel business”.
“Andare in giro a scrivere lettere d'amore su richiesta, dici?... O poesie, cose così?”
“Ma tutto. Anche commerciali, richieste di pagamento, progetti editoriali... Com'era pure?”
“Purtroppo certe cose... certe cose.. ah, non me la ricordo nemmeno…”
“Vedi? Dovevi segnartela”
“Lo farò. Dalla prossima”
“Ecco. E mettiti in affari”.
“Grazie, potrebbe essere un'idea. Fammici ragionare”



martedì 18 ottobre 2016

Domenica sera



Metti a frutto le cose che ti circondano.
Questa pioggerellina
fuori della finestra, per esempio.
La sigaretta che tengo tra le dita,
questi piedi sul divano.
Il suono del rock and roll sullo sfondo,
la Ferrari rossa che ho in testa.
La donna che si sbatte qua e là
girando ubriaca per la cucina…
Mettici dentro tutto,
mettilo a frutto.
(Ray Carver)



giovedì 11 agosto 2016

Sistemare il passato


Spostando carte e raccoglitori, è saltato fuori all'improvviso. Fa sempre così, il ritaglio a tradimento. E mi ha ricordato un po' di cose.
Quella giornata in Sala Borsa, con vecchi eroi diventati amici che rivivevano emozioni incancellabili. Achille, Carletto, Gigi e tutti gli altri, e Frank arrivato a sorpresa dagli States.
Quel regalo che mi fece Giuliano Musi, il direttore. Perché volevo evitare che si parlasse troppo di una roba mia, ma avevano riaperto la Sala Borsa il giorno prima... "Macché solo un pezzo, questo oggi è un evento e ci facciamo una pagina. I'en c.. tù, Taròz..."
Quel racconto di Vincenzo Barreca, non il pezzo di un giornalista che parla bene di un collega, no, qualcosa di più. Dentro c'era l'aria buona di quegli anni, di quella redazione che ancora andava di corsa. Dentro l'articolo di uno che scriveva come piace a me. Uno che parlava poco, e per questo allo sport ci compensavamo, e mai comunque ci siamo lasciati andare a parlare a fondo di quella passione che ci spingeva avanti, che era la stessa per entrambi. A volte si lascia indietro qualche parola, succede.
Quell'avventura che è stata per molti motivi irripetibile, e per questo adesso ti fa tenere con cura pochi ritagli di giornale, perché sai che non ritornerà, e non ritorneranno.
Era il Domani, e invece è già domani.

sabato 6 agosto 2016

Non sanno che dentro sono un violino




E Stunèd

Me sin da burdèll
“sta zétt, ‘ci stunèd
t’a n e l’ urecia”
e lòu intènt i cantéva,
i cantéva tótt cumè calandri.
Adèss ch’ a m sò fat vècc,
ch’ u m m’arimpòrta
a chènt e a chènt
zò par la strèda.
“Sa chèntal che pataca ch’ u n sa fè?”
E i ne sa che drèinta a sò un viuléin.



Lo Stonato
Io sin da bambino
“sta zitto, sei stonato
non hai orecchio”
e loro cantavano
cantavano tutti come calandre.
Adesso che mi son fatto vecchio
che non m’importa
canto e canto
giù per la strada.
“Cosa canta quel pataca che non sa fare?”
E non sanno che dentro sono un violino.



Nino Pedretti






giovedì 14 luglio 2016

Bilanci


La gòmma
S’u i fòss ‘na gòmma de scanzlè, ‘na gòmma
da inciòstar, no da lapis, o se no
s’na machina da scréiv, bat xxx,
o par fè mèi, xyxy,
o
par fè mèi ancòura, mnmn,
ch’u s fa pòch mn, mo e’ scanzèla,
porca mansóla, ch’u n s capéss piò gnént,
o adiritéura, mèi di tótt, mo a n l’ò,
un computer u i vrébb, ch’e’ basta un tast,
e e’ sparéss tótt, senza un scanzlòt, tòtt biènch,
cmè ch’u n fòss suzèst gnènt,
perchè mè te mi mònd i sbai ch’ò fat.
La gomma
Se ci fosse una gomma da cancellare, una gomma
da inchiostro, no da lapis, o se no
con una macchina da scrivere battere xxx,
o, per far meglio, xyxy
o, per fare ancora meglio mnmn,
che si fa poco mn, ma cancella,
porca masòla, che non si capisce più niente,
o addirittura, meglio di tutto, ma non ce l’ho
un computer ci vorrebbe, che basta un tasto,
e sparisce tutto, senza un cancellotto, tutto bianco,
come non fosse successo niente.
Perché io, nella mia vita, gli sbagli che ho fatto
(Raffaello Baldini)

sabato 30 aprile 2016

A little bit of peace




Perché in fondo, tutto quello che vuole la gente è “just a little bit of piece and quiet”. Aspettando che le certezze si frantumino. Come sempre.

martedì 12 aprile 2016

Un cortile in Cirenaica

 

Era il 1971. Quarantacinque anni di tanto e niente, abbastanza per sbiadire attimi, volti, storie. La prima volta arrivai a quel cancello così stretto accompagnato da mia madre, poi presi il vento. Non ricordo se il 22 era già diventato 14, ma mi portava dritto dalla Meridiana a via Libia, tanto bastava. Poco dopo la cinta di via Rimesse saliva Fabio, e ci si sentiva subito più forti. Poi giù per la discesa della Veneta, fino a infilarsi in Cirenaica. Era un mondo altro, la Cirenaica, e ancora lo è. Come il muro, l’edificio, il cortile piccolo che sembrava immenso. Come quel cancello troppo stretto. Ci sono entrato quasi mezzo secolo dopo per scoprire che tutto è rimasto uguale. Sono cambiato soltanto io, con le mie nuove incertezze da spendere.

Chissà. Forse è stato un richiamo.

Via Musolesi, un lunedì di primavera, tramonto. Le vecchie Jacopo della Quercia.
 
 
 
 

mercoledì 30 marzo 2016

E non ce ne siamo neanche accorti



Io ti racconto lo squallore di una vita vissuta a ore,
di gente che non sa più far l'amore.
Ti dico la malinconia di vivere in periferia,
del tempo grigio che ci porta via.
Io ti racconto la mia vita, il mio passato, il mio presente,
anche se a te, lo so, non importa niente.
Io ti racconto settimane, fatte di angosce più che umane,
vita e tormenti di persone strane.
E di domeniche feroci passate ad ascoltar le voci,
di amici reclutati in pizzeria.
Io ti racconto tanta gente che vive e non capisce niente
alla ricerca di un po' d'allegria.

Io ti racconto il carnevale, la festa che finisce male,
le falsità di una città industriale.
Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano
un orizzonte sempre più lontano.
Io ti racconto la nevrosi di vivere con gli occhi chiusi,
alla ricerca di una compagnia.


Ti dico la disperazione di chi non trova l'occasione
per consumarsi un giorno da leone.
Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita
con quattro soldi stretti tra le dita.
Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria,
un po' di vino, un po' di religione.

Ma tu che ascolti una canzone, lo sai che cos'è una prigione?
Lo sai a che cosa serve una stazione?
Lo sai che cosa è una guerra? E quante ce ne sono in terra?
E a cosa può servire una chitarra?
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti,
e continuiamo a dire e così sia.
(Claudio Lolli)
 

sabato 19 marzo 2016

Giorni così



Sai, è solo che oggi me l'hanno fatto tornare in mente. Delle cose dette e non dette, del dover sempre partire e andare via. Di quel tanto o poco che resta. Del vuoto da riempire, che non basta un giorno di marzo. C'è il sole, però. Si poteva organizzare una zingarata. Stai mo bene, se mai c'è modo, da qualche parte.

giovedì 17 marzo 2016

Storie di San Patrizio - Il Carrowmena e quei palloni perduti nell'oceano





L’ultima partita, domenica scorsa, l’hanno persa 5-0. Ma non è questo, il problema. Sono le spese per i palloni, a preoccupare. Anche se ne vale la pena, perché un campo così, dicono orgogliosi, non ce l’ha nessuno al mondo. Lo hanno spianato un chilometro più in là del paese. Da Carrowmenagh prendi la strada stretta che finisce sulla spiaggia di Tremone, affacciata a nord sull’Atlantico. Derry è laggiù, a tre quarti d’ora di macchina. Ma qui sembra già un altro mondo. Qui è il Donegal, dove la gente ti incontra e ti saluta con un movimento secco della testa, che sembra una specie di scatto nervoso. Invece è fratellanza, condivisione. Carowmenagh, in celtico Ceathrú Meánach, faceva circa centrotrenta abitanti al censimento di un secolo fa. Poi hanno smesso di contarsi. Si incontrano alle feste di paese, in chiesa, in questo fazzoletto d’erba che chiamano stadio. E a occhio e croce fanno il conto di chi c’è e di chi è partito.

Mettere su una squadra, fatta di locali, è un’impresa. Ma vale la pena esserci. Provare le ripartenze mentre il sole tramonta sull’oceano è felicità pura. Uno spettacolo. Chiedeteglielo, se non ci credete, a quelli del Carrowmena Football Club. Colori sociali rosso e blu, tra l’altro. In campo nella Inishowen Football League, raccogliendo briciole di gloria e qualche rovescio, come succede nella vita.


 

Bene così, non fosse per i palloni. Perché ogni tanto, soprattutto quando i terzini spazzano via per liberare l’area, prendono quella parabola che supera il campo dove pascolano le pecore di Mc Gonagle, dovrebbero essere le sue, quelle con la chiazza blu, e si infilano dritti nell’acqua gelata. E non sarebbe neanche il freddo, ma è la corrente che li porta via senza lasciare il tempo di organizzare il recupero. Il mister lo dice sempre: bisognerà imparare a rinviare con metodo, perché ci sono gli avversari, d’accordo, ma c’è anche un budget da rispettare.
Domenica le hanno prese in casa dal Redcastle United. Cinque pere, e non c’era neanche il tramonto da ammirare. Quarta sconfitta di fila. Succede, e del resto ai primi di febbraio ne avevano rifilate sette, a zero, agli Aileach Youths. A volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te, direbbe il Drugo. Proprio come la vita. Qualche gol, qualche palla che finisce nell’oceano.
Quello che conta è che prima o poi tramonti il sole. Che qui è una cosa speciale.
 

martedì 8 marzo 2016

I nostri libri, il nostro vuoto




Quanto ci aveva fatto divertire, quel giorno, Darione Marchetti? E quante ne avevamo ancora, da pensare e da scrivere. Quando andasti via, feci molta più fatica a dividere il mondo tra persone normali e sandroni, perché tu c'avevi l'occhio più allenato...

Che poi, tanto, chissenefrega, ci saremmo incontrati lo stesso, a pensare libri e poi spararci in macchina a convincere editori che si lasciavano convincere. Sandroni anche noi...

E invece no, è andata che adesso restano solo quei libri. Restano almeno quei libri.

E' già un anno, accidenti. Ciao, Tatone.


venerdì 4 marzo 2016

Del perché amo quel vecchio piazzista di Phil Cooper



Non ha importanza se cerchi di vendere Gesù, o Buddha, o i diritti civili. O come arricchirsi nel settore immobiliare senza rischiare un soldo. Questo non fa di te un essere umano. Semmai fa di te un agente vendite. Se vuoi parlare con qualcuno sinceramente, da essere umano, chiedigli dei suoi figli, scopri quali sono i suoi sogni. Solo per saperlo, per nessun'altra ragione. Perché appena cerchi di prendere le redini di una conversazione, per pilotarla, non è più una conversazione. È un pistolotto. E tu non sei un essere umano, sei un venditore, un piazzista.
(Phil Cooper, The Big Kahuna)



lunedì 29 febbraio 2016

Se i poeti fossero meno stupidi




Se i poeti fossero meno stupidi,
se fossero meno pigri,
renderebbero tutti felici
per potersi occupare in pace
delle loro sofferenze letterarie.

Costruirebbero case gialle
con grandi giardini davanti
e alberi pieni di uccelli
di zufoletti e grandi gigli
di cinciatristi e capinere allegre
di pennacchi, sbafatori
e piccoli corvi rossi
che direbbero la buona ventura

Ci sarebbero grandi stagni
con luci all’interno
e duecento pesci,
dai crostacei al topo d’acqua,
dalla piccola moneta al “pepamule”
dall’aguglia al passero-scranno
dalla navicella all’asinello

Ci sarebbe aria nuova
profumata dell’odore delle foglie,
si mangerebbe a sensazione
e si lavorerebbe senza fretta,
a costruire scale
di forme mai viste
con legni venati di malva
lisci come lei sotto le dita

Ma i poeti sono molto stupidi.
Per cominciare, scrivono
invece di mettersi a lavorare
e ciò dà loro dei rimorsi
che conservano fino alla morte,
felici di aver così sofferto
Si compensano con delle preghiere
e li si dimentica in un giorno.

Ma se fossero meno pigri
verrebbero dimenticati in due.

(Boris Vian)


domenica 21 febbraio 2016

Signora Aquilone



C’era una donna, l’unica che ho avuto,
aveva i seni piccoli e il cuore muto,
nè in cielo nè in terra una casa possedeva,
sotto un albero verde dolcemente viveva.

Legato ai suoi fianchi con un filo d’argento,
un vecchio aquilone la portava nel vento
e lei lo seguiva senza fare domande
perchè il vento era amico e il cielo era grande.

Io le dissi ridendo “ma Signora Aquilone,
non le sembra un pò idiota questa sua occupazione?”.
Lei mi prese la mano e mi disse “chissà,
forse in fondo a quel filo c’è la mia libertà”.

E così me ne andai che ero un poco più saggio
con tre soldi di dubbio e due di coraggio
e incontrai un ubriacone travestito da santo
che ogni sera si ubriacava bevendo il proprio pianto.

 
E mi feci vicino e gli chiesi perdono
ma volevo sapere se il suo pianto era buono.
Lui mi disse “fratello, è antico come Dio,
ma è più dolce del vino perchè l'ho fatto io”.

E prima che le stelle diventassero lacrime
e prima che le lacrime diventassero stelle
ho scritto canzoni per tutti i dolori
e forse questa qui non è delle migliori, e forse
questa qui non è delle migliori.

(Francesco De Gregori)


sabato 20 febbraio 2016

Già detto




Distanze
tra il vero e il vuoto
tra frasi e cadute
di ritmo. Nulla
che possa veramente
spaventare
i nostri occhi
infrangibili.

Eppure
qualcosa si è spento
qualcuno si è venduto
- svanendo -
gli scatti, i rimbalzi
dell’anima. Sia,
facciamone pure
una questione di anni.
Che passano,
che addomesticano.



(taroz)



domenica 7 febbraio 2016

Libri



Libi

Nò quei ca vedo chì,
missi a paède, issà pe i muri,
ma quei fati de strade site e ciàe,
de òci, man, frescùe dré ae cane,
de fòge ‘nter libio d’ço del’aia

Libri

Non quelli che vedo qui, / messi a filari, alzati lungo i muri, / ma quelli fatti di strade silenziose e chiare, / di occhi, mani, frescure dietro le canne; / di foglie nel libro d’oro dell’aria.

Paolo Bertolani

 


martedì 2 febbraio 2016

Irlanda, graffiti



Sempre la stessa cosa, ripartire da Dublino. Addosso quella strana malinconia che mi prende quando l’aereo decolla e stacca le ruote dalla terra irlandese. Mai riuscito a spiegare, a spiegarmi. Mai come vorrei o avrei voluto. Succede da quella prima volta, diciotto anni fa, in cui esplorai “l’isola verde” battendola a tappeto, 4800 chilometri in tutto, il che significa anche passare e ripassare, zigzagare, perdersi e ritrovarsi, ascoltare i profumi, incantarsi ai colori.
Questa volta sono stati 2700, nemmeno pochi, sfiorando appena l’entroterra e costruendo il viaggio con l’oceano quasi sempre a vista. Perché è del mare che ho bisogno, sempre, e questo ormai mi è chiaro.

 
Eppure, anche stavolta è stata una scoperta. Di luoghi e memorie, di nomi e storie. Magari appena coperte da un velo sottile di polvere, quello che fa perdere di vista e mai veramente dimenticare.
Cose nuove: un passaggio veloce da Ballyshannon, dove la gente del Donegal ha dedicato una statua a quel figlio dal carattere schivo che non aveva l’animo da star, ma il talento sì. A Rory Gallagher, che con la musica creò e costruì più che con mille parole, e di mille politiche per riunire il suo popolo, incantando protestanti e cattolici di Belfast col suono della sua chitarra, in quello storico concerto del 1972. Nessun grande artista, allora, voleva suonare a Belfast. Rory la pensava diversamente: “La città è piena di bambini. Non vedo perché non dovrei suonare lì”.
 
Cose ritrovate: il viso beato e battuto di Brendan Behan, scrittore, combattente, commediografo, bevitore, oratore splendido, cuore generoso. «Un per­so­nag­gio tur­bo­lento ma deli­zioso, un uomo di spi­rito e d’azione, un bevi­tore incu­rante, un denun­zia­tore impa­vido di inganni e osten­ta­zioni: insomma, il pro­prie­ta­rio del cuore più grande che abbia bat­tuto in Irlanda negli ultimi quarant’anni», secondo Flann O’Brien, che lo conosceva così bene da ritrarlo perfettamente in poche righe. Uno capace di spiegare con ironia anche il dramma che lo avrebbe portato all’autodistruzione, ad appena quarantasette anni: «Bevo sol­tanto in due occa­sioni», diceva, «quando ho sete, e quando no».
 
Cose riviste. La tomba di Yeats a Drumcliff, ai piedi del Ben Bulben: “Getta un freddo sguardo sulla vita, sulla morte. Passa oltre, cavaliere…”. Il lembo estremo di terra a Crookhaven, dove molto prosaicamente ritrovo la zuppa di pesce più speciale del mondo, sarà perché speciale è questo posto. Il pub di Tom Crean, il South Pole Inn di Annascaul, e la sua immagine, bella faccia di uomo che ha vissuto la vita. E la sua storia di esploratore antartico, che fece senza malattie di protagonismo il bene di grandi e storiche missioni, come quelle di Scott e Shackleton, per poi ritirarsi nella sua terra. Penso alle storie di pionieri e avventura che dovevano uscire come un fiume in piena, davanti al camino, in quell’angolo sconosciuto del Kerry.
 
Scoperte e riscoperte. Inis Mòr, la più grande delle Aran, questa volta attraversata finalmente non da turista “mordi e fuggi”, pensata e riflettuta per quasi tre giorni, alloggiando – come dicevano i viandanti veri – alla guesthouse che guarda dritto sul porto, infilandosi nel vento e nella pioggia, trovando sempre rifugio alla fine di ogni cammino. Westport e il pub di Matt Molloy, sommo suonatore di flauto nei mitici Chieftains, anche stavolta in giro per concerti da qualche parte in Europa. Ma anche Westport del canale tagliato dal sole al tramonto, come non l’avevo mai vista, o forse semplicemente non mi ero mai fermata a pensarla così.
 
Ma prima. La prima volta a Belfast. Bobby Sand e gli altri ancora dipinti a colori vivi sui muri, nella parte ovest della città.
seo chugainn


lunedì 25 gennaio 2016

Si sente?



Per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono “Ti dà fastidio, il rumore dei treni?” ci vien da rispondere “Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?”. Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore.
E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.

Paolo Nori, “Manuale pratico di giornalismo disinformato”


Sessantacinque anni. Oggi



Pre, oggi, avrebbe sessantacinque anni.
Questa è una foto scattata il 19 aprile 1968, al Silke Field di Springfield, Oregon.
Steve Prefontaine aveva compiuto da poco diciassette anni.
Non c’erano ancora i baffi, ma lo sguardo sicuro che punta dritto l’obiettivo, quello sì.
Era un ragazzo della Marshfield High School pronto a prendere il volo.
Era un ragazzo di Coos Bay che amava “il lavoro ben fatto”, proprio come la gente di quella costa dell’Oregon dove lo sguardo si perde sull’oceano, e alle spalle hai i boschi che ti avvolgono.
Gente così. Pescatori, boscaioli. Tenaci, pratici, vite senza scorciatoie.
Lui correva. Ci metteva impegno, creatività, passione. Era avanti, era davanti a tutti.
Lui aveva il Dono e non voleva disperderlo.

E’ da qui, dai tempi di questa foto, che spiccò il suo volo.
Che fu breve, ma così intenso che la scia è ancora lì, si vede anche adesso.
Ti chiedi dove sarebbe potuto arrivare. Ma non ha senso.
Quella è stata la sua corsa.
E si è fatta leggenda.

lunedì 18 gennaio 2016

Fuori posto




Brucia all'inferno
questa parte di me che non si trova bene in nessun posto
mentre le altre persone trovano cose
da fare
nel tempo che hanno
posti dove andare
insieme
cose da
dirsi.

Io sto
bruciando all'inferno
da qualche parte nel nord del Messico.
Qui i fiori non crescono.

Non sono come
gli altri,
gli altri sono come
gli altri.

Si assomigliano tutti:
si riuniscono
si ritrovano
si accalcano
sono
allegri e soddisfatti
e io sto
bruciando all'inferno.

Il mio cuore ha mille anni.
Non sono come
gli altri.
Morirei nei loro prati da picnic
soffocato dalle loro bandiere
indebolito dalle loro canzoni
non amato dai loro soldati
trafitto dal loro umorismo
assassinato dalle loro preoccupazioni.

Non sono come
gli altri.
Io sto
bruciando all'inferno.

L'inferno di
me stesso.

(Charles Bukowski)


venerdì 15 gennaio 2016

Smarrimenti



E queste sono le Torri del Vajolet, come le ha viste Shangailady da sopra il rifugio Re Alberto, qualche mese fa. La montagna come piace a me. Che ti guarda dall’alto, solenne. Che la guardi e vorresti perdertici dentro. Camminare salendo, passo dopo passo, lasciando indietro il mondo di tutti i giorni.
Questo, o calli e vicoli di Venezia dove tirava tardi Corto, o le strade strette d’Irlanda che portano all’oceano, che più in là c’è solo acqua, e cielo, e voglia di avventura o di splendido nulla. Mullaghmore, o più giù Ballybunion, Crookhaven.
Comune denominatore, un freddo intorno che non gela l’anima e tiene vivi i pensieri. Anche se piove.
Smarrirsi, ritrovarsi. O chissà.

martedì 5 gennaio 2016

Approdi



Un porto da cui salpare
dove c'è gente
che sa guardare il mare
vedere un punto lontano
anche quando non c'è

Un porto che nessuna carta

- nautica oleata da parati -
dovrà mai segnare
un porto che non vuol farsi ricordare
per non sporcare
quella tua infinita
voglia di volare

Un porto dove torni semmai

quando hai voglia di sapere
che da qualche parte
c'è ancora gente
che sa aspettare.