lunedì 30 marzo 2009

Da leggere a mio figlio, un giorno


Lettera ai bambini
E' difficile fare le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini imparate
a fare le cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo.
liberare gli schiavi che si credono liberi.

(Gianni Rodari)


Pochi giorni fa, in una scuola elementare, domandai ai bambini quali erano i loro sogni per il futuro. Ha risposto subito Massimo: "diventare miliardario!". Sogno, condiviso dagli altri bambini, che ci fa riflettere. Oggi è difficile educare perché il nostro impegno di formare, a scuola, il cittadino che collabora, che antepone il bene comune a quello egoista, che rispetta e aiuta gli altri, è quotidianamente vanificato dai modelli proposti da chi possiede i mezzi per illudere che la felicità è nel denaro, nel potere, nell’emergere con tutti i mezzi, compresa la violenza. A questa forza perversa noi dobbiamo contrapporre l’educazione dei sentimenti: parlare di amore a chi crede nella violenza, parlare di pace preventiva a chi vuole la guerra. Dobbiamo imparare a fare le cose difficili, come disse Gianni Rodari in una delle sue ultime poesie: parlare al sordo, mostrare la rosa al cieco, liberare gli schiavi che si credono liberi."
(Mario Lodi)

martedì 24 marzo 2009

Sulla corda con Kurt

A due passi da Calderino abita una leggenda vivente. Si chiama Kurt Diemberger, è nato in Carinzia ma da più di vent’anni ha deciso di metter radici su queste colline che sono un semplice accenno di alta quota, niente a confronto delle cime che lui ha conosciuto e conquistato. Diemberger è uno dei grandi dell’alpinismo, ha alle spalle due "prime" assolute oltre quota 8000 (Broad Peak e Dhaulagiri), ha vissuto l'alta quota fianco a fianco con Hermann Buhl, il conquistatore solitario del Nanga Parbat che viveva l’alpinismo in anticipo sui tempi e sui contemporanei. Ha anche un’altra grande capacità, il mitico Kurt: queste sue storie uniche e irripetibili sa raccontrale come pochi, coinvolgendo chi le legge e facendolo sentire, quasi, parte dell’impresa.
"Danzare sulla corda" è l’ultima opera, in ordine di tempo, che Kurt Diemberger ha dato alle stampe. Chi non ha vissuto storie così intense, vola sulle ali dei ricordi del grande vecchio di Carinzia. L’ho conosciuto, di persona e per più di un semplice saluto, all’inizio del 2008, quando ho avuto l’occasione (l’onore) di presentare una serata a tema Nanga Parbat, in cui si parlava della montagna di oggi e di ieri. Allora l’ho raccontato così, cercando di tenere strette le emozioni più forti che quell’incontro mi ha regalato.



Diemberger, il mito delle vette
di Marco Tarozzi
L’immagine proiettata sul grande schermo della Sala Gialla di Isokinetic dà un'idea di quanto l'alpinismo d'alta quota abbia fatto proseliti. Scattata dall'anticima del Broad Peak, uno dei quattordici "Ottomila" himalaiani, in occasione della spedizione dell'estate scorsa, guidata dal bolognese Giuseppe Pompili, mostra uno sciame di alpinisti in salita verso la vetta. A Kurt Diemberger, seduto in prima fila in platea, scappa un sorriso. Quando, mezzo secolo fa, in quel punto arrivò lui, sotto si vedevano soltanto orme. Le sue. E quelle di Hermann Buhl, Fritz Wintersteller, Marcus Schmuck. I primi ad arrivare sulla "Cima Larga". Il 9 luglio 1957, domenica di Pentecoste. Leggenda vivente Se non lo conosci, Kurt Diemberger può disorientarti. Ha lo sguardo mite e la modestia nella voce, quando racconta i sogni andati e quelli che ancora lo ispirano. Invece è una leggenda. L'unico alpinista vivente a poter contare due prime ascensioni assolute oltre gli 8000: Broad Peak, appunto, in quel lontano 1957, Dhaulagiri tre anni dopo. A questi ha aggiunto altri quattro giganti della montagna: Everest, K2, Makalu, Gasherbrum. Cinquant'anni fa, con il grande Hermann Buhl, portò lo stile alpino nelle spedizioni himalaiane. In alto senza compromessi: pochi uomini scelti, niente portatori d'alta quota e niente ossigeno. Nel ‘78, tornato ad alta quota dopo aver attraversato il mondo con spedizioni "in orizzontale", conquistò tre ottomila nello spazio di quindici mesi. Nato a Villach, Carinzia, nel 1932, è diventato cittadino del mondo per trovare radici, da tempo, nella pace della nostra collina. Vive a due passi da Calderino, e da lì parte per affrontare, ancora oggi, nuove avventure, o semplicemente per raccontare questa sua fantastica vita a chi non ha perso la voglia di ascoltarlo. Come in questa sera d'inverno in cui lo sguardo si perde dietro a quella fila di minuscoli punti che salgono verso il sogno del Broad Peak, che lui conosce bene. Sa che questo è un omaggio a quella prima spedizione. Il popolo dell'alta quota non dimentica le ricorrenze, e festeggia i suoi miti. Erano tante le spedizioni sul Broad Peak, l'estate scorsa. Cinquant'anni dopo, rendevano omaggio a quei primi pionieri. L’epoca dei pionieri "Ma chi sale un Ottomila oggi è più sfortunato di noi. Tutto corre più veloce, una spedizione ha uno o due mesi di tempo per raggiungere il suo traguardo. Noi stavamo in giro anche cinque mesi in un anno. E poi c'è la questione dell'adattamento alla quota. Le spedizioni di oggi arrivano molto più vicine al campo base. Adesso si cammina per settanta chilometri, per arrivare al Circo Concordia. Noi ne facemmo duecento. A quel punto, eravamo pronti per l'impresa". Si parla di preparazione, alla serata di Isokinetic. Dietro alle imprese di oggi c'è molta scienza. Dietro a quelle di Buhl e Diemberger c'era soprattutto tenacia, volontà. "Per arrivare alla catena del Karakorum, nel '57, la tappa più lunga di avvicinamento la percorremmo in nave. Fino all'Asia. Immaginate che preparazione possiamo aver fatto in quei giorni? Noi andavamo sulle palestre alpine in bicicletta. Pedalavamo per arrivare vicino al rifugio, camminavamo fin sotto la parete, arrampicavamo. Andata e ritorno. Così ci si teneva allenati, per amore o per forza. Durante una spedizione himalayana dimagrivo anche di quindici o venti chili. Perfetto, mi dicevo al ritorno, ora che sono un figurino non ingrasso più. Poi ricadevo nei piaceri della tavola. Quello che avevo perso, lo riprendevo in poche settimane..." Quelle sedicimila cartoline "Cosa avvicina le nostre imprese a quelle di oggi? Dipende. Pompili e i suoi compagni hanno scelto la via dell'autonomia, con spedizioni a basso costo. Queste avventure hanno molti punti in comune con quelle di allora. E il problema degli sponsor era sentito ai miei tempi come oggi. Certo, se avevi Hermann Buhl in spedizione trovavi più attenzione, perché Hermann era davvero un mito, era il numero uno per tutti. Ma c'erano anche questioni etiche, allora. Per dire: non esisteva che ci si mettesse un giaccone pieno di scritte pubblicitarie. Anche se lo sponsor ti aveva finanziato, gli indumenti restavano immacolati. Cucire un logo su una manica era giudicato sconveniente... Così, per finanziare un progetto ci si inventava di tutto. La spedizione svizzera che nel ‘60 affrontò il Dhaulagiri ebbe una bella pensata: vendiamo cartoline postali a trenta fiorini l'una, e chi le ha acquistate se le vedrà spedire dal Nepal con le firme di tutti i componenti la spedizione. Per una settimana non facemmo altro che autografare cartoline: erano sedicimila...". Le amicizie più profonde Cinquant'anni dopo, l'amicizia con Hermann Buhl è ancora un ricordo coloratissimo. Un’emozione forte. "L'amicizia è fondamentale, per la riuscita di una spedizione. Hermann mi aveva voluto in Himalaya dopo la mia impresa sulla "grande meringa" della parete nord del Gran Zebrù. Avevo venticinque anni. Quando arrivammo, in quattro, al campo base, Hermann decise che sarei stato io il responsabile dell'equipaggiamento medico. Tu hai studiato, mi disse. Sì, gli risposi, ma economia e commercio. Ma Buhl aveva deciso che sarei stato il "medico in quota", e io feci il medico. Si poteva dire di no a uno come lui?". Legami profondi. E drammi personali. Diemberger è stato l'ultimo a vedere vivo il grande alpinista austriaco, scomparso sul Chogolisa pochi giorni dopo la conquista del Broad Peak, nel '57. E sul K2, nell'86, ha perso la compagna Julie Tullis. "Vai in montagna con un amico e dividi con lui le tue emozioni. Poi, un giorno, quell'amico non c'è più. Tu continui a salire ed è un modo per rendergli omaggio, per sentirlo vicino come prima. Io stesso ho rischiato la vita, e tanti mi chiedono come si fa, dopo, a riprendere la strada della vetta. Rispondo che se uno nasce marinaio non può mettersi a fare il contadino". Il mito ha la sua ricetta anche sulla corsa alla vetta, che a tutt’oggi ha portato tremila persone in cima all’Everest, la metà delle quali dal 2000 in avanti. "C’è affollamento, ma è giusto così, i tempi cambiano. E credo che se uno vuol fare qualcosa di unico, in montagna, può ancora farlo. Ogni cima si può raggiungere da tante vie..."

martedì 17 marzo 2009

La solitudine del maratoneta

Grazie a Minimum Fax, è tornata in libreria la raccolta di racconti "La solitudine del maratoneta" di Alan Sillitoe. Mezzo secolo dopo, ancora capace di picchiare duro sulla coscienza del lettore. Forse perché i tempi sono maturi per il ritorno. Abbandonate le false illusioni, fatti i conti con il lato oscuro di una globalizzazione irrazionale, immersi in una crisi non attesa, ci sembrano di nuovo così attuali le situazioni, gli ambienti, i vicoli ciechi in cui si infilano i personaggi del grande vecchio di Nottingham. I suoi scritti che alla fine degli anni Cinquanta lo inserirono di diritto tra gli "Angry Young Men" d’Inghilterra, nonostante lui si sia sempre smarcato. Quei nove racconti, diceva, "sono nati sotto un aranceto a Maiorca". Ed è la verità. Ma è altrettanto vero che Sillitoe è l’unico tra gli "arrabbiati" ad aver vissuto sulla propria pelle la vita degli slums, la realtà dei bassifondi e di periferie che si assomigliano tutte, quella di Nottingham e le altre, con il loro carico di disperazione, degrado, fatiscenza dei luoghi, assenza assoluta di prospettive.
Nove racconti che colpiscono, anche dopo cinquant’anni. Come la "Solitudine del maratoneta", quello che dà il titolo alla raccolta, il più lungo e uno dei più intensi, ambientato in un riformatorio dove Smith, il protagonista, trova nella corsa la propria libertà, la propria dignità. Lo lasciano uscire, molto presto di mattina, perché vogliono farne un campione, il maratoneta più forte di tutti gli istituti di pena giovanili. Vogliono redimerlo. Ma è una battaglia persa. Smith è il prodotto del mondo in cui è nato e cresciuto, ha una sua onestà di fondo e la gabbia del riformatorio lo ha evoluto nella sua personalissima guerra. Lui, lo sconfitto della società, contro la "gente perbene". Non ci sarà tregua. Ma c’è, nella corsa, l’impulso vitale che non fa perdere di vista l’anelito di libertà. Corro, dunque vivo. Ecco il messaggio. Non vincerò per il "nemico" che me lo impone, concedendomi di allenarmi tutti i giorni. Ho già vinto dentro.
Ma ora silenzio. Parla Sillitoe, che poteva essere davvero Smith, non fosse stato per la passione per lettura e scrittura.


"Appena finii al riformatorio mi misero a correre la maratona. Immagino pensassero che avevo proprio il fisico adatto perché ero lungo e magro per la mia età (e lo sono ancora) e in ogni caso non mi dispiaceva troppo, a dirvi la verità, perché nella nostra famiglia si era sempre corso molto, soprattutto per sfuggire alla polizia. Sono sempre stato un buon corridore, veloce e dotato di un’ampia falcata: l’unico guaio fu che, per quanto corressi, e vi garantisco che tenevo una buona andatura, anche se me lo dico da solo, la cosa non mi impedì di farmi prendere dai poliziotti dopo quel colpo al panificio…"



"… Questa è l’unica maniera in cui possono fermarci, me e qualche milione di amici miei. Perché ho riflettuto molto da quando sono arrivato qui. Possono spiarci tutto il giorno per vedere se ci tiriamo una sega e se lavoriamo bene o se ci esercitiamo con la nostra "atletica", ma non possono farci una radiografia delle budella per scoprire cosa stiamo dicendo dentro di noi. Mi sono rivolto domande di ogni genere, e ho riflettuto silla vita che ho fatto fino a oggi. E mi piace fare queste cose. Una pacchia. Serve a passare il tempo, e così il riformatorio non ti sembra brutto come dicevano i ragazzi della nostra strada. E questo spasso della maratona è il migliore di tutti, perché mi permette di pensare, tanto bene che imparo le cose anche meglio di quando sono a letto durante la notte. E a parte questo, con tutto questo ragionare mentre corro sto diventando uno dei migliori podisti del riformatorio".

giovedì 12 marzo 2009

Jack Kerouac, Lowell MA, March 12th, 1922

Semplicemente, il ricordo. Perché devo tanto a Ti-Jean, perché certe letture cambiano la vita e la indirizzano, perché ripenso a quella sua esistenza schiacciata dal troppo amore, a quella cristallina purezza, al trasporto sfibrante con cui affrontava la propria arte, al peso di una notorietà che aveva immaginato diversa.
Niente epica, però. Un uomo innamorato di vita, di persone, di storie. Avvolto nella sua tenerezza diventata, negli anni, solitudine e disperazione.

Grazie di tutto, Ti Jean


Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi, infiniti cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla West Coast, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna in mezzo a quell’immensità, e so che nello Iowa a quell’ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte usciranno le stelle, e non sapete che Dio è l’Orsa Maggiore?, e la stella della sera deve pur tramontare da qualche parte spargendo il suo fioco scintillìo sulla prateria, il che avviene proprio prima dell’arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiaggie, e nessuno, nessuno sa quel che accadrà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi, allora penso a Dean Moriarty, penso persino al vecchio Dean Moriarty, il padre che mai trovammo, penso a Dean Moriarty.

(Jack Kerouac, On the Road)


lunedì 9 marzo 2009

Caduta e rinascita del saltatore ebbro


Dovrei essere più tecnico, lo so. E naturalmente sono contento per i successi azzurri agli Euroindoor di Torino, in particolare per Elisa Cusma, per la sua tenacia premiata, per la sua storia che poteva diventare quella di tanti piccoli campioni dell’atletica, talenti sbocciati e smarriti. E invece lei ha saputo raddrizzarsi il destino, tornare dopo due anni e diventare ancora più forte. Una mezzofondista che odia gli 800 (parole sue) ma li interpreta ormai come poche altre al mondo.
Tanti spunti hanno dato questi Europei consumati nel salotto buono dell’Oval, ma non c’è niente da fare: nella testa ho lo sguardo sorridente e al tempo stesso raggomitolato in sé stesso di Ivan Ukhov. Il ragazzo che ha saltato più in alto di tutti, e che avrebbe potuto fare di più, ma ancora una volta ha preferito stupire. Entrato a quote minime, a 2.17, il russo ha rispettato ogni turno fino alle quote più alte. Ma nei salti di finale, quando ha visto che nessun altro aveva superato 2.32, ha rifatto alla rinfusa la borsa e ha detto basta. Dicono anche per volere del suo tecnico. Dicono che sia così schivo, coi media e con la gente, e così goffo nel muoversi quando non vola verso l’asticella, per insicurezza.
Di certo, questa medaglia ha spazzato via i resti di quella sera a Losanna. Meno di un anno fa, settembre 2008. C’è Bolt nei 200, c’è Powell nei 100, volano come razzi. Ivan nemmeno li vede. La sua donna lo ha appena lasciato, lui è in un agolo a prepararsi alla gara, in compagnia di una latta di Redbull e una bottiglia di vodka. Forse non è la prima a cui si attacca, quella sera. Il resto è finito su Youtube, e ci gira ancora: una preparazione sghemba, imbarazzante per chi gli sta attorno; una rincorsa goffa; un salto ridicolo, direttamente sul materasso senza nemmeno vedere l’asticella.

Eppure, anche quella sera c’era qualcosa di regale nel suo presentarsi su quella pista, in quel tempio dell’atletica, da ubriaco perso. E perso per questioni di cuore.
Ivan Ukhov adesso è tornato sul trono. Una settimana prima del titolo europero di Torino ha saltato 2.40. E’ un talento e non l’ha dimenticato. Ripensare a quella bottiglia svuotata a Losanna riporta quasi naturalmente alla memoria la figura nobile di Volodja Yashchenko, la sua storia dannata, la sua tragica fine. Da raccontare, magari domani. Adesso sarebbe ingiusto, crudele nei confronti di Ivan. Che ha ventitré anni e ha saputo raddrizzarsi la strada. Che è il campione d’Europa, alla faccia di quei parrucconi che a Losanna avevano storto il naso prevedendone la fine sportiva imminente.

venerdì 6 marzo 2009

Ecco perché

É perché vivo in una terra
di facce da niente
facce toste che non hanno
più vergogna
e ti vendono merda
cercando di convincerti
che è preziosa come oro
e ti chiedono sangue
aspettandosi un grazie
e dicono di averti salvato
mentre cercano di fotterti
e ti chiamano vivo
mentre ti ammazzano dentro

E organizzano serate benefiche
e maratone di solidarietà
stando ben attente
a scavalcare
i reietti che dormono
all'angolo sotto casa
perché è più facile
preoccuparsi del dolore
se il dolore è lontano

E hanno cuori freddi
e lana sullo stomaco
ma chiedono a un Signore
che non conoscono
di dar loro il pane quotidiano
e di quel Signore
si fanno scudo
per giustificare
per giustificarsi

Ma non c'è Dio, non c'è chiesa
non c'è religione che possa
rianimare le loro anime
morte nell'indifferenza
del mondo inutile
che hanno costruito