martedì 24 marzo 2009

Sulla corda con Kurt

A due passi da Calderino abita una leggenda vivente. Si chiama Kurt Diemberger, è nato in Carinzia ma da più di vent’anni ha deciso di metter radici su queste colline che sono un semplice accenno di alta quota, niente a confronto delle cime che lui ha conosciuto e conquistato. Diemberger è uno dei grandi dell’alpinismo, ha alle spalle due "prime" assolute oltre quota 8000 (Broad Peak e Dhaulagiri), ha vissuto l'alta quota fianco a fianco con Hermann Buhl, il conquistatore solitario del Nanga Parbat che viveva l’alpinismo in anticipo sui tempi e sui contemporanei. Ha anche un’altra grande capacità, il mitico Kurt: queste sue storie uniche e irripetibili sa raccontrale come pochi, coinvolgendo chi le legge e facendolo sentire, quasi, parte dell’impresa.
"Danzare sulla corda" è l’ultima opera, in ordine di tempo, che Kurt Diemberger ha dato alle stampe. Chi non ha vissuto storie così intense, vola sulle ali dei ricordi del grande vecchio di Carinzia. L’ho conosciuto, di persona e per più di un semplice saluto, all’inizio del 2008, quando ho avuto l’occasione (l’onore) di presentare una serata a tema Nanga Parbat, in cui si parlava della montagna di oggi e di ieri. Allora l’ho raccontato così, cercando di tenere strette le emozioni più forti che quell’incontro mi ha regalato.



Diemberger, il mito delle vette
di Marco Tarozzi
L’immagine proiettata sul grande schermo della Sala Gialla di Isokinetic dà un'idea di quanto l'alpinismo d'alta quota abbia fatto proseliti. Scattata dall'anticima del Broad Peak, uno dei quattordici "Ottomila" himalaiani, in occasione della spedizione dell'estate scorsa, guidata dal bolognese Giuseppe Pompili, mostra uno sciame di alpinisti in salita verso la vetta. A Kurt Diemberger, seduto in prima fila in platea, scappa un sorriso. Quando, mezzo secolo fa, in quel punto arrivò lui, sotto si vedevano soltanto orme. Le sue. E quelle di Hermann Buhl, Fritz Wintersteller, Marcus Schmuck. I primi ad arrivare sulla "Cima Larga". Il 9 luglio 1957, domenica di Pentecoste. Leggenda vivente Se non lo conosci, Kurt Diemberger può disorientarti. Ha lo sguardo mite e la modestia nella voce, quando racconta i sogni andati e quelli che ancora lo ispirano. Invece è una leggenda. L'unico alpinista vivente a poter contare due prime ascensioni assolute oltre gli 8000: Broad Peak, appunto, in quel lontano 1957, Dhaulagiri tre anni dopo. A questi ha aggiunto altri quattro giganti della montagna: Everest, K2, Makalu, Gasherbrum. Cinquant'anni fa, con il grande Hermann Buhl, portò lo stile alpino nelle spedizioni himalaiane. In alto senza compromessi: pochi uomini scelti, niente portatori d'alta quota e niente ossigeno. Nel ‘78, tornato ad alta quota dopo aver attraversato il mondo con spedizioni "in orizzontale", conquistò tre ottomila nello spazio di quindici mesi. Nato a Villach, Carinzia, nel 1932, è diventato cittadino del mondo per trovare radici, da tempo, nella pace della nostra collina. Vive a due passi da Calderino, e da lì parte per affrontare, ancora oggi, nuove avventure, o semplicemente per raccontare questa sua fantastica vita a chi non ha perso la voglia di ascoltarlo. Come in questa sera d'inverno in cui lo sguardo si perde dietro a quella fila di minuscoli punti che salgono verso il sogno del Broad Peak, che lui conosce bene. Sa che questo è un omaggio a quella prima spedizione. Il popolo dell'alta quota non dimentica le ricorrenze, e festeggia i suoi miti. Erano tante le spedizioni sul Broad Peak, l'estate scorsa. Cinquant'anni dopo, rendevano omaggio a quei primi pionieri. L’epoca dei pionieri "Ma chi sale un Ottomila oggi è più sfortunato di noi. Tutto corre più veloce, una spedizione ha uno o due mesi di tempo per raggiungere il suo traguardo. Noi stavamo in giro anche cinque mesi in un anno. E poi c'è la questione dell'adattamento alla quota. Le spedizioni di oggi arrivano molto più vicine al campo base. Adesso si cammina per settanta chilometri, per arrivare al Circo Concordia. Noi ne facemmo duecento. A quel punto, eravamo pronti per l'impresa". Si parla di preparazione, alla serata di Isokinetic. Dietro alle imprese di oggi c'è molta scienza. Dietro a quelle di Buhl e Diemberger c'era soprattutto tenacia, volontà. "Per arrivare alla catena del Karakorum, nel '57, la tappa più lunga di avvicinamento la percorremmo in nave. Fino all'Asia. Immaginate che preparazione possiamo aver fatto in quei giorni? Noi andavamo sulle palestre alpine in bicicletta. Pedalavamo per arrivare vicino al rifugio, camminavamo fin sotto la parete, arrampicavamo. Andata e ritorno. Così ci si teneva allenati, per amore o per forza. Durante una spedizione himalayana dimagrivo anche di quindici o venti chili. Perfetto, mi dicevo al ritorno, ora che sono un figurino non ingrasso più. Poi ricadevo nei piaceri della tavola. Quello che avevo perso, lo riprendevo in poche settimane..." Quelle sedicimila cartoline "Cosa avvicina le nostre imprese a quelle di oggi? Dipende. Pompili e i suoi compagni hanno scelto la via dell'autonomia, con spedizioni a basso costo. Queste avventure hanno molti punti in comune con quelle di allora. E il problema degli sponsor era sentito ai miei tempi come oggi. Certo, se avevi Hermann Buhl in spedizione trovavi più attenzione, perché Hermann era davvero un mito, era il numero uno per tutti. Ma c'erano anche questioni etiche, allora. Per dire: non esisteva che ci si mettesse un giaccone pieno di scritte pubblicitarie. Anche se lo sponsor ti aveva finanziato, gli indumenti restavano immacolati. Cucire un logo su una manica era giudicato sconveniente... Così, per finanziare un progetto ci si inventava di tutto. La spedizione svizzera che nel ‘60 affrontò il Dhaulagiri ebbe una bella pensata: vendiamo cartoline postali a trenta fiorini l'una, e chi le ha acquistate se le vedrà spedire dal Nepal con le firme di tutti i componenti la spedizione. Per una settimana non facemmo altro che autografare cartoline: erano sedicimila...". Le amicizie più profonde Cinquant'anni dopo, l'amicizia con Hermann Buhl è ancora un ricordo coloratissimo. Un’emozione forte. "L'amicizia è fondamentale, per la riuscita di una spedizione. Hermann mi aveva voluto in Himalaya dopo la mia impresa sulla "grande meringa" della parete nord del Gran Zebrù. Avevo venticinque anni. Quando arrivammo, in quattro, al campo base, Hermann decise che sarei stato io il responsabile dell'equipaggiamento medico. Tu hai studiato, mi disse. Sì, gli risposi, ma economia e commercio. Ma Buhl aveva deciso che sarei stato il "medico in quota", e io feci il medico. Si poteva dire di no a uno come lui?". Legami profondi. E drammi personali. Diemberger è stato l'ultimo a vedere vivo il grande alpinista austriaco, scomparso sul Chogolisa pochi giorni dopo la conquista del Broad Peak, nel '57. E sul K2, nell'86, ha perso la compagna Julie Tullis. "Vai in montagna con un amico e dividi con lui le tue emozioni. Poi, un giorno, quell'amico non c'è più. Tu continui a salire ed è un modo per rendergli omaggio, per sentirlo vicino come prima. Io stesso ho rischiato la vita, e tanti mi chiedono come si fa, dopo, a riprendere la strada della vetta. Rispondo che se uno nasce marinaio non può mettersi a fare il contadino". Il mito ha la sua ricetta anche sulla corsa alla vetta, che a tutt’oggi ha portato tremila persone in cima all’Everest, la metà delle quali dal 2000 in avanti. "C’è affollamento, ma è giusto così, i tempi cambiano. E credo che se uno vuol fare qualcosa di unico, in montagna, può ancora farlo. Ogni cima si può raggiungere da tante vie..."

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