mercoledì 21 marzo 2012

Buon viaggio, Poeta...




DMANDA

U n'è ch'a voi
fè di paragheun
ma quant che mè a so casch in biciclètta
a m sò fat mèl tal còsti
tal mèni e sòtta i pi.

La dmanda ch'a v faz la è quèsta
Chi sòia me?
Al mi feroidi al s'assarmèia
ma quèlli de Signòur?
Insòmma comè ch'a pos sfruté
ste dòun d'natura?
Pòsi fe di mirècal?
A pòsi vend dal madunòini in zòir?

Domanda
Non è che abbia voglia/ di fare paragoni/ ma quando son cascato in bicicletta/ mi sono rovinato le costole/nelle mani e anche sotto i piedi
La mia domanda è questa:/ chi sono io?/ Somigliano le mie ferite/ a quelle del Signore? / Insomma, come posso far fruttare/ questo dono di natura?/ Posso fare miracoli?/ Posso vendere in giro madonnine?


Tonino Guerra

Vuoti d'aria

Abbiamo avuto giorni
frasi
sorrisi
molto migliori di questi

Abbiamo avuto tempo
e pazienza
e voglia
(bisogno)
di capirci

E pensa, di tutto questo
ora ci restano
una chiassosa solitudine
e questa assurda paura
della solitudine

che ci fanno alzare la voce
ridere senza senso
ad ogni frase
anche alle più straniere
al nostro cuore

Che ci spezzano il ritmo,
l'entusiasmo.
Che ci riportano qui
(solita storia)
appoggiati
al solito davanzale
di silenzio

lunedì 12 marzo 2012

Grazie per la collaborazione...


Ora sarò (sembrerò) cattivo. Una collega mi dice: okay, stai fermo un turno, ma a chi non capita? Guardati intorno, tu che scrivi di sport: succede anche agli allenatori di calcio, pensa a quello che l’altra sera era in tribuna d’onore a vedere la partita. A piedi a metà stagione, e quanti lo hanno preceduto? Eppure era lì, a rimettersi in vetrina. Segue la serie dei non mollare, eccetera eccetera. Gentile, sincera. Grazie del pensiero, non era scontato.
Tutto vero, quello che dice. Ma sono storie diverse. Prendiamo pure l’allenatore di calcio. Quello da Serie A. Uno: se non è un fesso (lo conosco, non lo è) ha già messo qualcosa da parte per una serena vecchiaia. Due: nel suo mestiere le possibilità di tornare in pista sono cento volte tante rispetto al mio. Anche se ha più anni di me, s’intende.
Poi (tre) c’è la questione della lettera. Quella della società, quando ti mette da parte. Ma sì: “Ringraziamo il mister per il lavoro svolto….” Ipocrisia, dite? Ipocrisia, certo, della più elegante. Però una via di mezzo potrebbe esserci. Qualcosa di più sentito e anche meno impegnativo, guarda un po'. Perché c'è poco da fare: uno dopo anni passati a dare sangue per un progetto, una passione, una professione, dall’azienda a cui ha offerto una media di dieci ore al giorno del suo lavoro qualcosa si aspetterebbe. Che so, uno che ti incrocia in un corridoio e ti dice “oh, mi dispiace... ma hai lavorato bene…”. Uno che ci mette la faccia. Uno vivo, anche uno soltanto.
Invece niente. Un po’ di solidarietà, che costa zero. Qualche “mi piace” su facebook. Ma checcazzotipiace, queste sono ferite aperte. A me non piace per niente. E da qualcuno, poi, neppure quello. Zero parole.
Mica gente qualunque. Gente a cui bene o male sai di avere insegnato un mestiere, e che evidentemente adesso è troppo presa anche per dirti, se non un “grazie”, almeno un “crepa”.
Ecco sono stato (sono apparso) cattivo. Fine. Guardo avanti. E a quelli lì, quelli della carità pelosa, delle parole mancate o dell’indifferenza, ho poco da dire. Questo: io ho qualcosa che a molti di voi manca. Ho fatto tutti i mestieri, non ne ho rinnegato alcuno. Ho addosso quell’etica del “lavoro ben fatto” che a volte ho anche maledetto. Quella dei vecchi boscaioli dell’Oregon, chissà perché e come è arrivata fin qui… Quanto a voi, buon viaggio. E attenti al vento che gira. Constatazione, non ritorsione. La vita dà e prende. Preparatevi.