sabato 28 febbraio 2009

Rifugi

Faccio fatica, lo ammetto. Cerco rifugi. Cammino in mezzo a gente che mi spiega la vita, che mi spiega il mestiere, con cialtronesca semplicità. Sono stanco di Powerpoint, di ricerche di mercato, di consulenze esterne, di aree comunicazione che comunicano cazzate, di splendide cornici, di seguirà buffet, di eventi straordinari, di partecipazioni straordinarie, di interverrà l'assessore alle Delicate Incombenze, di noti cantautori, di bonomia petroniana, di candidati e convitati.
Scaletta delle news: crisi economica, pensionati che faticano a tirare a fine mese, moda italiana che non sente la crisi, famiglia disgraziata, attrice incapace che spiega perché sceglie solo film "di un cièrto spessooore", giustiziere della notte ripreso di spalle, moda italiana che adesso un po' la crisi la sente, sport e doping, sport e medaglie, sport e fanfare, sport e sdegno, bullismo, pupismo, servilismo.
Cerco rifugi. Leggo una poesia, per dire. Ne pubblicano ancora, udite udite.

Ecco, mi manca gente come Paolo Bertolani. Che scriveva nella sua lingua, muovendosi in quella striscia di terra che guarda il mare, lassù a Lerici.

En viro pe' sti boschi la nò gh'è
che sproposito da primavèa

e me ch'a son anca pu da me
adè ch'l'è séa

(In giro per questi boschi non c'è/ che lo sproposito della primavera/ e io che sono ancora più solo/ adesso che è sera)

Ne basterebbero poche, di parole...

giovedì 19 febbraio 2009

Ricordando Massimo


Massimo avrebbe 56 anni oggi. Mi manca, e mi domando come si troverebbe uno come lui, capace di guardare con distacco e ironia al suo stesso mondo, dentro questa realtà di Isole dei famosi e Grandi Fratelli, di format che viaggiano trasversali sulle nostre teste, livellando i pensieri. Come si smarcherebbe da questa vita plastificata che ci costruiscono addosso.
Massimo si è fermato a quarantuno. Nel ’94. Aveva terminato il giorno prima le riprese de "Il Postino", il film che aveva voluto a tutti i costi, affidandone la regia all’amico Michael Radford perché sapeva di non farcela più, da solo. Prima dell’inizio delle riprese, in America gli avevano detto che il suo cuore malandato avrebbe avuto bisogno di un nuovo intervento, e anche urgente. Ma quel film, quella storia erano qualcosa di speciale. Qualcosa che sentiva sottopelle. La sua vita, in quel momento.
Così, Massimo andò avanti. Arrivò fino in fondo, prima di addormentarsi. E se a volte ci chiediamo cosa sia l’amore, ecco, quello fu un gesto d’amore immenso. Per quella creatura che cresceva come lui l’aveva immaginata. Per il cinema, per l’arte. Per la vita, che se ne stava andando.
Massimo avrebbe 56 anni oggi, e non l’ho mai dimenticato.

"Io, per esempio, non pensavo di diventa’ attore. Perché sentivo tutte le interviste dei grossi attori, sentivo che tutti avevano fatto ‘a gavetta, e tenevano ‘a famiglia che li contrastava. "No, mio padre mi voleva avvocato", "Mio padre mi voleva dottore…". Allora io pensavo di non riuscire perché ‘e me mio padre nun se n’importava proprio. Io dicevo: "Voglio fa’ l’attore". "E fa’ l’attore". Ma come? L’attore... E’ un mestiere, papà. ‘E donne, ‘e ccose…". "E beato a te. Io aggio faticato trent’anni dint’e ferrovie". Allora, dico, papà, io non ci riesco accussì….
Massimo Troisi

sabato 14 febbraio 2009

Ciao e grazie, onorevole Giacomino


Sarà un centenario più povero e più vuoto, quello del Bologna. Il destino si è portato via, proprio a pochi mesi dall’appuntamento, l’ultima bandiera. Di questa società, dei suoi anni d’oro, di un calcio che non esiste più e di cui sentiamo la mancanza. Si è preso l’onorevole Giacomino, portandolo lassù dove deve pur esserci, da qualche parte, un campo in cui far giocare i campioni che hanno arricchito le nostre giovinezze e i nostri sogni. Giacomo Bulgarelli. Arrivò al Bologna da Portonovo di Medicina, un ragazzino dai modi gentili che studiava al San Luigi e avrebbe anche continuato gli studi avviati a Giurisprudenza, se il mondo del calcio non lo avesse rapito come sempre fa con i talenti purissimi.

Era magro, apparentemente gracile, ma tra i giovani rossoblù si faceva subito notare perché aveva una marcia in più. A diciott'anni frequentava già la prima squadra, e Alfredo Foni lo fece debuttare il 19 aprile del ‘59, non ancora diciannovenne. Nel ‘60 era nella Nazionale Olimpica di Viani e Rocco, quella che si giocò al sorteggio, perdendolo, il passaggio alla finale dopo il pari con la Jugoslavia, insieme ad altre giovani promesse che si chiamavano Rivera e Trapattoni.

Tornato a Bologna, incrociò la strada di Fulvio Bernardini e fu la consacrazione. Fu il Dottore a inventargli quel ruolo di mezzala trequartista che gli aprì gli orizzonti, e la strada per la Nazionale maggiore. Altro cambio di ruolo, in rossoblù, con l’arrivo di Haller: fantasista il tedesco, regista con compiti d'interdizione Giacomino, così in anticipo sulla sua epoca. Intorno a lui Bernardini costruì la squadra dei sogni, il Bologna che giocava come si gioca solo in Paradiso, e che in virtù di tutto quel talento andò a prendersi l’ultimo scudetto della sua gloriosa bacheca, nello spareggio contro l'Inter giocato con il dolore e la rabbia nel cuore appena dopo la morte del presidente Dall'Ara, il 7 giugno 1964 all'Olimpico.

Poi, fu semplicemente il Bulgaro. O l'onorevole Giacomino, come gridava nel suo megafono quell'allegrissimo mattocchio di Gino Villani dal suo solito posto, sotto la torre di Maratona. Giacomo, dal campo, rispondeva con un saluto timido e un sorriso aperto, e la partita iniziava ufficialmente lì.

Giacomo Bulgarelli, la bandiera. Oltre a quello scudetto, con i colori del suo Bologna ha vinto una Mitropa, una Coppa di Lega italo-inglese e due Coppe Italia. Poco, per un giocatore del suo carisma e del suo talento. Ma a lui è sempre andata bene così. Gli piaceva essere il simbolo del calcio nella sua città e nella squadra che amava. Avrebbe potuto cambiare aria. Lo cercarono in tanti, e più di una volta. La più clamorosa all'inizio degli anni Settanta, quando il presidente Venturi era ormai deciso a cederlo al Milan e solo il netto rifiuto di Mondino Fabbri e la rabbia montante della tifoseria scongiurarono l'operazione. Villani continuò a urlare quel saluto nel suo megafono, l'onorevole Giacomino continuò a scendere in campo accanto a nuovi idoli (Bellugi, Liguori, Savoldi) fino alla soglia dei trentacinque. Cambiò ancora ruolo, si inventò anche libero in pieno accordo col “Petisso” Pesaola. Chiuse il 4 maggio 1975 quella sua lunga vita in rossoblù. Dopo 486 partite e 58 reti (391 e 43 in campionato), una prova di forza e di fede, di attaccamento ai colori. Come non se ne vedono più.

Giacomo Bulgarelli e la Nazionale. Debuttò in azzurro ai Mondiali in Cile, nel ‘62, e contro la Svizzera fece subito doppietta per far capire chi era. Uscì per infortunio nella maledetta partita con la Corea ai Mondiali del '66, e dopo di lui fu il diluvio. Lo esclusero dal giro nel '69, neanche trentenne, perché aveva scelto di servire fedelmente il Bologna e il Bologna non aveva più le maniglie giuste nel palazzo del potere pallonaro. In tutto 29 presenze, poche per un campione di razza come lui, e sette gol azzurri.

L’onorevole Giacomino ha amato il Bologna fino all'ultimo. Lo ha anche traghettato, da dirigente, in momenti delicati. E poi si è dedicato alla televisione, impadronendosi subito dei meccanismi e dimostrandosi uno dei commentatori più preparati, più precisi, più autorevoli, più capaci di gestire e di gestirsi. Se ne è andato dopo aver lottato contro un male dannato, affrontato con la dignità di sempre. Oggi che ci manca immaginiamo che lassù si sia ritrovato con quel bel manipolo di bolognesi duri e puri che hanno amato i colori della loro città inseguendo un pallone. Che li hanno amati tanto da non staccarsene mai.Immaginiamo che sia lì, accanto a Anzlèin Schiavio, Amedeo Biavati dal passo doppio. Le bandiere ci hanno lasciati, noi non dimenticheremo mai il colore e il calore delle bandiere.
Marco Tarozzi
(l'Informazione-Il Domani, 14 febbraio 2009)

sabato 7 febbraio 2009

Zatopek. Semplicemente "Courir"



Ne avevo parlato lo scorso 23 novembre, otto anni e un giorno dopo il suo addio al mondo. "Canto per Zatopek", si chiamava quel post. L'amico Giorgio, rilanciando dopo aver letto la storia di Arpad Weisz, mi ha segnalato l'uscita molto prossima di un Adelphi dedicato a lui. A Emil Zatopek. E' già uscito in Francia, l'ha scritto Jean Echenoz e si chiama semplicemente "Courir". Correre. Pensare che Zatopek nemmeno ne aveva voglia, all'inizio. Lo tirarono per la giacca. Lo convinsero, quasi costrinsero. Poi, non smise più. Dentro quel libro, immagino, c'è molto altro. La storia di un eroe buttato giù dal piedistallo poco dopo l'addio alle corse.
La sua colpa fu il suo coraggio. La sua voglia di democrazia, di libertà. Non correva più, nel buio di una miniera. Resisteva. Uscì da quel buco nero, tornò monumento. Esempio per i giovani, non solo per chi vive di sport. Uomo vero, con una parola, un credo, una dignità.
Aspetto l'edizione italiana di questo libro. Come Giorgio. Come chi crede ancora che certi miti, certi giganti tranquilli, possano ancora insegnarci qualcosa.


Intanto, ho trovato questo articolo, scritto da Marco Ventura sul Corsera del 13 dicembre 2008. Titolo: Emil Zatopek, eroe oltre il regime.






Quando Berlino riapre lo stadio per i Giochi degli eserciti alleati, Hitler in tribuna è un fresco ricordo; brucia ancora il suo rifiuto di stringere la mano allo sprinter nero Jesse Owens. Ora sugli spalti c' è l' allenatore di Owens, Larry Snider, invitato d' onore. La Seconda guerra mondiale è finita. Negli spogliatoi, il soldato americano Joe ha un cartello in mano. Vede comporsi i gruppi di atleti delle diverse nazioni dietro i cartelli tenuti dai suoi commilitoni. Il suo cartello è per la Cecoslovacchia, ma non si presenta nessuno. In extremis compare un tipo sorridente, grandi denti, pantaloncini corti, felpa logora e stinta. «Ci sei solo tu? Solo uno?» chiede Joe. Emil annuisce. La fanfara intona la marcia. Joe ed Emil sfilano per l' ilarità degli ottantamila del pubblico, per lo più militari. Al termine della sfilata, Joe ha fretta di liberarsi del cartello mentre Emil si siede in tribuna e aspetta la sua corsa, i cinquemila metri. Poi si parte ed Emil è ancora solo, stavolta solo con la sua velocità: corre come ha imparato nei sentieri della sua Moravia, nel fango e nel vento, sfidando ogni volta il proprio limite, soffrendo. Dopo poco ha già doppiato tutti gli avversari. Il pubblico è di nuovo in piedi. Larry Snider non crede ai suoi occhi: non è normale, quel tipo fa tutto al contrario eppure stravince. Emil ha intanto passato il nastro d' arrivo e continua a correre inseguito dagli applausi e dai giornalisti. Quando giunge il momento della sfilata di chiusura, Joe è ancora lì, col suo cartello, ma non ha più la stessa faccia. La medaglia d' oro in petto, Emil si avvicina, Joe lo congratula, lo abbraccia, «solo uno», grida, «solo uno»; partono fieri, insieme, per il loro giro d' onore. Per due terzi del libro Jean Echenoz non scrive il cognome di Emil, addirittura lo chiama Émile, lo francesizza, perché Emil è come il soldato Joe, un tipo qualunque. Solo dopo le medaglie olimpiche, i record del mondo, lo scrittore francese si arrende, deve arrendersi. A pagina 93 finalmente Emil è «Zatopek». Ecco infine il suono della velocità, «tre sillabe mobili e meccaniche, impietoso walzer a tre tempi, rumore di galoppo». Ci vuole quel cognome, il suo suono, per completare la storia. Ma solo per completarla, perché per il resto basta Emil; basta la parola di cui Zatopek è sinonimo e con cui Echenoz titola il suo nuovo libro: Courir, «Correre», (uscito in Francia da Les Éditions de Minuit, verrà pubblicato in Italia da Adelphi). Emil corre e vince a modo suo. Per i grandi fondisti correre è volare o danzare, sfilare. Invece Emil scava il terreno; le sue gambe «mordono e masticano la pista con voracità». Avanza a scosse, pesante, torturato dallo sforzo, il viso una smorfia; «come avesse uno scorpione nelle scarpe». Agita la testa, le braccia vanno per conto loro, i gomiti si levano; ansima. Niente eleganza, niente stile: è «un motore eccezionale su cui ci si è dimenticati di montare la carrozzeria». Emil non ha tempo per lo stile. Si massacra di allenamenti; smentisce tecnici e medici. E vince, domina. Ha cominciato per caso, battendo i superatleti della Wermacht in un cross nella campagna di Brno. Continua ora che la dittatura non è più nazista ma comunista; ora che Emil ha il ritratto di Stalin in casa. Emil del resto non si sente straordinario. Una commissione medica riunita a Praga smentisce le voci di un corpo anomalo; «Emil è un uomo normale, è soltanto un buon comunista». A ogni ritorno trionfante in patria, Emil sale di grado militare; sullo sfondo, l' ennesimo processo politico ripulisce il Paese da traditori e spie, dai valletti dell' imperialismo, dai nemici del popolo e del socialismo. Il suo Paese è bloccato, lui corre. Emil ossigena i polmoni, i suoi concittadini soffocano di ideologia e paura. I permessi per l' estero sono centellinati; i compagni generali lo strumentalizzano, vegliano sulla stampa zelanti funzionari. Emil vince, continua a vincere; anche quando cela ormai la calvizie sotto un berretto di lana a pompon. Fa suo il record sull' ora, gli otto record del mondo in distanze superiori ai cinquemila. Alle Olimpiadi di Helsinki la sua maglietta rossa si stacca su stagni che luccicano al sole: è il tempo per la sfida più grande, la maratona. Emil stravince anche lì; quando entra primo nello stadio, centomila spettatori in piedi si stupiscono «non soltanto di ciò che vedono, ma anche del rumore che possono fare vedendolo». Inizia qui la parabola discendente. Quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Melbourne, è di nuovo la maratona a dire la verità. Emil cede al trentesimo chilometro, ma riesce a trascinarsi fino allo stadio; è sesto. Taglia il traguardo e cade in ginocchio, la testa sull' erba gialla; «resta così per lunghi minuti durante i quali piange e vomita ed è finita, tutto è finito». C' è voluto l' intero Echenoz per far correre ancora Emil la «locomotiva». Ci sono voluti i suoi romanzi, le versioni dall' Antico e Nuovo Testamento. Tanta scrittura fine, ricca, ha prodotto la necessaria sobrietà; si è asciugata, rare metafore, niente anni, tempi dei record, ha seguito solo l' essenza. Trovandola infine tra i rifiuti di Praga dove Emil, sostenitore della Primavera di Praga e perciò forzato nelle miniere di uranio, fa il netturbino. Il regime comunista vorrebbe umiliarlo, ma la gente lo riconosce; lo saluta dalle finestre, lo festeggia, lo acclama. È Emil uomo come tutti; ed è Emil il campione, l' eroe. È Emil Zatopek.

lunedì 2 febbraio 2009

L'inverno? Fa il suo mestiere

Vista anche questa. Due centimetri di neve e si rimanda una partita di Serie A. Ieri non si è giocata Bologna-Fiorentina, al Dall’Ara. Contemporaneamente, si giocava su quasi tutti i campi della provincia. In Serie D, in Eccellenza (problemi solo sul campo di Calderara), in Promozione (rinviata la partita di Medicina, giocate tutte le altre).
Al di là delle responsabilità, di cui si è parlato e scritto in queste ore, mentre la partita si gioca oggi, ventiquattr’ore dopo, davanti a un pubblico per forza di cose decimato, un pubblico "da lunedì", giorno feriale e dunque lavorativo, la storia della gara rinviata "per (poca) neve" fa pensare.


Da un mese ci stupiamo perché nevica, proprio come negli anni passati ci stupivamo perché la neve non scendeva dal cielo. La Protezione Civile lancia stati di allerta ogni volta che una perturbazione attraversa la nostra penisola. I metereologi da tubo catodico raccontano di "nevicate previste anche sulla pianura Padana, a quote basse" come se raccontassero di uno sbarco di alieni arrabbiati col mondo (il nostro). La notizia è allarme, sempre e comunque. Non nevica? Sarà il riscaldamento globale del pianeta. Nevica? Contrordine, magari i ghiacciai polari riprendono ad avanzare. Dicono che nel prossimo fine settimana arriverà lo scirocco, e porterà le temperature a livelli da primavera inoltrata. Oddio, la neve che si scioglie, il clima che si surriscalda, la Terra che non è più quella di una volta.
In mezzo a questa frenesia, a questi sbalzi di umore e di lune, ci dimentichiamo la questione più semplice. E’ inverno. Nevica. D’inverno succede.

C’è una splendida fotografia di Walter Breveglieri, artista-fotografo che ha raccontato la vita e i cambiamenti di Bologna per mezzo secolo, nello splendido libro a lui dedicato da Minerva Edizioni. Ci hanno fatto la copertina. Primi anni Cinquanta, un carbonaio spinge il suo carretto sotto un’abbondante nevicata in via Castiglione. Ma di "nevoni" ho ricordi anche più recenti. Ho ancora in mente un ritorno a casa da un concerto (se non sbaglio c’erano Vecchioni, l’Assemblea Musicale Teatrale e Piero Marras) dal Palasport (non ancora PalaDozza) a via Cellini, in San Vitale. A piedi perché la neve aveva inchiodato la città. E più indietro, avrò avuto sette, otto anni, la neve che cadde il giorno del mio onomastico e della Liberazione (viceversa, è meglio…) il 25 aprile.
Non sappiamo più capire la natura. Ci spaventiamo di tutto, e prima che sia il momento. Non abbiamo risposte. Ci aspettiamo che qualcuno risolva i nostri problemi, sempre e comunque. Vorremmo comode stagioni asettiche. Senza colori, odori, dissapori, malumori. L’idea di avere un contrattempo ci turba. Non sappiamo più aggiustarci la vita, mettendoci le mani.


Sorpresa. E' inverno e nevica.