venerdì 28 maggio 2010

Apologia dei (miei, nostri) vent'anni


La casa squinternata in via Manfredi. I capelli lunghi e il maglione largo di lana, con le trecce fatte a mano e la spilla peruviana. Le poesie di Majakovski e le visioni di Blake, ma anche Atticus Finch e tutto quel buio oltre la siepe, Ferlinghetti e naturalmente Jack. Jack.
E quella mattina che davanti a casa vidi uscire Gregory Corso, pensando a un abbaglio, alle troppe letture di generazione battuta e beata. E la casa del Matto all'angolo tra Mascarella e Irnerio, proprio lì dove finì di correre Francesco Lorusso.
E la corsa, la mia. Assoluta e totale, anche quattro ore al giorno al Baumann, anche di notte a tutta verso il centro con Davide, cavalli pazzi a respirare libertà. Assoluta e totale, ma chiudendo sempre il cancello appena dopo. Niente ripensamenti. Avanti, e altro da fare, da dire, da ascoltare.
Ora che gira così, con queste facce livide e arroganti intorno, con questa rabbia ottusa che vuole spiegarti il mondo, o un futuro già demolito, ora penso al "nostro" mondo che dovevamo colorare, alla impossibilità di restare fermi, alle idee che germogliavano e spesso (troppo spesso) marcivano in fretta, alla piazza bella piazza e alla libreria di Elio, al reading di Castelporziano in tenda e ai mantra di Ginsberg, ad Arlo Guthrie e Ritchie Heavens all'Antistadio, piccola Woodstock di chi non aveva potuto permettersi quella vera.
Ha ragione Beppe Ramina: "le relazioni fra individui vennero sostituite da individui senza relazioni”.
Quella era la storia, questo è il presente. Non abbiamo saputo colorare.