martedì 29 luglio 2008

Alvise, il campione che non andrà a Pechino

L’atleta del secolo non andrà a Pechino. Perché c’è una nuova barriera che lo sport diversamente abile non può superare. Quella del business. Alvise De Vidi, da Olmi San Biagio., è tetraplegico dagli anni dell’adolescenza, per colpa di un maledetto tuffo calcolato male. Non si è mai adagiato, grazie alla sua forza di volontà e a una famiglia semplicemente fantastica che gli è sempre rimasta accanto. Ha trovato nello sport la risposta a domande complicatissime. Ha vinto sedici medaglie in cinque Paralimpiadi. Sette d’oro. La prima a Seul ’88, nel nuoto (25 delfino). L’ultima entrando da trionfatore della maratona allo stadio Panathinaiko di Atene, proprio come Stefano Baldini, pochi giorni dopo di lui. Il Coni lo ha premiato come uno dei migliori azzurri del Novecento, nel 2000 la Gazzetta lo ha eletto atleta del Secolo dello sport per disabili. Alvise avrebbe voluto chiudere la carriera a Pechino, per difendere il suo oro in maratona. Non potrà farlo. Il Comitato Paralimpico Internazionale ha cancellato le gare di corsa per i tetraplegici più gravi (cat. T51). Pochi iscritti, poco spettacolo. "Un tetraplegico della mia categoria", dice il campione trevigiano, "non ha più possibilità di fare atletica a livello internazionale. Il movimento paralimpico sta tutelando lo spettacolo, un cambiamento iniziato dopo Sydney. Magari è più bello vedere Pistorius piuttosto che un atleta cerebroleso che fa un giro di pista in tre minuti, ma è giusto ci sia l' uno e l' altro".
Ho conosciuto Alvise De Vidi intervistandolo più di un anno fa per Runner’s World. E’ un personaggio unico, saprà superare anche questo vento contrario che, suo malgrado, lo spinge di nuovo indietro. La sua storia non parla solo di sport. E’ cultura sportiva, è memoria che non va gettata via. Se avete voglia di conoscerla, ve la ripropongo. Per me è stato uno di quegli incontri che davvero insegnano qualcosa.



I GUANTI DI ALVISE



di Marco Tarozzi
(da Runner’s World – marzo 2007)


Quei guanti. C’è una storia vera, lì dentro. C’è tutta la passione di Alvise. Le sue mille emozioni, la sua forza di volontà. E quella di una famiglia che insieme a lui ha ricostruito, ripartendo dal buio, dal vuoto, con amore e con rabbia. Riempiendo di colori un cielo grigio.
Quei guanti. Non saranno le poche righe di un regolamento che cambia a farglieli appendere al chiodo. Non a lui, non all’uomo che il Coni ha eletto a simbolo, non allo "sportivo del secolo". Non ad Alvise De Vidi, cinque paralimpiadi e tredici medaglie alle spalle, un futuro ancora pieno di sogni da spendere.
Quei guanti. Servono a spingere la carrozzina con cui questo campione che non finisce mai, quarantun’anni ad aprile, tetrraplegico da quando ne aveva diciassette per un tuffo maledetto, un banale errore di valutazione, ha saputo costruire la sua gloria. Senza mai voltarsi indietro, senza mai chiedere pietà o comprensione ma semplicemente rispetto. Quello che merita un uomo che non si sente diverso, né sminuito, e che coi fatti ha dimostrato di essere un fantastico atleta. Che ha aperto una strada, dando a chi si trova nella sua condizione non solo speranza, ma un’occasione concreta per uscire dalla diversità.


UN PATRIMONIO CULTURALE
Quei guanti. Parliamone, Alvise.
"Non esisteva un prodotto del genere, quando a metà degli anni Ottanta ho iniziato a praticare l’atletica. Per spingere la mia carrozzina, ho dovuto inventarmi qualcosa. Comprando guanti da portiere di calcio, adattandoli con pezzi di gomma applicati in un certo modo, perché proteggessero le mani e al tempo stesso mantenessero sensibilità. Ci hanno lavorato per ore mia mamma Maria Teresa e mia sorella Monia. Sì, in qualche modo è un’innovazione tecnica. E magari tra qualche anno, quando la mia disciplina sarà scomparsa, qualcuno li troverà e si farà domande del tipo "a cosa saranno mai serviti?". E quel giorno avremo fatto un passo indietro, non solo sportivo ma anche culturale".
E’ così cupo il futuro della vostra atletica?
"Io lo vedo nerissimo. Non siamo riusciti a organizzare la crescita sulle basi di quindici, vent’anni fa, quando il movimento era al massimo. La Paralimipiade di Barcellona ’92 è stata l’apice. Poi è iniziato il calo, e dopo Sidney è stato un tracollo".
Si sarà fatto un’idea delle ragioni di questo declino.
"Un po’ è il segno dei tempi che cambiano. Vent’anni fa, per un ragazzo nelle mie condizioni lo sport era una delle poche vie d’uscita da una situazione di disagio, di difficoltà. Oggi ci sono altre possibilità, per fortuna. E poi sono nate discipline sportive nuove, spesso più facili e divertenti. Penso all’handbike, soprattutto. Ci sali sopra ed è tutto molto immediato, fai meno fatica e ti diverti da subito. Meno traumi a mani e spalle, possibilità di fare salite più dure, di affrontare percorsi anche turistici. La carrozzina è un’altra storia, molto tecnica e difficile. Certo, anche nell’handbike ci sono atleti che si allenano duramente, ma la massa la sceglie perché offre le stesse prestazioni con meno sacrifici".
E’ solo questo, il problema?
"C’entrano anche i regolamenti. A mio parere, la strada che ha intrapreso l’International Paralympic Committee è insensata. Si lavora per lo spettacolo, non si creano le basi per la promozione, facendo opera di reclutamento. Ora hanno Pechino nel mirino, ma ragionano in chiave di business, di show. Ma una Paralimpiade è qualcosa più di un evento sportivo. E’ un fatto culturale, e non bisognerebbe dimenticarlo. Invece, si creano i presupposti perché buona parte delle discipline vengano escluse dal movimento, che ne esce ulteriormente impoverito".
Il paradosso è che lei, campione in carica di maratona, non potrà difendere il suo titolo.
"L’anno scorso i Mondiali sono saltati un mese prima. Al momento, nella lista delle gare di Pechino le mie prove non ci sono, e credo che tra giugno e luglio saranno ufficialmente escluse. Mi dispiace, certo, perché avrei voluto chiudere lì la mia carriera agonistica ad alto livello. Ho iniziato in Asia nell’88, sarebbe stato bello terminare in Asia vent’anni dopo. Ma non ne faccio un problema personale. Alla mia età, con quello che ho alle spalle, non avrei aggiunto né tolto niente alla mia carriera sportiva correndo a Pechino. Mi dispiace soprattutto per certi ragazzi che hanno iniziato da poco. Tedeschi, giapponesi, asiatici in generale. Ci sono nuovi movimenti, da quelle parti, e si vedranno chiudere in faccia i cancelli in nome dello spettacolo. Non è un problema di medaglie, vinte o da vincere. E’ che noi atleti, in questi anni, abbiamo fatto cose che per la disabilità equivalgono alla conquista dell’Everest. Dispiace vederle svanire in nome di regolamenti venduti allo spettacolo".


LA CONQUISTA DELLA LUNA
Nemmeno l’esempio di uno che è stato eletto "atleta del secolo" può cambiare lo stato delle cose?
"Tutto è molto più grande di me, il mio impegno conta il giusto. Ormai quelli come me sono dei mohicani, delle rarità. Che hanno fatto conquiste enormi, e per questo soffrono all’idea che vengano dimenticate. Ad Atene ho vinto l’oro in 2:48, un tempo che vale come il 2:10 di Baldini, per noi. Pensare che un C6, uno come me colpito da tetraplegia, possa arrivare a chiudere una maratona in 2:30 è incredibile. Vale come i primi passi dell’uomo sulla luna".
Però quel riconoscimento rimane, e nessun regolamento potrà mai cancellarlo.
"Eccolo lì, incorniciato e appeso in sala. Certo, è stato un momento particolare, di grande emozione. Finiva il secolo, il Coni voleva un simbolo della disabilità sportiva e in quel momento io ero il più in vista. Ma è un premio che ho condiviso e condividerò sempre con tanti, con un movimento che in questi anni ha fatto passi da gigante. C’è De Vidi, ma prima di lui c’era Pancalli, che ora il calcio ci ha portato via e non sa che tesoro si è messo in casa. E poi Fantato, Lambertucci, Durante che è di Treviso come me. Tanti altri. Gente che ha cambiato soprattutto il modo di vedere, da fuori, la disabilità. Dandole visibilità, riconoscimento da parte del cosiddetto mondo fuori. Oggi si parla delle nostre gesta come di eventi sportivi. La conquista più grande è stata quella di essere considerati atleti, non eroi. Gente che fa sacrifici per ottenere qualcosa. E se ci riesce si prende un applauso per la prestazione sportiva, non perché è bella, brava, eroica".
E’ il suo insegnamento. Una presa di coscienza maturata negli anni, macinando chilometri sull’asfalto di via Borgo Muro, la stradina dietro casa qui a Olmi San Biagio, nella campagna trevigiana.
"Io ho una disabilità alta, cervicale. Ma ho dimostrato che con sacrificio, allenamenti e qualche rinuncia si possono ottenere prestazioni importanti dal proprio fisico. Che i danni della tetraplegia possono essere limitati. Con un po’ di impegno la qualità della vita si può migliorare. Io sono allenato per le maratone, ma non faccio una maratona tutti i giorni. Quell’allenamento, però, mi serve a stare meglio 365 giorni all’anno. Mi muovo, esco di casa, guido la macchina. Le mie capacità fisiche sono migliorate, esattamente come quelle di una persona che fa attività motoria ogni giorno. Ecco, questo è il messaggio che conta di più. Anche più delle tredici medaglie che ho messo nel cassetto".


I GIORNI DELLA RINASCITA
Dall’alto di questi vent’anni di gloria e applausi, come rilegge l’inizio drammatico della sua avventura di campione dello sport?
"Ripenso a quei giorni terribili, subito dopo l’incidente. È stato un momento molto duro, difficilissimo, credo si possa immaginare. A diciassette anni non ti aspetti di dover finire su una carrozzina da un giorno all’altro, e di doverci restare per il resto della tua vita. Ma ripensandoci oggi credo di essere anche un uomo fortunato. Ho avuto una famiglia fantastica, da papà Giovanni che oggi non c’è più, e che mi ha instillato i valori dello sport, con la sua passione per il ciclismo. Ricordo ancora i miei ritorni dalle gare importanti. Arrivavo a Olmi e trovavo un paese in festa, con la musica e gli striscioni ad accogliermi. Tutto organizzato da lui. Conservo ancora quegli striscioni in garage. E poi mamma Maria Teresa, i miei fratelli Vittoriano e Monia. Ci sono stati sempre, e non è stato facile, soprattutto all’inizio. Entravamo tutti insieme in un mondo sconosciuto. C’erano anche problemi pratici, dovevo spostarmi per gli allenamenti. E lo stimolo psicologico che ho ricevuto dai miei è stato un regalo immenso".
È incredibile, e bellissimo, sentirle pronunciare quella parola. Fortuna.
"Il fatto è che la penso esattamente così. Sono stato fortunato ad avere intorno queste persone, ho incontrato gente in gamba lungo il cammino. E questi vent’anni, queste cinque paralimpiadi, sono volate via. C’è di mezzo la passione, che fa correre il tempo quando le cose ti piacciono. Ma ogni tanto mi fermo a pensare che cosa avrei fatto se non avessi avuto lo sport. Ed ecco la fortuna, appunto. Quella di trovare una società, l’Aspea di Padova, organizzata per affrontare il discorso degli sport nella disabilità. Negli anni Ottanta non era così matematico: A Treviso, allora, non c’era assolutamente nulla. Oggi non c’è ancora l’atletica, ma è nata una società di basket che partecipa al campionato di A1. E anche questo mi riempie d’orgoglio: è bello pensare che in qualche modo abbiamo creato i presupposti perché qualcun altro ci provasse. Sensibilizzando le istituzioni, creando l’humus per la nascita di nuovi gruppi, nuove società".
Ne avrà viste di barriere infrante, dagli anni Ottanta ad oggi.
"Qualche episodio di discriminazione lo noto ancora, ma sono rarissimi. Capita in certi settori, di vita e di sport, dove non c’è l’abitudine a rapportarsi con la disabilità. Nell’atletica è un fenomeno praticamente inesistente. Anzi, ci sono organizzatori che mi chiamano per propormi di mettere in piedi iniziative, portare la nostra realtà in mezzo alle loro manifestazioni. Il problema, semmai, è che adesso non è quasi più possibile per mancanza di atleti. Una volta alla partenza di una maratona eravamo in una cinquantina, ora siamo in sei o sette. Poche facce, sempre le stesse. Ed è un problema che riguarda tutta l’Europa. L’atletica, la nostra atletica, è in crisi. Funzionano altre discipline. Il basket, o appunto l’handbike".
Non l’ha mai tentata, la strada dell’handbike?
"Mai neanche provata. Ma ho fatto esperimenti con altre discipline. Il tennistavolo, per dire, mi affascina. È molto meno faticoso dell’atletica, ovviamente. Ma anche tecnicamente molto più difficile. Ho provato anche il tiro con l’arco, la vela. Ma non smetterò mai di fare maratone. Pechino o no, la passione non può spegnersi".


MARATONA E LIBERTA’
Ci srotoli davanti la lista delle maratone del cuore. Le preferite di Alvise De Vidi.
"Ho corso in tutto il mondo. Io ho due passioni vere, lo sport e i viaggi, e ho potuto metterle insieme e farle convivere. Ho gareggiato a New York, a Honolulu, a Los Angeles e Boston, a Berlino. Quella di Honolulu è una gara particolare, forse quella che amo di più. A New York ho gareggiato nel 2001, e naturalmente è stato qualcosa di speciale. Era passato poco più di un mese dall’attentato alle torri gemelle, la città intera forse è ripartita quel giorno. C’era questa atmosfera di gratitudine diffusa, la gente ti mostrava cartelli con scritto "Thank you to be here", grazie di esserci. Bellissimo".
Niente barriere, niente frontiere. La sua maratona è soprattutto libertà.
"Subito dopo l’incidente, stavo male anche solo all’idea di dover andare a letto da solo, di sera. Adesso vado in giro per il mondo e non mi importa nemmeno di sapere che letto troverò. Anche questa è libertà".
Quella che insegna ai ragazzi delle scuole, quando la chiamano a testimoniare il suo percorso di vita.
"Sì, anche se perché tutto questo non vada perduto bisognerebbe andare soprattutto nei centri dove tanti giovani, purtroppo, sono in queste condizioni. Io ho un messaggio molto semplice da trasmettere. Dico: ragazzi, purtroppo se capita l’incidente nessuno può più farci tornare indietro, ma sappiate che se vi impegnate nello sport potete cambiarvi il destino, essere artefici della vostra vita. Così, non sarà il vostro problema a segnarvi il futuro, ma sarete voi a costruirvelo".

giovedì 24 luglio 2008

Il secolo di Dorando



"Io non sono il vincitore della maratona. Invece, come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto ed ha perso la vittoria"



Poco altro da aggiungere a una storia che è entrata nell'immaginario collettivo. Se non che davanti a quelle ottantamila persone Dorando, il garzone di pasticceria che aveva osato sfidare Pericle Pagliani qualche anno prima nella piazza di Carpi, aprì i cancelli della leggenda. E le si consegnò.
Se non che quel giorno, 24 luglio 1908, trascinandosi, cadendo, rialzandosi, Dorando Pietri cambiò le regole della corsa di lunga lena italiana, facendola brillare agli occhi del mondo.
Quello che fece dopo quella vittoria-non vittoria fu altrettanto epico. Le maratone al chiuso del Madison Square Garden e di altri palazzi d'America, vere imprese atletiche dipinte con i colori del circo, che incantavano le folle e che accelerarono il declino del suo cuore provato dagli sforzi.
Dorando, e poi Gelindo, giusto ottant'anni dopo. Maratoneti col gerundio. Dorando, Gelindo. Correndo.
E ancora Stefano, famiglia numerosa e di terra come la sua, così vicina alla sua, quasi un secolo dopo.
Pietri, Bordin, Baldini. 1908, 1988, 2004. Tre ori olimpici, meno uno. Quello che Dorando dovette restituire per la pietà di uno speaker e un giudice di gara che lo sollevarono appena verso il targuardo. Avendone in cambio una coppa d'oro dalla regina d'Inghilterra.
Oggi sono cent'anni da quella leggendaria corsa, da quell'entrata barcollante allo stadio di White City, da quell'epilogo drammatico.Oggi Carpi festeggia il suo figlio corridore, con una mostra di foto e documenti preziosi per la memoria e dedicandolgi, finalmente, un monumento tutto suo.
C'è anche un sito per il Centenario, http://www.dorandopietri.it/, e lì c'è tutto, storia e presente, emozioni e dettagli.
Oggi sono cent'anni giusti che Dorando vinse, perdendo, la sua sfida con la storia.

lunedì 21 luglio 2008

L'eredità di Giovannino


Molti dei cappotti russi distribuiti ai meno abbienti hanno una piccola toppa sul petto o sulla schiena. Una piccola toppa rotonda che chiude il buco attraverso il quale entrò una pallottola e uscì un’anima. Il mio cappotto ha una piccola toppa proprio in corrispondenza del cuore. Ed è ben cucita e di passo spesso, ma – dal forellino che copre – entra un sottile soffio d’aria gelida anche quando non c’è il vento e il sole è tiepido. E il cuore duole, trafitto da quello spillone di ghiaccio.
Diario Clandestino


Quei libri sono ancora tutti lì. Quelli grandi della Rizzoli, con la sovracopertina plasticata e i disegni colorati del Mondo Piccolo. Erano di mio padre, a fine anni Sessanta furono tra le mie prime letture. Dopo, alle medie, arrivò l’infatuazione per John Steinbeck e i suoi emarginati dell’America più polverosa, più ancora che per Hemingway. E per Cesare Pavese, e Gadda, e Pasolini (così lontano, così vicino…). E al liceo Kerouac, maestro di vedute e memoria, e Ferlinghetti, Corso che venne a Bologna a dormire di fronte alla mia tana (via Manfredi) e le lucide follie di Dino Campana e Emanuel Carnevali, Boris Vian e Dylan Thomas e James Joyce. Ancora, strada facendo. John Fante, Thom Jones ("Voglio vivere", così perfetto), Joe Lansdale, Cormac McCarthy. Tutto Simenon, d’accordo. E gli irlandesi, da Brendan Behan a William Trevor. Elenco incompleto, tutt’altro che organizzato.
Cresco, diciamo pure invecchio. E quei libri sono ancora tutti lì. Quando pà li portò con sé, avevo già comunque tutte le edizioni Bur con le storie del prete e del sindaco della Bassa, ma anche le cronache del diario clandestino, e il destino che si chiama Clotilde, e le storie di vita in famiglia. Quando pà ha voluto che li tenessi di nuovo, poco tempo fa, li ho messi tutti vicini: prime edizioni ed economici, in fila indiana.
Sono un mondo (piccolo?) che mi ricorda molte cose. Tempi mai vissuti ma più vicini, sentimentalmente, ai miei. Mio padre che arrivava sempre tardi la sera, mia madre che aspettava insieme a me. Una casa a Cervia dove andavo da piccolo, così piccolo da non capire che in quella lì accanto viveva uno scrittore-giornalista che aveva lasciato un segno tanto indelebile che tutti quelli (tanti) che avevano provato a cancellarlo non c’erano riusciti. Le sue parole, in un racconto, che ricordano una mamma vociante che ovviamente, in quel vicolo nascosto di mare, anch’io sentivo vociare. Una targa che è splendido ricordo, perché per tirare fuori qualche racconto dal cassetto ci voleva un "Premio Guareschi", nient’altro, e quando mi dissero che toccava a me fu un’emozione. Le immagini ancora nitide nella memoria della consegna del premio, con mio padre molto contenuto, come sempre, molto srammatizzante, come sempre, ma anche molto orgoglioso. Qualche carteggio con Albertino e Carlotta, che in quei giorni uscirono dalla carta dei libri per rivelarsi persone vere, di profondi sentimenti. Un amico con cui condividere la passione, in un mestiere dove avere amici veri sembrerebbe impossibile.

Quei libri sono ancora tutti lì. In fila. E dentro c’è un uomo che ogni giorno che passa viene riconosciuto un po’ di più nella sua grandezza. Al di là delle ideologie che incasellano, che appiccicano etichette, che sminuiscono perché quasi sempre fanno dimenticare i valori assoluti. Superato lo scoglio, si vede tutto con sguardo più sereno. Così, lui ora probabilmente sorride, da lassù, di quelli che l’avevano dimenticato in fretta.
Giovannino Guareschi nacque esattamente cent’anni fa. Domani saranno quarant’anni che se ne è andato. Ancora muove la nostalgia e il ricordo di tanti, che parlandone e pensandolo lo rendono immortale.
Ricordandolo, ricordo mio padre, mia madre, la mia infanzia, le mie prime curiosità. Lo ringrazio per questo regalo.

sabato 19 luglio 2008

Parole nel vento


Il suo idolo era (è) Marco Pantani. Allora ascolti ancora una volta la voce del Pirata, Riccardo Riccò, e vada a rileggersi il suo testamento spirituale. L'ultima lettera. Le parole di un uomo che ha pagato davvero, fin troppo. Con la vita, perché la vita ormai gli si era stretta intorno. Prima di andarsene, Marco ha lasciato un messaggio in eredità a quei "ragazzi" che quando era il numero uno pendevano dalle sue labbra. Quelli che lui ha difeso con generosità, esponendosi in prima persona. Quelli che vivevano e vivono in gruppo, mentre lui cercava sempre di uscirne nel bene e nel male, nella corsa e nella vita. Quelli che dopo, a quanto pare, non lo hanno più ascoltato. Perdendo una grande occasione.

"Ma andate a vedere cos’è un ciclista, e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo che si infrangono con le droghe … E non sono un falso. Mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare.
Ciao, Marco"

giovedì 17 luglio 2008

Ciao Joe... ciao Joe...

Magari è facile dirlo adesso, ma questo Joe Tacopina era proprio uno stereotipo di americano. Parlava largo, smanazzava pacche sulle spalle, faceva l'amicone. Poche ore dopo la sua proposta di acquisto del Bologna (sua e dei suoi partners più o meno usciti allo scoperto), parecchi già nutrivano dubbi. Cazzola forse no, ma è un fatto che aspettando il ritorno di questo signore dagli States anche lui si è affrettato a ricucire lo strappo con Menarini. Tanto per avere una rete pronta ad accogliere qualche acrobazia mal riuscita. Adesso che l'America è uno strano sogno svanito, mi viene in mente il testo di una vecchia canzone del mitico Fred Buscaglione (prima o poi ne parliamo), "Ciao Joe". Il lato B di "Che Notte".
Quando dice, nel finale: "Ehi, Joe, te lo dico adesso/perché accà nisciuno è fesso..."
Saluto Joe Tacopina e la sua confraternita con le parole che mi sono uscite ieri, sul giornale per cui lavoro:





Si era presentato in maniera molto informale, Joe Tacopina. Fin troppo, a pensarci adesso. Faccia da vecchio amico ritrovato, slang cantilenato da yankee in vacanza, pacche sulle spalle distribuite con democratica bonomia. E la promessa di stabilirsi in città, con tutta la famiglia, perché "I love Bologna". That’s amore, ci mancherebbe.
Stereotipi. L’avvocato Tacopina era la punta visibile di un iceberg che si è sciolto più in fretta del Perito Moreno. La Tag Partners doveva portare una dote di diciotto milioni per prendere le chiavi del Bologna dalle mani di Alfredo Cazzola. Ne ha lasciati due sul tavolo, per il disturbo. Bastano per pagarci mezzo Bernacci, ma evidentemente non per smaltire l’arrabbiatura. Seguiranno, ha infatti annunciato Cazzola, strascichi legali.
Resta da capire per quale motivo un gruppo di imprenditori, tra i quali un avvocato che già aveva recitato la parte dell’intermediario nell’assalto americano alla Roma (giocato su cifre ben diverse) decida di gettare al vento una "caparra" così impegnativa dopo aver pubblicamente cantato tutto il suo amore per il Bologna e per questa avventura nel calcio italiano. Cosa non ha funzionato? Chi si è tirato indietro, e perché? Quale business avevano intravisto gli americani dentro e intorno all’affare-Bologna, e perché a un certo punto la vista gli si è annebbiata?
Da questa parte dell’oceano non l’hanno presa bene, e ci mancherebbe. I sospetti, a dire il vero, passeggiavano sotto i portici da parecchio. Almeno da quando un uomo tranquillo come Renzo Menarini aveva reso pubbliche le sue preoccupazioni, di fatto uscendo dalla società che insieme a Cazzola aveva riportato nel Paradiso del pallone. Ma si sa, questa è una città di sussurri e grida, sportivamente parlando, e non sapendo esattamente quali fossero i termini della questione, da fuori si è preferito aspettare il fatidico giorno della verità, per capire se questi "mericani" fossero gente davvero convinta o vecchie conoscenze di Nando Moriconi. Alfredo Cazzola li ha seguiti finché ha potuto: si doveva chiudere il primo luglio, lui ha atteso fino a metà mese e ora, davanti a un’altra richiesta di tempo, ha detto basta. Meglio così: anche lui si è fidato, probabilmente oltre il dovuto, ma negli ultimi tempi aveva allestito la rete per attutire l’eventuale tonfo, riallacciando il discorso interrotto con Menarini. E ieri, in una giornata che per lui non deve essere stata felicissima, ha scelto comunque di metterci la faccia.
Tant’è: si volta pagina e si riparte da dove si era rimasti. Più o meno, il giorno della promozione, con Cazzola e Menarini in mezzo al Dall’Ara ad abbracciarsi per la Serie A ritrovata. Tra di loro qualcosa è cambiato, non è esattamente come se nulla fosse accaduto. Ma si mostrano decisi a riprendersi il Bologna e ad affrontare l’avventura. La campagna acquisti non è rimasta inchiodata nell’attesa dell’amico americano, per fortuna. Cazzola, proprio ieri, ha annunciato altri tre rinforzi. Più di diecimila abbonati hanno già testimoniato la loro fede. La loro America sperano di trovarla al Dall’Ara. Senza volare troppo lontano.


mercoledì 16 luglio 2008

Viola Giuseppe, detto Beppe


Resto sul pezzo. E torno sull’argomento Viola Giuseppe, per gli amici Beppe. Perché da ventisei lunghi anni mi mancano la sua classe, la sua creatività, la sua ironia. La sua dannata voglia di scrivere, ufficialmente perché "el mesté l’è el mesté", in realtà perché la passione non la imbrigli, il talento nemmeno. Uno che comunque "el mesté" sa insegnarlo ancora oggi, a chi ha voglia di fermarsi a rileggere i suoi colpi di genio.
Adesso vi faccio l’esempio…

Era uno che per sembrare un genio avrebbe dovuto essere completamente diverso

"Secondo Lei Amintore Fanfani nello schieramento Dc sta a destra o a sinistra?". "Dipende dai giorni" (risposta data alla commissione presieduta da Enzo Biagi all'Esame di Stato per diventare giornalista)

Lui era uno che in fatto di amore per gli animali batteva Noè 6-0 6-0

Rompersi una gamba col volley è come avere un infarto a Disneyland

Il pugile: "Come vado?". L'allenatore: "Se l'ammazzi fai pari"

Sarei disposto ad avere 37 e 2 per tutta la vita in cambio della seconda palla del servizio di McEnroe

Il Pepe con la sua chitarra sapeva far piangere chiunque senza bisogno di rompergliela sul braccio

Quelli che quando perde il Milan dicono che in fondo e' una partita di calcio e poi vanno a casa e picchiano i figli.

Partita noiosa, nella quale i tiri in porta si sono contati sulle dita di una mano. Di un monco
La carenza di calcio provoca dei fenomeni curiosi, tipo richiamo verso la lettura, la meditazione, incupimento del tono psichico generale, alcolismo, gioco del tennis, aeromodellismo.

Ci ho via una gamba da quando ho fermato il tram in viale Porpora. Il pallone però l'ho salvato anche se adesso non mi serve. Potrei giocare in porta, ma nessuno mi dà fiducia. Dicono che se ogni volta che devo prendere il pallone mi salta una gamba, non vale la pena.

E poi, certo, il lungo splendido elenco di Quelli che…

lunedì 14 luglio 2008

Se riaprisse l'Ufficio Facce


Ripensandoci, è una delle tante eredità che mi ha lasciato mio padre. Giravano per casa certi long-playing che mi hanno acceso la curiosità per i maestri di un cabaret che valeva mille Zelig. Gli emarginati di Jannacci, la storia d'Italia rivisitata dai Gufi. Molta Milano, devo dire. Una Milano che non esiste più, che affrontava negli anni del "boom" la prima, vera integrazione sociale tutta italiana. Non ancora "Milano da bere". Piuttosto da vivere: quella delle latterie-trattorie coi tavolini di plastica, degli artisti di Brera, amata-odiata da Luciano Bianciardi.
E infatti si conoscevano tutti: Bianciardi, Jannacci, Intra, Andreasi, i primi geniali Cochi e Renato, il figlio della guardarobiera del mitico Derby, Diego Abatantuono, che già iniziava a salire sul palco. E Beppe Viola, naturalmente. Che poi ho conosciuto meglio innamorandomi dei suoi servizi alla Domenica Sportiva, coi quali entrava in tackle nella sacralità di Mondo Calcio, sfottendo e sorridendo. Graffiando sempre. Esempio: commentando in un servizio il talento di un giovanissimo Franco Baresi: "Guardate che cosa riesce a fare: ormai sarebbe sicuramente il miglior libero d’Italia se non ci fossero Freda e Ventura".
Ho riletto qualche giorno fa un articolo di Luigi Mascheroni, uscito un anno e mezzo fa sul Giornale, che racconta Beppe Viola attraverso le parole della figlia Anna. Ne riporto un passaggio.
"Scriveva per mestiere ma scriveva anche per hobby ("Me lo ricordo sempre alla macchina da scrivere"): cronache per Il Giorno, articoli per il popolare Intrepido e racconti per l'intellettuale Linus, sceneggiature e dialoghi per il cinema, testi per canzoni, pubblicità e il cabaret. "Non era tanto per i soldi, lo faceva perché si divertiva: al Derby erano tutti suoi amici: oltre a Jannacci, Dario Fo, Cochi e Renato, Abatantuono, Boldi, Teocoli...". Lo stesso gruppo che poi si ritrovava al bar-pasticceria Gattullo, in porta Lodovica, dove alla domenica, all'ora dell'aperitivo pre-partita, apriva il fantomatico "Ufficio Facce", la cui attività consisteva nello squadrare gli avventori-tifosi e in base a precise regole fisiognomiche, indovinare la squadra d'appartenenza. Beppe Viola, si dice, era infallibile nel riconoscere i milanisti, la sua stessa razza."Se c'è una cosa che mi ricordo di papà è proprio come osservava le persone, anzi i "personaggi" come diceva lui, i tipi che si aggiravano per Milano, quelli un po' strani, al limite del balordo: guardava come parlavano, come si muovevano e poi lui li trasformava in macchiette per gli spettacoli, in spunti per una battuta o per costruirci attorno una serata a cena e raccontare storie".

Beppe Viola se ne è andato nell’82, portato via da un ictus una domenica pomeriggio in ottobre, mentre stava montando un servizio per la Domenica Sportiva. Lo hanno imitato in tanti, perdendo sempre qualcosa (e sempre più, col passare del tempo) rispetto all’originale. Da quando se ne è andato, nessuno è più riuscito ad aprire quel fantastico "Ufficio Facce". Se ne sente la mancanza.

martedì 8 luglio 2008

Nelle terre di Felix Pedro




L’America a un’ora e mezzo da casa. Senza attraversare l’oceano, semplicemente seguendo la cadenza di qualche tornante d’Appennino. Da Rocca Corneta, spaziando con lo sguardo verso i Monti della Riva, il Cimone e il Corno alle Scale, scendi lungo i sentieri che portano sulla riva del Dardagna. Risali lungo questi boschi di frontiera tra due provincie, Bologna e Modena, e improvvisamente sei nel cuore dell’America. Quella dei pionieri, della leggenda. Alaska. Il paese si chiama Trignano, poche case sparse e la strada principale che si chiama via Fairbanks. Non a caso.

Questa è la terra di Felix Pedro. Che in realtà si chiamava Felice Pedroni, e qui era nato in località Le Teggie, ultimo di sei fratelli, nel 1858. La sua è una storia di avventura, di viaggio. Intrapresi per bisogno, in tempi in cui si partiva verso "la ‘Mmerica" immaginandola come in un sogno. C’era da sudare, laggiù. Ma Felice conosceva la voce della fatica. In questa terra così bella e selvatica, e allora così povera di occasioni e sostanza, la gente provava a tenersi stretta alle radici, ma alla fine doveva volare via. Felice se ne andò. Fece il bracciante, fece il minatore. Prima in Francia, da quando aveva ventitré anni. Poi nella Terra Promessa. Arrivò in Canada nel 1894, e un anno dopo si trasferì nello Yukon. Gli avevano parlato dell’oro facile. Ma lui sapeva che non c’è niente di facile, se non te lo guadagni. Sapeva soffrire, perché era un uomo dei monti e conosceva la miseria.
Visse solitario e analfabeta in quelle terre selvagge, proprio quelle che quasi un secolo dopo scatenarono la visionaria e creativa follia di Chris McCandless (o Alex Supertramp). Lavorò come sapeva: senza risparmio. E nel 1902 trovò quel che cercava: un filone d’oro nel fondo di un torrente ancora oggi inesaurito. Lo chiamarono Pedro Creek, in suo onore.

Felice diventò presidente del Distretto minerario di Fairbanks: la sede era la sua baracca, intorno nacque un villaggio che poco a poco divenne città, e poi città chiave di quell’Alaska che ancora oggi, in tempi di mondo a due passi, sembra una terra così lontana. Laggiù in America ne hanno fatto una leggenda, lo hanno raccontato nei libri di storia. Qui, l’abbiamo scoperto più tardi.

Anche il resto della sua storia è un romanzo. La nostalgia e l’amore lo riportarono, ricchissimo, alle radici. Nel 1906 si innamorò di Egle Zanetti, maestra di Lizzano che tutti chiamavano Adelina. Lei lo rifiutò, non senza esitazioni. Tornato in Alaska, Felix Pedro sposò Mary Ellen Doran, irlandese, donna da saloon. Incontentabile. Le regalò un ranch a Tacoma, stato di Washington. Lei non gli regalò tranquillità. Nel 1910, a 52 anni, Felix morì all’ospedale di Fairbanks e fu sepolto a Colma, nei pressi di San Francisco. Nel 1972 i suoi resti tornarono a casa. Oggi Felice Pedroni riposa nel cimitero di Fanano, dietro una modesta lapide. A Fairbanks, durante i "Golden Days", lo ricordano ogni anno. Da un po’ di tempo lo fanno anche qui, a Trignano. Sulla strada che entra in paese, c’è un monumento che avrebbe bisogno di una risistemata. Su una stele, il cappello a larghe falde di Felix Pedro, l’uomo che partì inseguendo un sogno. Che avvicinò l’Alaska all’Appennino.