martedì 29 luglio 2008

Alvise, il campione che non andrà a Pechino

L’atleta del secolo non andrà a Pechino. Perché c’è una nuova barriera che lo sport diversamente abile non può superare. Quella del business. Alvise De Vidi, da Olmi San Biagio., è tetraplegico dagli anni dell’adolescenza, per colpa di un maledetto tuffo calcolato male. Non si è mai adagiato, grazie alla sua forza di volontà e a una famiglia semplicemente fantastica che gli è sempre rimasta accanto. Ha trovato nello sport la risposta a domande complicatissime. Ha vinto sedici medaglie in cinque Paralimpiadi. Sette d’oro. La prima a Seul ’88, nel nuoto (25 delfino). L’ultima entrando da trionfatore della maratona allo stadio Panathinaiko di Atene, proprio come Stefano Baldini, pochi giorni dopo di lui. Il Coni lo ha premiato come uno dei migliori azzurri del Novecento, nel 2000 la Gazzetta lo ha eletto atleta del Secolo dello sport per disabili. Alvise avrebbe voluto chiudere la carriera a Pechino, per difendere il suo oro in maratona. Non potrà farlo. Il Comitato Paralimpico Internazionale ha cancellato le gare di corsa per i tetraplegici più gravi (cat. T51). Pochi iscritti, poco spettacolo. "Un tetraplegico della mia categoria", dice il campione trevigiano, "non ha più possibilità di fare atletica a livello internazionale. Il movimento paralimpico sta tutelando lo spettacolo, un cambiamento iniziato dopo Sydney. Magari è più bello vedere Pistorius piuttosto che un atleta cerebroleso che fa un giro di pista in tre minuti, ma è giusto ci sia l' uno e l' altro".
Ho conosciuto Alvise De Vidi intervistandolo più di un anno fa per Runner’s World. E’ un personaggio unico, saprà superare anche questo vento contrario che, suo malgrado, lo spinge di nuovo indietro. La sua storia non parla solo di sport. E’ cultura sportiva, è memoria che non va gettata via. Se avete voglia di conoscerla, ve la ripropongo. Per me è stato uno di quegli incontri che davvero insegnano qualcosa.



I GUANTI DI ALVISE



di Marco Tarozzi
(da Runner’s World – marzo 2007)


Quei guanti. C’è una storia vera, lì dentro. C’è tutta la passione di Alvise. Le sue mille emozioni, la sua forza di volontà. E quella di una famiglia che insieme a lui ha ricostruito, ripartendo dal buio, dal vuoto, con amore e con rabbia. Riempiendo di colori un cielo grigio.
Quei guanti. Non saranno le poche righe di un regolamento che cambia a farglieli appendere al chiodo. Non a lui, non all’uomo che il Coni ha eletto a simbolo, non allo "sportivo del secolo". Non ad Alvise De Vidi, cinque paralimpiadi e tredici medaglie alle spalle, un futuro ancora pieno di sogni da spendere.
Quei guanti. Servono a spingere la carrozzina con cui questo campione che non finisce mai, quarantun’anni ad aprile, tetrraplegico da quando ne aveva diciassette per un tuffo maledetto, un banale errore di valutazione, ha saputo costruire la sua gloria. Senza mai voltarsi indietro, senza mai chiedere pietà o comprensione ma semplicemente rispetto. Quello che merita un uomo che non si sente diverso, né sminuito, e che coi fatti ha dimostrato di essere un fantastico atleta. Che ha aperto una strada, dando a chi si trova nella sua condizione non solo speranza, ma un’occasione concreta per uscire dalla diversità.


UN PATRIMONIO CULTURALE
Quei guanti. Parliamone, Alvise.
"Non esisteva un prodotto del genere, quando a metà degli anni Ottanta ho iniziato a praticare l’atletica. Per spingere la mia carrozzina, ho dovuto inventarmi qualcosa. Comprando guanti da portiere di calcio, adattandoli con pezzi di gomma applicati in un certo modo, perché proteggessero le mani e al tempo stesso mantenessero sensibilità. Ci hanno lavorato per ore mia mamma Maria Teresa e mia sorella Monia. Sì, in qualche modo è un’innovazione tecnica. E magari tra qualche anno, quando la mia disciplina sarà scomparsa, qualcuno li troverà e si farà domande del tipo "a cosa saranno mai serviti?". E quel giorno avremo fatto un passo indietro, non solo sportivo ma anche culturale".
E’ così cupo il futuro della vostra atletica?
"Io lo vedo nerissimo. Non siamo riusciti a organizzare la crescita sulle basi di quindici, vent’anni fa, quando il movimento era al massimo. La Paralimipiade di Barcellona ’92 è stata l’apice. Poi è iniziato il calo, e dopo Sidney è stato un tracollo".
Si sarà fatto un’idea delle ragioni di questo declino.
"Un po’ è il segno dei tempi che cambiano. Vent’anni fa, per un ragazzo nelle mie condizioni lo sport era una delle poche vie d’uscita da una situazione di disagio, di difficoltà. Oggi ci sono altre possibilità, per fortuna. E poi sono nate discipline sportive nuove, spesso più facili e divertenti. Penso all’handbike, soprattutto. Ci sali sopra ed è tutto molto immediato, fai meno fatica e ti diverti da subito. Meno traumi a mani e spalle, possibilità di fare salite più dure, di affrontare percorsi anche turistici. La carrozzina è un’altra storia, molto tecnica e difficile. Certo, anche nell’handbike ci sono atleti che si allenano duramente, ma la massa la sceglie perché offre le stesse prestazioni con meno sacrifici".
E’ solo questo, il problema?
"C’entrano anche i regolamenti. A mio parere, la strada che ha intrapreso l’International Paralympic Committee è insensata. Si lavora per lo spettacolo, non si creano le basi per la promozione, facendo opera di reclutamento. Ora hanno Pechino nel mirino, ma ragionano in chiave di business, di show. Ma una Paralimpiade è qualcosa più di un evento sportivo. E’ un fatto culturale, e non bisognerebbe dimenticarlo. Invece, si creano i presupposti perché buona parte delle discipline vengano escluse dal movimento, che ne esce ulteriormente impoverito".
Il paradosso è che lei, campione in carica di maratona, non potrà difendere il suo titolo.
"L’anno scorso i Mondiali sono saltati un mese prima. Al momento, nella lista delle gare di Pechino le mie prove non ci sono, e credo che tra giugno e luglio saranno ufficialmente escluse. Mi dispiace, certo, perché avrei voluto chiudere lì la mia carriera agonistica ad alto livello. Ho iniziato in Asia nell’88, sarebbe stato bello terminare in Asia vent’anni dopo. Ma non ne faccio un problema personale. Alla mia età, con quello che ho alle spalle, non avrei aggiunto né tolto niente alla mia carriera sportiva correndo a Pechino. Mi dispiace soprattutto per certi ragazzi che hanno iniziato da poco. Tedeschi, giapponesi, asiatici in generale. Ci sono nuovi movimenti, da quelle parti, e si vedranno chiudere in faccia i cancelli in nome dello spettacolo. Non è un problema di medaglie, vinte o da vincere. E’ che noi atleti, in questi anni, abbiamo fatto cose che per la disabilità equivalgono alla conquista dell’Everest. Dispiace vederle svanire in nome di regolamenti venduti allo spettacolo".


LA CONQUISTA DELLA LUNA
Nemmeno l’esempio di uno che è stato eletto "atleta del secolo" può cambiare lo stato delle cose?
"Tutto è molto più grande di me, il mio impegno conta il giusto. Ormai quelli come me sono dei mohicani, delle rarità. Che hanno fatto conquiste enormi, e per questo soffrono all’idea che vengano dimenticate. Ad Atene ho vinto l’oro in 2:48, un tempo che vale come il 2:10 di Baldini, per noi. Pensare che un C6, uno come me colpito da tetraplegia, possa arrivare a chiudere una maratona in 2:30 è incredibile. Vale come i primi passi dell’uomo sulla luna".
Però quel riconoscimento rimane, e nessun regolamento potrà mai cancellarlo.
"Eccolo lì, incorniciato e appeso in sala. Certo, è stato un momento particolare, di grande emozione. Finiva il secolo, il Coni voleva un simbolo della disabilità sportiva e in quel momento io ero il più in vista. Ma è un premio che ho condiviso e condividerò sempre con tanti, con un movimento che in questi anni ha fatto passi da gigante. C’è De Vidi, ma prima di lui c’era Pancalli, che ora il calcio ci ha portato via e non sa che tesoro si è messo in casa. E poi Fantato, Lambertucci, Durante che è di Treviso come me. Tanti altri. Gente che ha cambiato soprattutto il modo di vedere, da fuori, la disabilità. Dandole visibilità, riconoscimento da parte del cosiddetto mondo fuori. Oggi si parla delle nostre gesta come di eventi sportivi. La conquista più grande è stata quella di essere considerati atleti, non eroi. Gente che fa sacrifici per ottenere qualcosa. E se ci riesce si prende un applauso per la prestazione sportiva, non perché è bella, brava, eroica".
E’ il suo insegnamento. Una presa di coscienza maturata negli anni, macinando chilometri sull’asfalto di via Borgo Muro, la stradina dietro casa qui a Olmi San Biagio, nella campagna trevigiana.
"Io ho una disabilità alta, cervicale. Ma ho dimostrato che con sacrificio, allenamenti e qualche rinuncia si possono ottenere prestazioni importanti dal proprio fisico. Che i danni della tetraplegia possono essere limitati. Con un po’ di impegno la qualità della vita si può migliorare. Io sono allenato per le maratone, ma non faccio una maratona tutti i giorni. Quell’allenamento, però, mi serve a stare meglio 365 giorni all’anno. Mi muovo, esco di casa, guido la macchina. Le mie capacità fisiche sono migliorate, esattamente come quelle di una persona che fa attività motoria ogni giorno. Ecco, questo è il messaggio che conta di più. Anche più delle tredici medaglie che ho messo nel cassetto".


I GIORNI DELLA RINASCITA
Dall’alto di questi vent’anni di gloria e applausi, come rilegge l’inizio drammatico della sua avventura di campione dello sport?
"Ripenso a quei giorni terribili, subito dopo l’incidente. È stato un momento molto duro, difficilissimo, credo si possa immaginare. A diciassette anni non ti aspetti di dover finire su una carrozzina da un giorno all’altro, e di doverci restare per il resto della tua vita. Ma ripensandoci oggi credo di essere anche un uomo fortunato. Ho avuto una famiglia fantastica, da papà Giovanni che oggi non c’è più, e che mi ha instillato i valori dello sport, con la sua passione per il ciclismo. Ricordo ancora i miei ritorni dalle gare importanti. Arrivavo a Olmi e trovavo un paese in festa, con la musica e gli striscioni ad accogliermi. Tutto organizzato da lui. Conservo ancora quegli striscioni in garage. E poi mamma Maria Teresa, i miei fratelli Vittoriano e Monia. Ci sono stati sempre, e non è stato facile, soprattutto all’inizio. Entravamo tutti insieme in un mondo sconosciuto. C’erano anche problemi pratici, dovevo spostarmi per gli allenamenti. E lo stimolo psicologico che ho ricevuto dai miei è stato un regalo immenso".
È incredibile, e bellissimo, sentirle pronunciare quella parola. Fortuna.
"Il fatto è che la penso esattamente così. Sono stato fortunato ad avere intorno queste persone, ho incontrato gente in gamba lungo il cammino. E questi vent’anni, queste cinque paralimpiadi, sono volate via. C’è di mezzo la passione, che fa correre il tempo quando le cose ti piacciono. Ma ogni tanto mi fermo a pensare che cosa avrei fatto se non avessi avuto lo sport. Ed ecco la fortuna, appunto. Quella di trovare una società, l’Aspea di Padova, organizzata per affrontare il discorso degli sport nella disabilità. Negli anni Ottanta non era così matematico: A Treviso, allora, non c’era assolutamente nulla. Oggi non c’è ancora l’atletica, ma è nata una società di basket che partecipa al campionato di A1. E anche questo mi riempie d’orgoglio: è bello pensare che in qualche modo abbiamo creato i presupposti perché qualcun altro ci provasse. Sensibilizzando le istituzioni, creando l’humus per la nascita di nuovi gruppi, nuove società".
Ne avrà viste di barriere infrante, dagli anni Ottanta ad oggi.
"Qualche episodio di discriminazione lo noto ancora, ma sono rarissimi. Capita in certi settori, di vita e di sport, dove non c’è l’abitudine a rapportarsi con la disabilità. Nell’atletica è un fenomeno praticamente inesistente. Anzi, ci sono organizzatori che mi chiamano per propormi di mettere in piedi iniziative, portare la nostra realtà in mezzo alle loro manifestazioni. Il problema, semmai, è che adesso non è quasi più possibile per mancanza di atleti. Una volta alla partenza di una maratona eravamo in una cinquantina, ora siamo in sei o sette. Poche facce, sempre le stesse. Ed è un problema che riguarda tutta l’Europa. L’atletica, la nostra atletica, è in crisi. Funzionano altre discipline. Il basket, o appunto l’handbike".
Non l’ha mai tentata, la strada dell’handbike?
"Mai neanche provata. Ma ho fatto esperimenti con altre discipline. Il tennistavolo, per dire, mi affascina. È molto meno faticoso dell’atletica, ovviamente. Ma anche tecnicamente molto più difficile. Ho provato anche il tiro con l’arco, la vela. Ma non smetterò mai di fare maratone. Pechino o no, la passione non può spegnersi".


MARATONA E LIBERTA’
Ci srotoli davanti la lista delle maratone del cuore. Le preferite di Alvise De Vidi.
"Ho corso in tutto il mondo. Io ho due passioni vere, lo sport e i viaggi, e ho potuto metterle insieme e farle convivere. Ho gareggiato a New York, a Honolulu, a Los Angeles e Boston, a Berlino. Quella di Honolulu è una gara particolare, forse quella che amo di più. A New York ho gareggiato nel 2001, e naturalmente è stato qualcosa di speciale. Era passato poco più di un mese dall’attentato alle torri gemelle, la città intera forse è ripartita quel giorno. C’era questa atmosfera di gratitudine diffusa, la gente ti mostrava cartelli con scritto "Thank you to be here", grazie di esserci. Bellissimo".
Niente barriere, niente frontiere. La sua maratona è soprattutto libertà.
"Subito dopo l’incidente, stavo male anche solo all’idea di dover andare a letto da solo, di sera. Adesso vado in giro per il mondo e non mi importa nemmeno di sapere che letto troverò. Anche questa è libertà".
Quella che insegna ai ragazzi delle scuole, quando la chiamano a testimoniare il suo percorso di vita.
"Sì, anche se perché tutto questo non vada perduto bisognerebbe andare soprattutto nei centri dove tanti giovani, purtroppo, sono in queste condizioni. Io ho un messaggio molto semplice da trasmettere. Dico: ragazzi, purtroppo se capita l’incidente nessuno può più farci tornare indietro, ma sappiate che se vi impegnate nello sport potete cambiarvi il destino, essere artefici della vostra vita. Così, non sarà il vostro problema a segnarvi il futuro, ma sarete voi a costruirvelo".

7 commenti:

Giovannino ha detto...

Son tornato. Qui se non ci sono i miei commenti si fa fatica a discutere, perché?
Se vuoi ti segnalo, comunque, un'ingiustizia ancora più grande.
Detto che a livello di Olimpiadi continuo a non digerire la bocciatura di Ester Balassini - ha superato tutte le misure che erano state fissate, perché dirle no a tre settimane dall'evento? - mi, anzi ci devono spiegare perché a livello Paralimpico hanno lasciato a casa Lauro Pederzoli. In possesso di tutte quelle che vengono chiamate carte Paralimpiche. Anzi, Lauro, persona coscienziosa e scrupolosa, ne ha più del dovuto. Però Pechino la vedrà solo in tivù. Non mi piace che il Coni si comporti così, non mi piace che il Cip si adegue: vorrei spiegazioni chiare e convincenti. Invece Ester e Lauro resteranno a casa. E io non lo trovo giusto

marco tarozzi ha detto...

Olà Giovannino, bentornato. Sai com'è, siamo rimasti in pochi, qui sono tutti in vacanza. Ma quando mi viene in mente qualcosa, lo scrivo. Spero di non disturbare troppo. Su Pederzoli hai ragione. Mi pare che queste storie dimostrino che si è perso in parte lo spirito che guidava certe scelte. Come giustamente ricorda Alvise, che sa bene quanto le cose siano cambiate da quando ha inziato ad oggi

Giovannino ha detto...

Non lo vuoi ammettere perché sei troppo orgoglioso per farlo. Però anche il trattamento adottato nei confronti di Ester Balassini (che avrebbe mille attenuanti in questo momento tra l'altro) è tutto fuorché corretto. Il minimo l'ha fatto perché resta fuori? In fondo, se ci pensi, è come stipulare un contratto. Si fissa il prezzo e se c'è l'intesa l'affare si fa. Il prezzo, legato a Ester, era la misura, ottenuta. Oltretutto si sapeva che sarebbe stata la sua ultima competizione prima di dare l'addio all'atletica. Per lo meno a un'atletica di un certo livello. A trent'anni Ester vuol pensare anche alla famiglia e il martello avrebbe potuto diventare solo un divertimento. Un divertimento che alla nostra Ester - in questo periodo dove impazza il doping, dove la trovi un'altra ragazza cresciuta a pane e acqua e con gli allenamenti di Momma Marinella? - è stato precluso per ragioni che ancora ignoro. Se la trasferta di Pechino deve essere legata solo ai risultati certi (leggasi medaglia o posizione di eccellenza) almeno la metà degli azzurri dovrebbe restare a casa. E a casa dovrebbero restare quei dirigenti che, a Pechino, fanno solo passerella.
E così la nostra Ester resta a casa.
Forse hai ragione. Siamo rimasti in pochi. Ma non è una questione legata all'estate. Siamo in pochi ad avere in testa certi valori e certe sensazioni.
Pochi ma buoni, verrebbe da dire utilizzando un concetto ovvio.
Pochi ma buoni e con la testa dura. E con nessuna voglia di mollare. Come fece un Giovannino più celebre che disse: 'Non muoio neanche se mi ammazzano'. E pur perdendo qualcosa come trenta chili di peso, scampò ai campi di concentramento dei nazisti.
Ora, la provocazione (forte se vuoi): chi sono i nazisti oggi?

Giovannino ha detto...

Precisazione: caro Marco, alle volte penso che più che la malafede (che sarebbe poi il male peggiore) prevalga il pressopochismo e la sciattaggine (spero di aver scritto il termine in modo corretto).
Ricordi un paio d'anni fa? Si festeggiarono i bolognesi che avevano portato onore alle Due Torri in termini olimpici. Elenco allargato ovviamente non sono ai bolognesi di nascita ma a quelli d'adozione. Ebbene: in quell'elenco compariva Binelli (che non ha mai preso parte ad alcuna Olimpiade) e misteriosamente veniva cancellato Roberto Brunamonti. La risposta? 'Beh, dai, Brunamonti cos'ha fatto? E poi è stato a Bologna per 7-8 anni...'.
Bene, voglio ricordare le cifre di un amico che è rimasto all'ombra delle Due Torri per vent'anni, dal 1982 al 2002 (vent'anni, una vita), aprendo anche un locale, Benso, dove molti hanno mangiato e pure bene.
Ora, tralasciando gli allori azzurri di Roberto (tra i quali, appunto, lo storico argento di Mosca nel 1980: vero, non era ancora bolognese), ti cito in ordine sparso 4 scudetti, una supercoppa, una Coppa delle Coppe, tre coppe Italia da giocatore, una Coppa Italia da allenatore (lasciando fuori Komazec, chissà perché nessuno lo ricorda più) e, da vice presidente, altri due scudetti, tre Coppe Italia, due Coppe dei Campioni (tralascio finali e piazzamenti di prestigio).
Uno che in Spagna è tuttora chiamato 'El legendario'.
Per me Roberto non è bolognese, è qualcosa di più. Ma forse lo dico solo perché sono suo amico. E lo aggiungo con molta fierezza: orgoglioso di avere un amico del genere (a proposito: gli abbiamo spedito il volume di Magnifico?)

Sgummo ha detto...

Grande Giovannino, aspettavamo il tuo ritorno. Il ping pong con Marco (che è più esperto e lungimirante) è uno spasso

marco tarozzi ha detto...

Tanto per dire che la musica non cambia. Hai presente Paolone Dal Soglio? E per quanti anni è stato uno dei punti di riferimento dell'atletica azzurra, da leader del getto del peso? Beh, a lui (che ancora va in pedana, a 38 anni compiuti il 29 luglio, con 52 maglie azzurre alle spalle)toccò alla vigilia di Atene 2004. E questi sono stralci della lettera aperta in cui chiedeva spiegazioni ai "federali" dell'epoca (molti ci sono ancora):

"La mia dignità di uomo e di atleta è stata calpestata da chi dovrebbe tutelare i principali valori dello sport: lealtà, correttezza e rispetto per le regole. La Fidal mi ha escluso dai Giochi Olimpici di Atene 2004 in un modo che, senza considerare il dolore e la rabbia che mi ha suscitato, è certamente ingiusto.
Come sanno tutti gli appassionati, le Olimpiadi sono l’appuntamento più importante ed amato dagli atleti. Io, che ne ho già disputate 2 arrivando quarto ad Atlanta per un centimetro, per quattro anni ho lavorato in prospettiva di Atene. Non nascondo che il mio desiderio era quello di chiudere la mia carriera gareggiando dove per la prima volta si disputarono i giochi olimpici, e dove nacque lo sport, ad Olimpia; non riesco a credere come un paese sportivo com’è l’Italia non abbia interesse ad avere un portacolori in questo evento straordinario....
...Io ritengo che la mia esclusione sia stata programmata da tempo dopo aver letto le dichiarazioni del vice presidente Carlo Giordani prima della mia gara di Mezzano: "Dal Soglio non andrà alle Olimpiade nemmeno se oggi lanciasse a 20 metri e 80 centrimenti". Perché una dichiarazione di questo genere quando i termini erano ancora aperti? Forse perché la gara non era considerata una gara di comprovata affidabilità? (13a edizione). Ma allora se non sbaglio mercoledì 4 agosto a Giulianova, alla presenza del CT Frinolli, il giovane Howe tentava di ottenere il minimo A nel salto in lungo. Sono sicuro che questi meeting di atletica leggera siano quanto meno sullo stesso livello!
A loro chiedo di spiegare alla mia famiglia e a tutti gli sportivi Italiani perché sono stato deriso come uomo e umiliato come atleta. Li invito a rispondermi con delle motivazioni fondate e convincenti, non con le bugie che ho sentito finora. Esigo questo per il doveroso rispetto che pretendo verso il mio lavoro di sportivo e verso la mia dignità di essere umano.
Io devo riuscire a spiegare a Marco e Giovanni, i miei due bambini, perché il loro papà non andrà ad Atene pur avendone tutto il diritto".

Ecco, direi che il tempo passa e le cose non cambiano poi di molto. Scusa se l'ho tirata un po' lunga.

Giovannino ha detto...

E andiamo allora.
Finalmente il Tarozzi che vogliamo: combattivo, deciso, polemico.
La Fidal passa, gli uomini (e le donne) per fortuna restano. E allora noi restiamo dalla parte di Paolo Dal Soglio (lo confesso: avevo rimosso la sua esclusione) e di Ester Balassini, i visi puliti dell'atletica azzurra.