mercoledì 30 marzo 2016

E non ce ne siamo neanche accorti



Io ti racconto lo squallore di una vita vissuta a ore,
di gente che non sa più far l'amore.
Ti dico la malinconia di vivere in periferia,
del tempo grigio che ci porta via.
Io ti racconto la mia vita, il mio passato, il mio presente,
anche se a te, lo so, non importa niente.
Io ti racconto settimane, fatte di angosce più che umane,
vita e tormenti di persone strane.
E di domeniche feroci passate ad ascoltar le voci,
di amici reclutati in pizzeria.
Io ti racconto tanta gente che vive e non capisce niente
alla ricerca di un po' d'allegria.

Io ti racconto il carnevale, la festa che finisce male,
le falsità di una città industriale.
Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano
un orizzonte sempre più lontano.
Io ti racconto la nevrosi di vivere con gli occhi chiusi,
alla ricerca di una compagnia.


Ti dico la disperazione di chi non trova l'occasione
per consumarsi un giorno da leone.
Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita
con quattro soldi stretti tra le dita.
Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria,
un po' di vino, un po' di religione.

Ma tu che ascolti una canzone, lo sai che cos'è una prigione?
Lo sai a che cosa serve una stazione?
Lo sai che cosa è una guerra? E quante ce ne sono in terra?
E a cosa può servire una chitarra?
Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti,
e continuiamo a dire e così sia.
(Claudio Lolli)
 

sabato 19 marzo 2016

Giorni così



Sai, è solo che oggi me l'hanno fatto tornare in mente. Delle cose dette e non dette, del dover sempre partire e andare via. Di quel tanto o poco che resta. Del vuoto da riempire, che non basta un giorno di marzo. C'è il sole, però. Si poteva organizzare una zingarata. Stai mo bene, se mai c'è modo, da qualche parte.

giovedì 17 marzo 2016

Storie di San Patrizio - Il Carrowmena e quei palloni perduti nell'oceano





L’ultima partita, domenica scorsa, l’hanno persa 5-0. Ma non è questo, il problema. Sono le spese per i palloni, a preoccupare. Anche se ne vale la pena, perché un campo così, dicono orgogliosi, non ce l’ha nessuno al mondo. Lo hanno spianato un chilometro più in là del paese. Da Carrowmenagh prendi la strada stretta che finisce sulla spiaggia di Tremone, affacciata a nord sull’Atlantico. Derry è laggiù, a tre quarti d’ora di macchina. Ma qui sembra già un altro mondo. Qui è il Donegal, dove la gente ti incontra e ti saluta con un movimento secco della testa, che sembra una specie di scatto nervoso. Invece è fratellanza, condivisione. Carowmenagh, in celtico Ceathrú Meánach, faceva circa centrotrenta abitanti al censimento di un secolo fa. Poi hanno smesso di contarsi. Si incontrano alle feste di paese, in chiesa, in questo fazzoletto d’erba che chiamano stadio. E a occhio e croce fanno il conto di chi c’è e di chi è partito.

Mettere su una squadra, fatta di locali, è un’impresa. Ma vale la pena esserci. Provare le ripartenze mentre il sole tramonta sull’oceano è felicità pura. Uno spettacolo. Chiedeteglielo, se non ci credete, a quelli del Carrowmena Football Club. Colori sociali rosso e blu, tra l’altro. In campo nella Inishowen Football League, raccogliendo briciole di gloria e qualche rovescio, come succede nella vita.


 

Bene così, non fosse per i palloni. Perché ogni tanto, soprattutto quando i terzini spazzano via per liberare l’area, prendono quella parabola che supera il campo dove pascolano le pecore di Mc Gonagle, dovrebbero essere le sue, quelle con la chiazza blu, e si infilano dritti nell’acqua gelata. E non sarebbe neanche il freddo, ma è la corrente che li porta via senza lasciare il tempo di organizzare il recupero. Il mister lo dice sempre: bisognerà imparare a rinviare con metodo, perché ci sono gli avversari, d’accordo, ma c’è anche un budget da rispettare.
Domenica le hanno prese in casa dal Redcastle United. Cinque pere, e non c’era neanche il tramonto da ammirare. Quarta sconfitta di fila. Succede, e del resto ai primi di febbraio ne avevano rifilate sette, a zero, agli Aileach Youths. A volte sei tu che mangi l’orso, a volte è l’orso che mangia te, direbbe il Drugo. Proprio come la vita. Qualche gol, qualche palla che finisce nell’oceano.
Quello che conta è che prima o poi tramonti il sole. Che qui è una cosa speciale.
 

martedì 8 marzo 2016

I nostri libri, il nostro vuoto




Quanto ci aveva fatto divertire, quel giorno, Darione Marchetti? E quante ne avevamo ancora, da pensare e da scrivere. Quando andasti via, feci molta più fatica a dividere il mondo tra persone normali e sandroni, perché tu c'avevi l'occhio più allenato...

Che poi, tanto, chissenefrega, ci saremmo incontrati lo stesso, a pensare libri e poi spararci in macchina a convincere editori che si lasciavano convincere. Sandroni anche noi...

E invece no, è andata che adesso restano solo quei libri. Restano almeno quei libri.

E' già un anno, accidenti. Ciao, Tatone.


venerdì 4 marzo 2016

Del perché amo quel vecchio piazzista di Phil Cooper



Non ha importanza se cerchi di vendere Gesù, o Buddha, o i diritti civili. O come arricchirsi nel settore immobiliare senza rischiare un soldo. Questo non fa di te un essere umano. Semmai fa di te un agente vendite. Se vuoi parlare con qualcuno sinceramente, da essere umano, chiedigli dei suoi figli, scopri quali sono i suoi sogni. Solo per saperlo, per nessun'altra ragione. Perché appena cerchi di prendere le redini di una conversazione, per pilotarla, non è più una conversazione. È un pistolotto. E tu non sei un essere umano, sei un venditore, un piazzista.
(Phil Cooper, The Big Kahuna)