lunedì 26 aprile 2010

Lo spirito del Barone


di Marco Tarozzi

E' paradossale che tutto questo succeda adesso. Che una festa (non una qualunque: quella del mito assoluto, del campione che ha dato vita allo “spirito dell’Aquila”) sia andata in scena di questi tempi, di musi lunghi e di incertezza sul futuro. Eppure succede, ed è giusto così. In casa Fortitudo, da tempo, si guarda una partita pensando a tutto quello che le gira intorno, e restare concentrati è un’impresa (per questo, Finelli e la sua truppa meritano una standing ovation a prescindere, per come stanno cercando di isolarsi dal "tutto intorno" che incombe). Ma stavolta, dopo la sirena, è arrivato il tempo degli applausi. Per il “Barone”, per il leggendario Gary Schull, la cui canotta numero 13 è diventata “intoccabile”, davanti agli occhi della moglie Debbie e del figlio Garrett Walter, che hanno attraversato apposta l'oceano per esserci. E a quelli di tanti che ne hanno condiviso i giorni magici di un altro basket. Lino Bruni, che tanto si è speso perché questo momento arrivasse. E poi Angelini, Sgarzi, Calamai, Petroncini, la famiglia di Beppe Lamberti. E dirigenti storici come Parisini e Palumbi, e Maurizio Ferro che del Barone fu “ragazzo della borsa”, nei tempi in cui si consumava il mito intorno a piazza Azzarita.
È paradossale, ma ha senso. Merita un applauso infinito, appassionato. Qualunque sia il domani. Poi, magari, lassù il “Barone” ci metterà qualche parola giusta, per raddrizzare il destino alla sua Fortitudo. Lui, in fondo, è sempre stato l'uomo dei miracoli, quando lottava e sudava nel nome dell'Aquila

L'Informazione di Bologna, 26 aprile 2010

giovedì 22 aprile 2010

La sera che partì mio padre


La sera che partì mio padre
noi s'era alla finestra a guardare;
guardare per vederlo andare
neanche tanto lontano,
e non muovere neanche una mano

La sera che partì mio padre
non c'erano canzoni da ascoltare
perché la radio continuava a parlare
e mio padre andava per non tornare più

La sera che partì soldato
gli dissero di non sparare
che era solo roba di leva militare
bastava soltanto dire: "altolà!"

La sera che arrivò mia madre
che lo vide bianco senza più respirare
aveva in mano il telegramma:
"medaglia d'oro per l'altolà"

La sera che partirò anche io
io spero solo che sia Natale
perché a Natale stanno tutti a casa
a mangiare, bere, ascoltarsi, parlare

La sera che me ne andrò via
diranno che me ne dovevo andare
diranno che non vado poi a star male
ma io so già che non si sta così

Enzo Jannacci

venerdì 9 aprile 2010

Vitto, l'uomo che sussurra alle moto

Riparte la stagione del Mondiale MotoGP. Vigilia di previsioni, supposizioni, celebrazioni. Mi piace l'idea di annotarmi l'appuntamento raccontando di qualcuno che, dietro le quinte, ha fatto un cambiamento epocale. Da collaudatore a team manager. Mica in un team satellite. Alla Ducati. Dove ci sono attese, speranze, anche pressioni. Praticamente, tirato giù dalla moto. Se ce la faranno, con uno come Vittoriano Guareschi. Lui va dritto per la sua strada, si porta anche dietro scarpe da running e bici sui circuiti, "perché non hanno un metro in piano, sai che allenamento..."
Uno sincero, genuino. Uno che sorride sempre. Spero che inizi una stagione felice anche per lui.
Ecco quel che mi ha raccontato qualche giorno fa, quando l'ho intervistato per il quotidiano in cui lavoro.



L'UOMO CHE SUSSURRA ALLE MOTO

di Marco Tarozzi


Vittoriano Guareschi, da collaudatore di punta a team manager Ducati in MotoGP. Un bel cambio di prospettive.
"L’ho presa con molta serenità. Non nego di aver avuto dubbi, grossi dubbi, quando Filippo Preziosi mi ha fatto la proposta. Ma mi fido di chi mi ha messo in questo posto, forse anche più che delle mie sensazioni. Certo, le cose adesso sono un po’ cambiate: prima dovevo parlare soltanto con la moto, era decisamente più facile".
Non pensavamo avesse problemi con le public relations.
"Non ne ho, infatti. Anche perché in questo compito non sono certo abbandonato a me stesso. Si era già deciso di strutturare il settore in questo modo, anche se Livio Suppo fosse rimasto. Partito lui, accanto a me c’è Alessandro Cicognani. Io vivrò più dentro ai box, lui si occuperà delle relazioni esterne, soprattutto. In queste cose è molto più bravo di me".
Lei sarà più impegnato nelle questioni tecniche.
"Intanto Alessandro è il responsabile del progetto MotoGP. Io, in Ducati Marlboro, avrò a che fare con i piloti, coi meccanici, terrò i contatti con i collaboratori tecnici. Mi viene più naturale. Lo facevo già anche prima, in pista, con la moto".
Però ora dovrà scendere di sella più spesso.
"Probabilmente sì, anche se con l’infortunio di Battaini, il nostro collaudatore, per il momento non è successo. Ci salirò molto meno di prima, ma non smetterò di farlo. Rimanere sul pezzo è fondamentale. Così, quando i piloti parlano coi tecnici di un problema io so di cosa stanno parlando. Ed è più semplice trasferire a Preziosi e a chi lavora da Bologna le loro impressioni".
Come si rapporta ai suoi piloti?
"Non interferisco quando parlano con gli ingegneri di pista. Loro sanno cosa fare. Ma il background che mi porto dietro è importante, per capire le cose in fretta. Un ingegnere non sa esattamente cosa sente un pilota sotto il culo quando la moto "pompa". Io sì".
È vero che sarà, per scelta, un team manager senza ufficio?
"È andata così. Mi hanno chiesto se lo volevo, a Borgo Panigale, ed ho risposto che il mio ufficio è in pista, dentro al box. Quello è il mio habitat naturale. Vengo in Ducati due o tre volte a settimana, mi basta per sistemare le cose. Il mio lavoro è vicino alle moto, non a una scrivania. Resto un pezzo dell’ingranaggio".
Il Mondiale MotoGp parte l’11 aprile. I valori in campo restano quelli della passata stagione?
"Davanti a tutti vedo Rossi e Stoner. Casey mi è sembrato molto tranquillo, nei test invernali. È sereno, segno che si sta divertendo. E poi c’è Pedrosa, certo, che non è in forma ma la troverà presto, e c’è Lorenzo che deve recuperare dall’infortunio".
I soliti quattro, insomma.
"Sono quattro fenomeni, e lo dimostreranno ancora. Ma il pacchetto-piloti si è concentrato parecchio. Adesso dal primo all’ultimo ci sono due secondi. Significa che vanno tutti più forte".
Che fa, non crede al fenomeno Ben Spies?
"Lui va forte, su questo non si discute. E ha la faccia dura per affrontare le novità senza timori, come ha dimostrato la scorsa stagione in Superbike. Ma aspetterei l’inizio della stagione per fare i primi conti. Non riesco a vederlo subito lì, tra i primi. In MotoGP dovrà fare i conti con pressioni che in Superbike non esistevano. Quelle dei media, delle case, degli sponsor. Psicologicamente è più pesante. Ma arriverà, di questo sono certo".
Altri nomi da non sottovalutare?
"L’ho detto, ci sarà bagarre, sarà un campionato molto duro. Per esempio, starei attento a Dovizioso. Nei test con la Repsol Honda è andato forte, anche più dello stesso Pedrosa. Non mi stupirei se fosse il quinto di quel gruppetto là davanti".
Stoner è un talento, ma la Desmosedici lo sta assecondando?
"La nostra moto va sempre meglio, ed è più facile da portare rispetto a un anno fa. Lo dimostra la continuità di Hayden, che l’anno scorso faceva fatica a trovare i giusti equilibri. Abbiamo guadagnato qualcosa col mezzo, e in più c’è un Casey bello carico".
Proprio lui ha voluto che lei non scendesse definitivamente dalla moto.
"Ci vede giusto, il ragazzo... Scherzi a parte, gli impegni saranno pressanti ma ci salirò ogni volta che potrò. Perché alle passioni non rinuncio, e perché credo possa aiutarci tutti".

VITTORIANO GUARESCHI è nato a Parma il 19 giugno 1971. Ha iniziato a correre a 17 anni nel Campionato Sport Production, e nel 1996 ha debuttato in campo internazionale con l’Europeo Supersport. Nel ‘97 e nel ‘98 ha collezionato due secondi posti nel Mondiale Supersport, dietro rispettivamente a Casoli e Pirovano. Ha disputato due stagioni nel Mondiale Superbike con la Yamaha, collezionando 49 gran premi e due podii. Nell’aprile 2001 è stato ingaggiato da Ducati come collaudatore ufficiale, e da allora a tutto il 2009 ha sviluppato tutte le moto racing della casa di Borgo Panigale, lavorando al progetto Desmosedici MotoGP fin dai primi test sulla pista di Landoux, nel maggio 2002. Da questa stagione è il nuovo Team manager di Ducati Marlboro in MotoGP.


(da L'Informazione di Bologna)


martedì 6 aprile 2010

I baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi


... No, è brutto concludere così, ma vedere gente non serve a nulla e anzi è una perdita di tempo. E poi mi sono accorto che andando in centro trovi sì qualche conoscenza, ma ti accorgi subito che la tua conoscenza è un fatto puramente ottico. Non trovi le persone, ma soltanto la loro immagine, il loro spettro, trovi i baccelloni, gli ultracorpi, gli ectoplasmi. Nei primi mesi dal loro arrivo in città forse no, forse resistono e hanno ancora una consistenza fisica, ma basta un mezzo anno perché si vuotino dentro, perdano linfa e sangue, diventino gusci. Scivolano sul marciapiede rapidi e senza rumore, si fermano appena al saluto, con un sorriso scialbo (e anche all'esterno, se guardi bene, sono già un poco diversi, cioè impinguati e sbiancati).
Dicono: "Scusa ho premura, ho una commissione, scappo" e subito scappano, davvero riscivolando taciti sul marciapiede. Al massimo arriveranno a dirti, stringendoti la mano perché tu gliela porgi, proprio per sentire se ci sono in carne e ossa o se invece è soltanto un'immaginazione tua, o un fantasma, al massimo ti dicono: "Fatti vedere".

Dentro le ditte è la stessa cosa: uno che magari al mattino ti ha teletafanato per il lavoro, lì pare sorpreso che tu arrivi proprio col lavoro che ti aveva chiesto al mattino. Sorpreso, stanco e un poco seccato, perché la tua presenza, adesso, è un assillo, un tafano per lui. Prende il lavoro, lo guarda dubbioso, dice vedremo e lo mette in un cassetto, e poi ha da fare, e così io me ne vado. Me ne vado volentieri perché dentro le ditte c'è odore di morto, aria di chiuso, stanchezza, ma non stanchezza abbandonata, anzi scattante, attiva, febbrile, come quando ti senti arrivare in corpo l'influenza.

Non vedi l'ora d'essere per strada, dove almeno la gente che passa non la conosci affatto, a parte quei gusci che dicono: "Fatti vedere". Ma che cosa volete vedere, che cosa volete, voi ectoplasmi?

Luciano Bianciardi. "La Vita Agra"