mercoledì 25 novembre 2009

Bonatti, un grande italiano


"…nella polemica con Bonatti e Compagnoni ha sempre guardato dall’alto, con un sorriso. I due mordevano, lui sorrideva. Compagnoni si spartiva la gloria... Gli altri erano giganti della montagna e però bonsai della vita. Lacedelli invece si scrollava di dosso le polemiche come il cane si scrolla l’acqua dal pelo".
Mauro Corona ama le frasi a effetto, ama, come dice spesso , "togliere anziché aggiungere, come si fa nella scultura e come si dovrebbe fare nella poesia".
Ricordando Lino Lacedelli, ha detto dell’uomo e dell’alpinista cose molto belle, e giuste. Ma non ha fatto altrettanto su Walter Bonatti. Che non mi pare un "bonsai della vita", ma un uomo di grande rigore morale, di scelte coraggiose che spesso lo hanno isolato, perché il "sentire comune" non sempre sposa gli uomini scomodi.
La storia è vecchia, di cinquantacinque anni. Ma è questa, ora lo hanno riconosciuto anche le autirtà della montagna, anche se dopo più di mezzo secolo.
Sul K2 Bonatti fece quello che sappiamo. Lavorò per la riuscita della spedizione con la sua energia inarrestabile, oltre l’immaginabile. Arrivò oltre quota ottomila, con l'hunza Mahdi, per consegnare le bombole a ossigeno per il tentativo finale di Lacedelli e Compagnoni. Era il più in forma del gruppo, avrebbe potuto arrivare lui sulla vetta. Ma non arrivò fin lì per questo, ma per dare l’ultimo importante aiuto ai compagni. Rispettoso delle gerarchie. Forse furono loro, in qualche modo, a temere l’ammutinamento. Sia come sia, Bonatti non li trovò perché non erano dove avrebbero dovuto essere, secondo i piani concordati.
Per Corona, immagino, su questi fatti i "bonsai della vita" hanno innescato polemiche.
Ma la faccenda è più complessa. Bonatti e Mahdi, alla vigilia del "grande trionfo italiano", rischiarono la vita. Passarono la notte all’addiaccio, oltre gli ottomila metri, senza ossigeno, senza riparo. Nel 1954. E nonostante tutto questo, una volta uscita la relazione ufficiale di Desio, Bonatti non alzò la voce. Restò in silenzio, seppure provato, ferito come deve sentirsi un amico tradito. La sua diffidenza per un ambiente, per i suoi protagonisti, nacque quella notte. E’ comprensibile.
Bonatti non si pronunciò. Per dieci lunghi anni. Si limitò a scegliere imprese in solitaria, al massimo con pochi fidatissimi amici, trovando nella solitudine maggior conforto alla compagnia.
Finché un articolo, su un quotidiano (la Nuova Gazzetta del Popolo) ribaltò tutta la storia. Nel 1964, dieci anni dopo. Diceva che Bonatti aveva consumato buona parte dell’ossigeno riservato ai due lassù, e quell’affermazione diede la stura a una serie di inesattezze, ingiustizie, colpi bassi che riaprivano vecchie ferite. Solo allora Bonatti reagì: fece causa all’autore dell’articolo, e la vinse. E iniziò una battaglia perché la verità venisse a galla, tutta intera. Non cercava gloria per sé, o considerazione per il lavoro che aveva fatto, fondamentale per la riuscita dell’impresa. Solo che fosse pubblicata tutta la verità su quella notte.
Lacedelli è stato il primo, già a metà degli anni Novanta, ad ammettere che "la decisione di fermarsi più su rispetto a quanto concordato con Bonatti non fu saggia". Oggi chi vuole può conoscere la storia di quel successo, di come è maturato. Può farsi un’idea. La mia è che Walter Bonatti, per quello che ha fatto in quei giorni, per le imprese successive, per il suo spirito curioso e avventuriero, per la coerenza della sua vita, sia stato e sia un grande italiano.


"Quella notte sul K2, tra il 30 e il 31 luglio 1954, io dovevo morire. Il fatto che sia invece sopravvissuto è dipeso soltanto da me... "
Walter Bonatti


sabato 21 novembre 2009

Lacedelli, antieroe nella leggenda


"Noi dovevamo essere preparati all’ignoto. Nessuno ci aveva preceduti"
Lino Lacedelli

In questo 2009 infausto per la gente di montagna (il Broad Peak si è preso Cristina Castagna, il Langtang Lirung lo sloveno Tomaz Humar, per non dire dei tanti nomi sconosciuti ai più), se ne vanno anche le antiche leggende. Riccardo Cassin si è spento in una serena vecchiaia, a cent’anni compiuti, Achille Compagnoni ne aveva 94 quando se ne è andato per sempre, nel maggio scorso.
Ora lassù lo ha raggiunto Lino Lacedelli, che con lui fu il primo a raggiungere la cima del K2, nel 1954. Un "eroe italiano", non per scelta, col suo carattere schivo e mai incline al protagonismo. Per necessità, semmai, di un’Italia che aveva bisogno di eroi. Che, uscita malconcia da una brutta guerra, ancora cercava grandi gesta e grandi uomini a cui aggrapparsi per uscire dal dolore, dai ricordi. Per lasciarsi tutto alle spalle.
La televisione era arrivata il 3 gennaio di quell’anno, Lacedelli e Compagnoni arrivarono sul secondo Ottomila del mondo il 31 luglio. E fu uno degli ultimi grandi eventi che alimentarono la fantasia popolare con le parole e l’enfasi, più ancora che con le immagini.
Troppa, probabilmente. Come del resto richiedeva una spedizione organizzata con direttive e gerarchie "militari", che non svelò immediatamente i nomi dei due conquistatori, perché quella doveva essere una vittoria italiana. Di tutta l’Italia. Anche per questo si decise di tirare una riga sopra una presenza fondamentale, sul lavoro sotto la cima di Walter Bonatti e dello sherpa Mahdi, su quel loro bivacco ad altissima quota, senza riparo né materiale adatto (nel ’54!), senza tenda né ossigeno, su quanto videro da vicino la fine. E ci sono voluti la tenacia, la magnifica testardaggine, l’onestà e il rigore intellettuale di Bonatti, un grande italiano, per rimettere a posto la storia. Il suo lavoro, alla fine, è stato riconosciuto ufficialmente dalla revisione dei saggi del Cai, arrivata con oltre mezzo secolo di ritardo a spazzare via tutto, omissioni, versioni errate, imbarazzati silenzi.
Intanto, però, Lino Lacedelli si era tolto di dosso il suo peso. Nel 2004, proprio nell’anno del cinquantenario, aveva pubblicato un libro-intervista, "K2, il prezzo della conquista". E questo diceva, in quella lunga e bella confessione: di quanto costa una conquista che serve a un’intera nazione, di quello che si può e non si può dire, anche se si vorrebbe farlo. Soprattutto, Lacedelli diceva in quelle pagine che Bonatti aveva e ha ragione, nella sua spasmodica ricerca della verità durata una vita intera. Sotto questo aspetto, quel successo è costato a tutti: amicizie distrutte, venti impetuosi di polemica, uomini contro. Lacedelli ha detto la sua verità, con quel libro: c’è voluto tempo, ma il peso sulle spalle e nell’anima era immenso. E quando si parla per riaggiustare le cose, non è mai troppo tardi.
Il K2 si è preso questo cortinese solido come la roccia, l’ha inglobato nella sua leggenda. Lacedelli l’antieroe, che già tante imprese aveva fatto sulle sue montagne, fin dal ’47, in quella spedizione himalaiana aveva lavorato con entusiasmo, senza risparmiarsi, proprio come Bonatti. Desio aveva probabilmente un altro progetto in mente: il designato, per lui, era Compagnoni. L’evolversi della situazione, negli ultimi giorni prima dell’assalto, sembrava favorire Erich Abram. Lino saliva, scendeva, si prodigava. In forma splendida. Il destino decise che sarebbe toccato a lui. Facendo dell’antieroe una leggenda. E lui, con quell’ultima testimonianza dopo mezzo secolo di silenzio, vissuto lontano dai riflettori e nell’amarezza della polemica, ha fatto una scelta di coraggio. Da uomo onesto.