lunedì 29 febbraio 2016

Se i poeti fossero meno stupidi




Se i poeti fossero meno stupidi,
se fossero meno pigri,
renderebbero tutti felici
per potersi occupare in pace
delle loro sofferenze letterarie.

Costruirebbero case gialle
con grandi giardini davanti
e alberi pieni di uccelli
di zufoletti e grandi gigli
di cinciatristi e capinere allegre
di pennacchi, sbafatori
e piccoli corvi rossi
che direbbero la buona ventura

Ci sarebbero grandi stagni
con luci all’interno
e duecento pesci,
dai crostacei al topo d’acqua,
dalla piccola moneta al “pepamule”
dall’aguglia al passero-scranno
dalla navicella all’asinello

Ci sarebbe aria nuova
profumata dell’odore delle foglie,
si mangerebbe a sensazione
e si lavorerebbe senza fretta,
a costruire scale
di forme mai viste
con legni venati di malva
lisci come lei sotto le dita

Ma i poeti sono molto stupidi.
Per cominciare, scrivono
invece di mettersi a lavorare
e ciò dà loro dei rimorsi
che conservano fino alla morte,
felici di aver così sofferto
Si compensano con delle preghiere
e li si dimentica in un giorno.

Ma se fossero meno pigri
verrebbero dimenticati in due.

(Boris Vian)


domenica 21 febbraio 2016

Signora Aquilone



C’era una donna, l’unica che ho avuto,
aveva i seni piccoli e il cuore muto,
nè in cielo nè in terra una casa possedeva,
sotto un albero verde dolcemente viveva.

Legato ai suoi fianchi con un filo d’argento,
un vecchio aquilone la portava nel vento
e lei lo seguiva senza fare domande
perchè il vento era amico e il cielo era grande.

Io le dissi ridendo “ma Signora Aquilone,
non le sembra un pò idiota questa sua occupazione?”.
Lei mi prese la mano e mi disse “chissà,
forse in fondo a quel filo c’è la mia libertà”.

E così me ne andai che ero un poco più saggio
con tre soldi di dubbio e due di coraggio
e incontrai un ubriacone travestito da santo
che ogni sera si ubriacava bevendo il proprio pianto.

 
E mi feci vicino e gli chiesi perdono
ma volevo sapere se il suo pianto era buono.
Lui mi disse “fratello, è antico come Dio,
ma è più dolce del vino perchè l'ho fatto io”.

E prima che le stelle diventassero lacrime
e prima che le lacrime diventassero stelle
ho scritto canzoni per tutti i dolori
e forse questa qui non è delle migliori, e forse
questa qui non è delle migliori.

(Francesco De Gregori)


sabato 20 febbraio 2016

Già detto




Distanze
tra il vero e il vuoto
tra frasi e cadute
di ritmo. Nulla
che possa veramente
spaventare
i nostri occhi
infrangibili.

Eppure
qualcosa si è spento
qualcuno si è venduto
- svanendo -
gli scatti, i rimbalzi
dell’anima. Sia,
facciamone pure
una questione di anni.
Che passano,
che addomesticano.



(taroz)



domenica 7 febbraio 2016

Libri



Libi

Nò quei ca vedo chì,
missi a paède, issà pe i muri,
ma quei fati de strade site e ciàe,
de òci, man, frescùe dré ae cane,
de fòge ‘nter libio d’ço del’aia

Libri

Non quelli che vedo qui, / messi a filari, alzati lungo i muri, / ma quelli fatti di strade silenziose e chiare, / di occhi, mani, frescure dietro le canne; / di foglie nel libro d’oro dell’aria.

Paolo Bertolani

 


martedì 2 febbraio 2016

Irlanda, graffiti



Sempre la stessa cosa, ripartire da Dublino. Addosso quella strana malinconia che mi prende quando l’aereo decolla e stacca le ruote dalla terra irlandese. Mai riuscito a spiegare, a spiegarmi. Mai come vorrei o avrei voluto. Succede da quella prima volta, diciotto anni fa, in cui esplorai “l’isola verde” battendola a tappeto, 4800 chilometri in tutto, il che significa anche passare e ripassare, zigzagare, perdersi e ritrovarsi, ascoltare i profumi, incantarsi ai colori.
Questa volta sono stati 2700, nemmeno pochi, sfiorando appena l’entroterra e costruendo il viaggio con l’oceano quasi sempre a vista. Perché è del mare che ho bisogno, sempre, e questo ormai mi è chiaro.

 
Eppure, anche stavolta è stata una scoperta. Di luoghi e memorie, di nomi e storie. Magari appena coperte da un velo sottile di polvere, quello che fa perdere di vista e mai veramente dimenticare.
Cose nuove: un passaggio veloce da Ballyshannon, dove la gente del Donegal ha dedicato una statua a quel figlio dal carattere schivo che non aveva l’animo da star, ma il talento sì. A Rory Gallagher, che con la musica creò e costruì più che con mille parole, e di mille politiche per riunire il suo popolo, incantando protestanti e cattolici di Belfast col suono della sua chitarra, in quello storico concerto del 1972. Nessun grande artista, allora, voleva suonare a Belfast. Rory la pensava diversamente: “La città è piena di bambini. Non vedo perché non dovrei suonare lì”.
 
Cose ritrovate: il viso beato e battuto di Brendan Behan, scrittore, combattente, commediografo, bevitore, oratore splendido, cuore generoso. «Un per­so­nag­gio tur­bo­lento ma deli­zioso, un uomo di spi­rito e d’azione, un bevi­tore incu­rante, un denun­zia­tore impa­vido di inganni e osten­ta­zioni: insomma, il pro­prie­ta­rio del cuore più grande che abbia bat­tuto in Irlanda negli ultimi quarant’anni», secondo Flann O’Brien, che lo conosceva così bene da ritrarlo perfettamente in poche righe. Uno capace di spiegare con ironia anche il dramma che lo avrebbe portato all’autodistruzione, ad appena quarantasette anni: «Bevo sol­tanto in due occa­sioni», diceva, «quando ho sete, e quando no».
 
Cose riviste. La tomba di Yeats a Drumcliff, ai piedi del Ben Bulben: “Getta un freddo sguardo sulla vita, sulla morte. Passa oltre, cavaliere…”. Il lembo estremo di terra a Crookhaven, dove molto prosaicamente ritrovo la zuppa di pesce più speciale del mondo, sarà perché speciale è questo posto. Il pub di Tom Crean, il South Pole Inn di Annascaul, e la sua immagine, bella faccia di uomo che ha vissuto la vita. E la sua storia di esploratore antartico, che fece senza malattie di protagonismo il bene di grandi e storiche missioni, come quelle di Scott e Shackleton, per poi ritirarsi nella sua terra. Penso alle storie di pionieri e avventura che dovevano uscire come un fiume in piena, davanti al camino, in quell’angolo sconosciuto del Kerry.
 
Scoperte e riscoperte. Inis Mòr, la più grande delle Aran, questa volta attraversata finalmente non da turista “mordi e fuggi”, pensata e riflettuta per quasi tre giorni, alloggiando – come dicevano i viandanti veri – alla guesthouse che guarda dritto sul porto, infilandosi nel vento e nella pioggia, trovando sempre rifugio alla fine di ogni cammino. Westport e il pub di Matt Molloy, sommo suonatore di flauto nei mitici Chieftains, anche stavolta in giro per concerti da qualche parte in Europa. Ma anche Westport del canale tagliato dal sole al tramonto, come non l’avevo mai vista, o forse semplicemente non mi ero mai fermata a pensarla così.
 
Ma prima. La prima volta a Belfast. Bobby Sand e gli altri ancora dipinti a colori vivi sui muri, nella parte ovest della città.
seo chugainn