domenica 28 giugno 2009

Ciao pà

Ciao papo.
Ormai è un anno e una decina di giorni. Mi manchi e volevo dirtelo. E fai sapere a ma che vale anche per lei, anche se è andata via da due. Una cosa che non vi ho detto: più passa il tempo e più amo quel vostro essere (essere stati) persone per bene, al di là e al di fuori di tutti gli schemi. Buoni, anche troppo. Che a volte penso che un po' di cattiveria in più, se me l'aveste insegnata, non mi avrebbe fatto male. A volte, però. Ma più spesso (quasi sempre) mi dico che così è stato meglio.
Non so dove sei, non so dove siete. Se mi vedete, restate nei paraggi. Ogni tanto, lo saprai, vado lassù al parco, e guardo il muretto accanto al parcheggio motorini. Di solito eri lì, seduto ad aspettarmi. Per l'appuntamento col nostro pranzo settimanale, poche parole e molta voglia di riscoprirci, da adulti forse mai cresciuti.
Non ti trovo mai.
Ci sei?

martedì 23 giugno 2009

Boris Vian, mezzo secolo dopo


MI PIACEREBBE

Mi piacerebbe
diventare un grande poeta
e la gente
mi metterebbe
serti di lauro sulla testa
ma ecco
non ho
abbastanza passione per i libri
e penso troppo a vivere
e penso troppo alla gente
per essere sempre contento
di non scrivere che vento

IL DISERTORE
Signor Presidente, le scrivo una lettera
che leggerà, forse, se avrà tempo.
Ho appena ricevuto la cartolina militare
per andare alla guerra entro mercoledì sera.
Signor Presidente, non voglio farlo
non sono sulla terra per uccidere povera gente.
Non per farvi arrabbiare, ma devo dirlo
ho preso la mia decisone: diserterò.
Dacchè sono nato ho visto partire i miei fratelli
ho visto morire mio padre e piangere i miei figli
mia madre ha tanto sofferto che è nella sua tomba
e se ne fotte delle bombe come se ne fotte dei vermi.
Quand’ero in prigionia hanno rubato la mia anima
hanno rubato la mia donna con tutto il mio passato.
Domani uscirò sbattendo la porta in faccia
agli anni morti: vivrò sulla via.
Mendicherò la vita sulle strade di Francia
dalla Bretagna alla Provenza
e dirò alla gente "Rifiutate d’obbedire,
non fatelo non andate in guerra,
rifiutate di morire".
Se si deve versare sangue vada a versare il Suo
caro "buon apostolo", signor Presidente.
Se mi fa perseguire avverta i suoi gendarmi
che non ho armi, e che possono sparare.

Boris Vian, Ville d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959

lunedì 15 giugno 2009

Peter Norman, il terzo uomo

Nella foto, quella foto storica che ha fatto il giro del mondo e in qualche modo ha cambiato il mondo, è il primo da sinistra. Guarda dritto davanti a sé, come se non si rendesse conto di quello che sta accadendo alle sue spalle. Invece lo sa benissimo. Quell’azione, quella protesta simbolica e di devastante impatto, lui l’ha capita, accettata, condivisa.
Il primo a sinistra, l’"altro" sul podio, il terzo uomo di quel momento indimenticabile si chiamava Peter Norman. Australiano, di Melbourne. Velocista di talento. Un campione. Quel giorno del 1968, a Città del Messico, nella finale dei 200 metri era uno dei più forti, ma nessuno pensava fosse più forte di Tommie Smith e John Carlos. Invece, riuscì a infilarsi tra i due. Vinse l’argento olimpico e si preparò a salire sul podio. Ben consapevole di quanto stava per accadere. Di più: partecipe. Smith e Carlos gli avevano spiegato quello che intendevano fare per tenere alta l’attenzione sull’ "Olympic Project for Human Rights". Lui, per rispetto, non fece gesti altrettanto eclatanti. Semplicemente, indossò la spilla dell’associazione per dire, senza parole, che condivideva quell’idea.
Smith e Carlos pagarono pesantemente, negli anni a seguire, quella protesta. Ma anche Norman non fu immune da critiche, boicottaggi, avversioni. Nondimeno, continò a impegnarsi per i diritti civili, uomo di sport ben consapevole che lo sport non è un’isola felice, ma è una voce che può sollevarsi contro i soprusi.
In quella foto c’è anche la storia di un’amicizia che il tempo non avrebbe più potuto cancellare. Quando, nel 2006, Peter Norman se ne è andato all’improvviso, quei suoi "compagni di podio" di trentotto anni prima hanno attraversato l’oceano per accompagnarlo nell’ultimo viaggio terreno. Perché anche quel giorno, in qulche modo, lui potesse sentirsi "uno dei tre".

Peter George Norman (Melbourne, 15 giugno 1942/Williamstown, 3 ottobre 2006)

lunedì 8 giugno 2009

Un bolognese a Stamford Bridge

Non sappiamo ancora e non possiamo dire dove arriverà Fabio Borini, nè che traccia lascerà sul mondo del calcio. Ma da alcune certezze possiamo partire. Le radici, prima di tutto. Una famiglia che respira sport da una vita, papà Roberto che frequentava i campi dell’atletica nei primi anni ‘80 e non ha ancora abbandonato quelli di calcetto, mamma Cinzia che ancora oggi è una delle più note maratonete bolognesi. Loro hanno acceso in Fabio e nella sorella Gloria, talento emergente dell’atletica, la luce della passione sportiva, ma hanno saputo gestirla con armonia e senza esaltazione. Con loro Marco De Marchi, che ha visto nel ragazzo le qualità del potenziale campione e da tempo lo rappresenta. Con onestà, chiarezza, competenza. Qualità che il Dema ha sempre mostrato, fin dai tempi in cui in campo scendeva lui.


Marco Tarozzi


Da Sala Bolognese allo Stamford Bridge. Viaggio lungo, se lo affronti a sedici anni, con la prospettiva di fare della passione un mestiere. È una storia di coraggio, quella di Fabio Borini, che ha ascoltato le sirene del Chelsea e ci ha messo un niente a decidere quale sarebbe stato il suo futuro.
«Il fatto è che il calcio inglese l’ho sempre amato, fin da bambino. Ho iniziato a tirare calci a un pallone che avevo quattro anni. A San Giovanni in Persiceto e poi a Longara, a Calderara e di nuovo a San Giovanni, nel Persiceto ‘85. In quegli anni ho provato anche con l’atletica, facevo mezzofondo. Ma il calcio era molto di più, per me. Poi è arrivata la chiamata del Bologna. Avevo dodici anni».
Ci sarebbe rimasto, in rossoblù?
«Sinceramente sì. Lì ho trovato tanti maestri, a cominciare da Stefano Roncassaglia, che sento spesso ancora oggi. Ma è andata così. Gli emissari del Chelsea sono arrivati fino a casa mia. Ho pensato a quegli stadi che vedevo in tv, a quel calcio che ho sempre amato. Quanto ci ho messo a decidere? Tre secondi, direi...»
Non dev’essere stata una passeggiata, all’inizio.
«Ho firmato nel luglio 2007. Sono arrivato là e non conoscevo una parola di inglese. Ma ero pieno d’entusiasmo, per me era tutto nuovo e bellissimo. E ho trovato Jacopo Sala, che era lì già da un mese. Ci siamo aiutati a vicenda. E comunque non siamo mai stati soli. Al Chelsea l’organizzazione è incredibile, c’è sempre qualcuno pronto a darti una mano. Non vogliono vederti in difficoltà, nè in campo nè fuori».
È per questo che le hanno anche insegnato a cucinare?
«Già. Funziona così: visto che molti di noi prima o poi vanno a vivere da soli, tra le attività collaterali la società ha proposto un corso di cucina, tenuto da grandi chef. Io mi sono iscritto. Adesso so cavarmela anche tra i fornelli».
Anche se a vivere da solo non ci è ancora andato.
«No, sono sempre a Cobham, presso la famiglia Carnes. Marito, moglie e tre figli. Non è come stare con papà e mamma, ma quella è diventata la mia seconda famiglia».
Cos’è Londra, per un ragazzo di appena diciotto anni?
«Un altro mondo a tre quarti d’ora di treno. Un crocevia di razze, di lingue, di mentalità. E cambia in continuazione. Se ci torni dopo una settimana, è già diversa da come l’avevi lasciata».
Nostalgia di casa, mai?

«Qualche volta, all’inizio. Ma i miei genitori non li ho mai sentiti distanti, e poi ero e sono concentrato sul mio lavoro».
Lavoro o passione?
«Entrambi. Però io ho un’idea precisa del professionismo, e da prima di arrivare al Chelsea: se vuoi fare strada devi essere un professionista anche fuori dal campo. Il mio fisico è il mio attrezzo di lavoro. Va curato, coltivato».
Ha trovato buoni maestri, lassù?
«Terry è un padre per tutti i giovani della squadra. È lì da una vita, una bandiera. E ha sempre una parola per i ragazzi, sa coinvolgerli. Ma non è mica l’unico. Ricordo i primi tempi in cui mi fermavo in campo per un supplemento di allenamento, e trovavo Drogba al mio fianco, a sudare con me e pronto a darmi consigli. C’è un rapporto amichevole tra quelli che giocano in prima squadra e gli altri».
Forse c’è anche un’altra mentalità.
«Un esempio: cammino per strada con un amico e incontro Joe Cole, tranquillo tra i tifosi. “Hi Fabio”, mi fa. “Hi Joe”, gli rispondo. Ma quello è Cole, dice il mio amico, meravigliato. Per me era normale. Ho la fortuna di avere come colleghi di lavoro dei campioni».
Sono tanti anche nelle giovanili.
«Gente che frequenta le Nazionali di mezzo mondo. Si impara, in un ambiente così».
Qualche idolo l’avrà avuto anche in Italia...
«Alex Del Piero. Un esempio anche nella vita. Quando il Dema mi ha portato a conoscerlo, prima di un Bologna-Juve in Serie B, ero così emozionato che ho scordato a casa la macchina fotografica con cui volevo immortalare il momento».
Si ricorda la prima partita con la maglia del Chelsea?
«Contro il Birmingham. Segnai subito un gol».
La più bella finora, aspettando altri momenti da incorniciare?
«Quella del novembre 2008 in Youth Cup: 2-3 in casa del Manchester. Ho segnato il terzo gol, e papà e Dema in tribuna si sono messi a urlare in mezzo ai tifosi locali. Hanno dovuto spiegare chi erano...»
Questo è stato un anno di svolta: nel campionato Riserve ha segnato 17 reti in 20 partite.
«Una buona stagione, ma devo ancora crescere. Per me anche gli allenamenti con la prima squadra sono un’occasione, come le grandi partite. Cerco di far vedere che ci sono. Bisogna cogliere l’attimo».
Adesso ci troverà Ancelotti, a dirigerli.
«Parleremo italiano, tra di noi. Ma in campo dovrò dimostrare quel che valgo anche a lui».La emozionano ancora, quegli stadi che sognava da bambino?«Ho superato il problema. Ma quando vedo quello di Wembley, le gambe tremano ancora...»

FABIO BORINI è nato a Bentivoglio il 29 marzo 1991. Ha giocato nelle giovanili del Bologna per cinque anni, prima di firmare nel luglio 2007 per il Chelsea, dove nell’ultima stagione ha giocato in Reserve League, segnando 17 reti in 20 partite

(l'Informazione, 6 giugno 2009)