sabato 30 maggio 2009

Brutta gente

Mettere tante divise
servire tanti padroni
scappare quasi sempre in posti sbagliati
recitare troppe preghiere
e vedere che intorno c'è sempre
c'è sempre troppa
una strana allegria
superbia piena di malinconia
degli uomini ubriachi in miniera.

E poi mercanti vestiti di lino
che non potranno mai capire
che non sapranno ascoltare
il canto delle osterie.

È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.
È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.

E dappertutto vedere
gente che guarda stupita
come mosche intontite
che non vedon neanche la torta
e conoscon solo la fretta
ma neanche un giorno di festa
E se c'è il vino bevon il vino
e se non c'è il vino, pazienza.

È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.
È brutta gente che cammina
e va sporcando la terra.

E un giorno, un giorno come un altro
credono di addormentarsi
senza capire che c'è sopra
c'è sopra un metro di terra

(Enzo Jannacci-Beppe Viola)

mercoledì 27 maggio 2009

Il talento di Lansdale

Il mio amico Francesco Caremani ha incontrato una di quelle persone che vorrei incontrare da tempo. Il texano Joe Lansdale, il papà corrosivo di Hap e Leonard, i detective più improvvisati, geniali, sfigati, avventurosi e inverosimili che mi sia mai capitato di incontrare nelle pagine di un romanzo. L'autore di "Mucho Mojo", "Il mambo degli Orsi", "Rumble Tumble", soprattutto (per me) di "La sottile linea scura" (qui Hap e Leo non c'entrano, ma lo leggo e rileggo, lo assaggio ormai anche a piccole sorsate). Joe il texano, tra gli americani che amo accanto a John Fante, a Thom Jones, a Cormac McCarthy (non solo "Non è un paese per vecchi", ma anche "Cavali selvaggi", "Città della Pianura"), a Richard Brautigan e ai vecchi maestri che non dimentico.
Bel colpo Francesco. E grazie per avermi dato il permesso di riportare l'intervista (da "Non è un paese per giovani", http://francescocaremani.blogspot.com/)



JOE LANSDALE

di Francesco Caremani

Tra Arezzo e Nacogdoches non c’è solo il west ma un oceano, distanza che Joe Lansdale, considerato il più grande scrittore contemporaneo, riempie con le sue parole e la sua presenza, una distanza che si perde nel suo sorriso selvaggio quando afferma: «Sono pagato per essere un bugiardo».Una frottola per chi si richiama continuamente alla realtà circostante, alla quotidianità e alle sue esperienze di vita per cavalcare le pagine dei propri romanzi, l’ultimo, “Sotto un cielo cremisi”, presentato in questi giorni in Italia.Libro che vale la pena solo per l’incipit: “Da un bel pezzo non mi sparava più nessuno, e negli ultimi due o tre mesi ero riuscito a conservarmi la testa tutta intera. Si trattava di una specie di record, e cominciavo già a sentirmi speciale”. Perché come dice Lansdale: «Non riesco proprio a lasciare stare questi due ragazzi. Ci ho provato ma loro tornano sempre indietro tirandomi le lenzuola e sussurrandomi: scrivimi, scrivimi...», considerando la saga di Hap e Leo la storia più divertente che abbia mai scritto.In Toscana, però, ce l’ha portato la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini, per concludere con un seminario di due giorni il modulo professionalizzante relativo al racconto e al romanzo, attraverso laboratori di scrittura creativa, che prima di Lansdale ha avuto come docenti i toscani Giampaolo Simi, Enzo Fileno Carabba e Marco Vichi. «Ho dei sentimenti contrastanti verso le scuole di scrittura – dice Lansdale, che tra le altre cose è docente di scrittura creativa alla Stephen F. Austin University – perché più che insegnare a scrivere possono aiutare chi ha già il talento dello scrittore. Attraverso questi corsi si può guidare chi ce l’ha, ma non si può creare dove non c’è. Senza dimenticare che il talento non basta per scrivere, serve anche volontà e il desiderio profondo di realizzare qualcosa oltre se stessi».
Joe Lansdale vive di scrittura, dentro e fuori di se, definendola la cosa che gli piace di più nella vita dopo la famiglia, ciò che ha reso la sua esistenza migliore, che gli ha dato un modo di esprimersi e anche delle risposte alle domande di un bambino che a nove anni scriveva già i suoi primi articoli per un giornale locale e che a undici ha imparato le arti marziali per difendersi.Un bambino che crescendo ha fatto tesoro delle proprie esperienze, per reinventarle e metterle in fila come pochi altri hanno saputo fare, per creare quello spartiacque che alcuni critici definiscono il prima e il dopo Lansdale. Il punto di non ritorno di una letteratura liquida che naviga tra generi diversi fino a creare ciò che oggi tutti riconoscono come uno stile unico: «La forma narrativa che utilizzo è un modo di rappresentare me stesso, un prolungamento di quello che io sono nella vita di tutti i giorni».
Questo è quello che racconta ai ragazzi che lo seguono, venerando e annotando ogni sua parola, a Villa Godiola, sopra le colline aretine accarezzate dall’acquedotto romano, una volta sede dell’università, che dal 13 al 18 giugno sarà il domicilio di Arezzo Festival, dove fra teatro e cinema, poesia, bambini e lettura ad alta voce la Scuola di Narrazioni Arturo Bandini continuerà nel suo imperterrito intento di promuovere la narrazione, la scrittura e la letteratura. E Joe spiega, quanto e come lavora, come corregge, senza dimenticare la disciplina che ha imparato dalle arti marziali: «A undici anni mi servivano per difendermi, poi sono diventate un modo di vivere, insegnano concentrazione e osservanza, aiutano nella scrittura, senza chiedersi troppo il perché delle cose e del loro succedersi, senza anticiparle, senza togliergli quell’imprevedibilità che è il sale della vita e della scrittura».
Il suo volto e quello sguardo a trecentosessanta gradi sul mondo sono lo stemma del Texas, di quello stato mentale, di un luogo dove le persone pensavano di essere libere di reinventare se stesse, lasciarsi alle spalle il proprio passato e tutt’oggi credono sia possibile, dove la provincia non è quella piccola città, bastardo posto, da dove scappare, bensì il luogo che lo scrittore conosce meglio, ambientazione metaforica e mitologica dei romanzi di Lansdale perché vita vissuta in libertà, la stessa che lui utilizza nella scrittura, tra generi che sembrano diversi.Provincia come Arezzo, che Lansdale aveva già conosciuto e che terrà a mente per ambientare una delle sue prossime storie. Provincia come Firenze, spesso criticata come non luogo ad uso e consumo dei turisti, definizione che Joe rifiuta: «La cultura è un elemento che cambia nel tempo, è sempre in movimento, quindi non si possono trovare le stesse cose di quattrocento anni fa nello stesso luogo, troveremo per forza un’altra cultura, un’altra Firenze».Provincia che spesso i media considerano sinonimo di violenza, quella che Lansdale giudica un male necessario, qualcosa che dovrebbe essere evitato, finché possibile, ma che può rappresentare l’unica via d’uscita: «Non esistono posti senza violenza, quella quotidiana la troviamo in Italia come in Texas, ad Arezzo come a Nacogdoches».
Non c’è etica né morale nei suo racconti: «I miei personaggi sono duri perché sanno prendersi cura di se stessi, non solo fisicamente, ma nel senso che sanno come reagire, come affrontare i colpi bassi della vita per andare avanti».Con Lansdale, ha detto Valerio Evangelisti, si ha la sensazione di vivere un’esperienza anche nostra, repulsiva e affascinante, guidati dalla penna dura e potente di uno scrittore di razza: «Sì, in effetti sono una persona dura, probabilmente dipende dalle mie origini, e anche mia moglie lo è, così come i miei figli, ma duro non vuol dire essere meschino e crudele». Un libro e una sceneggiatura sono già pronti, ma Joe non dimentica la formazione pulp, il colore, l’azione, l’imprevisto e il paradosso di quel tipo di letteratura, così come i B-movie che ne hanno influenzato la scrittura, senza regole prestabilite, per raccontare l’oggi, liquido e violento.

venerdì 15 maggio 2009

Miro Ferrari, il "Fitzcarraldo" del Cerro Torre

Si chiamava Casimiro Ferrari. E’ stato il re del Cerro Torre, oscurato dalla ritrosia, dalla modestia innata e dalla figura imponente di Cesare Maestri, coi suoi ricordi di quella salita del 1959 in cui morì il grande Toni Egger, una conquista che ancora alimenta dubbi. Perché il Torre non si lascia conquistare facilmente oggi, e mezzo secolo fa, con le attrezzature di allora, era praticamente impossibile. Anche per un talento come Egger, anche per il numero uno delle Dolomiti, Maestri.
Così lascia intendere Reinhold Messner, nel libro "Grido di Pietra", pur partendo da una giovanile infatuazione per Maestri che tuttora, pur confutando la sua verità "assoluta", resta profondo rispetto. Messner rivaluta Ferrari, che nel ’74 fu, assicura, il primo vero conquistatore del Cerro Torre, con la spedizione dei Ragni di Lecco.
Di Cesarino avevo sentito parlare, ne avevo letto. Ma scavando nella sua storia unica, spigolosa, affascinante di uomo innamorato della Patagonia, ho recuperato quella che forse è l’ultima, o una delle ultime, interviste. Del 2000. Cesarino Ferrari se ne è andato nel 2006, consumato da un male che, dicevano i medici, avrebbe dovuto annientarlo molti anni prima. Ma lui seppe sorprendere anche loro, andando oltre i limiti della stessa vita.


Un italiano il guardiano delle Ande
Ferrari, l' alpinista lecchese
ha mollato tutto per vivere
da "eremita" in Patagonia

di Costantino Muscau

PROVINCIA DI SANTA CRUZ, PATAGONIA (Argentina) – "Il lavoro mi dava da vivere; l' alpinismo e la Patagonia mi facevano vivere. Per questo, quando mi è stato possibile, ho venduto la mia fabbrichetta di fil di ferro a Lecco, ho lasciato a Ballabio i vecchi genitori, i tre fratelli, i due figli, ormai grandi, e me ne sono venuto qui in Patagonia, per il resto dei miei giorni. Anni fa mia moglie mi domandò: Ma tu vuoi più bene alla tua famiglia o alle montagne? A tutte e due allo stesso modo, risposi. Mi sbagliavo: alla fine hanno vinto le vette. Tanto che mia moglie è a Lecco, dove ha chiesto il divorzio, e io sono qui, da cinque anni. Con qualche rimorso, ma senza rimpianti".
Dalle Prealpi orobiche alle Ande australi per realizzare un sogno dell' infanzia: trovare se stesso in spazi senza limiti e terre senza padroni. Ha trovato spazi e terre, forse anche la pace che cercava: vive solitario in un' estancia (fattoria) di 26 mila ettari, fra 600 pecore, decine di mucche, cavalli, guanachi e galline immersa in una provincia grande due terzi l' Italia, con una densità di popolazione tra le più basse della terra (0,7 abitanti per km quadrato).E’ una storia d' amore avventurosa, tenera e lacerante quella di Casimiro Ferrari. Di un amore folle, da Fitzcarraldo della verticalità, nutrito per le cime più tempestose del mondo e realizzato dopo 35 anni di un "adulterio" vissuto palesemente. Casimiro Ferrari, 60 anni il 18 giugno, cavaliere della Repubblica dal 1977 per meriti alpinistici, "Miro" per gli amici, "El patagonico", o "El condor italiano" per gli argentini, è lo scalatore leader dell' alpinismo lecchese degli anni ' 70-' 80 e quello che più di ogni altro ha segnato la storia dell' "andinismo patagonico". A buon diritto.
"Su quelle pareti ho bivaccato per 182 giorni e 182 notti. Come dimenticare i 17 giorni che ho impiegato per vincere la direttissima di 1450 metri del Fitz Roy?", mormora Casimiro. Gli occhi dello scalatore fissano l' arco andino la cui maestosità ammira ogni mattina dalla sua estancia "Punta del lago", così chiamata perché sorge nelle vicinanze del bacino glaciale Viedma. Il suo indice punta una per una quelle poderose strutture granitiche al confine tra Argentina e Cile, che battute da venti sui 200 km orari, Casimiro ha conquistato con scalate entrate nella leggenda: dal Cerro Torre (1974) al Mermot (' 94).
E' stato ed è un mito vivente, Miro, ma mai si è inebriato di gloria a causa del carattere schivo e chiuso. Solo oggi, da poco in pensione per problemi di salute, a 15 mila chilometri dall' Italia, a 3000 da Buenos Aires, apre la cassaforte di sentimenti e spiega le ragioni del cuore: "Sì, lo so, la massa non mi conosce, ma l' importante è che l' alpinismo mondiale conosca le mie imprese, non me. Venni da queste parti la prima volta con Carlo Mauri nel 1965. Fu il classico colpo di fulmine. Sono eternamente grato al povero Mauri (morto nel 1982, ndr). Per riconoscenza, sulle rive del lago Viedma, nel punto in cui si fermò la prima volta prima di "assaltare le Ande", ho aperto un rifugio a suo nome".
Quel rifugio, in questi giorni, mentre l' estate australe volge al termine, è meta di scalatori, amanti del trekking, saccopelisti, pescatori che hanno saputo di Casimiro grazie a un incredibile passaparola diffusosi con il vento che spazza la Patagonia. Casimiro, infatti, fa dell' agriturismo, più per amore che per denaro (spesso si vergogna di chiedere i soldi dell' ospitalità concessa, fra le proteste della sua collaboratrice argentina, la signora Ana Rojo): "E' un modo per far amare questi posti ad amici, vengono in tanti da Lecco a darmi una mano, e a non amici. La Patagonia e le sue montagne rappresentano tutto per me. Qui ho scoperto il mio valore. Una volta, anni fa, andai a Cervia, sulla spiaggia affollata. Provai orrore e sgomento, mi sentii solo "dentro". Invece, nelle pareti di granito e di ghiaccio raggiungevo la libertà fisica e interiore. Dino Buzzati mi rimproverò di pensare solo a me stesso. Ho conosciuto Buzzati perché era amico di Carlo Mauri a cui una volta dette una mano, in incognito, a scrivere sulla Domenica del Corriere il racconto di una scalata fallita. Con il ricavato di quell' articolo Mauri mi regalò la Fiat 500. "Devi imparare - mi riprese Buzzati, che spesso veniva con noi sulla Grigna - a trasmettere qualcosa agli altri e non a fare solo ciò che ti piace. Vedi: le mie passioni vere sono le escursioni in montagna e la pittura. E invece mi tocca di fare il giornalista...". "Ma io non avevo gli strumenti per farlo - conclude Miro - ho solo la V elementare e non ho letto i libri di Bruce Chatwin o di Sepulveda che vedo in mano ai turisti. Io la Patagonia la leggo direttamente, a modo mio, come fanno gli scrittori. Da quelle vette dove sono rimasto appeso come un pipistrello per 182 giorni e 182 notti, i miei occhi hanno visto cose che il mio cuore non può dimenticare".

IL PERSONAGGIO Da operaio a scalatore nei "Ragni di Lecco" Casimiro Ferrari è nato a Ballabio, in provincia di Como, il 18 giugno 1940. Ha cominciato a lavorare come operaio, ma ben presto si è dedicato anima e corpo all' alpinismo. A 18 anni è entrato a far parte della gloriosa squadra di alpinisti "Ragni di Lecco", a 21 nel gruppo accademico del Cai. Dal ' 74 Casimiro ha operato quasi sempre in Patagonia. Nel ' 72 Cesare Maestri, dopo diversi e drammatici tentativi, era riuscito a sfiorare la vetta del Cerro Torre, ma la sua impresa è contestata ancora oggi. Nel ' 74 l' ascensione è stata compiuta da Ferrari, con i Ragni di Lecco, e Ferrari è considerato il vero conquistatore della montagna andina.

venerdì 1 maggio 2009

Maggio (Primo di)


Il lavoro? Ancora non lo so.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? Ti ho detto, non so niente.
E allora? Allora non lo so,
non lo so, non lo so, non lo so,
non lo so, non lo so.

Ti ho portato qualche cosa che ti piacerà,
ecco il giornale e un pacchetto di sigarette
e dietro a me c'è una sorpresa,
un ospite, un nuovo inquilino:
c'è la mia ombra che chiede asilo
perchè purtroppo anche stavolta
devo dirti che è andata male.

Ma non è successo niente, non è successo niente,
fai finta di niente, non è successo niente,
accendi una sigaretta, chiudi la finestra
e spogliati...
Io ti porto a nuotare,
ti faccio vedere la schiuma bianca del mare,
niente suoni, io e te soli
io e te soli, io e te soli.
Ricordi quel mattino? Quando sono venuto a prenderti
per andare a sposarci e quando siamo entrati in
quell'ufficio... tu mi hai detto "ma dove mi hai portato?",
Ho detto "eh... ti ho portato qui per sposarti" e tu
ridevi, poi a poco a poco sei diventata seria e poi
piangevi e io ridevo... ti ricordi quel mattino?

È come questo, ti amo come allora.
Facciamo l'amore, facciamo l'amore,
facciamo l'amore...
non parlare, non chiedere spiegazioni,
non mi creare complicazioni,
non è cambiato niente, provvederò,
ma domani è domenica e ti porto a nuotare
fino a mezzanotte.

Il lavoro? Ancora non so niente.
Mi hanno preso? Non mi hanno detto niente.
E allora? E allora non lo so.
E allora? Ti ripeto, non so niente,
non so niente, non lo so, non lo so,
non
lo
so.

Piero Ciampi