sabato 28 dicembre 2013

Forestiero



Quante strade senza passi
Quanti rosari di sasso
Quante preghiere nella notte
Senza nemmeno farsi il segno della croce
E un chiodo nella scarpa
 
Quanta terra ho calpestato
Senza volerle fare del male
Terra che mai ho rinnegato
E neanche mai ricordato
E ne ho perfino mangiata
 
Forestiero... anche qui
Nella via che sa tutto di me
Nella piazza che mi riconosce
E si chiede perché
 
Forestiero... da solo
Con la mia ombra che non riesce a seguirmi
Con il cuore che rimbalza in testa
Per finir sotto i piedi
Nel bussare alla tua porta
Quanti volti senza occhi
Quanti pensieri bacati
Per non rimpiangere il mio tempo
Ho nascosto l'orologio
In fondo alla borsa.
 
Quanti letti senza sogni
Quanta memoria di legno
Dura come questa porta
Che pare un disegno
Coi colori messi male.
 
Forestiero... anche qui
Nella via che sa tutto di te
Nella piazza che parla che ride
Ma senza conoscere
 
Forestiero... ma sono io
Con la mia ombra che non riesce a seguirmi
Con il cuore che rimbalza nel culo
Per finire sotto ai piedi
Quando apri la porta
 
Quante strade senza passi
Quanti rosari di sasso
Quante preghiere nella notte
Senza nemmeno farsi il segno della croce
E un chiodo nella scarpa
 
Davide Van de Sfroos
 
 


sabato 14 dicembre 2013

Non detto



Giornate di tanto tempo fa, quando avrei potuto semplicemente salire al piano di sopra e baciare mia madre o mio padre e dire «Mi piacete perché un giorno sarò un vecchio vagabondo nella desolazione, e sarò solo e triste».

JK


venerdì 13 dicembre 2013

Stagioni



Oggi io sono qui
un tale
col tempo tra le mani

Tu mi sei nel cuore
durante
le quattro stagioni
che sono

1 – la primavera
2 – la prima notte
e così via


(Ted Berrigan)


giovedì 5 dicembre 2013

Note a margine



Tristi fisarmoniche prenatalizie suonano My Way.
Via D’Azeglio, luci, passi di fretta.
Malinconia. Pensieri. Volti di striscio. Te.
Te.
Qualcos’altro. Poco altro.

Suono che fa soffrire, per quanto è povero
disarmato
improvvisato.

Non fa nemmeno freddo. Fuori.
Fa freddo dentro, come sempre.
Brutta storia, continuare a piangere
per i dolori del mondo


venerdì 29 novembre 2013

Coordinate



L'inverno (l'inferno)
la fragilità
della neve
masticata divorata
dal sole


Quel tanto di nebbia
che aiuta il mistero

a non sciogliersi
a non rivelare
di sé
che le ombre

Lì sotto
deve pur esserci una strada
che butta dritto
dentro ai tuoi occhi
- i tuoi occhi, hai presente
com'è difficile catturarli
incatenarli
a un'idea? -

domenica 24 novembre 2013

Che cosa vuoi fare di me?



You poisoned my sweet water.
You cut down my green trees.
The food you fed my children
Was the cause of their disease.
My world is slowly fallin' down
And the air's not good to breathe.
And those of us who care enough,
We have to do something...

Oh... oh What you gonna do about me?
Oh... oh What you gonna do about me?
Your newspapers,
They just put you on.
They never tell you
The whole story.
They just put your
Young ideas down.
I was wonderin' could this be the end
Of your pride and glory?

I work in your factory.
I study in your schools.
I fill your penitentiaries.
And your military too.
And I feel the future trembling,
As the word is passed around.
“If you stand up for what you do believe,
Be prepared to be shot down”.

And I feel like a stranger
In the land where I was born
And I live like an outlaw.
And I'm always on the run...
And I'm always getting busted
And I got to take a stand...
I believe the revolution
Must be mighty close at hand...

I smoke marijuana
But I can't get behind your wars.
And most of what I do believe
Is against most of your laws
I'm a fugitive from injustice
But I'm goin’ to be free.
‘Cause your rules and regulations
They don't do the thing for me

And I feel like a stranger
In the land where I was born
And I live just like an outlaw.
And I'm always on the run.
And though you may be stronger now, my time will come around.
You keep adding to my numbers, and you shoot my people down.

mercoledì 20 novembre 2013

These foolish things



La notte
che non porta
in nessun posto

L’anima si è inchiodata
proprio qui, sopra lo stomaco
un pugnale freddo
nel petto
- da non credere –

Sono stato all’ospedale
pronto prontissimo soccorso
niente
non era pronto a soccorrermi
e io non proprio pronto
a crepare
e c’era troppa gente
occhi liquidi nella notte
odore di vomito e muffa
colori troppo accesi

Così eccomi qui piccola mia
aspetto che il cuore vada a pezzi
si frantumi se crede
in questa notte fetida
diversamente lasciamo che sia
vedrò di organizzare
il prossimo risveglio

Ho voglia di qualcosa di fresco
qualcosa di pulito
che lavi via lo sporco della notte
della vita
succo d’arancia o vino dolce
vedi tu
ho voglia di sapori buoni
niente plastica niente neon
niente puttane stanche sui marciapiedi
né pioggia fredda sul collo
niente sigarette al veleno

Ho voglia di scopare bene
ho voglia di uscire di qui
da questa notte da questo buio
da tutto questo dannato
dolore

 


sabato 16 novembre 2013

Viviamo per desiderare


 
"Viviamo per desiderare, e cosi farò anch'io, e balzerò giù da questa montagna sapendo tutto alla perfezione, o non sapendo nulla alla perfezione, pieno di splendida ignoranza in cerca di una scintilla altrove".
JK

venerdì 15 novembre 2013

Masterpieces





Zio Marvin, fammi compagnia.
Tu che ancora mi commuovi,
liberami da tutta questa
malinconia
d’autunno.

mercoledì 13 novembre 2013

Bringing it all back home




Succede che poi
queste vite
fanno giri inattesi
svirgolano, sbordano
viaggiano il mondo
-il mondo intero - prima di tornare
là dove erano partite

Che poi il mondo
- così si dice -
è piccolo.
Stessi angoli, stessa via stretta,
il portico e quel taglio di luce
nella sera
e la casa, il portone
come allora, e tutto
- tutto -
messo lì apposta
per farti ricordare.
Solo che quello
era un mondo da attraversare
in bici, col vento nei capelli,
il cuore
leggero.
Succede che adesso
riparti da lì, provi
a riprendere il filo
dalla rabbia
di allora
per un bacio non dato,
e manca un niente
- insomma -
per chiudere il cerchio.
Così
semplicemente
lo chiudi
e dentro
senti salire un riso sommesso
e non sai se è per gioia
per divertimento
e poi non ti importa
nemmeno saperlo
basta che sia
vero
mai banale
che sia pieno
di vita
che sia tu
ed io
e tutte le frasi
che volevamo spendere
stasera.


Pensavi
di innamorarti dei ricordi
frugando in quel cerchio
e invece
c’è solo il presente, ed è quello
- proprio quello -
che adesso ti affascina.

venerdì 25 ottobre 2013

Winter memories



Showeller gal in a mornin’ whisper
where are ‘u goin’ with your silver showel?
The snow chilled my heart last night
Please, can you help me to heat it up right?

lunedì 21 ottobre 2013

To a refund friend



IN ISTANTI
(dietro la chiesa di Calamosco)

C’è il respiro affannato, e c’è sempre
il solito cielo tra gli alberi,
immutato,
incantato ai tuoi discorsi,
e questo sole d'inverno
che si affaccia appena
tra le pause.

Adesso
il cemento si aggrappa
anche a questo silenzio, avvolge
nasconde
avvilisce
ma noi ci raccontiamo
che almeno non può
cancellare

Solo un salto
indietro negli anni e – ricordi? -
eccoli tutti in fila i nostri
passi di corsa, i miei sguardi
infilati di striscio
dentro ai tuoi. Un guizzo,
oplà,
un incrocio di vite.
La città
dimenticata a due passi
che non ha niente di nuovo
da dirci
più niente di vivo
da darci.

Ora ascolta.
Ascolta bene, ogni cosa
diventa proprio
come te
presente e sfuggente
fragile e inattaccabile.
Nel nulla, tutto.


Come se l’attimo
fosse lì,
in quel punto esatto,
da sempre.

venerdì 18 ottobre 2013

 
SES TUE
(SEI TU)
Fiaccola nei giorni più neri,
splendida come un'alba chiara.
Rugiada sulla terra bruciata
sei tu, sei tu.
Primavera che infiora la campagna,
stella nella nebbia fredda,
desiderio di dolcezze nascoste
sei tu, sei tu
Mettimi una mano sulle spalle
e scaldami il cuore ed il corpo.
Persino le ore più brutte
mi sembreranno una pioggia leggera

Carezza di arcani sentimenti,
regalo di fiori di monte,
augurio di stagioni incantate
sei tu, sei tu

Posami una mano...

(Piero Marras)

lunedì 19 agosto 2013

Compleanno



Babbo, qui non è cambiato niente e a volte mi domando se tu e mà dovevate proprio farmi così. Ma vabbè, vi somiglio nel bene e nel male, che poi è un male che non fa così male agli altri.
Tanto dovrebbe bastarmi, no? Tanto, per ora, mi basta.
Buon compleanno, là dove sei, e dì all’Anna che ogni tanto si schiodi dalla sedia in cucina e si faccia un giretto tra le nuvole…

venerdì 2 agosto 2013

Aspettando

 
Ma che ore sono?
Mancano cinque
alle dieci e mezza
e ancora non l’annunciano
cazzo
sempre così
aspettare aspettare
almeno dicessero
qualcosa
e maledetto me
e ‘sto caldo
e questa sala d’aspetto
piena di gente
non so neppure
perché ci sono venuto
che si sta stretti
e non si vede il sole
dai che là fuori c’è il sole
dai che si parte
arriverà prima o poi
e ci scordiamo tutto
il caldo il sudore
la voglia di scappare via
dai che adesso mi alzo
e vado a fare un giro
fino ai binari
vado a guardare i treni
come quand’ero bambino
e lo annunceranno ‘sto treno
prima o poi
che mancano cinque
alla mezza
dai, mi alzo.
Adesso.
2 agosto 2013

mercoledì 31 luglio 2013

Uno sconosciuto


 
Mi svegliai che il sole stava diventando rosso, e quello fu l'unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero - lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d'albergo che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impianti, i passi al piano di sopra  e altri rumori tristi - e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura. Ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita segreta, la vita di un fantasma. Ero a metà strada tra una costa e l'altra dell' America, al confine tra l'Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e  forse è per quello che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso.
 
Jack Kerouac

 

giovedì 27 giugno 2013

Fiasconaro e quel record in bianco e nero

Marcello Fiasconaro
27 giugno 1973, Arena di Milano
800 metri in 1:43:7
Nuovo record del mondo


Avevo tredici anni. L’Arena era un catino in bianco e nero dentro la tv che trasmetteva il “Rischiatutto”, ma anche “Il Poeta e il Contadino” con due pazzi surreali e in anticipo sui tempi che si chiamavano Cochi e Renato. Era quella la mia tv, e l’atletica come altri sport (il pugilato di Benvenuti e Griffith appena qualche anno prima, quello del ritorno di Muhammad Ali sul ring, la pallanuoto della Pro Recco e di Eraldo Pizzo e Alberto Alberani, i documentari su Walter Bonatti) ci entravano ancora dalla porta principale.

Avevo tredici anni e “March” piombò nella mia vita a grandi falcate. Il tempo di correre 800 metri più veloce di chiunque al mondo. Il tempo di far soffocare un campione come Jozef Plachy, che aveva provato a stargli dietro, fino a trovarsi con le gambe di marmo e la disperazione negli occhi. “March” veniva dal Sudafrica, aveva ovviamente una passionaccia per il rugby e qualcuno lo aveva convinto a correre, vedendolo volare sul campo. Per questo era arrivato in Italia, posto della memoria: papà Gregorio era di Castelbuono, uno dei luoghi sacri della corsa nel nostro Paese. Lì ancora oggi il bar-pasticceria in piazza Margherita, cuore del paese, si chiama Fiasconaro. Un cognome comune, e parentele. Sono partiti in tanti, da lì, cercando un’altra vita.

Avevo tredici anni e mi incantai davanti a quella corsa scombinata e potente, a quel gesto atletico che mi ispirava libertà, come i capelli al vento e quella faccia un po’ così, da uno che non si prende poi troppo sul serio, o non prende sul serio la vita intorno. Marcello Fiasconaro, “Jet” per quelli che cercano per forza il nickname, a scapito dell’originalità, sembrava uno di quelli a cui tutto riesce facile. Ma non era esattamente così, e per arrivare là in alto si era messo anche lui, come Pietro Mennea, asceta della velocità, nelle mani di Carlo Vittori, uno che professava la religione del lavoro per i risultati. Lui, intanto, correva spingendosi sempre un po’ più in là, come quella sera all’Arena, dove giocò a “facciamo a chi ne ha di più”, e dopo raccontò che era arrivato a un passo dallo scoppiare, e invece scoppiò l’altro, il cecoslovacco.

Avevo tredici anni, e “March” era il capotribù di una stirpe guerriera, e gli altri avevano tutti capelli lunghi e baffi e facce donchisciottesche. E si chiamavano Pippo Cindolo, tra i grandi della maratona nel mondo, pioniere da queste parti, e Franco Fava, Gianni Del Buono. E Franco Arese, l’unico che ai capelli aveva dovuto rinunciare, e allora compensava col baffo. Era una bella Italia, una bella atletica. Talento e facce giuste, di quelle che ispirano un ragazzino. Dopo, nella mia vita sarebbero arrivati Pre, carisma assoluto, e John Walker e Rod Dixon, con le loro canotte nere e tutta quella classe. E ancora Bill Rodgers, Frank Shorter, Alberto Salazar. Fino a Henry Rono, il campione delle grandi salite e delle grandi cadute. Dopo. Il salto oltreconfine.

Avevo tredici anni e avrei sognato a lungo quella notte in bianco e nero. Quella corsa contro il tempo che mi avrebbe aperto le porte dell’atletica. E registrato la vita, in qualche modo, perché in pista impari cose che possono servirti anche fuori.

Avevo tredici anni, ne sono passati altri quaranta. Magari è il momento di ringraziarlo, quel sudafricano di Sicilia che sembrava correre sospinto dal vento. E invece era tutta roba sua. Era il talento di “March”.

 

lunedì 24 giugno 2013

Alla grande!

 

Quello che ho più spesso sentito dire, sul mio nuovo lavoro, è “complimenti, sei rientrato nel giro alla grande”.
Eppure, mica ero morto. Mi sento di dire, senza troppo vantare o millantare, neppure professionalmente.
Ho lavorato molto da quando ha chiuso “Il Domani” (no, non mi riesce di chiamarlo con l’altro nome, I’m sorry…).
Ho fatto nascere e crescere un giornale online insieme a un collega, scrivo sull’edizione italiana della più importante rivista internazionale di running, ho pubblicato due libri, dirigo una rivista di settore, ho diverse collaborazioni che mi gratificano, conduco una trasmissione radiofonica dove sono passati campioni di sport e di vita.
Ma “sono rientrato nel giro alla grande”. Adesso.
Non sarà che questa città è talmente chiusa in sé stessa che non sa più guardare fuori dalla finestra più piccola, quella del gabinetto?


giovedì 20 giugno 2013

La tua prima luna



Questa è la tua prima luna che vedi fuori di casa
sapendo di non tornare.
Oggi sei uscito e ti sei domandato
ma dove sto andando e che cosa farò.
Sei finito in un prato, mangiando una mela
comprata passando dal centro,
dove i tuoi amici parlavano di donne e di moto
e tu ti fumavi
la gioia di esser riuscito a fuggire di casa
portandoti dietro soltanto
la voglia di non tornare.

Hai pochi soldi sai bene domani
nessuno ti aiuta
se hai voglia di chiedere aiuto
vai in quella prigione
dove ti hanno insegnato ad amare
poche persone alla volta
e non vuoi ritornare, vuoi amare più gente,
vuoi vivere in mezzo alla gente.
E mentre dormi su un prato, sentendo un po' freddo
tu vedi passare una macchina
verde della polizia,
non ti vedono neanche,
capisci di colpo che il loro discorso
è diverso dal tuo.

Claudio Rocchi

1951-2013


venerdì 14 giugno 2013

Note a margine



Mio figlio. Un paio di libri che ho amato leggere più degli altri. Riletti. Un paio di libri che ho amato scrivere più degli altri. Mai riletti. Il personale sui 5000 metri. La gara dei 5000 metri, così perfetta. Le prove di poesia beat a sedici anni. La piazza bella piazza di allora. Qualche racconto inedito. Un paio di viaggi più indimenticabili di altri. Persone e sguardi che ho incontrato, fermandomi apposta. Una nuotata di chilometri in mare aperto.

Poche cose da non perdere.


giovedì 6 giugno 2013

La casa di Roberto


Volevo farlo da tempo. La casa di via Valeriani 39. Immaginarla animata con le voci e i rumori di allora, più di settanta anni fa. Cinque minuti soltanto, il tempo di pensare a Roberto, figlio di Arpad, e a Giovanni che ha aspettato per anni e anni di sapere dell'amico. Roberto che in quella foto era un bambino sveglio, e non è mai invecchiato. Non lo hanno lasciato invecchiare, dannati loro e quelli che dimenticano.
Volevo farlo. Andava fatto.
Grazie ancora, Matteo.

mercoledì 24 aprile 2013

Buon volo, zio Richie...



Rest in peace, great peaceful man…

domenica 21 aprile 2013

Altri sguardi



Commemorazione della liberazione di Bologna sotto casa, alla sede del Quartiere. Matteo immobile e incantato ad ascoltare l’inno. Non so più se ci sarà un domani per questo Paese, ma se fosse bisognerebbe cercarlo negli occhi puliti dei nostri figli. Ripulire il passato, far tacere demiurghi e imbonitori, rimboccarsi le maniche, ripartire. Gli ideali non sono giovani, sono bambini.


lunedì 8 aprile 2013

Assenze ingiustificate


 
Sono momentaneamente assente dalla mia mente.
Si prega di ripassare più tardi. Che so, tipo nel 2027...
Per urgenze rivolgersi al vicino di casa, che ha un doberman. Libero.
Non di nome, nel senso che gira sempre senza guinzaglio.
Se dovete lasciare della polvere, mettetela sotto il tappeto, vicino alla chiave.
Se è d'oro è meglio.
La polvere, non la chiave.

sabato 30 marzo 2013

Ciao Enzo, e grazie



IL MONUMENTO

Il nemico non è, no non è
oltre la tua frontiera;
il nemico non è, no non è
oltre la tua trincea;
il nemico è qui tra noi,
mangia come noi, parla come noi,
dorme come noi, pensa come noi
ma è diverso da noi.
Il nemico è chi sfrutta il lavoro
e la vita del suo fratello;
il nemico è chi ruba il pane
il pane e la fatica del suo compagno;
il nemico è colui che vuole il monumento
per le vittime da lui volute
e ruba il pane per fare altri cannoni
e non fa le scuole e non fa gli ospedali
per pagare i generali, quei generali
quei generali per un'altra guerra...
Enzo Jannacci


lunedì 25 marzo 2013

"LISOLA", un film racconta una storia degli anni Settanta


Lo ha girato Matteo Parisini: parla della nota comunità nella quale è nato e cresciuto
L’autofinanziamento attraverso “Produzioni dal Basso”. “A fine aprile saremo pronti”


di Marco Tarozzi

Gli ideali dei padri raccontati dai figli. Se qualcuno pensava che quella casa in mezzo all’Appennino fosse stata soltanto una splendida utopia, e considerava la fine di quell’avventura come la sconfitta di un gruppo di sognatori, è proprio nell’amore di questi ragazzi ormai cresciuti, nella cura con cui hanno saputo rispolverare la memoria, che troviamo la risposta: loro hanno capito, hanno imparato, hanno fatto tesoro di tutta quella creatività. E ne hanno ricavato una storia piena di umanità, raccontando tanto delle pulsioni giovanili degli anni Settanta.
La storia è quella di una “comune” nata a Sasso Marconi proprio in quel periodo. A raccontarla in un lungometraggio che porta semplicemente il nome di quel luogo, “Lisola” è un gruppo di ragazzi che ci sono nati e cresciuti. L’idea è venuta a Matteo Parisini, che di mestiere fa il montatore a Roma e ha già all’attivo una bella serie di corti e mediometraggi, il più noto dei quali, “Era Ieri”, girato a Pianaccio, ha un valore inestimabile essendo l’ultima intervista rilasciata da Enzo Biagi prima della scomparsa.
Matteo è un “figlio de L’Isola”. Nato su quella collina dove un gruppo di quaranta ragazzi avevano scelto di vivere in comunità e autosufficienza. Poi alcuni di loro si erano sposati, continuando a vivere lassù. A lavorare la terra, a curare gli animali, a vivere dei prodotti del proprio lavoro e a metterli in commercio.
“Sì, sono figlio di quel posto, ci ho vissuto dodici anni, fino a quando tutto è finito. Ne avevo ricordi belli, vissuti con gli occhi del bambino, e mi era rimasta la curiosità di capire cosa c’era stato alle radici dell’esperienza scelta dai miei genitori e dai loro compagni di avventura. Come avevano sviluppato questa idea di libertà. Ho coinvolto nell’impresa altri cinque ragazzi nati a “L’Isola”: Simone Parisini, Cesare e Nicola Coralli, Chiara Capri, Abramo Brecci ed Elia Comastri. E’ stato importante che a far parlare i genitori fossero i figli. Non so se avrebbero accettato di aprire il baule dei ricordi di fronte ad estranei. In quella scelta di vita loro avevano creduto tanto, e quando finisce qualcosa che era la tua vita ci metti del tempo a digerire, ad accettare. Con noi è stato più naturale”.



Il viaggio nel passato è iniziato così, salendo verso la collina con la vecchia R4, ancora in perfetto stato, di uno di loro. Raccogliendo documenti, verbali delle riunioni della comunità, recuperando vecchi spezzoni di materiale in Super8, e anche un piccolo reperto Rai, un servizio che venne a fare la troupe della trasmissione “Job, lavorare a vent’anni”. E poi le interviste di oggi, fatte proprio lì, nella vecchia e grande casa che oggi è stata acquistata, per abitarci, da alcuni nuclei familiari usciti da quell’esperienza. Ne esce un racconto prezioso in cui i figli raccontano e tramandano i valori e le idee dei padri, e ci offrono uno spaccato sociale di quel periodo.
Il film è praticamente pronto. Matteo Parisini ne è il regista, e per dar vita a questo progetto ha avuto al fianco Nicola Xella, direttore della fotografia, Mirko Fabbri, fonico e Mauro Vicentini per la parte grafica. Le musiche sono di Santi Pulvirenti. Realizzazione spartana, in tutto 20mila euro di spese coperte al 60% dalla Regione Emilia Romagna.
“Il resto lo abbiamo anticipato noi, e ora stiamo cercando di andare in pareggio attraverso un’operazione di croudfunding, quella che propone “Produzioni dal basso”. Si decide un budget, si decidono i giorni necessari per ottenerlo attraverso sottoscrizioni e si dà in visione il proprio progetto autoprodotto. Sarà il risultato della successiva petizione popolare a dire se l’idea ha fatto breccia sulla gente. Noi abbiamo proposto quote da 10 euro, ognuna delle quali dà diritto a ricevere un dvd dell’opera. Chi ci sostiene può decidere se sottoscrivere per una quota o più. Tutto in trasparenza: ad oggi, domenica 24 marzo, abbiamo raccolto 135 sostenitori e un totale di 2430 euro, dei 4000 a cui dobbiamo arrivare entro il 20 aprile. La speranza è quella di avere un ritorno economico che possa permetterci di andare a fare proiezioni in giro per l’Italia, e nel frattempo faremo un giro delle varie tv nazionali proponendo questa storia”.
Che è molto più di una storia locale. Racconta un cambiamento, e la voglia di un futuro diverso che ispirava un gruppo di ragazzi degli anni Settanta. Il ritratto di un’epoca che a ragazzi come Matteo Parisini ha insegnato molto, comunque sia andata a finire la splendida utopia de “L’Isola”.



MATTEO PARISINI è nato a Bologna il 27/10/1980. Montatore di documentari destinati al circuito nazionale e internazionale. Come autore e regista ha realizzato: A Ming (2005), Era Ieri (l’ultima intervista ad Enzo Biagi, raccolta a Pianaccio, 2008) e Porrajmos parole in musica (2010). Lisola è il suo primo lungometraggio.

E’ possibile sostenere questa campagna di EDITORIA COLLETTIVA prenotando una o più QUOTE su:
http://www.produzionidalbasso.com/pdb_2111.html
Segui il film su:
http://www.lisola.tv/


da Renonews.it, 24 marzo 2013

sabato 23 marzo 2013

Colpe



“La vita è responsabilità. E invece stiamo facendo appassire la nostra vita, il nostro futuro nell’eterna assoluzione di noi stessi. La colpa è sempre degli altri: di chi è al governo o al municipio, della dottoressa dell’Asl, del vigile urbano. La colpa è del geometra. Siamo poveri per colpa degli altri, stiamo male per colpa degli altri. Colpa loro: la scelta più agevole per un ignavo. L’indice puntato. Sono gesti che si ripetono davanti ai miei occhi e parole che risuonano come fosse un sottofondo musicale. E invece è sempre mia la responsabilità”.

(Ascanio Celestini)


lunedì 11 marzo 2013

Ballando sul Titanic



Andavamo in piazza pensando di cambiare il mondo. Convinti che saremmo riusciti a colorarlo con la forza delle nostre idee, della nostra gioventù.
Eravamo creativi. Facevamo anche un’enormità di cazzate, ma in mezzo nasceva davvero qualche fiore.
Ci hanno dato degli illusi. E va bene, ci sta. Lo siamo stati, forse.
Ma ci hanno aiutato a spegnerle, le illusioni, accendendo milioni di televisori e raccontandoci sempre la stessa storia.
Ci hanno lobotomizzati. Quasi tutti. Qualcuno ha ancora pensieri da spendere, e spesso sono ancora vent’anni avanti. Ma ci si sente soli, a pensare. Ci si sente male.

Andavamo in piazza pensando di cambiare il mondo.
Adesso su quella piazza ci organizzano l’ennesimo Harlem Shake.

L’orchestra suona. Balliamo.

11 marzo 1977 – 11 marzo 2013

martedì 19 febbraio 2013

Metafore


Oggi sarebbero sessant'anni.
Invece sono quasi venti che mi manchi.
Il cielo piange. Metafore.

sabato 26 gennaio 2013

Con destrezza



Amico mio.

Ti dico la verità: mi sarebbe piaciuto che avessi ricordato che quelle righe virgolettate che hai citato sono roba mia.
Non è presunzione, solo che io ho questo da darti. La scrittura.
Se le hai prese, ho idea che ti siano piaciute, quelle righe. E le hai prese, appunto.

Ma sono vecchio, è tutto qui.
Invece, scrivere ormai è questo.
Non si paga un'idea, lo so da tempo.

Ma nemmeno si dice un grazie, se un’idea
ha acceso un’emozione.

Va così, è la fottuta fretta.
E’ la condivisione in tempo
di social network.
E’ la dannata miseria.

E le ferite si sommano alle ferite.