sabato 30 gennaio 2010

Bianciardi, mezzo secolo in anticipo


E' aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale e cumulativo e procapite, l'occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze-squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l'età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al Giro d'Italia.

Tutto quello che c'è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie. Il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l'automobile l'avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l'asciugacapelli, il bidet e l'acqua calda.

A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l'un con l'altro dalla mattina alla sera.

Io mi oppongo.


Luciano Bianciardi, "La Vita Agra"

giovedì 14 gennaio 2010

Il talento cancellato 2 - Mickey "da Cat" Dora

"Vivere sulla spiaggia non è la risposta. La gente che vive sulla spiaggia si annacqua il cervello. Io vengo qui soltanto per le onde e nient'altro"
Mickey Da Cat Dora, 1934-2002


"Dora lives". La scritta che periodicamente appare (per essere cancellata da solerti imprese di pulizia, e ancora riapparire) sul muro di fronte allo spot di Malibu Beach.
Dora, al secolo Miklos Sandor Dora, per tutti Mickey e "da Cat" per il popolo dei surfers, in effetti non vive più dal 3 gennaio 2002, quando un male incurabile se l’è portato via a Santa Barbara, a sessantotto anni. Non una morte giovane, ma comunque leggenda. Anche perché dalle scene "da Cat" era sparito da una vita. Più o meno dal 1967, quando all’apice della gloria surfistica aveva affrontato la semifinale del Malibu Invitational Contest, uno degli eventi più importanti del circuito professionale degli States, calandosi i boxer e mostrando il posteriore alla giuria. Scendendo poi dalla tavola e sparendo nel nulla.




Dora è stato un’icona della scena di Malibu tra gli anni Cinquanta e i Settanta. Un idolo controverso, odiato e amato, sbruffone e generosissimo, filosofo e cialtronesco, con un talento per la tavola fuori del comune. Odiava il "surf biz" che stava prendendo piede, ma ne sfruttava le potenzialità partecipando da splendida controfigura a un gran numero di quei B-movies a sfondo surfistico, fatto di bellezze calforniane e sciocche storie di amori da spiaggia. Decretava in discorsi e lettere al vetriolo la fine dello "spirito del surf", ma era anche pronto a posare per una delle prime firme dell’abbigliamento di genere. Si accordava con Greg Noll, altra icona della disciplina, per realizzare la tavola "griffata" col suo nome, ma immediatamente se ne pentiva: "Non voglio che qualche adolescente brufoloso dell’Iowa usi "da Cat" come ornamento da macchina, o che qualche viscidone di Malibu ne faccia un tavolino da salotto…"


Dora è stato uno spirito libero, pur inseguito dalla giustizia americana. In quel lontano 1967 sparì anche dagli States, rincorso da un mandato d’arresto per frode con carte di credito e assegni falsi, roba pesante da quelle parti. La sua fuga per evitare il carcere ne alimentò la leggenda. Fu avvistato sulle coste della Francia, dell’Irlanda, dell’Africa e del Brasile, in Australia e in Nuova Zelanda. Ovunque ci fossero onde da cavalcare, senza "commercio" intorno. Tornò in patria nell'81, e agguantato dall'Fbi conobbe anche le patrie galere, per qualche mese. Continò a cavalcare l'onda, sempre più defilato, e fece in tenpo ad affacciarsi al nuovo millennio.



Lo aveva "coltivato" il patrigno, Gard Chapin, altro eroe della tavola. Un’educazione, anche questa, controversa: regole da scuola militare e libertà assoluta del surf. Non poteva che uscirne un personaggio così, bello e dannato, antitesi perfetta del modello da surf, lui così tarchiato, robusto, scuro di capelli e dal petto villoso. Sull’onda era uno spettacolo: linee sicure, eleganza assoluta, ritmi nuovi e in anticipo sui tempi. E rapporti rudi con gli altri surfer, almeno con tutti quelli colpevoli di "invadergli" l’onda, che per un’artista è come farsi scippare il magic moment creativo.

Mickey Dora era questo, ed era ache un linguaggio originalissimo, fuori dai canoni, originale . Padre della "controcultura" surf negli anni del Vietnam, pur non riconoscendo le orde di ragazzi che si ispiravano a lui. Capace di analizzare il degrado sociale dopo la morte di Kennedy con uno stile criptico. Questo.

"Il 22 novembre 1963 questo paese è stato colpito da una tragedia, da questa tragica data le onde del continente americano sono gradualmente peggiorate e una mareggiata pulita sembra non poter più arrivare. Città in fiamme, scuole assediate e operazioni militari condotte in terre lontane. Spero che anche voi vogliate le stesse cose che voglio io. Libertà di vivere e surfare le onde della natura senza l’esasperata pressione di questo malsano sistema che governa il mondo e questa malatissima guerra. Sono tempi incredibili. Ringraziamo Dio per le onde "libere" che ancora prendiamo".

sabato 9 gennaio 2010

Il talento cancellato - 1. Filippo Paita

Il talento smarrito. Svanito nel nulla, bruciato, o semplicemente abbandonato. Altre storie di sport, di uomini che avrebbero potuto farsi campioni e non ci sono riusciti, o semplicemente non hanno voluto farlo. Hanno voltato pagina, hanno girato la schiena. Spesso bruscamente. Talvolta senza un motivo apparente.
Sono i coni d'ombra che esistono tra le luci sfavillanti che illuminano racconti di gloria, di conquista, di successi. Sono storie perdenti, a volte. Più spesso di disincanto, di rinuncia. Coltivi il tuo talento passo dopo passo, poi all'improvviso arrivi a un bivio e infili un'altra strada. Coscientemente o no. Non sei più un campione, o non lo sarai mai. E avresti potuto esserlo. Senza cercare di dare o darmi spiegazioni, sono storie che ogni tanto mi piace rileggere. Dentro c'è una fiamma che arde, anche se non ha portato nella direzione che si immaginava. Dentro c'è molta umanità.

La prima la prendo a prestito. L'ha raccontata Giorgio Specchia su uno splendido spazio virtuale, "Indiscreto" (http://nuovoindiscreto.blogspot.com/, da frequentare). E' l'incredibile storia di Filippo Paita, uno che aveva le doti per diventare un fuoriclasse dell'atletica. Non a parole: lo dicono i numeri, che nell'atletica sono certezze. E che un giorno, all'improvviso è sparito. Niente più sport di vertice, niente più gare, niente. Senza dare spiegazioni.

Giorgio Specchia, su Indiscreto, l'ha raccontato così...

PS - Grazie a Factory, al secolo Saverio Fattori, che me l'ha segnalata...


LA LEGGENDA DI FILIPPO PAITA



Zero titoli, ma un talento grandissimo. Ci fosse lui ora il mezzofondo italiano avrebbe sicuramente un finalista olimpico e mondiale. Altrettanto sicuramente avrebbe una medaglia prenotata per gli Europei. Eh già, se ci fosse Filippo Paita. E chi è? Uno che figura nelle liste dei più veloci italiani di sempre sui 3.000 metri. Il suo nome è in mezzo a quelli di Di Napoli, Ortis, Panetta, Cova, Mei… Quel 7’51” indoor nel 1992 a Genova, nei Columbus Games trasmessi in diretta su Tele Monte Carlo, fa urlare a Giacomo Mazzocchi: “Chi è questo Filippo Paita?”. L'ex c.t. Rossi risponde: “Un ragazzo della Riccardi”. Quel ragazzo, 24 anni, è conosciuto solo da chi l’atletica la mastica, la capisce, la suda. Alla Forza e Coraggio di Milano, pista in terra da 378 metri, un giorno si inventa un allenamento. Parte da casa, via Wolf Ferrari, è arriva di corsa al campo di via Gallura. Un chilometro e mezzo circa di riscaldamento. “Giorgio, dai, prendimi un mille”. “Vai Filippo”. Due minuti e 30 secondi. Attenzione: in una curva c’è la sabbia, nell’altra (dove non batte il sole) c’è il fango… Qualche giorno dopo lascio Filippo sotto casa all’una del pomeriggio dopo una sgambata di un’ora a 4 minuti al mille. Ci vediamo domani. Giorgio Rondelli, l’allenatore, raggiunge Filippo in piazza Maggi. Quasi lo carica a forza in macchina. Filippo non vuole andare a Genova perché agli assoluti indoor è finito solo terzo. In tv, nella starting list in sovrimpressione, compare il nome di Filippo Paita. “Ma non mi ha detto niente, sarà un errore”, penso. Invece no. Filo è lì, lo inquadrano. E’ una gara veloce. Il gruppo si sgrana. Filippo a Genova accarezza la pista, il tempo è un tempone, il terzo assoluto all time in Italia. Paita però non è un robot. Se la gode. Un giorno me lo ritrovo nella sala corse di via Bramante, a due passi dall’Arena. Una piccola divagazione durante il riscaldamento della Pasqua dell’Atleta. Gioca un cinquantino su qualche sfigatissimo trottatore. Guarda la corsa in tv. Perde. Poi riprende il riscaldamento e piazza un meno 8 sui 3.000, terzo e primo degli italiani. Già, i 3.000. La sua distanza preferita, non olimpica ovviamente. A vent’anni si presenta al campo '25 Aprile'. Leggiamo sulla Gazza che Cova fa un test pre-olimpico. Paita ha voglia di correre. E sta attaccato al campione fino ai 200 finali. Il campione s’incazza perché deve fare una volata per staccare “quello lì” che corre con la Lacoste verde. La prima impresa di Filippo è in seconda media. Tutti i milanesi nati negli anni Sessanta sanno cosa rappresenti quel giro intorno all’Acquario con partenza e arrivo all’Arena Civica. Per quel che mi riguarda un incubo. Tutti partono forte, come se fosse un 60 metri. Io adagio: “tanto li riprendo questi pirloni”. Invece il fiatone arriva presto e non raccolgo cadaveri. Gli altri se ne sono andati e io sono lì, con l’acido lattico che mi esce dalle orecchie. Filippo è uno di quei pirloni irraggiungibili. Entra all’Arena da solo con una retta di vantaggio. Mai nessuno ha vinto così…Prima di ritirarsi con l’atletica Filippo ci regala altre due perle, sempre nel 1992. Vince i campionati italiani assoluti sui 5.000 metri al Dall’Ara di Bologna. Baldini annaspa e se la giocano in volata Filippo e Gotti. Non c’è partita. Paita è più veloce, sopravanza l’amico Gotti ma, a 10 metri dal palo, improvvisamente scarta verso l’interno. Sfiora il rivale che appoggia un piede fuori dalla pista. Reclamo. Gotti vince, Paita sparisce dall’ordine d’arrivo. “Filippo, che cazzo hai fatto?”. “Volevo fare come quando Baroncini (un driver di trotto; n.d.r.) ha vinto quella corsa con Enguerillero (un trottatore; n.d.r.)…”.Per rimettere le cose a posto, tre mesi dopo (stessa pista, stessa distanza) Filippo li ribatte tutti (gli italiani) nella Notte delle Stelle. Primo Barkutwo (Kenia) 13’26”, secondo Ntawalikura (Ruanda) 13’29”, terzo Paita 13’32”. Pusterla, Gotti, Baldini, Carosi finiscono dietro. Qualche giorno dopo, ancora a Bologna, riunione regionale in un campetto periferico. Filippo vuole fare un 10.000. Il secondo, Privitera, finisce a 30”. Gli altri tutti lontani. Il primo è Paita che piazza lì un 28’35” sui 10.500 metri. Avrà fatto cento doppiaggi. Sembra lanciato verso le vette internazionali. Sembra. Senza un vero perché Filippo Paita decide di non correre più.

venerdì 1 gennaio 2010

E Coppi parla ancora


Coppi è un ricordo in bianco e nero. Un libro, e un arrivo del Giro dell'Emilia visto col nonno. Nonno Mario. E l'autografo del mio primo campione da figurina.

Coppi non l'ho nemmeno incrociato, da ragazzino. Se ne è andato a gennaio, nello stesso anno in cui sono nato ad agosto. Ma come tanti l'ho vissuto nei racconti di chi c'era, ancora più colorati perché c'era da lavorare di immaginazione, con quei pochi filmati della tv dei due canali, e basta.

Avevo quasi dodici anni quando Mario mi portò a vedere l'arrivo del Giro dell'Emilia. Quell'anno era in via Stalingrado, alla Fiera. Fu quando Eddy Merckx arrivò insieme allo spagnolo Santiago Lazcano, e non ebbe pietà. Perché Merckx era così, correva per vincere e la sua filosofia non prevedeva sconti, per nessuno. Gimondi regolò gli inseguitori, arrivando sul traguardo poco più di un minuto dopo. E io andai a casa felice, perché ovviamente Merckx era uno dei miei idoli di ragazzino.

Che c'entra Coppi? C'entra perché ai margini della corsa c'era un furgoncino dove il business era semplice: foto di Merckx più libro "Parla Coppi", scritto da Rino Negri, che tra i giornalisti era forse l'amico più intimo del Campionissimo. C'entra perché quel binomio, Coppi il passato e Merckx il presente, mi affascinava, e convinsi mio nonno a concludere "l'affare".

Poco oltre, orgoglioso del mio acquisto, incrociai Giordano Turrini ancora affaticato dopo il traguardo. Era uno dei pochi bolognesi che sfogliavo tra le figurine dell'album "Campioni dello Sport" della Panini. Lo avvicinai con timidezza, e l'ultima pagina, bianca, di quel libro, mi sembrò perfetta per farci entrare l'autografo del mio campione di casa.

Quel libro mi è tornato tra le mani qualche giorno fa. Con la foto di Fausto in copertina, in testa uno di quei baschetti che portava d'inverno anche mio nonno. E quella firma vergata con mano quasi infantile: Turrini Giordano. Il campione che poi è entrato nelle venticinque storie del mio libro sullo sport bolognese, raccontandomi una carriera sportiva di sacrificio e volontà.

"Parla Coppi", girato e rigirato, consumato dall'uso. Quella storia che mi incuriosiva, quella storia di sport immensa e luminosissima. Quella vita da campione che forse ha indirizzato le mie scelte, insieme ai tanti quaderni pieni di cifre e statistiche di campionati immaginari, di calcio, di ciclismo, di automobilismo, che riempivano i miei pomeriggi di bambino.

"Parla Coppi", Fausto, il nonno e quel pomeriggio in via Stalingrado a guardare i campioni del ciclismo. E il bello è che cinquant'anni dopo Fausto parla ancora, come fosse tra noi. Con quelle gesta in bianco e nero che ognuno di noi ha colorato come meglio ha creduto e voluto, perché ancora non era arrivato nessuno a spiegarci come colorarle.