lunedì 22 settembre 2008

Visini, il marciatore che si fermò a Bologna



Cercavo proprio una foto come questa. Una foto può dire più di mille parole. Da giovedì scorso, quando ho scritto della premiazione di Alex Schwazer a Bologna, pensavo a lui. A Vittorio Visini, che conosco da quando iniziai a frequentare le piste ragazzino, e che del ritorno di Schwazer alla marcia, del suo ritrovarsi, è stato l'artefice insieme a Sandro Damilano. E' Visini che ha voluto il ragazzo, allora nemmeno ventenne, ai Carabinieri nel 2004. Da responsabile del Centro Sportivo Carabinieri. Carica ereditata nel 1984 e orgogliosamente retta fino allo scorso maggio. Quando il luogotenente Visini, un pezzo di storia della marcia e dell'atletica azzurre, con le sue 67 maglie azzurre e tre partecipazioni olimpiche, è andato in pensione.
L'Arma lo aveva festeggiato con lungimiranza all'inizio dell'anno. Con una pagina dell'edizione 2008 del famoso calendario. Quella del mese di agosto. Li raffigura insieme, Visini e Schwazer. Il maestro e l'allievo che adesso è entrato nella storia.
Così, qualche anno fa, in un'intervista Vittorio mi raccontò la sua carriera, le sue Olimpiadi, le gioie e le delusioni, la sua Bologna. Forse adesso, insieme a quelle di altri grandi dello sport, la sua testimonianza finirà in un libro.


IL MARCIATORE NELLA STORIA


di Marco Tarozzi

Mica facile, per chi non è in un modo o nell'altro coinvolto nella grande famiglia dell'atletica leggera, immaginare che lì, dentro quella caserma di via delle Armi, a due passi dal Molino Parisio, c'è un pezzo di storia di questo sport. Lì, oltre l'ingresso del Battaglione Carabinieri, in fondo al viale che si intravede dal posto di guardia, c'è la mitica pista del Centro Sportivo Carabinieri, un anello che ha visto correre e marciare alcuni tra i più grandi atleti italiani. Carlo Grippo, Vittorio Fontanella, Renzo Finelli, Marco Marchei, Claudio Solone, solo per fare qualche nome di quelli che appartengono al passato. Lì ha attraversato la vita, ieri da atleta e oggi da direttore tecnico del gruppo, il maresciallo Viittorio Visini. Quello che è un pezzo di storia, appunto, anche se fa di tutto per non farlo pesare e ricordare. "Vabbè, in fondo è acqua passata", minimizza. E invece no. Non passano le sessantasette maglie azzurre, una collezione che lo ha portato nell'85 al primo posto, in quanto a presenze, tra gli atleti che hanno difeso i colori italiani nel mondo. E il bello è che, in campo maschile, da allora nessuno ha fatto meglio. E poi ci sono i titoli italiani, otto all'aperto e altrettanti indoor, con la sequenza ininterrotta, dal '70 al '75, nella 50 km. di marcia. E le tre Olimpiadi vissute da protagonista, naturalmente. E la quarta, quella che non arrivò mai. Ecco, magari vale la pena di iniziare proprio da quella Olimpiade perduta. Mosca 1980.
"Fu l'Olimpiade del boicottaggio contro l'Unione Sovietica, e l'Italia decise di partecipare soltanto con gli atleti che rappresentavano società civili. Insomma, noi militari fummo costretti a restare a casa, e fu una brutta botta perché quando uno è in ballo per una partecipazione olimpica ha alle spalle anni e anni di sacrifici. Fu l'ultima beffa, per me. Ero nel pieno della maturità, avevo trentatrè anni e magari sulla 50 km. avrei potuto dire ancora la mia".
Passione pura, quella per la massima distanza olimpica della marcia. A Vittorio, nato a Chieti il 25 maggio del '45, appena dopo la liberazione da una guerra maledetta, la fatica pareva non pesare. Meno che mai la solitudine. A ventitrè anni era già una stella, in Italia. Pronta a partire per Città del Messico, per un'esperienza quasi più grande di lui.
"Me la ricorderò sempre, quella prima volta. L'esperienza olimpica per un atleta è la cosa più bella e importante che possa esserci, e allora era un traguardo inimmaginabile. Andai in Messico dopo due buone preolimpiche, il clima era quello che i ragazzi sanno alimentare quando li spinge l'entusiasmo. Goliardia pura. Ma in gara feci bene, arrivai sesto assoluto e meglio di me, nell'atletica, fece solo Gentile che vinse il bronzo nel triplo. Insomma, per un ventitreenne fu un bell'esordio. E quella gara mi cambiò la vita. Ero entrato da poco nei Carabinieri, ci rimasi per sempre".
Monaco 1972. Altra storia, non solo sportiva. "Il dramma degli ostaggi israeliani, la loro morte all'aeroporto, ci sconvolse tutti. Sotto il profilo umano fu un'esperienza choccante. Noi italiani eravamo molto coinvolti, al villaggio olimpico eravamo nella palazzina accanto a quella degli israeliani e vivemmo il dramma in diretta. Fu un colpo anche perché nessuno pensava che una cosa del genere potesse capitare in Germania, col villaggio blindato dalle forze dell'ordine. Poi le Olimpiadi ripresero, ma non fu la stessa cosa. Doveva essere l'Olimpiade della pace, con le colombe alzate in volo durante la cerimonia di inaugurazione. Invece, lo sport uscì sconfitto da quei giorni neri".
Settimo posto a Monaco, sempre nella 50 km. Ottavo a Montreal, Canada, nel 1976, nonostante un cambiamento obbligato di programma. "Altra beffa. Ero arrivato quarto agli Europei, quell'anno, e in Europa c'erano i migliori marciatori del mondo. Insomma, ero tra i favoriti. Ma eliminarono la 50 km. dal programma e mi toccò ripiegare sulla 20, che non era la mia gara preferita. Me la cavai, ma mi ritrovai con la carriera tagliata a metà. Non lo nascondo, quell'anno puntavo a una medaglia sulla distanza lunga, nella stagione precedente avevo fatto anche il primato mondiale delle 20 miglia. Ero carico, ma le cose andarono in quel modo e mi adattai. Poi, appunto, quattro anni dopo a Mosca persi anche le ultime speranze di podio".
Tre Olimpiadi, quasi quattro. Attimi indimenticabili, persone insostituibili. Ne ha viste, Vittorio Visini, di facce che hanno fatto la storia. "Ricordo soprattutto la grande personalità di Abdon Pamich, che poteva sembrare un po' orso, se osservato in superficie, invece aveva un carisma e una umanità enormi. Ed entrai in ottimi rapporti anche con Livio Berruti. Quando ci conoscemmo io ero un ragazzino e lui già il campione delle Olimpiadi di Roma, ma nacque una bella amicizia che dura ancora oggi. E poi c'era Donata Govoni, la più forte nel mezzofondo qui a Bologna e soprattutto in Italia. Era l'unica donna che veniva ad allenarsi alla pista di via delle Armi, insieme a Enore Sandrini, velocista dei Carabinieri che poi sarebbe diventato suo marito".
Personaggi e luoghi della storia di Vittorio Visini. Gli amici, i maestri. E Bologna, s'intende. "Devo sempre ricordare Pino Dordoni, leggenda della marcia azzurra, che mi ha allenato per una vita. E Mario Lanzi, papà burbero che mi seguiva a Schio, e il professor Gino Pederzani dal quale credo di aver imparato anche i piccoli segreti del lavoro che faccio oggi. Bologna è sempre stata qualcosa più di un posto di lavoro. Una tappa fondamentale, direi. Mi ha aiutato a crescere come uomo, mi ha dato la possibilità di diventare un'atleta dell'Arma. Il destino mi ha portato qui, e io credo che il destino non muova mai a caso le sue pedine. Sono abruzzese, orgoglioso di esserlo. Ho una casa a Schio. Ma ecco, appunto, Bologna è il mio posto delle fragole, è stata la città del destino".

E continua a esserlo, perché le foto in bianco e nero di una vita da atleta hanno lasciato il posto a quelle a colori del dirigente di successo. La vita continua, per il campione. Ed è piena di colori.

12 commenti:

Marzullo ha detto...

La domanda sorge spontanea: ma il luogotenente Visini ha allenato anche il leggendario indiano Tarozzi?

marco tarozzi ha detto...

Caro Marzullo,
mi verrebbe da dirti: fatti una domanda e datti una risposta...
Ma te la do io: no, Visini non mi ha mai allenato. I miei tecnici sono stati Orfeo Cesca e Angelo Sisti agli albori, Salvatore Di Domenico per qualche tempo quando passai alla Francesco Francia, poi Massimo Bonora tra il '79 e l'81, il periodo d'oro del Taroz. Poi, al Cus Bologna, facevo da solo spesso aggregandomi ai "virtussini" del grande Lauro Bononcini (Basiliana, Restani, Catalano e compagnia). Un giorno, se vorrai, scriverò qualcosa su quegli anni... ma solo se vorrai...

Marzullo ha detto...

Perché non facciamo un bel libro sul Cus Bologna? Contattiamo franceschetti, l'ufficio stampa del Cus (mi dicono sia uno sveglio) e il gioco è fatto. L'editore ce lo metti tu?
Ti do pure una traccia di titoli:
Com'erano belli quegli anni.
In copertina foto dell'indiano Tarozzi. Che ne dici?

marco tarozzi ha detto...

Il Cus ha avuto gente migliore dell'indiano Tarozzi. Atleticamente, non esteticamente...

marco tarozzi ha detto...

epperò... un libro sul Cus non sarebbe male. Se lo chiamiamo "Formidabili quegli anni" dici che Mario Capanna si adommbra?

Marzullo ha detto...

Formidabili quegli anni non è male.
Davvero. E poi due cuori e una capanna

Muggy ha detto...

Buongiorno, sono un lettore che non conosce Marco Tarossi. Di che cosa parlerebbe il suo libro? Abito dalle parti di Bologna e qualcosa che riguardi lo sport di casa nostra mi piacerebbe molto

Witness ha detto...

Scusa Muggy, ma se non conosci Tarozzi (doppia zeta, ignorante, non doppia esse) non hai mai comprato il Domani, non hai mai letto Stadio negli anni Novanta, non hai mai letto Calcio 2000 (la prima versione, quella più completa e interessante) non hai mai letto Correre. Scusa Muggy, non per farmi gli affari tuoi, ma tu cosa leggi? Solo Repubblica e Corriere della Sera? Ben fatti, per carità, ma dello sport bolognese di base non troverai mai nulla. Sul Domani di Tarozzi (e pure sul Carlino, perché no?) troverai tutto quello che cerchi. E, se mi passi la battuta, cambia spacciatore (nel senso di giornalaio)

Giusto ha detto...

Abbiamo tanto bisogno di buone letture. E' vero che Marco ogni tanto tende a piacersi un po' troppo (tradotto: ogni tanto scrive per se stesso) però è un piacere leggerlo

marco tarozzi ha detto...

Muggy, ma mi tiri la volata? Guarda che poi pensano che queste cose me le scriva da solo. Witness è Witness, logico che mi dia qualche assist ogni tanto. Caro Giusto, leggersi da soli, in prospettiva, è il destino di tutti i cosiddetti "bloggers". Quando tutti avremo uno "sfogatoio", ognuno leggerà il suo. Poi, lo sai che sono della scuola del Civ. Che così chiudeva il libro "Civ e gli altri":
"So benissimo che un giorno - spero non tanto prossimo - molti mi diranno "sei un mito, una leggenda, ma sai, abbiamo giovani in gamba e cerca di capire se non possiamo più avvalerci della tua riverita collaborazione". Come e cosa farò quel giorno? Non voglio pensarci. O forse sì, ci penso. Scriverò qualcosa sui muri".
Ecco: sul blog è lo stesso...

Salomone ha detto...

Ma se scrivi sui muri sei come quei graffitari che si credono padroni del mondo. E vogliono lasciare la firma ovunque. La libertà sta nel dare delle scelte, non nell'imporle. E in ogni caso sei meglio quando scrivi per farti leggere. Piuttosto che quando di scrivi addosso

Mazzetta quello vero ha detto...

A proposito di colori, caro Marco, perché pur essendo molto propositivo, sei così parco di interventi? Cosa fai, snobbi i tuoi lettori? O non hai molto tempo tra una poppata e l'altra? In ogni caso non è bello che tu tratti così male chi ti legge ogni giorno