giovedì 25 settembre 2008

Bolognesi nel deserto


Sono entrato in tema di atletica, e figurarsi se non ci resto. Un amico mi ha proposto di raccontare qualche storia di mezzofondo bolognese anni Ottanta e l'idea mi piace. Cercherò prima qualche foto d'archivio, e la collaborazione della community trasversale Cus-Acquadèla che è più che mai viva e vegeta, anche se gli anni passano inesorabili...
Oggi, piuttosto, parlo di maratona. Anzi, la voce esatta sarebbe: “Maratona, bolognesi innamorati di...”. Ma non sono quelli di cui si parla una volta all'anno, in partenza per New York con una missione da compiere, un decennio in più da festeggiare o un messaggio da lanciare al mondo. Non sono vip conquistati dalla corsa. Questi sono maratoneti che si infilano nel deserto per portare sollievo e aiuto concreto a chi nel deserto ci vive. E non vivono quella realtà solo per il tempo di una gara. Gente come il mio amico Leo Rambaldi, che l'atletica la pratica da tempi non sospetti (ah, Leo, chi ci ridarà quei fondi medi consumati sulla pista da pattinaggio all'Arcoveggio...) e che, insieme ai ragazzi di El Ouali, hanno portato centinaia di podisti a correre nei villaggi dei Saharawi, popolo in esilio che sogna ancora di ritrovare la propria terra e la propria identità.
Ecco quello che scrivevo dopo l'edizione 2007 della Saharamarathon. Datata come cronaca, ma i concetti sono quelli di allora. Come la gente che progetta un mondo migliore partendo da questo piccolo mondo.



Marco Tarozzi

La prima volta andarono in cerca di un’emozione nuova. Correre per quarantadue chilometri nel deserto, il massimo per chi considera ancora e sempre la maratona come un’avventura, e ha la curiosità di scoprire quello che vive intorno a un evento sportivo. Laggiù, tra quelle dune algerine, scoprirono ben altro. La dignità e il calore di un popolo dimenticato, vite che scorrono in una natura complicata e difficile, il bisogno di fare qualcosa per gli altri, i significati profondi che possono esserci dietro a una corsa. Così, oggi Leo Rambaldi, Mattia Durli e tutti quei pionieri che nel 2001 scoprirono navigando su Internet la prima edizione della Sahara Marathon, la grande corsa che attraversa la vita e le speranze dei campi profughi del popolo Saharawi, tornano ancora ogni anno in quei luoghi in cui hanno lasciato il cuore. Ma quando arrivano lì non corrono più, e non è un paradosso. Da cinque anni tocca a loro, e all’associazione El Ouali che hanno costituito insieme ad altri amici come Giordano Molinazzi, come l’attuale presidente Federico Comellini, come Lolo Tiozzo che da anni si occupa delle questioni tecniche e logistiche, farsi carico dell’organizzazione dell’evento.
“L’idea originale l’ha avuta Jeb Carney, un americano”, spiega Rambaldi, bolognese come tutti i membri storici dell’associazione. “Alla prima edizione eravamo già sulla linea di partenza. Non ne abbiamo più persa una. Per due anni l’organizzazione è rimasta in mano a Carney e ad alcuni spagnoli. Poi, dal 2003, siamo subentrati noi. Oggi siamo sempre dietro le quinte, insieme ad altre due associazioni, una tedesca e una spagnola. All’ultima edizione, andata in scena il 26 febbraio, abbiamo portato un centinaio di persone, tra atleti e accompagnatori. E’ vero, il tempo per correre non l’abbiamo più. Ma le soddisfazioni sono altre. Quella di sensibilizzare tante persone alla dura realtà di questo popolo, attraverso la corsa. Quella di vedere gente che non riesce a dimenticare questa esperienza. Perché la Sahara Marathon non è la classica gara in mezzo al deserto fine a sé stessa. Laggiù vivi per una settimana a contatto con la popolazione locale, appena arrivi vieni ospitato dalle famiglie Saharawi, nelle loro tende ai campi profughi. Entri nella realtà di queste persone, condividi il loro stato d’animo”.
Il popolo dimenticato vive da più di trent’anni vicino a Tindouf, in territorio algerino. Un popolo di profughi che ha smarrito la via del ritorno alle sue terre d’origine, terre fertili sulla costa del Marocco. Un paradosso: gente di mare costretta a vivere nel deserto, in tendopoli piene di vita, dignità, pulizia. Un mondo che ha bisogno di tutto. Solidarietà, sostegno, aiuti internazionali. Quelli di El Ouali, maratoneti nello spirito, sanno che anche una corsa può aiutare. Ad accendere i riflettori, a tenere viva l’attenzione. Portano gente che vuol correre nel deserto, una volta all’anno, proprio in concomitanza con i festeggiamenti della Rasd, Repubblica Araba Saharawi Democratica, nata trentadue anni fa. Ma non dimenticano per il resto dell’anno. Hanno progetti concreti, coinvolgono le istituzioni, creano sul posto opportunità di riscatto e di lavoro.
“Quest’anno”, continua Rambaldi, “abbiamo inaugurato l’ospedale di Smara, costruito grazie ai contributi delle amministrazioni comunali di Rimini, Cattolica e Riccione. E con i proventi della maratona del 2006, circa dodicimila euro, gli abitanti dei territori occupati hanno messo in piedi un centro polisportivo, con campi di calcetto, pallacanestro, pallavolo. E poi ci sono le medaglie della Sahara Marathon. Qualcosa più di un semplice attestato di partecipazione. Quest’anno, per la prima volta, sono state fabbricate sul posto, uscite dalle mani degli stessi Saharawi. Con l’assistenza tecnica del Cirp dell’Università La Sapienza, e con il contributo della Provincia di Milano, abbiamo dato vita a un laboratorio per il riciclaggio della latta e della carta. Un progetto che va oltre la semplice assistenza, l’aiuto umanitario. In quel laboratorio oggi lavorano con un impiego fisso cinque persone del posto, e contiamo di poter aumentare la manodopera a breve. Già molti gruppi sportivi italiani hanno fatto richiesta delle medaglie dei Saharawi per le loro manifestazioni, e l’intero circuito delle Ecomaratone italiane le adotterà ufficialmente da quest’anno. Per noi il risultato più importante è rendere i Saharawi totalmente padroni del proprio destino. In questo senso, abbiamo fatto passi avanti anche nell’organizzazione della manifestazione: la gente del posto ha imparato a promuovere l’evento, e negli anni la nostra diventerà sempre più un’assistenza tecnica di supporto”.
Insomma, è tutto chiaro. Se ormai Leo, Mattia e tutti quegli appassionati della prima ora lasciano a casa calzoncini e scarpe da running ogni volta che partono per i campi profughi, non hanno bisogno di giustificazioni. Per correre c’è tutto il tempo quando tornano a Bologna, laggiù c’è molto altro da fare. Anche far correre il prossimo, naturalmente.
“L’edizione 2007 è stata un trionfo. Alla maratona e alle prove di contorno, una “mezza” e due gare di 10 e 5 chilometri, hanno partecipato quasi quattrocento persone, di ventidue nazioni. Sono arrivati runners dall’Europa dell’Est, dal Sudamerica, dal Sudafrica, uno addirittura da Singapore. Per la prima volta abbiamo portato su quei percorsi due atleti disabili, Stefano Rossi che ha gareggiato su un percorso alternativo, asfaltato, con la sua handbike, e Generoso Di Benedetto, affetto da distrofia muscolare. Anche il problema della diversa abilità è sentito, in un paese che ha vissuto una lunga guerra e in cui molti uomini hanno lasciato la loro integrità fisica sui campi minati”.
Molta parte del merito va a questi maratoneti che sanno rinunciare alla corsa per lanciare messaggi attraverso la corsa. “Quando ci chiederanno cosa stiamo facendo, potrai dire: stiamo ricordando. E’ così che vinceremo sulla lunga distanza”: è lo slogan che accompagnava la Sahara Marathon 2007. Lo spirito giusto per spingere al traguardo queste idee, questo popolo, questo senso di fratellanza.

8 commenti:

Giusto Triste ha detto...

Caro Tarozzi, nel deserto ci siamo noi, con i nostri dubbi e le nostre paure. E i giornali che non ci capiscono e ci opprimono

marco tarozzi ha detto...

Già. Quando non chiudono...

Mazzetta ha detto...

Quale giornale sta chiudendo?

solidale ha detto...

Risparmiare sulle idee e mortificare la professionalità è come chiudere. A volte anche peggio

Anonimo ha detto...

bella, la storia dei maratoneti per i Saharawi. E bello che ci siano persone così...
ciao, stefano

Il Vecchio Saggio ha detto...

Chiudere è un po' morire.
Ma Morire è chiudere è un po' troppo

marco tarozzi ha detto...

Ciao Stef. Sì, ci sono ragazzi così, e così vicini a noi. Dunque, ci sono ancora speranze che lievitano nell'aria.
Sulle questioni dei giornali, e su chi li gestisce, avrei qualcosa da dire. Un giorno, certo, un giorno.
Con Vecchio Saggio non si può che essere d'accordo...

Fan di Sgummo ha detto...

E allora se sei d'accordo con il vecchio saggio non puoi che essere felice. Hai una bella moglie, donna Elisa, e un pargolo ancor più bello, il grandissimo Sgummo. E allora devi proprio essere felice