martedì 16 settembre 2008

Ciao Stè


E domani sereno
volerò in braccio a Dio
tra i papaveri e il treno
perché là è il posto mio
(Il treno dei papaveri - Stefano Rosso)


Stefano Rosso se n’è andato pochi attimi prima di tagliare il traguardo delle sessanta primavere. Banale dirlo, portandosi via un po’ dei miei vent’anni. Ne aveva ventinove, e io diciassette, quando presentò la canzone che ne avrebbe cristalizzato la carriera, azzeccando quel ritornello che ancora oggi qualcuno si sorprende a fischiettare, quasi dimenticando che il titolo era "Una storia disonesta", semplicemente perché per tutti il concetto resta quello, "che bello, due amici una chitarra e lo spinello…" (e il secondo refrain era ancor più geniale, "che bello, col pakistano nero e con l’ombrello").
Io ho amato soprattutto altri pezzi. "Letto 26", o "Bologna ‘77", scritta in ricordo e memoria di Giorgiana Masi, e già nel titolo testimone della mia quotidianità, a quei tempi. Ho amato l’ironia dissacrante, apparentemente trasandata e spesso malinconica, di quei testi, e quel cuore trasteverino coltivato al Folkstudio con venature di folk americano.
Un cantautore. Con addosso la creatività di quegli anni di indiani metropolitani e sogni da colorare. Però atipico. Prima di tutto perché la chitarra la suonava benissimo. Se ne ricordò quando il grande pubblico che amava quel ritornello gli voltò le spalle. Tornando, dopo un periodo di silenzio e di scelte anche drastiche, ai concerti. Quelli dove non ti puoi nascondere: musica dal vivo, spesso solo strumentale, bluegrass e "fingerpicking" da manuale. E lavori discografici originali, come "Live at the station", registrato nella sala d’aspetto di una stazione, o "Fingerstyle guitar". E collaborazioni anche illustri: da Mia Martini (per lei scrisse "Preghiera") a Ivano Fossati e Claudio Baglioni.
Se c’è un paradiso per quelli come Stefano, immagino che lassù lo stiano aspettando eterni ragazzi che come lui hanno attraversato di striscio, come i gatti, il mondo del music business. Gente che in qualche modo gli assomigliava, come Rino Gateano o Franco Fanigliulo. E che come lui se ne è andata motlo presto.
Il primo pensiero d’addio, sul sito stefanorosso.net, lo ha lasciato la figlia Stefy: "Papà grazie per tutto quello che mi hai dato... e continuerai a darmi. Ti amo immensamente, ci vediamo pulcino mio. Tua figlia". Alle otto di stasera ne hanno (abbiamo) lasciati altri 1600. Stefano non era un "dimenticato".

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