sabato 7 febbraio 2009

Zatopek. Semplicemente "Courir"



Ne avevo parlato lo scorso 23 novembre, otto anni e un giorno dopo il suo addio al mondo. "Canto per Zatopek", si chiamava quel post. L'amico Giorgio, rilanciando dopo aver letto la storia di Arpad Weisz, mi ha segnalato l'uscita molto prossima di un Adelphi dedicato a lui. A Emil Zatopek. E' già uscito in Francia, l'ha scritto Jean Echenoz e si chiama semplicemente "Courir". Correre. Pensare che Zatopek nemmeno ne aveva voglia, all'inizio. Lo tirarono per la giacca. Lo convinsero, quasi costrinsero. Poi, non smise più. Dentro quel libro, immagino, c'è molto altro. La storia di un eroe buttato giù dal piedistallo poco dopo l'addio alle corse.
La sua colpa fu il suo coraggio. La sua voglia di democrazia, di libertà. Non correva più, nel buio di una miniera. Resisteva. Uscì da quel buco nero, tornò monumento. Esempio per i giovani, non solo per chi vive di sport. Uomo vero, con una parola, un credo, una dignità.
Aspetto l'edizione italiana di questo libro. Come Giorgio. Come chi crede ancora che certi miti, certi giganti tranquilli, possano ancora insegnarci qualcosa.


Intanto, ho trovato questo articolo, scritto da Marco Ventura sul Corsera del 13 dicembre 2008. Titolo: Emil Zatopek, eroe oltre il regime.






Quando Berlino riapre lo stadio per i Giochi degli eserciti alleati, Hitler in tribuna è un fresco ricordo; brucia ancora il suo rifiuto di stringere la mano allo sprinter nero Jesse Owens. Ora sugli spalti c' è l' allenatore di Owens, Larry Snider, invitato d' onore. La Seconda guerra mondiale è finita. Negli spogliatoi, il soldato americano Joe ha un cartello in mano. Vede comporsi i gruppi di atleti delle diverse nazioni dietro i cartelli tenuti dai suoi commilitoni. Il suo cartello è per la Cecoslovacchia, ma non si presenta nessuno. In extremis compare un tipo sorridente, grandi denti, pantaloncini corti, felpa logora e stinta. «Ci sei solo tu? Solo uno?» chiede Joe. Emil annuisce. La fanfara intona la marcia. Joe ed Emil sfilano per l' ilarità degli ottantamila del pubblico, per lo più militari. Al termine della sfilata, Joe ha fretta di liberarsi del cartello mentre Emil si siede in tribuna e aspetta la sua corsa, i cinquemila metri. Poi si parte ed Emil è ancora solo, stavolta solo con la sua velocità: corre come ha imparato nei sentieri della sua Moravia, nel fango e nel vento, sfidando ogni volta il proprio limite, soffrendo. Dopo poco ha già doppiato tutti gli avversari. Il pubblico è di nuovo in piedi. Larry Snider non crede ai suoi occhi: non è normale, quel tipo fa tutto al contrario eppure stravince. Emil ha intanto passato il nastro d' arrivo e continua a correre inseguito dagli applausi e dai giornalisti. Quando giunge il momento della sfilata di chiusura, Joe è ancora lì, col suo cartello, ma non ha più la stessa faccia. La medaglia d' oro in petto, Emil si avvicina, Joe lo congratula, lo abbraccia, «solo uno», grida, «solo uno»; partono fieri, insieme, per il loro giro d' onore. Per due terzi del libro Jean Echenoz non scrive il cognome di Emil, addirittura lo chiama Émile, lo francesizza, perché Emil è come il soldato Joe, un tipo qualunque. Solo dopo le medaglie olimpiche, i record del mondo, lo scrittore francese si arrende, deve arrendersi. A pagina 93 finalmente Emil è «Zatopek». Ecco infine il suono della velocità, «tre sillabe mobili e meccaniche, impietoso walzer a tre tempi, rumore di galoppo». Ci vuole quel cognome, il suo suono, per completare la storia. Ma solo per completarla, perché per il resto basta Emil; basta la parola di cui Zatopek è sinonimo e con cui Echenoz titola il suo nuovo libro: Courir, «Correre», (uscito in Francia da Les Éditions de Minuit, verrà pubblicato in Italia da Adelphi). Emil corre e vince a modo suo. Per i grandi fondisti correre è volare o danzare, sfilare. Invece Emil scava il terreno; le sue gambe «mordono e masticano la pista con voracità». Avanza a scosse, pesante, torturato dallo sforzo, il viso una smorfia; «come avesse uno scorpione nelle scarpe». Agita la testa, le braccia vanno per conto loro, i gomiti si levano; ansima. Niente eleganza, niente stile: è «un motore eccezionale su cui ci si è dimenticati di montare la carrozzeria». Emil non ha tempo per lo stile. Si massacra di allenamenti; smentisce tecnici e medici. E vince, domina. Ha cominciato per caso, battendo i superatleti della Wermacht in un cross nella campagna di Brno. Continua ora che la dittatura non è più nazista ma comunista; ora che Emil ha il ritratto di Stalin in casa. Emil del resto non si sente straordinario. Una commissione medica riunita a Praga smentisce le voci di un corpo anomalo; «Emil è un uomo normale, è soltanto un buon comunista». A ogni ritorno trionfante in patria, Emil sale di grado militare; sullo sfondo, l' ennesimo processo politico ripulisce il Paese da traditori e spie, dai valletti dell' imperialismo, dai nemici del popolo e del socialismo. Il suo Paese è bloccato, lui corre. Emil ossigena i polmoni, i suoi concittadini soffocano di ideologia e paura. I permessi per l' estero sono centellinati; i compagni generali lo strumentalizzano, vegliano sulla stampa zelanti funzionari. Emil vince, continua a vincere; anche quando cela ormai la calvizie sotto un berretto di lana a pompon. Fa suo il record sull' ora, gli otto record del mondo in distanze superiori ai cinquemila. Alle Olimpiadi di Helsinki la sua maglietta rossa si stacca su stagni che luccicano al sole: è il tempo per la sfida più grande, la maratona. Emil stravince anche lì; quando entra primo nello stadio, centomila spettatori in piedi si stupiscono «non soltanto di ciò che vedono, ma anche del rumore che possono fare vedendolo». Inizia qui la parabola discendente. Quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Melbourne, è di nuovo la maratona a dire la verità. Emil cede al trentesimo chilometro, ma riesce a trascinarsi fino allo stadio; è sesto. Taglia il traguardo e cade in ginocchio, la testa sull' erba gialla; «resta così per lunghi minuti durante i quali piange e vomita ed è finita, tutto è finito». C' è voluto l' intero Echenoz per far correre ancora Emil la «locomotiva». Ci sono voluti i suoi romanzi, le versioni dall' Antico e Nuovo Testamento. Tanta scrittura fine, ricca, ha prodotto la necessaria sobrietà; si è asciugata, rare metafore, niente anni, tempi dei record, ha seguito solo l' essenza. Trovandola infine tra i rifiuti di Praga dove Emil, sostenitore della Primavera di Praga e perciò forzato nelle miniere di uranio, fa il netturbino. Il regime comunista vorrebbe umiliarlo, ma la gente lo riconosce; lo saluta dalle finestre, lo festeggia, lo acclama. È Emil uomo come tutti; ed è Emil il campione, l' eroe. È Emil Zatopek.

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