mercoledì 6 agosto 2008

La bandiera di Lopez Lomong



Quando eravamo in Africa, non sapevamo quale sarebbe stato il futuro per noi ragazzi, correvamo e basta. Dio stava pianificando il mio futuro e io non lo sapevo. Ora sto usando la corsa per tirar fuori le parole e raccontare quante cose orribili ho visto in Sudan durante la guerra. Non sempre queste cose si trovano sulla CNN, e io spero che le mie parole servano a informare la gente. Proprio ora cose altrettanto terribili accadono in Darfur. La gente scappa dal Darfur, e io mi metto nelle loro scarpe e corro con loro.
(Lopez Lomong)

Questa, finalmente, è una storia di sport come vorremmo sempre sentirne, e raccontarne. Quella di Lopez Lomong, che correrà i 1500 alle Olimpiadi sotto la bandiera degli Stati Uniti. Ai primi di luglio è arrivato terzo ai Trials di Eugene, sulla mitica pista dell’Hayward Field dove nacque la leggenda di Steve Prefontaine.
Lopez Lomong è nato in Sudan nel 1985. A sei anni, nel ’91, fu rapito dalle milizie filogovernative dal villaggio di Kimotong, insieme a un centinaio di bambini. Venne inprigionato e scampò a fame e stenti, a differenza di tanti suoi sfortunati compagni. Nutrendosi di piante di sorgo per qualche settimana, il tempo per organizzare una fuga di bambini costretti a ragionare da grandi. Fuggì e corse, corse, corse fino ai confini del Kenia, fino alla salvezza. Finì in un campo profughi, ci restò per dieci anni mentre al villaggio i suoi genitori, dopo averlo cercato per mesi, credendolo morto avevano già celebrato il suo funerale. Un piano umanitario lo portò via da quella situazione nel 2001. Fu adottato da una famiglia di Tully, stato di New York, e da quel momento la corsa diventò qualcosa di diverso. Non più necessaria alla sopravvivenza, ma un modo per affrancarsi. Da allora, Lopez Lomong parla attraverso le sue lunghe falcate.
Non arriva alle Olimpiadi da miglior mezzofondista degli Usa. Ai trials è arrivato terzo. Non sarà il vincitore dei 1500. Ma a pensarci ha già vinto. Sette anni fa, usciva da quel campo profughi dopo aver visto cose che gli occhi di un bambino non dovrebbero mai vedere, e nemmeno quelli di un adulto. Cosa potrebbe fargli paura, in un’impresa sportiva? Quale significato può avere per lui una vittoria o una sconfitta? A ventitré anni, questo ragazzo deve avere ben chiaro il valore delle cose. Di quelle futili e di quelle che contano.
A Pechino sarà portabandiera degli Stati Uniti. C’è di mezzo un messaggio forte tra nazioni forti. Ognuna col suo personalissimo concetto di democrazia. Ma la storia di Lopez Lomong viaggia al di sopra di qualunque messaggio. Non ha bisogno di parole.

3 commenti:

Mauro ha detto...

Ciao Marco, mi sono permesso di riportare il tuo testo nel nostro blog, citandone il blog con relativo link. Resto in attesa di tua conferma eventuale. grazie,
Mauro
IB4D
http://itablogs4darfur.blogspot.com

Paletto ha detto...

Siamo tornati all'Italiano.
Grande Tarozzi, viva l'Italia, come cantava Francesco De Gregori

Witness ha detto...

Tarozzi meglio del sito della Gazzetta. Almeno per quello che riguarda l'atletica. Viva Sgummo