mercoledì 13 agosto 2008

On Dirait Nino



Nino Ferrer meriterebbe di essere ricordato anche solo per un paio di "pezzi" apparentemente facili, ma più rivoluzionari di quanto non si immagini, per l’epoca: "Vorrei la pelle nera", parole contro il razzismo e splendida voce R&B, e "Il re d’Inghilterra", parole contro la guerra nel solco (francese) tracciato anni prima da Boris Vian. E infatti ancora oggi è in Francia che lo ricordano come merita.
Nino se ne è andato, oggi sono dieci anni esatti, suicida pochi giorni dopo la morte della madre, nella sua tenuta di Quercy, nei pressi di Montcuq, nel cuore della sua amata campagna francese. In realtà era italianissimo, si chiamava Agostino Arturo Maria Ferrari ed era nato a Genova nel ’34. Mamma francese e papà italiano, ingegnere che per lavoro si trasferì in Nuova Caledonia quando il figlio aveva appena sei mesi.
Una vita così, tra Oceania, Francia, Italia. Cittadino del mondo. E una rara vena creativa. Magari la maggior parte di quelli che lo ricordano pensano a certe canzonette che lo resero famoso in Italia tra fine anni ’60 e inizio ’70, cose come "Donna Rosa" e "Agata". Invece era molto di più. A Parigi si era laureato in lettere e filosofia alla Sorbona, specializzandosi in etnologia e diventando allievo di Leroi-Gourhan, talmente bravo da diventare un apprezzato conferenziere. Attore dilettante nella compagnia stabile della Sorbona, bassista jazz che accompagnò stelle come Bill Coleman e Richard Bennett, autore e attore cinematografico. Poi, appunto, cantante. Di cose lievi e di successo, ma anche di pezzi indimenticabili come "Le port de Salut", "La Rua Madureira", "Povero Cristo", "Le Sud". Diceva: "Un giorno mi viene fuori Donna Rosa e un altro La Rua Madureira, che è la mia preferita ma che purtroppo non ha fatto una lira, o Povero Cristo che la radio sicuramente non trasmetterà e che quindi pochi sentiranno. Mi succede così: il pubblico di Donna Rosa non mi vuole in un genere più impegnato e non lo chiede, e l'altro che lo apprezzerebbe, non lo può conoscere".

Quando il successo diventò troppo soffocante per uno come lui, si ritirò in campagna, pubblicando dischi sempre più rari e preziosi e soprattutto tornando a una delle sue passioni di artista vero, la pittura. Vissuta con la stessa professionalità, tutt’altro che da dilettante.
In un ferragosto torrido di fine millennio, arrivò sottotraccia la notizia della sua morte volontaria, spesa con fatica in un campo di grano. Colpì, credo, molti della mia generazione, che immaginavano un destino diverso per un artista che ci aveva regalato botte di vita e di ritmo.
In Francia lo avevano nominato Cavaliere delle Arti e delle Lettere, e di recente grandi artisti gli hanno dedicato un disco-tributo, "On Dirait Nino". In Italia lo abbiamo dimenticato in fretta, come ci succede spesso anche con altri.

4 commenti:

Dan Gay ha detto...

Cantava Vorrei la pelle nera.
Chissà cosa direbbe, ascoltandolo, Michael Jackson

Al Bulgnais ha detto...

Taroz, tu 'scor' un po' troppi diffezzil.
Parle vu acse con Sgummo?
Ne brisa veira.

Il Maligno ha detto...

Caro Marco, ti offro uno spunto di riflessione. L'Unipol Banca affianca la Fortitudo. Da quel momento solo sconfitte per una squadra che, nel campionato di baseball, pareva essere la candidata più accreditata per la vittoria finale. Non voglio fare polemiche né illazioni. Ma l'Unipol non è stata la stessa che ha girato le spalle al Domani?
Ai poster (quelli della Fortitudo Baseball virtualmente scudettata)l'ardua sentenza.

marco tarozzi ha detto...

Caro Maligno, per uscire dall'angolo ti rispondo così: su questo post rispondo solo a domande e considerazioni su Nino Ferrer. Certo che, va ammesso, quella delle Fortitudo è una debacle inattesa...