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Se i poeti fossero meno stupidi

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Se i poeti fossero meno stupidi, se fossero meno pigri, renderebbero tutti felici per potersi occupare in pace delle loro sofferenze letterarie. Costruirebbero case gialle con grandi giardini davanti e alberi pieni di uccelli di zufoletti e grandi gigli di cinciatristi e capinere allegre di pennacchi, sbafatori e piccoli corvi rossi che direbbero la buona ventura Ci sarebbero grandi stagni con luci all’interno e duecento pesci, dai crostacei al topo d’acqua, dalla piccola moneta al “pepamule” dall’aguglia al passero-scranno dalla navicella all’asinello Ci sarebbe aria nuova profumata dell’odore delle foglie, si mangerebbe a sensazione e si lavorerebbe senza fretta, a costruire scale di forme mai viste con legni venati di malva lisci come lei sotto le dita Ma i poeti sono molto stupidi. Per cominciare, scrivono invece di mettersi a lavorare e ciò dà loro dei rimorsi che conservano fino alla morte, felici di aver così sofferto Si compensa...

Signora Aquilone

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C’era una donna, l’unica che ho avuto, aveva i seni piccoli e il cuore muto, nè in cielo nè in terra una casa possedeva, sotto un albero verde dolcemente viveva. Legato ai suoi fianchi con un filo d’argento, un vecchio aquilone la portava nel vento e lei lo seguiva senza fare domande perchè il vento era amico e il cielo era grande. Io le dissi ridendo “ma Signora Aquilone, non le sembra un pò idiota questa sua occupazione?”. Lei mi prese la mano e mi disse “chissà, forse in fondo a quel filo c’è la mia libertà”. E così me ne andai che ero un poco più saggio con tre soldi di dubbio e due di coraggio e incontrai un ubriacone travestito da santo che ogni sera si ubriacava bevendo il proprio pianto.   E mi feci vicino e gli chiesi perdono ma volevo sapere se il suo pianto era buono. Lui mi disse “fratello, è antico come Dio, ma è più dolce del vino perchè l'ho fatto io”. E prima che le stelle diventassero lacrime e prima che le lacrime diventassero ste...

Già detto

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Distanze tra il vero e il vuoto tra frasi e cadute di ritmo. Nulla che possa veramente spaventare i nostri occhi infrangibili. Eppure qualcosa si è spento qualcuno si è venduto - svanendo - gli scatti, i rimbalzi dell’anima. Sia, facciamone pure una questione di anni. Che passano, che addomesticano. (taroz)

Libri

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Libi Nò quei ca vedo chì, missi a paède, issà pe i muri, ma quei fati de strade site e ciàe, de òci, man, frescùe dré ae cane, de fòge ‘nter libio d’ço del’aia Libri Non quelli che vedo qui, / messi a filari, alzati lungo i muri, / ma quelli fatti di strade silenziose e chiare, / di occhi, mani, frescure dietro le canne; / di foglie nel libro d’oro dell’aria. Paolo Bertolani  

Irlanda, graffiti

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Sempre la stessa cosa, ripartire da Dublino. Addosso quella strana malinconia che mi prende quando l’aereo decolla e stacca le ruote dalla terra irlandese. Mai riuscito a spiegare, a spiegarmi. Mai come vorrei o avrei voluto. Succede da quella prima volta, diciotto anni fa, in cui esplorai “l’isola verde” battendola a tappeto, 4800 chilometri in tutto, il che significa anche passare e ripassare, zigzagare, perdersi e ritrovarsi, ascoltare i profumi, incantarsi ai colori. Questa volta sono stati 2700, nemmeno pochi, sfiorando appena l’entroterra e costruendo il viaggio con l’oceano quasi sempre a vista. Perché è del mare che ho bisogno, sempre, e questo ormai mi è chiaro.   Eppure, anche stavolta è stata una scoperta. Di luoghi e memorie, di nomi e storie. Magari appena coperte da un velo sottile di polvere, quello che fa perdere di vista e mai veramente dimenticare. Cose nuove: un passaggio veloce da Ballyshannon, dove la gente del Donegal ha dedicato una sta...

Si sente?

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Per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono “Ti dà fastidio, il rumore dei treni?” ci vien da rispondere “Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?” . Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore. E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui. Paolo Nori, “Manuale pratico di giornalismo disinformato”

Sessantacinque anni. Oggi

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Pre, oggi, avrebbe sessantacinque anni. Questa è una foto scattata il 19 aprile 1968, al Silke Field di Springfield, Oregon. Steve Prefontaine aveva compiuto da poco diciassette anni. Non c’erano ancora i baffi, ma lo sguardo sicuro che punta dritto l’obiettivo, quello sì. Era un ragazzo della Marshfield High School pronto a prendere il volo. Era un ragazzo di Coos Bay che amava “il lavoro ben fatto”, proprio come la gente di quella costa dell’Oregon dove lo sguardo si perde sull’oceano, e alle spalle hai i boschi che ti avvolgono. Gente così. Pescatori, boscaioli. Tenaci, pratici, vite senza scorciatoie. Lui correva. Ci metteva impegno, creatività, passione. Era avanti, era davanti a tutti. Lui aveva il Dono e non voleva disperderlo. E’ da qui, dai tempi di questa foto, che spiccò il suo volo. Che fu breve, ma così intenso che la scia è ancora lì, si vede anche adesso. Ti chiedi dove sarebbe potuto arrivare. Ma non ha senso. Quella è stata la sua corsa. E si ...

Fuori posto

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Brucia all'inferno questa parte di me che non si trova bene in nessun posto mentre le altre persone trovano cose da fare nel tempo che hanno posti dove andare insieme cose da dirsi. Io sto bruciando all'inferno da qualche parte nel nord del Messico. Qui i fiori non crescono. Non sono come gli altri, gli altri sono come gli altri. Si assomigliano tutti: si riuniscono si ritrovano si accalcano sono allegri e soddisfatti e io sto bruciando all'inferno. Il mio cuore ha mille anni. Non sono come gli altri. Morirei nei loro prati da picnic soffocato dalle loro bandiere indebolito dalle loro canzoni non amato dai loro soldati trafitto dal loro umorismo assassinato dalle loro preoccupazioni. Non sono come gli altri. Io sto bruciando all'inferno. L'inferno di me stesso. (Charles Bukowski)

Smarrimenti

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E queste sono le Torri del Vajolet, come le ha viste Shangailady da sopra il rifugio Re Alberto, qualche mese fa. La montagna come piace a me. Che ti guarda dall’alto, solenne. Che la guardi e vorresti perdertici dentro. Camminare salendo, passo dopo passo, lasciando indietro il mondo di tutti i giorni. Questo, o calli e vicoli di Venezia dove tirava tardi Corto, o le strade strette d’Irlanda che portano all’oceano, che più in là c’è solo acqua, e cielo, e voglia di avventura o di splendido nulla. Mullaghmore, o più giù Ballybunion, Crookhaven. Comune denominatore, un freddo intorno che non gela l’anima e tiene vivi i pensieri. Anche se piove. Smarrirsi, ritrovarsi. O chissà.

Approdi

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Un porto da cui salpare dove c'è gente che sa guardare il mare vedere un punto lontano anche quando non c'è Un porto che nessuna carta - nautica oleata da parati - dovrà mai segnare un porto che non vuol farsi ricordare per non sporcare quella tua infinita voglia di volare Un porto dove torni semmai quando hai voglia di sapere che da qualche parte c'è ancora gente che sa aspettar e.

Chicco

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Domani sera avremo l’ennesima dimostrazione di cosa significhi lasciare il segno. Restare nel cuore della gente, nonostante il tempo che scorre, e troppo spesso corre. Perché sono sedici anni che Chicco Ravaglia se ne è andato, in una notte assurda che doveva essere di festa e si trasformò in tragedia dopo quell’incontro maledetto col destino. Sedici anni, eppure Chicco è qui, nei nostri cuori e nei nostri pensieri, perché nei suoi ventitré splendidi anni di vita aveva saputo dispensare affetto, serenità, amicizia, passione, gioia, entusiasmo. E chi lo ha conosciuto, chi lo ha amato, chi lo ha semplicemente incrociato in quelle giornate di basket e di vita, si è tenuto dentro un po’ del suo sorriso. Sedici anni dopo, il calendario ha messo insieme una partita che è ricordo e coincidenza: la sua Virtus contro Cantù, la sua ultima squadra, quella dell’ultima recita, e un luogo in cui, ancora una volta, Enrico aveva saputo conquistare l’affetto della gente. Domani sera sarà il 23 dicem...

La guerra dentro

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  La lessi nella faccia di mia madre, quella ferita profonda. Lei che pensava di averla già vista, la guerra. E invece la guerra era tornata, ed era in casa, e sono quelle che ti fanno capire all’improvviso anche le altre, quelle più lontane. E lei pensò alla polveriera di Marano, come faceva a quei tempi, che sempre là si andava a guardare quando tuonava il cielo. Sapemmo poi che avevano lacerato, bruciato, violentato Bologna. E ammazzato gente che aspettava un treno nel caldo dell’estate. Qualcuno aveva un sogno, qualcuno si annoiava, qualcuno era innamorato, qualcuno malediceva un ritardo, qualcuno aveva voglia di bere qualcosa di fresco. Vite normali, sguardi sul futuro che sarebbe arrivato tra un’ora, tra vent’anni, o chissà quando mai. E’ sempre questa la gente che muore in guerra. Senza averci mai nemmeno pensato, alla guerra.

Back home...

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    Tornando a casa, dall'autoradio esce una delle canzoni che amavo proprio a quei tempi là, prima di diventare grande. Quella giusta per chiudere una serata così. Perché poi, messa giù così sembra facile. Una chitarra, la voce giusta, le parole. La faccia elegante e da schiaffi di Carradine. Lei che non se l'aspetta, quella slavina di emozioni. Le arrivano improvvise. Quando tutto fila, sembra una roba semplice anche dire ti amo. Già.    

Due sguardi

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Penso a questa donna, adesso - Caitlin McNamara – penso a questa donna smarrita che improvvisamente - anno 1953 - rimane sola Il vuoto è Dylan Marlais Thomas professione poeta poeta infinito poeta perduto nel tempo che la abbandona tra i deliri tra topi immaginari che camminano sulle pareti della stanza che la abbandona morendo in un letto disfatto a New York dopo averle riempito e ancora riempito la vita Penso a questa donna a questa foto sbiadita dove si legge tutto l’amore di una donna Sapessi quanto ti assomiglia Caitlin lo sguardo, l’anima inquieta l’impossibile bellezza la fatica di capire Penso a questa donna e accidenti ne sono passati di anni, e quanto deve esserle mancato Dylan Marlais Thomas il poeta che le riempiva la vita E quanto mi manchi adesso piccola Caitlin adesso che è tutto così chiaro - il mondo dentro quello intorno e tutti quei frammenti sguardi colori angoli che non avrei voluto smarrire