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Sistemare il passato

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Spostando carte e raccoglitori, è saltato fuori all'improvviso. Fa sempre così, il ritaglio a tradimento. E mi ha ricordato un po' di cose. Quella giornata in Sala Borsa, con vecchi eroi diventati amici che rivivevano emozioni incancellabili. Achille, Carletto, Gigi e tutti gli altri, e Frank arrivato a sorpresa dagli States. Quel regalo che mi fece Giuliano Musi, il direttore. Perché volevo evitare che si parlasse troppo di una roba mia, ma avevano riaperto la Sala Borsa il giorno prima... "Macché solo un pezzo, questo oggi è un evento e ci facciamo una pagina. I'en c.. tù, Taròz..." Quel racconto di Vincenzo Barreca, non il pezzo di un giornalista che parla bene di un collega, no, qualcosa di più. Dentro c'era l'aria buona di quegli anni, di quella redazione che ancora andava di corsa. Dentro l'articolo di uno che scriveva come piace a me. Uno che parlava poco, e per questo allo sport ci compensavamo, e mai comunque ci siamo lasciati an...

Non sanno che dentro sono un violino

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E Stunèd Me sin da burdèll “sta zétt, ‘ci stunèd t’a n e l’ urecia” e lòu intènt i cantéva, i cantéva tótt cumè calandri. Adèss ch’ a m sò fat vècc, ch’ u m m’arimpòrta a chènt e a chènt zò par la strèda. “Sa chèntal che pataca ch’ u n sa fè?” E i ne sa che drèinta a sò un viuléin. Lo Stonato Io sin da bambino “sta zitto, sei stonato non hai orecchio” e loro cantavano cantavano tutti come calandre. Adesso che mi son fatto vecchio che non m’importa canto e canto giù per la strada. “Cosa canta quel pataca che non sa fare?” E non sanno che dentro sono un violino. Nino Pedretti

Bilanci

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La gòmma S’u i fòss ‘na gòmma de scanzlè, ‘na gòmma da inciòstar, no da lapis, o se no s’na machina da scréiv, bat xxx, o par fè mèi, xyxy, o par fè mèi ancòura, mnmn, ch’u s fa pòch mn, mo e’ scanzèla, porca mansóla, ch’u n s capéss piò gnént, o adiritéura, mèi di tótt, mo a n l’ò, un computer u i vrébb, ch’e’ basta un tast, e e’ sparéss tótt, senza un scanzlòt, tòtt biènch, cmè ch’u n fòss suzèst gnènt, perchè mè te mi mònd i sbai ch’ò fat. La gomma Se ci fosse una gomma da cancellare, una gomma da inchiostro, no da lapis, o se no con una macchina da scrivere battere xxx, o, per far meglio, xyxy o, per fare ancora meglio mnmn, che si fa poco mn, ma cancella, porca masòla, che non si capisce più niente, o addirittura, meglio di tutto, ma non ce l’ho un computer ci vorrebbe, che basta un tasto, e sparisce tutto, senza un cancellotto, tutto bianco, come non fosse successo niente. Perché io, nella mia vita, gli sbagli che ho fatto (Raffaello Baldini)...

A little bit of peace

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Perché in fondo, tutto quello che vuole la gente è “just a little bit of piece and quiet”. Aspettando che le certezze si frantumino. Come sempre.

Un cortile in Cirenaica

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  Era il 1971. Quarantacinque anni di tanto e niente, abbastanza per sbiadire attimi, volti, storie. La prima volta arrivai a quel cancello così stretto accompagnato da mia madre, poi presi il vento. Non ricordo se il 22 era già diventato 14, ma mi portava dritto dalla Meridiana a via Libia, tanto bastava. Poco dopo la cinta di via Rimesse saliva Fabio, e ci si sentiva subito più forti. Poi giù per la discesa della Veneta, fino a infilarsi in Cirenaica. Era un mondo altro, la Cirenaica, e ancora lo è. Come il muro, l’edificio, il cortile piccolo che sembrava immenso. Come quel cancello troppo stretto. Ci sono entrato quasi mezzo secolo dopo per scoprire che tutto è rimasto uguale. Sono cambiato soltanto io, con le mie nuove incertezze da spendere. Chissà. Forse è stato un richiamo. Via Musolesi, un lunedì di primavera, tramonto. Le vecchie Jacopo della Quercia.        

E non ce ne siamo neanche accorti

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Io ti racconto lo squallore di una vita vissuta a ore, di gente che non sa più far l'amore. Ti dico la malinconia di vivere in periferia, del tempo grigio che ci porta via. Io ti racconto la mia vita, il mio passato, il mio presente, anche se a te, lo so, non importa niente. Io ti racconto settimane, fatte di angosce più che umane, vita e tormenti di persone strane. E di domeniche feroci passate ad ascoltar le voci, di amici reclutati in pizzeria. Io ti racconto tanta gente che vive e non capisce niente alla ricerca di un po' d'allegria. Io ti racconto il carnevale, la festa che finisce male, le falsità di una città industriale. Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano un orizzonte sempre più lontano. Io ti racconto la nevrosi di vivere con gli occhi chiusi, alla ricerca di una compagnia. Ti dico la disperazione di chi non trova l'occasione per consumarsi un giorno da leone. Di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infini...

Giorni così

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Sai, è solo che oggi me l'hanno fatto tornare in mente. Delle cose dette e non dette, del dover sempre partire e andare via. Di quel tanto o poco che resta. Del vuoto da riempire, che non basta un giorno di marzo. C'è il sole, però. Si poteva organizzare una zingarata. Stai mo bene, se mai c'è modo, da qualche parte.

Storie di San Patrizio - Il Carrowmena e quei palloni perduti nell'oceano

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L’ultima partita, domenica scorsa, l’hanno persa 5-0. Ma non è questo, il problema. Sono le spese per i palloni, a preoccupare. Anche se ne vale la pena, perché un campo così, dicono orgogliosi, non ce l’ha nessuno al mondo. Lo hanno spianato un chilometro più in là del paese. Da Carrowmenagh prendi la strada stretta che finisce sulla spiaggia di Tremone, affacciata a nord sull’Atlantico. Derry è laggiù, a tre quarti d’ora di macchina. Ma qui sembra già un altro mondo. Qui è il Donegal, dove la gente ti incontra e ti saluta con un movimento secco della testa, che sembra una specie di scatto nervoso. Invece è fratellanza, condivisione. Carowmenagh, in celtico Ceathrú Meánach, faceva circa centrotrenta abitanti al censimento di un secolo fa. Poi hanno smesso di contarsi. Si incontrano alle feste di paese, in chiesa, in questo fazzoletto d’erba che chiamano stadio. E a occhio e croce fanno il conto di chi c’è e di chi è partito. Mettere su una squadra, fatta di locali, è un’i...

I nostri libri, il nostro vuoto

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Quanto ci aveva fatto divertire, quel giorno, Darione Marchetti? E quante ne avevamo ancora, da pensare e da scrivere. Quando andasti via, feci molta più fatica a dividere il mondo tra persone normali e sandroni, perché tu c'avevi l'occhio più allenato... Che poi, tanto, chissenefrega, ci saremmo incontrati lo stesso, a pensare libri e poi spararci in macchina a convincere editori che si lasciavano convincere. Sandroni anche noi... E invece no, è andata che adesso restano solo quei libri. Restano almeno quei libri. E' già un anno, accidenti. Ciao, Tatone.

Del perché amo quel vecchio piazzista di Phil Cooper

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Non ha importanza se cerchi di vendere Gesù, o Buddha, o i diritti civili. O come arricchirsi nel settore immobiliare senza rischiare un soldo. Questo non fa di te un essere umano. Semmai fa di te un agente vendite. Se vuoi parlare con qualcuno sinceramente, da essere umano, chiedigli dei suoi figli, scopri quali sono i suoi sogni. Solo per saperlo, per nessun'altra ragione. Perché appena cerchi di prendere le redini di una conversazione, per pilotarla, non è più una conversazione. È un pistolotto. E tu non sei un essere umano, sei un venditore, un piazzista. (Phil Cooper, The Big Kahuna)

Se i poeti fossero meno stupidi

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Se i poeti fossero meno stupidi, se fossero meno pigri, renderebbero tutti felici per potersi occupare in pace delle loro sofferenze letterarie. Costruirebbero case gialle con grandi giardini davanti e alberi pieni di uccelli di zufoletti e grandi gigli di cinciatristi e capinere allegre di pennacchi, sbafatori e piccoli corvi rossi che direbbero la buona ventura Ci sarebbero grandi stagni con luci all’interno e duecento pesci, dai crostacei al topo d’acqua, dalla piccola moneta al “pepamule” dall’aguglia al passero-scranno dalla navicella all’asinello Ci sarebbe aria nuova profumata dell’odore delle foglie, si mangerebbe a sensazione e si lavorerebbe senza fretta, a costruire scale di forme mai viste con legni venati di malva lisci come lei sotto le dita Ma i poeti sono molto stupidi. Per cominciare, scrivono invece di mettersi a lavorare e ciò dà loro dei rimorsi che conservano fino alla morte, felici di aver così sofferto Si compensa...

Signora Aquilone

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C’era una donna, l’unica che ho avuto, aveva i seni piccoli e il cuore muto, nè in cielo nè in terra una casa possedeva, sotto un albero verde dolcemente viveva. Legato ai suoi fianchi con un filo d’argento, un vecchio aquilone la portava nel vento e lei lo seguiva senza fare domande perchè il vento era amico e il cielo era grande. Io le dissi ridendo “ma Signora Aquilone, non le sembra un pò idiota questa sua occupazione?”. Lei mi prese la mano e mi disse “chissà, forse in fondo a quel filo c’è la mia libertà”. E così me ne andai che ero un poco più saggio con tre soldi di dubbio e due di coraggio e incontrai un ubriacone travestito da santo che ogni sera si ubriacava bevendo il proprio pianto.   E mi feci vicino e gli chiesi perdono ma volevo sapere se il suo pianto era buono. Lui mi disse “fratello, è antico come Dio, ma è più dolce del vino perchè l'ho fatto io”. E prima che le stelle diventassero lacrime e prima che le lacrime diventassero ste...

Già detto

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Distanze tra il vero e il vuoto tra frasi e cadute di ritmo. Nulla che possa veramente spaventare i nostri occhi infrangibili. Eppure qualcosa si è spento qualcuno si è venduto - svanendo - gli scatti, i rimbalzi dell’anima. Sia, facciamone pure una questione di anni. Che passano, che addomesticano. (taroz)

Libri

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Libi Nò quei ca vedo chì, missi a paède, issà pe i muri, ma quei fati de strade site e ciàe, de òci, man, frescùe dré ae cane, de fòge ‘nter libio d’ço del’aia Libri Non quelli che vedo qui, / messi a filari, alzati lungo i muri, / ma quelli fatti di strade silenziose e chiare, / di occhi, mani, frescure dietro le canne; / di foglie nel libro d’oro dell’aria. Paolo Bertolani