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Winter memories

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Showeller gal in a mornin’ whisper where are ‘u goin’ with your silver showel? The snow chilled my heart last night Please, can you help me to heat it up right?

To a refund friend

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IN ISTANTI (dietro la chiesa di Calamosco) C’è il respiro affannato, e c’è sempre il solito cielo tra gli alberi, immutato, incantato ai tuoi discorsi, e questo sole d'inverno che si affaccia appena tra le pause. Adesso il cemento si aggrappa anche a questo silenzio, avvolge nasconde avvilisce ma noi ci raccontiamo che almeno non può cancellare Solo un salto indietro negli anni e – ricordi? - eccoli tutti in fila i nostri passi di corsa, i miei sguardi infilati di striscio dentro ai tuoi. Un guizzo, oplà, un incrocio di vite. La città dimenticata a due passi che non ha niente di nuovo da dirci più niente di vivo da darci. Ora ascolta. Ascolta bene, ogni cosa diventa proprio come te presente e sfuggente fragile e inattaccabile. Nel nulla, tutto. Come se l’attimo fosse lì, in quel punto esatto, da sempre.
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  SES TUE (SEI TU) Fiaccola nei giorni più neri, splendida come un'alba chiara. Rugiada sulla terra bruciata sei tu, sei tu. Primavera che infiora la campagna, stella nella nebbia fredda, desiderio di dolcezze nascoste sei tu, sei tu Mettimi una mano sulle spalle e scaldami il cuore ed il corpo. Persino le ore più brutte mi sembreranno una pioggia leggera Carezza di arcani sentimenti, regalo di fiori di monte, augurio di stagioni incantate sei tu, sei tu Posami una mano... (Piero Marras)

Compleanno

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Babbo, qui non è cambiato niente e a volte mi domando se tu e mà dovevate proprio farmi così. Ma vabbè, vi somiglio nel bene e nel male, che poi è un male che non fa così male agli altri. Tanto dovrebbe bastarmi, no? Tanto, per ora, mi basta. Buon compleanno, là dove sei, e dì all’Anna che ogni tanto si schiodi dalla sedia in cucina e si faccia un giretto tra le nuvole…

Aspettando

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  Ma che ore sono? Mancano cinque alle dieci e mezza e ancora non l’annunciano cazzo sempre così aspettare aspettare almeno dicessero qualcosa e maledetto me e ‘sto caldo e questa sala d’aspetto piena di gente non so neppure perché ci sono venuto che si sta stretti e non si vede il sole dai che là fuori c’è il sole dai che si parte arriverà prima o poi e ci scordiamo tutto il caldo il sudore la voglia di scappare via dai che adesso mi alzo e vado a fare un giro fino ai binari vado a guardare i treni come quand’ero bambino e lo annunceranno ‘sto treno prima o poi che mancano cinque alla mezza dai, mi alzo. Adesso. 2 agosto 2013

Uno sconosciuto

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  Mi svegliai che il sole stava diventando rosso, e quello fu l'unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero - lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d'albergo che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impianti, i passi al piano di sopra  e altri rumori tristi - e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura. Ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita segreta, la vita di un fantasma. Ero a metà strada tra una costa e l'altra dell' America, al confine tra l'Est della mia giovinezza e il West del mio futuro, e  forse è per quello che accadde proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso.   Jack Kerouac  

Fiasconaro e quel record in bianco e nero

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Marcello Fiasconaro 27 giugno 1973, Arena di Milano 800 metri in 1:43:7 Nuovo record del mondo Avevo tredici anni. L’Arena era un catino in bianco e nero dentro la tv che trasmetteva il “Rischiatutto”, ma anche “Il Poeta e il Contadino” con due pazzi surreali e in anticipo sui tempi che si chiamavano Cochi e Renato. Era quella la mia tv, e l’atletica come altri sport (il pugilato di Benvenuti e Griffith appena qualche anno prima, quello del ritorno di Muhammad Ali sul ring, la pallanuoto della Pro Recco e di Eraldo Pizzo e Alberto Alberani, i documentari su Walter Bonatti) ci entravano ancora dalla porta principale. Avevo tredici anni e “March” piombò nella mia vita a grandi falcate. Il tempo di correre 800 metri più veloce di chiunque al mondo. Il tempo di far soffocare un campione come Jozef Plachy, che aveva provato a stargli dietro, fino a trovarsi con le gambe di marmo e la disperazione negli occhi. “March” veniva dal Sudafrica, aveva ovviamente una passionaccia ...

Alla grande!

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  Quello che ho più spesso sentito dire, sul mio nuovo lavoro, è “complimenti, sei rientrato nel giro alla grande” . Eppure, mica ero morto. Mi sento di dire, senza troppo vantare o millantare, neppure professionalmente. Ho lavorato molto da quando ha chiuso “Il Domani” (no, non mi riesce di chiamarlo con l’altro nome, I’m sorry…). Ho fatto nascere e crescere un giornale online insieme a un collega, scrivo sull’edizione italiana della più importante rivista internazionale di running, ho pubblicato due libri, dirigo una rivista di settore, ho diverse collaborazioni che mi gratificano, conduco una trasmissione radiofonica dove sono passati campioni di sport e di vita. Ma “sono rientrato nel giro alla grande” . Adesso. Non sarà che questa città è talmente chiusa in sé stessa che non sa più guardare fuori dalla finestra più piccola, quella del gabinetto? 

La tua prima luna

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Questa è la tua prima luna che vedi fuori di casa sapendo di non tornare. Oggi sei uscito e ti sei domandato ma dove sto andando e che cosa farò. Sei finito in un prato, mangiando una mela comprata passando dal centro, dove i tuoi amici parlavano di donne e di moto e tu ti fumavi la gioia di esser riuscito a fuggire di casa portandoti dietro soltanto la voglia di non tornare. Hai pochi soldi sai bene domani nessuno ti aiuta se hai voglia di chiedere aiuto vai in quella prigione dove ti hanno insegnato ad amare poche persone alla volta e non vuoi ritornare, vuoi amare più gente, vuoi vivere in mezzo alla gente. E mentre dormi su un prato, sentendo un po' freddo tu vedi passare una macchina verde della polizia, non ti vedono neanche, capisci di colpo che il loro discorso è diverso dal tuo. Claudio Rocchi 1951-2013

Note a margine

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Mio figlio. Un paio di libri che ho amato leggere più degli altri. Riletti. Un paio di libri che ho amato scrivere più degli altri. Mai riletti. Il personale sui 5000 metri. La gara dei 5000 metri, così perfetta. Le prove di poesia beat a sedici anni. La piazza bella piazza di allora. Qualche racconto inedito. Un paio di viaggi più indimenticabili di altri. Persone e sguardi che ho incontrato, fermandomi apposta. Una nuotata di chilometri in mare aperto. Poche cose da non perdere.

La casa di Roberto

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Volevo farlo da tempo. La casa di via Valeriani 39. Immaginarla animata con le voci e i rumori di allora, più di settanta anni fa. Cinque minuti soltanto, il tempo di pensare a Roberto, figlio di Arpad, e a Giovanni che ha aspettato per anni e anni di sapere dell'amico. Roberto che in quella foto era un bambino sveglio, e non è mai invecchiato. Non lo hanno lasciato invecchiare, dannati loro e quelli che dimenticano. Volevo farlo. Andava fatto. Grazie ancora, Matteo.

Buon volo, zio Richie...

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Rest in peace, great peaceful man…

Altri sguardi

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Commemorazione della liberazione di Bologna sotto casa, alla sede del Quartiere. Matteo immobile e incantato ad ascoltare l’inno. Non so più se ci sarà un domani per questo Paese, ma se fosse bisognerebbe cercarlo negli occhi puliti dei nostri figli. Ripulire il passato, far tacere demiurghi e imbonitori, rimboccarsi le maniche, ripartire. Gli ideali non sono giovani, sono bambini.

Assenze ingiustificate

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  Sono momentaneamente assente dalla mia mente. Si prega di ripassare più tardi. Che so, tipo nel 2027... Per urgenze rivolgersi al vicino di casa, che ha un doberman. Libero. Non di nome, nel senso che gira sempre senza guinzaglio. Se dovete lasciare della polvere, mettetela sotto il tappeto, vicino alla chiave. Se è d'oro è meglio. La polvere, non la chiave.