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Urla nel silenzio

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Appunti sparsi. Sui giornali dilaga la politica dell'apparire, nell'ultimissima (?) versione. Politica degli scandali, dei ricatti, della vita privata rivoltata, delle vite stravolte. Prima, e dopo, quella ormai tradizionale: degli insulti, delle minacce, dell'odio, del tutti contro tutti. Ha ragione il vecchio e "lucido" (lo diverte, sentirsi chiamare così) Carlo Fruttero , quando dice che non esiste più un'etica. Nel gestire la cosa pubblica, come nel gestire le nostre piccole esistenze quotidiane. Ci sarebbero idee condivisibili, ma sono urlate anche quelle. Chi è nel giusto, dilaga: ha ragione, su molte cose, ma va oltre per affermare la sua ragione assoluta. Sono indietro, su questo percorso. Su tante cose ho avuto (ho) il sospetto di avere ragione, ma non ho mai pensato o cercato di imporre le mie certezze. Le discuto, cercando di capire se sono poi così infrangibili. Mi manca molto, la discussione. Mi preoccupa questo manicheismo: bianco o nero, con no...

Jack, quarant'anni dopo

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Jack Kerouac Lowell, 12 marzo 1922 - St. Petersburg, 21 ottobre 1969 "Così in America quando il sole va giù e io siedo sul vecchio diroccato molo sul fiume a guardare i lunghi, lunghissimi cieli sopra il New Jersey e avverto tutta quella terra nuda che si svolge in un'unica incredibile enorme massa fino alla Costa Occidentale, e tutta quella strada che va, tutta la gente che sogna nell'immensità di essa, e so che nello Iowa a quell'ora i bambini stanno certo piangendo nella terra in cui lasciano piangere i bambini, e che stanotte usciranno le stelle, e non sapete che Dio è l'Orsa Maggiore?, e la stella della sera deve star tramontando e spargendo il suo fioco scintillio sulla prateria, il che avviene proprio prima dell'arrivo della notte completa che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge i picchi e rimbocca le ultime spiagge, e nessu­no, nessuno sa quel che succederà di nessun altro se non il desolato stillicidio del diventar vecchi, allora penso a D...

Gigi, il numero sette

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Era il numero sette . Lo portavo sulla schiena, nel campo di via Cellini, tra la tangenziale ancora nuova e il “grattacielo”, perché l'avevo visto addosso a lui. Perché ne avevo sette, di anni, quando la notizia della sua fine mi piombò addosso dalla tv, e mi scosse perché i bambini credono sempre che gli eroi siano immortali. Era il numero sette , e su quel campetto non l'ho onorato perché il fiato era lungo ma i piedi così così. Lui sì, li aveva i piedi buoni. E l'animo di un poeta. Uno diverso dal gruppo, diverso nel raccontarsi e nell'esprimersi, diverso nel talento e nella creatività. Era il numero sette . Gigi Meroni. Il Best italiano, lo definirono. Ma lui non ebbe mai bisogno di fiumi di alcol per esprimere la sua non convenzionalità. Anzi, da questo punto di vista la sua fu una vita normale. Solo troppo breve. Una vita da bravo ragazzo. Però geniale. Dentro e fuori dal campo. Capelli lunghi, stile beat (e Nicolò Carosio che commentava “tagliali, Gigi, o non ved...

Tutti in piedi, questo Bologna è nella storia

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Marco Tarozzi “Il Bologna è una fede”. Suonano perfette, in questo caso, le parole del cuore. Sì, il Bologna è una fede e anche molto altro. È cento anni di vita di un’intera città, della sua gente, un piccolo grande mondo che ha saputo aprirsi al mondo. È una lunga strada fatta di gioie infinite, momenti di gloria, anni bui, drammi che hanno lasciato il segno. È un elenco di sette scudetti, tre fiammate sull'Europa, più di settant'anni vissuti tra le grandi d'Italia, senza mai cadere in basso. E poi una storia faticosa di retrocessioni, rinascite, fallimenti, attimi sempre più rari di felicità. È una lista di nomi da brivido, campioni che, per cento lunghi anni, hanno acceso quel rosso e quel blu, e la fantasia della gente. È un pezzo di questa città, è una parte di noi che ha attraversato i cent’anni più veloci e più vorticosi della storia dell’umanità, restando sempre fedele a sé stessa. È un’icona, un simbolo, un punto fermo della nostra vita. Quei nomi, e un volto die...

Podestà, una strada per ripartire

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Marco Tarozzi Vittorio Podestà non ha mai preteso di cambiare il destino, nemmeno quando il destino gli ha cambiato la vita da un giorno all'altro. Ha deciso, molto semplicemente, di affrontarlo dal verso giusto. Reagendo con forza, costruendo nuovi traguardi da raggiungere, nello sport come nella vita. Genovese, laureato in Ingegneria Civile, Vittorio ha appena compiuto trentasei anni. Ne aveva ventinove quando un incidente stradale gli provocò la rottura delle vertebre dorsali, e una lesione al midollo che lo costringe tuttora a vivere sulla sedia a rotelle. “Nessuno è preparato a svolte così drastiche nella propria vita. Non lo ero nemmeno io, ma decisi di non lasciarmi prendere dallo sconforto, di ripartire immediatamente. Prima dell'incidente ero uno sportivo praticante, convinto che l'attività motoria fosse fonte di benessere per corpo e mente. Da quel giorno di marzo del 2002 mi sono dedicato allo sport con sempre maggior determinazione”. Aveva i cromosomi del campi...

Mario Lodi. L'insegnamento del Maestro

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"Il paese sbagliato". Ultima edizione, 2007. Libro da leggere e rileggere. Non solo per chi ha in mente di crescere un figlio. Lo lessi per la prima volta quando avevo vent’anni, e a tutt’altro pensavo. C’erano parole libere e forti, capaci di indirizzare. L’ho letto chissà quante altre volte. Quell’edizione (primi anni Ottanta) l’ho consumata, perduta, ritrovata, prestata, definitivamente smarrita. Oggi ho tra le mani un libro nuovo di zecca, e quelle identiche parole e frasi, gli stessi insegnamenti. Pubblicati ormai trentanove anni fa, eppure così attuali. Per descriverlo, uso le parole di chi l’ha scritto, questo splendido libro. Di Mario Lodi. Il maestro da cui tutti vorremmo essere accompagnati nella vita. A cui devo un grazie per quello che penso e credo, e per quello che cerco di essere.     IL PAESE SBAGLIATO Il libro racconta il diario di una esperienza didattica innovatrice, realizzata con i miei alunni nella scuola di Vho di Piadena (Cremona) dal 1964 al 1969. Un...

Una bevuta con pa

Oggi mio padre, Giuliano , avrebbe 78 anni. Sono andato a dargli un saluto nel nostro luogo di ritrovo. Una volta a settimana, pranzo veloce prima di andare al lavoro all’Arci Resistenza, a San Lazzaro. Ci piaceva, quel rito. Ritrovarci in mezzo al popolo dei circoli di periferia, tra partite a carte ristorante bocciofila e sala danze, al piano di sopra. Solo che da un anno a questa parte arrivo sempre per primo. Non capitava mai, quando lui c’era. Riuscivo a sentirmi in colpa anche se arrivavo puntuale, perché sapevo che era già lì da almeno dieci minuti. Seduto su quel gradino, vicino al parco dei giochi per bimbi che adesso conosco così bene, perché Matteo mi ha insegnato a frequentarlo. A mio padre e a mia madre penso spesso in questo periodo, in cui ho a che fare con persone che hanno del mio lavoro (che dovrebbe anche essere il loro) un concetto molto provvisorio. Progetti? Non se ne parla. Idee? Ma per favore. Qualità? Risate. Approfondimenti? E a chi interessano? Penso a quel c...

Quello che impariamo da Alì

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Alì soffre, Alì fatica a muoversi, ad esprimersi, a sorridere. Un contrappasso crudele, a pensarci. Era il più grande, il più sfacciatamente spavaldo, il più "leggero" dei massimi. Farfalla e ape, certo. Un gigante di muscoli con gambe da ballerino, veloce e imprevedibile. Sicuro di sé, capace di scelte impopolari per tenere accesa la scintilla di un ideale. I vietcong, disse, non lo avevano mai chiamato "negro", e per questo non poteva odiarli. Lo disse in anni difficili, e si trovò contro tutta l’America. La stessa America che oggi ne ha fatto un’icona, una bandiera, che lo ha santificato in vita. Alì ha vinto, alla fine. Le sue idee sono passate, il suo coraggio è stato più forte di tutto, degli errori altrui e dell’opportunismo di chi stava sul suo carro perché lui era il più forte, il più bello, il più grande. Alì non ha paura di questa sua nuova dimensione. Anche se chi lo ha amato, nella notte di Kinshasha, e prima e dopo, fa una fatica dannata a vederlo così...

La strada che ha fatto l'America - 1

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ROUTE 66, ISTANTANEE DA UN PAESE IN MOVIMENTO di Marco Tarozzi ANGEL, IL GUARDIANO DELLA STRADA Seligman, Arizona, 2001 Angel il barbiere non si è mai spostato da questa piccola città nel cuore dell’America. Seligman, Arizona. Non ha avuto bisogno di partire per andare a conoscere il suo paese. Perché il suo paese è passato di qui, davanti a casa sua, mille e mille volte. Divorando la strada, sognando California prima per necessità e poi per senso di avventura. La Route 66, strada madre d’America, fu inaugurata nel 1926. Angel, il barbiere di Seligman, ci nacque sopra un anno dopo, nel 1927. Aveva un anno quando gli passarono davanti quei pazzi che avevano accettato la sfida inaugurale, quella di correre a piedi da Los Angeles a Chicago e poi, finita la strada, allungare il viaggio fino al Madison di New York. Si chiamava "C.C. Pyle International Foot Race" , ma la ribattezzarono "Bunion Derby" . Un’immensa carovana di podisti e presunti tecnici al seguito, insieme ...

Ricordando il professor Pausch

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Un anno (e due giorni) che se ne è andato Randy Pausch . Era nato nel 1960, come me. Ottobre 1960. Magari qualcuno se l’è dimenticato: è quel professore di informatica (insegnava all’Università di Pittsburgh, in Pennsylvania) che più o meno un anno prima di morire, sapendo bene che il momento si stava avvicinando, organizzò una lezione alla Carnegie Mellon University e per circa un’ora parlò ai suoi studenti di futuro, di sogni, di prospettive. Di vita e non di morte. Meglio: del senso della vita. Mi segnai qualcuna delle sue frasi. Le presi dai giornali che parlarono molto di lui in quei giorni. Cose come: “Quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirtelo, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore” . Di questi tempi, la sento molto mia. E ancora: “ Non perdete mai la capacità di stupirsi tipica dei bambini. È troppo importante. È quella a spingerci ad andare avanti, ad aiutare gli altri”. E la più secca, taglie...

I pugni dell'Indipendenza

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“Io sono Jack Johnson. Campione del mondo dei massimi. Sono nero e non mi hanno mai permesso di dimenticarlo. In ogni caso, sono nero! E non permetterò mai che lo dimentichino” 4 luglio 1910. Giorno dell'Indipendenza. Di un'altra indipendenza. Il campione nero aveva già battuto il detentore dei massimi, un piccoletto di nome Tommy Burns. Ma perché l'America lo riconoscesse per quello che era, il Migliore, doveva battere il grande Jim Jeffries. Jim si era ritirato da tempo, e quando era in attività lo aveva sempre evitato. Ma stavolta lo avevano convinto. Borsa stratosferica, promesse di nuova gloria. Ma Jim Jeffries, il gigantesco cowboy, era il passato. Il campione nero era il domani. Si chiamava Jack Johnson . Figlio di schiavi. Nato a Galveston, Texas, nel 1878. Cinque fratelli, vita misera. Ma un talento buono per farlo uscire da quella feccia. Texano, e di colore. Sapevano tutti che era il numero uno. Ma doveva dimostrarlo contro il cowboy. Lo fece, il 4 luglio 1910. I...

Ciao pà

Ciao papo. Ormai è un anno e una decina di giorni. Mi manchi e volevo dirtelo. E fai sapere a ma che vale anche per lei, anche se è andata via da due. Una cosa che non vi ho detto: più passa il tempo e più amo quel vostro essere (essere stati) persone per bene, al di là e al di fuori di tutti gli schemi. Buoni, anche troppo. Che a volte penso che un po' di cattiveria in più, se me l'aveste insegnata, non mi avrebbe fatto male. A volte, però. Ma più spesso (quasi sempre) mi dico che così è stato meglio. Non so dove sei, non so dove siete. Se mi vedete, restate nei paraggi. Ogni tanto, lo saprai, vado lassù al parco, e guardo il muretto accanto al parcheggio motorini. Di solito eri lì, seduto ad aspettarmi. Per l'appuntamento col nostro pranzo settimanale, poche parole e molta voglia di riscoprirci, da adulti forse mai cresciuti. Non ti trovo mai. Ci sei?

Boris Vian, mezzo secolo dopo

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MI PIACEREBBE Mi piacerebbe diventare un grande poeta e la gente mi metterebbe serti di lauro sulla testa ma ecco non ho abbastanza passione per i libri e penso troppo a vivere e penso troppo alla gente per essere sempre contento di non scrivere che vento IL DISERTORE Signor Presidente, le scrivo una lettera che leggerà, forse, se avrà tempo. Ho appena ricevuto la cartolina militare per andare alla guerra entro mercoledì sera. Signor Presidente, non voglio farlo non sono sulla terra per uccidere povera gente. Non per farvi arrabbiare, ma devo dirlo ho preso la mia decisone: diserterò. Dacchè sono nato ho visto partire i miei fratelli ho visto morire mio padre e piangere i miei figli mia madre ha tanto sofferto che è nella sua tomba e se ne fotte delle bombe come se ne fotte dei vermi. Quand’ero in prigionia hanno rubato la mia anima hanno rubato la mia donna con tutto il mio passato. Domani uscirò sbattendo la porta in faccia agli anni morti: vivrò sulla via. Mendicherò la vita sulle s...

Peter Norman, il terzo uomo

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Nella foto, quella foto storica che ha fatto il giro del mondo e in qualche modo ha cambiato il mondo, è il primo da sinistra. Guarda dritto davanti a sé, come se non si rendesse conto di quello che sta accadendo alle sue spalle. Invece lo sa benissimo. Quell’azione, quella protesta simbolica e di devastante impatto, lui l’ha capita, accettata, condivisa. Il primo a sinistra, l’"altro" sul podio, il terzo uomo di quel momento indimenticabile si chiamava Peter Norman . Australiano, di Melbourne. Velocista di talento. Un campione. Quel giorno del 1968, a Città del Messico, nella finale dei 200 metri era uno dei più forti, ma nessuno pensava fosse più forte di Tommie Smith e John Carlos. Invece, riuscì a infilarsi tra i due. Vinse l’argento olimpico e si preparò a salire sul podio. Ben consapevole di quanto stava per accadere. Di più: partecipe. Smith e Carlos gli avevano spiegato quello che intendevano fare per tenere alta l’attenzione sull’ "Olympic Project for Human Righ...